Ott
16

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Come al solito, uno dei temi di cronaca ricorrenti è quello degli abusi sui minori. Un aspetto sconcertante di queste vicende è proprio quello che li vede vittime di carnefici molto vicini alle famiglie, a volte all’interno delle stesse, e riguardano persone a cui i minori stessi vengono affidati dalle figure parentali. Molte persone che ascoltano storie del genere non riescono a capire come facciano le vittime (questo vale anche per quelle adulte), a tenere nascoste le loro esperienze di abusi per lunghi periodi, un caso attuale è quello della palestra di Lonato del Garda in provincia di Brescia.

In merito a questo ci sono diverse spiegazioni.

Essendoci le famiglie di mezzo può sembrare normale alle piccole vittime quel tipo di esperienze  perché non conoscono altre realtà familiari.

I bambini hanno bisogno per la loro sopravvivenza di fidarsi dei genitori e di conseguenza delle persone a cui questi li affidano. La loro vita dipende dalle figure adulte di accudimento e non “possono” concepire che siano inadeguate. Viene più facile quindi convincersi che l’abuso sia avvenuto perché hanno fatto loro qualcosa di sbagliato più che pensare che possano essere stati i genitori a far qualcosa di dannoso nei loro confronti. Si tenderà quindi a sviluppare la convinzione che si è sbagliati e la si trascinerà anche fino all’età adulta, con tutte le conseguenze che ne vengono. Da qui poi potrebbe scaturire il senso di colpa per ciò che è successo.

Ce lo raccontano chiaramente le vittime degli abusi del maestro di karate della palestra del bresciano: “[…] ha spiegato la ragazza – inizialmente ti faceva sentire più forte e più bella poi diventava morboso. Mi sono sempre sentita in colpa per quello che è successo, mi sto portando dietro questi pensieri che mi fanno stare male anche ora che sono diventata maggiorenne” (Fonte Tiscali News)

Ci si vergogna poi, tuttavia non si riesce ad uscirne perché si sa che si sta subendo qualcosa di sbagliato ma manca il coraggio di dirlo, spesso anche per non deludere i genitori,  per paura di non essere credute o per proteggere la famiglia stessa. Tempo fa una mia paziente mi raccontò di non aver mai detto ai suoi genitori degli abusi subiti da un familiare per non causare loro del dolore e per paura che il padre punendo l’aguzzino fosse potuto  finire in prigione.

Un’altra fonte di vergogna può essere dovuta al piacere fisico che è possibile provare nel subire gli abusi: per questo le vittime si autocondannano. Per aiutarle in tal senso durante le sedute con loro non manco mai di spiegare che se certe parti del corpo vengono stimolate, soprattutto quelle erogene, esse fisiologicamente si eccitano, indipendentemente dalla volontà e pur essendo in situazioni tali.

Ricordiamoci poi che gli aguzzini esercitano sui minori una forte influenza psicologica da cui è estremamente difficile slegarsi. Stiamo pur sempre parlando di un adulto che esercita il suo potere su un minore. Una situazione che non viene assolutamente vissuta ad armi pari. Un esempio è la ragazzina del caso di Lonato del Garda che si è detta innamorata del suo aguzzino e ha accusato i genitori di essere dei mostri e traditori per averla allontanata da lui. Senza riconoscere di essere finita in un giro di abusi e prostituzione minorile.

Tutti questi vissuti sono strettamente legati al trauma subito. Fortunatamente esistono validi strumenti per aiutare le persone a riprendersi da esperienze così pesanti come la psicoterapia e l’EMDR strumento adatto a sbloccare il trauma e le credenze sbagliate che segnano la vita di un individuo abusato.

Occorre da un lato aiutare la vittima e portar fuori la problematica e dall’altro a depotenziare i ricordi traumatici rassicurandola anche del fatto che siano ricordi e che ora possa sentirsi al sicuro.

E’ un lavoro doloroso che viene fatto a quattro mani, quelle della vittima e quelle del professionista che si basa fondamentalmente su una relazione terapeutica di estrema fiducia. E’ un lavoro che serve a far si che chi ha vissuto esperienze così traumatiche e destabilizzanti come quelle di abusi, possa riprendere in mano la propria vita e le relazioni interpersonali non sentendosi più sporco, ma capendo che sono stati i loro aguzzini a comportarsi in modo scorretto approfittando di chi non poteva difendersi da solo.

 

Ott
09
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 09-10-2017

Due giorni fa mi trovavo all’Hotel Regina Margherita di Cagliari per partecipare al “Workshop Concettualizzazione del caso e pianificazione terapeutica con EMDR” tenuto dalla Dott.ssa  Isabel Fernandez, Presidente dell’Associazione EMDR Italia ed EMDR Europe.

Anche questa è stata un’interessante esperienza, che mi ha arricchito di concetti e nuovi spunti da riportare in studio durante il mio lavoro clinico.

Lo stesso piano d’azione per la Salute Mentale 2013/2020 previsto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità dona sempre più risalto all’influenza delle esperienze traumatiche nella vita delle persone. “Il trauma – infatti –  è il risultato mentale di un evento o una serie di eventi improvvisi ed esterni in grado di rendere l’individuo temporaneamente inerme e di disgregare le sue strategie di difesa e di adattamento” (OMS, 2002). Gli eventi traumatici non elaborati in modo adattivo condizionano negativamente nel tempo la quotidianità delle persone perché rimangono intrappolati nel cervello senza potersi integrare con i vissuti positivi di cui la persona ha fatto esperienza.

Il DSM5 (Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali) parla di una prevalenza di eventi traumatici nelle persone con disturbi mentali e del ruolo del trauma stesso come fattore di rischio, precipitante o che tiene in piedi lo stesso disturbo.

Il Manuale, nella sua quinta versione, espone nuovi legami tra esperienze passate traumatiche e disturbi mentali, oltre a quelli già identificati precedentemente. Ad esempio un’incidenza di esperienze infantili avverse nella Depressione Maggiore, perdita o separazione dei genitori nella Distimia, stress, traumi interpersonali nel disturbo disforico premestruale. Solo per citarne alcuni.

Per traumi non intendiamo solo lutti, calamità naturali, abusi, ma anche carenze affettive e di accudimento dalle figure genitoriali nell’infanzia o situazioni di estrema povertà.

Risulta quindi parecchio efficace integrare il lavoro della psicoterapia strategica integrata con il metodo dell’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing), basato sulla desensibilizzazione e rielaborazione degli eventi traumatici che sono diventati causa del sintomo stesso attraverso i movimenti oculari. 

Nato a fine degli anni ’80 l’EMDR è stato utilizzato per il trattamento del trauma e poi esteso anche alle problematiche legate allo stress: la depressione, l’ansia, le fobie, il lutto, i sintomi somatici e le dipendenze.

E’ un metodo scientificamente provato applicabile a tutte le fasce di età, che attualmente viene usato da terapeuti sparsi in tutto il mondo, me compresa, e documentato attraverso vari studi neurofisiologici.

Proprio per tutti i motivi di cui vi ho scritto sopra, rimane in me sempre vivo l’interesse a continuare a formarmi e a crescere professionalmente. Esistono infatti tantissimi metodi efficaci e ben confermati dalla scienza, da integrare alla psicoterapia per aiutare gli individui a trovare e ritrovare il benessere che per un qualsiasi motivo sia loro mancato. Ricordiamoci infatti che fin dal 1948, secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità la salute è “uno stato di completo benessere fisico, mentale e sociale e non la semplice assenza dello stato di malattia o infermità”. Proprio per questo abbiamo il dovere di prendercene cura in tutti i suoi aspetti.

 

Lug
31
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 31-07-2017

Dopo due settimane di pausa lavorativa da domani riprenderò i colloqui negli studi di Cagliari e Nuoro.

Per me l’ideale è fare una pausa ad agosto o a settembre, ma quest’anno per motivi personali non mi è stato possibile, sono quindi a disposizione per tutto il mese per rispondere alle vostre e-mail e telefonate qualora abbiate bisogno di fissare un appuntamento, chiedere informazioni riguardo al mio lavoro (NO SMS – NO CHAT) e per accogliervi nelle mie sedi di lavoro.

Per i nuovi articoli sul blog vi rimando invece al mese di settembre.

Auguro a tutti voi una splendida giornata e un ottimo proseguimento della stagione estiva,

Caterina Steri.

Lug
10
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 10-07-2017

Come molti di voi sapranno l’estate è la mia stagione preferita.

Sono una di quelle persone a cui piacciono il caldo e le lunghe giornate di sole. Senza parlare poi del forte legame che ho con il mare che mi fa apprezzare ancor di più la stagione in corso.

Siamo ormai a luglio inoltrato e le temperature si mantengono sempre alte,ma  mi viene da dire, nonostante tutto, pure troppo, considerato che il mio fisico e la mia mente devono abituarsi alla calura e aspettare l’arrivo delle ferie per poter riposare.

Penso che per la maggior parte delle persone lo sforzo richiesto per lavorare sia maggiore perché oltre al dover fare i conti con le alte temperature si faccia sentire anche la stanchezza di mesi lavorativi senza interruzione.  Occorrono, quindi, maggiore concentrazione e un buono stato di salute per affrontare al meglio questo periodo. Spesso la stanchezza e l’astenia, il senso di debolezza e fatica che si avvertono anche a riposo si aggravano con il caldo e le energie scarseggiano.

E’ questo un meccanismo fisiologico parecchio comune in quanto l’organismo impiega grosse energie a mantenere costante la  propria temperatura interna, per garantire un funzionamento ottimale di tutti i vari processi che lo tengono in salute.

Ad esempio, i vasi sanguigni si dilatano per disperdere più calore interno possibile, riducendo la pressione arteriosa che fa sentire particolarmente “deboli” e poco reattivi.

Attraverso il sudore vengono persi acqua e sali minerali preziosi per l’efficienza dell’organismo, come il potassio e il magnesio e la perdita di liquidi può causare disidratazione che porta a stanchezza muscolare e difficoltà di concentrazione.

A volte condividere la propria stanchezza e concedersi cinque minuti in più di riposo può essere di aiuto, per non sentirsi del tutto soli in un periodo in cui si può essere giù di tono e per approfittare per rilassarsi un po’.

Chi ha la fortuna di vivere vicino al mare od altri posti di villeggiatura, pur non avendo lunghe ferie può godere anche di poche ore libere per rifocillare mente e corpo. Così come faccio io in attesa di una pausa estiva e godendo della mia amata isola.

Così chiudendo vi informo che mi asterrò per due settimane dall’attività in studio a partire dal 17 luglio e riprenderò a lavorare l’1 agosto per tutto il mese, ad eccezione di qualche giorno a cavallo di Ferragosto.

Potete comunque continuare a contattarmi telefonicamente per fissare nuovi appuntamenti tranne durante la settimana che andrà dal 24 al 29 luglio poiché non sarò reperibile telefonicamente.

Caterina Steri.

Ogni anno succede che con l’arrivo della calda stagione aumentino i problemi di ansia e gli attacchi di panico. Essi sono assolutamente curabili in diversi modi tra cui la psicoterapia. In alcuni casi i medici prescrivono una terapia farmacologica per tenere sotto controllo i sintomi. Ma se i farmaci non vengono associati ad un percorso psicoterapeutico che aiuti il paziente a gestire concretamente il problema e quindi a non averlo più, una volta che si smette di assumerli l’ansia nella maggior parte dei casi fa di nuovo capolino.

E’ come quando si ha mal di denti a causa di una carie. Se prendiamo ogni giorno gli antidolorifici potremo evitare di sentire dolore, ma se non togliamo il problema alla radice, appena finirà l’effetto dei farmaci il dolore tornerà. Se si decide di togliere la carie e curare per bene il dente, il problema passerà e non si avrà più bisogno dei farmaci; se invece si decide di tenere la carie, si è costretti ad aumentare le dosi degli antidolorifici e a diventarne schiavi.

Nei casi più gravi i disturbi d’ansia possono diventare invalidanti. Tanti ad esempio non riescono ad uscire più da casa, a stare soli oppure in mezzo alla folla o nei luoghi “chiusi”. L’evitamento di tutte queste situazioni non fa altro che aumentare e fomentare il disturbo che in questo modo si autoalimenta. Più ci si comporta da malati, più si diventa malati.

Tutto questo può già causare un’ansia anticipatoria (la paura di avere un attacco di ansia, che è spesso costituisce di per sé lo scatenarsi dell’ansia stessa).

Non è casuale che in questo periodo ci sia un aumento dei disturbi di ansia in quanto le condizioni climatiche estive (afa, umidità e in alcuni casi anche l’inquinamento), contribuiscono alla creazione di situazioni che possono essere facilmente scambiate con i sintomi tipici dell’ansia: eccessiva sudorazione, capogiri, spossatezza, sensazione di respirare male, di soffocamento, fame d’aria, svenimento, debolezza, tachicardia, sensazione di testa vuota, sbandamento.

Se non riconosciuti come effetti tipici della calura estiva, questi disturbi possono fomentare un circolo vizioso che alimenta lo svilupparsi della sintomatologia ansiosa.

Ne sono vittime più di tutte le persone già predisposte a questo genere di disturbo, ma in alcuni casi anche quelle che non hanno mai avuto esperienze di questo genere.

Quando ci si rende conto di non riuscire a gestire l’ansia o la paura che si presenti è meglio chiedere l’aiuto di un terapeuta così da imparare a riprendere il controllo sulla propria vita.

L’ideale sarebbe farlo prima di raggiungere situazioni di estremo malessere e paura, ma spesso le persone sottovalutano i fenomeni ansiosi pensando di poterli risolvere da sole e ritenendo superfluo e poco “dignitoso” richiedere l’aiuto altrui oppure pensano che una cura psicologica non sia altrettanto importante quanto una di carattere prettamente medico.

La guarigione dipende molto dalla gravità e durata del problema e dalle esperienze di vita che hanno contribuito a scatenarlo, ma in ogni caso può essere risolta.

 

Mag
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-05-2017

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Facciamo sempre di tutto per difendere le nostre abitudini, anche quelle più dannose. E nonostante capiti di prendere coscienza della loro tossicità, continuiamo imperterriti a seguirle. Anche a costo della nostra felicità.

Scrivo queste righe perché reduce da una giornata di colloqui, dove per coincidenza, o proprio perché atteggiamenti del genere siano tanto diffusi, il tema in questione è stato una sorta di filo conduttore.

E’ proprio vero che siamo “tossici” e dipendenti dalle nostre abitudini. Da un lato, ben vengano quelle che ci recano piacere, quelle che ci spingono ad amarci, ad amare, a rispettarci. Ma quando così non è che succede? Perché hanno così tanto potere su di noi? Ebbene si, le abitudini creano dipendenza, sono conosciute, prevedibili, proprio per questo costituiscono una confort-zone a cui è difficilissimo rinunciare.

Pensiamo ad esempio a quelle tante coppie che stanno assieme pur non amandosi, pur non soddisfandosi, ma accontentadosi dell’abitudine dello stare insieme. Di quei rituali che spesso non sopportano, ma che sono talmente conosciuti e prevedibili che nonostante tutto è meglio tenerseli. E questo perché? Perché spaventa non sapere cosa ci potrebbe essere al loro posto, spaventa l’ignoto. E diciamola, spesso spaventa dover rimettersi in gioco per creare un’alternativa, il cui esito non è assicurato. Senza ammettere che per alcune abitudini, qualsiasi alternativa sarebbe migliore.

Le abitudini ci danno dipendenza, ci assuefano e quando vengono spezzate, inizialmente possiamo stare male, solo perché entriamo in un processo di astinenza che ci rende insicuri e dubbiosi, ma una volta che questa fase viene superata, possiamo reputarci liberi.

Non abituiamoci quindi alle cose conosciute, o meglio, non accontentiamoci di esse solo perché tali. Anzi, proprio perché sappiamo che non ci possono soddisfare  e rendere felici, non adagiamoci su di esse, ma diamoci sempre un’alternativa migliore, per quanto faticoso possa sembrare il suo raggiungimento.

E per rispondere a chi a volte mi chiede che si fa in psicoterapia, oggi posso rispondere dicendo che essa serve per non accontentarsi di essere infelici, solo perché ne siamo abituati, ma ci aiuta a fare di tutto per raggiungere la felicità. Per vivere la vita da attori protagonisti, non per subirla passivamente illudendosi che esista solo un modo per stare sulla terra.

Apr
10
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 10-04-2017

Come tutti gli anni, in questo periodo, accompagnato dal cambiamento climatico e dall’aumento delle temperature posso registrare un aumento di prime visite in studio. Tra le persone che richiedono un aiuto non mancano quelle in preda a forti crisi diansia e veri e propri attacchi di panico.

Diverse sono le storie di ogni persona e i problemi con cui hanno a che fare: relazionali, sessuali,  molti disturbi d’ansia tra cui gli attacchi di panico, tanto improvvisi quanto spaventosi, per i quali si finisce al pronto soccorso dell’ospedale più vicino perché convinti di poter morire da un momento all’altro.

Ma quando poi i medici escludono qualsiasi tipo di malattia organica e diagnosticano l’attacco di panico cosa si può fare?

Alcune volte gli attacchi di panico possono non ripresentarsi più, ma nella maggior parte delle situazioni tornano puntuali associandosi ad eventi ben precisi. Chi ne soffre infatti tenta di evitarli accuratamente, rischiando di entrare in un regime quotidiano invalidante. Sta di fatto che per risolverli c’è bisogno di un aiuto professionale anche perché, come già detto, la sola paura che possano ripresentarsi può diventare fagocitante.

Ecco allora che si può chiedere un aiuto psicologico. I soli farmaci aiutano a controllare i sintomi, ma non lavorano sulle loro cause e quindi non risolvono fino in fondo il problema.

Non subito vengono riconosciuti, soprattutto le prime volte che si presentano e perché i sintomi possono essere molteplici e senza cause apparenti. E’ necessario sapere quindi quali siano le caratteristiche salienti:

  • aumento della frequenza cardiaca o palpitazioni
  • cefalea
  • dolori al petto
  • difficoltà di respirazione (dispnea), e affanno
  • rossore al viso e al petto
  • mani e piedi freddi e sudati
  • sudorazione generale
  • confusione mentale
  • formicolio o intorpidimento
  • paura e sensazione di svenire
  • sensazione di lingua e bocca asciutta e sapore metallico in bocca
  • tremori
  • vampate di calore o brividi di freddo
  • vertigini, stordimento, nausea, conati di vomito, senso di sbandamento
  • grida  e pianto
  • incapacità di comunicare ciò che si sta vivendo durante l’attacco
  • nodo alla gola
  • sensazioni di sogno o distorsione percettiva della realtà
  • percezione che non si è connessi al corpo o che si è disconnessi dal tempo e dallo spazio
  • sensazione che stia per accadere qualcosa di orribile e senso di impotenza per prevenirlo
  • paura di perdere il controllo e fare qualcosa di imbarazzante o di diventare matti
  • sensazione di morte imminente
  • sensazioni di rivissuto (deja-vu)

Durante l’attacco di panico il corpo passa attraverso gli stessi processi fisici di quando si trova in una situazione di reale pericolo, la differenza è che non è questo il caso.

Le conseguenze dell’attacco di panico sono molto pesanti e rendono la vita un vero inferno associandola a  depressione, forte senso di impotenza, frustrazione e paura che possa accadere.

Una volta riconosciuto occorre quindi ricorrere ai ripari lavorando su se stessi in modo tale da liberarsene totalmente, nonostante molti si convincano che non possano essere curati.

Anche la Psicoterapia Strategica Integrata è adatta al trattamento di questi disturbi. Occorre aiutare il paziente a spezzare le dinamiche che hanno dato vita all’attacco di panico rendendolo attivo nel suo percorso terapeutico. La guarigione dipende molto dalla gravità e durata del problema ma soprattutto dalla volontà del paziente di far fronte al problema.

Apr
03

Ultimamente sono stata molto impegnata nel coltivare una nuova esperienza professionale, che già da anni mi ha affascinato ma che per un motivo o per l’altro ho dovuto sempre rimandare.

Mi riferisco al metodo dell’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing), basato sulla desensibilizzazione e rielaborazione degli eventi traumatici attraverso i movimenti oculari.

Nato a fine degli anni ’80 l’EMDR è stato utilizzato per il trattamento del trauma e poi esteso anche alle problematiche legate allo stress: la depressione, l’ansia, le fobie, il lutto, i sintomi somatici e le dipendenze.

E’ un metodo scientificamente provato applicabile a tutte le fasce di età, che attualmente viene usato da terapeuti sparsi in tutto il mondo, me compresa, e documentato attraverso vari studi neurofisiologici. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto in modo ufficiale l’EMDR come un trattamento efficace per il trattamento di traumi psicologici e del disturbo post traumatico da stress.

Esistono diversi tipi di trauma, da quelli maggiori come una violenza subita, lutti improvvisi, attentati, terremoti e altri che possiamo patire senza nemmeno renderci conto che siano tali, ad esempio un’umiliazione subita o delle brusche relazioni con delle persone significative durante l’infanzia.

Tutte le persone reagiscono a modo loro ad eventi del genere, anche dopo anni, spesso sviluppando sintomi di diversa natura, perché il ricordo del trauma viene immagazzinato in memoria in modo disfunzionale, dando appunto delle conseguenze disagianti e patologiche,come ad esempio crisi di ansia. Tali sintomatologie non vengono sempre attribuite a quei traumi “antichi”, ma a delle situazioni precipitanti che hanno fatto esplodere il malessere. Ad esempio, la fine di una relazione, il licenziamento, un’esperienza sessuale andata a male possono dare il via ai sintomi, che sicuramente trovano le loro radici in tempi passati.

E’ stato dimostrato scientificamente, oltre che a livello emotivo e fisico (il classico nodo alla gola, nausea continua, mal di stomaco, rush cutanei, disturbi sessuali), che le conseguenze di ricordi traumatici immagazzinati nella memoria in modo disfunzionale possono manifestarsi anche a livello cerebrale attraverso un volume ridotto sia dell’ippocampo che dell’amigdala.

Gli eventi traumatici non elaborati in modo adattivo condizionano negativamente nel tempo la quotidianità delle persone perché rimangono intrappolati nel cervello senza potersi integrare con i vissuti positivi di cui la persona ha fatto esperienza.

Con l’ausilio dell’EMDR lo psicoterapeuta individua i ricordi o le  immagini traumatici, effettuando su di essi uno specifico lavoro di rielaborazione attraverso l’uso di specifici protocolli ad hoc che si basano sulla stimolazione bilaterale dei lobi cerebrali: un movimento delle dita da seguire con gli occhi o un tamburellamento sulle mani o ginocchia del paziente.

Da esami specifici si può vedere come “intervenire direttamente sull’elaborazione di questi eventi traumatici abbia un effetto anche nella neurobiologia del nostro cervello” (emdr.it) Infatti le ricerche dimostrano che “prima del trattamento EMDR nel cervello si attivano durante la rievocazione del trauma le aree limbico emozionali, mentre dopo il trattamento si attivano le aree cognitive” facendo si che il ricordo traumatico venga vissuto in modo più distaccato e senza lo stravolgimento emotivo di cui era caratterizzato fino al momento del trattamento.

L’EMDR accompagna la psicoterapia, è uno strumento in più, proprio per questo deve essere usato da personale specializzato.

Per maggiori informazioni vi rimando al sito ufficiale dell’EMDR in Italia, www.emdr.it in cui potete documentarvi ampliamente e trovare l’elenco degli psicoterapeuti a cui potete rivolgervi qualora crediate che possa aiutarvi un lavoro specifico con questo metodo.

 

Mar
13
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 13-03-2017

Una delle domande più frequenti che mi viene rivolta dai pazienti è quella che indaga su come io riesca a non portarmi a casa tutti i problemi delle persone che seguo.
Tutto questo crea molta sorpresa ai loro occhi.
In realtà, anche noi terapeuti veniamo colti da stanchezza e assorbiti dai casi che seguiamo, soprattutto quelli che possono “riportarci” mentalmente ed emotivamente a questioni personali.
Ma in realtà, per essere bravi professionisti e per arrivare a tollerare quotidianamente diverse storie, abbiamo alle spalle anni di formazione professionale e di addestramento molto duri. Per non parlare del percorso di psicoterapia individuale e di supervisione passati e a cui periodicamente possiamo far ricorso.
Non siamo macchine, ma allo stesso tempo non siamo nemmeno spugne e “vomitatoi” nei quali le persone possano riversare tutto i loro dolori per farceli assorbire passivamente.
Una vera professionalità si basa non solo nel riuscire a lavorare sugli altri (obiettivo principale del nostro lavoro), ma anche sul riuscire a confinare vita lavorativa da quella privata. Sarebbe un vero e proprio dramma non riuscire a farlo perché il rischio maggiore diventerebbe proprio quello di non vivere a pieno la propria vita che sarebbe caratterizzata da una mancanza di confini e una contaminazione totale tra i suoi diversi ambiti.
Noi psicoterapeuti ci alleniamo quindi a riconoscere i nostri sentimenti in modo tale che l’atteggiamento del paziente sia trattato ai fini del suo benessere e non dei nostri vissuti. Tutto ciò attraverso un intervento neutrale.
Se perdiamo di vista il tipo di dinamica che si instaura con i pazienti rischiamo un vero e proprio contagio emotivo. Ciò non si traduce nel fatto che ci viene prescritto di non vivere emotivamente ciò che ci viene riportato, ma deve essere fatto in modo empatico, ovvero mettendolo sempre al servizio dell’altro.
Proprio per questo abbiamo il dovere di conoscere il più possibile noi stessi e di stare costantemente a contatto con i nostri vissuti. Allo stesso tempo, dobbiamo saper distaccarcene per mettere a disposizione le nostre risorse intellettuali nel modo più professionale possibile.
Allora che dire a chi mi chiede se il mio lavoro “mi ansia” o meno?
Dico che non è facile stare quotidianamente a contatto con vissuti problematici, ma so di poggiarmi su fondamenta professionali e personali che permettono di schermarmi dai dolori altrui e di lavorarci su con il massimo dell’oggettività possibile. Aggiungo anche quanto sia fonte di orgoglio ed ispirazione vedere come i disagi altrui possano convergere in situazioni positive e di benessere e sapere che il cambiamento in tal senso sia frutto dell’interazione tra la mia professionalità e la volontà delle persone di prendere in mano attivamente la vita rendendola migliore.
Aggiungerei infine che il fatto di fare un lavoro che mi appassiona lo rende molto meno difficile di quello che a tanti potrebbe apparire.

Gen
23

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I nostri desideri non sempre si avverano come e quando vorremmo e questo ci pone di fronte a continui sforzi e tentativi per cercare di concretizzarli. Tra questi è compresa la nascita di un figlio.

Sono diversi i casi con cui mi ritrovo a lavorare ogni giorno e quello che vedo emergere di più è un forte senso di frustrazione. Coppie e soprattutto donne che si guardano attorno, vedono altre coppie con figli al seguito, alcuni nemmeno programmati e si chiedono il perché a loro una tale esperienza venga negata.

E sono frequenti i casi in cui non vengono evidenziate delle cause organiche specifiche all’impedimento di una fecondazione ma che vengono denotati come infertilità di coppia. Da un lato sanno che è un bene, perché vuol dire che si è sani, dall’altro appare un forte senso di spaesamento e la ricerca di un’ipotetica causa da spiegarsi.

Ci sono coppie che accettano di buon grado questa condizione, pensando che non sia destino, che Dio abbia deciso così. Si danno delle spiegazioni metafisiche e continuano ad andare avanti nella loro vita senza sentirne ossessivamente il peso e godendo comunque della situazione familiare a due.

Altre invece non riescono a ragionare in tal modo. Pensano di subire una punizione divina, si frustrano, si arrabbiano e si disperano. Continuano a fare indagini diagnostiche, si pongono ininterrottamente domande a cui non hanno risposte esaustive.

Spesso, soprattutto tra quest’ultimo genere di coppia, ci sono quelle che decidono di passare all’aiuto della medicina, ad esempio con stimolazioni ormonali specifiche o la FIVET (Fertilizzazione in Vitro con Embryo Transfer), ovvero la fecondazione in vitro dell’ovulo con il successivo trasferimento dell’embrione così formato nell’utero della donna. Oppure, c’è chi decide per l’adozione.

Queste soluzioni possono richiedere tempi molto lunghi e spesso costosi. Per la FIVET purtroppo non è detto che la gravidanza vada in porto al primo tentativo, per l’adozione ci si trova a dover affrontare iter burocratici lunghi, frustranti e dall’esito incerto. Serve quindi una forte motivazione per mandare avanti entrambe le ipotesi e una forte complicità nella coppia per affrontare tutto lo stress contingente in modo costruttivo.

Sono le donne in genere a risentirne di più perché si trovano a fare i conti con l’età i cui effetti sono più rilevanti che negli uomini. Inoltre tendono a manifestare un vuoto vissuto come incolmabile, forse dovuto al fatto che la natura ha incaricato loro di mandare avanti una gravidanza e anche perché gli uomini, hanno statisticamente molte più possibilità di procreare rispetto ad esse.

I casi di infertilità di coppia, soprattutto quelli in cui non ci sono cause organiche evidenti, possono mettere in crisi le coppie e se non sono ben coese e mature purtroppo possono portare a conseguenze molto forti. La ricerca della gravidanza in questi casi può diventare una vera e propria crociata, l’elemento centrale della vita di coppia organizzata tra visite mediche, burocrazia, ricerche e spese continue.

Le coppie che si trovano a dover fare i conti con situazioni del genere spesso perdono tanto del piacere dello stare insieme. La stessa sessualità rischia di essere praticata solo in funzione di una possibile gravidanza.

Sono coppie o donne, raramente succede al singolo uomo, che richiedono anche un aiuto psicologico per affrontare tutto questo. A volte la richiesta è anche quella di un aiuto psicologico a non vivere la situazione come un’ossessione di cui si è diventati schiavi consapevoli.

L’obiettivo di un lavoro psicologico del genere è quello di aiutare a far convivere la ricerca di una gravidanza con tutto ciò che di buono e positivo c’è nella quotidianità, che spesso viene perso di vista e messo in secondo piano. Un altro scopo è quello di aiutare a sentirsi o risentirsi una famiglia a due e riscoprire il motivo per cui la coppia è nata.

Non è facile affrontare situazioni tali, non rimanere incastrati nella rete della frustrazione e della ricerca ossessiva della gravidanza, per questo occorre non perdere di vista la coppia, le sue risorse e la possibilità di progetti futuri che non siano solo quelli della genitorialità.

Senza contare che spesso, quando si da spazio ad altro il figlio inaspettatamente arriva.