Ott
16

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Come al solito, uno dei temi di cronaca ricorrenti è quello degli abusi sui minori. Un aspetto sconcertante di queste vicende è proprio quello che li vede vittime di carnefici molto vicini alle famiglie, a volte all’interno delle stesse, e riguardano persone a cui i minori stessi vengono affidati dalle figure parentali. Molte persone che ascoltano storie del genere non riescono a capire come facciano le vittime (questo vale anche per quelle adulte), a tenere nascoste le loro esperienze di abusi per lunghi periodi, un caso attuale è quello della palestra di Lonato del Garda in provincia di Brescia.

In merito a questo ci sono diverse spiegazioni.

Essendoci le famiglie di mezzo può sembrare normale alle piccole vittime quel tipo di esperienze  perché non conoscono altre realtà familiari.

I bambini hanno bisogno per la loro sopravvivenza di fidarsi dei genitori e di conseguenza delle persone a cui questi li affidano. La loro vita dipende dalle figure adulte di accudimento e non “possono” concepire che siano inadeguate. Viene più facile quindi convincersi che l’abuso sia avvenuto perché hanno fatto loro qualcosa di sbagliato più che pensare che possano essere stati i genitori a far qualcosa di dannoso nei loro confronti. Si tenderà quindi a sviluppare la convinzione che si è sbagliati e la si trascinerà anche fino all’età adulta, con tutte le conseguenze che ne vengono. Da qui poi potrebbe scaturire il senso di colpa per ciò che è successo.

Ce lo raccontano chiaramente le vittime degli abusi del maestro di karate della palestra del bresciano: “[…] ha spiegato la ragazza – inizialmente ti faceva sentire più forte e più bella poi diventava morboso. Mi sono sempre sentita in colpa per quello che è successo, mi sto portando dietro questi pensieri che mi fanno stare male anche ora che sono diventata maggiorenne” (Fonte Tiscali News)

Ci si vergogna poi, tuttavia non si riesce ad uscirne perché si sa che si sta subendo qualcosa di sbagliato ma manca il coraggio di dirlo, spesso anche per non deludere i genitori,  per paura di non essere credute o per proteggere la famiglia stessa. Tempo fa una mia paziente mi raccontò di non aver mai detto ai suoi genitori degli abusi subiti da un familiare per non causare loro del dolore e per paura che il padre punendo l’aguzzino fosse potuto  finire in prigione.

Un’altra fonte di vergogna può essere dovuta al piacere fisico che è possibile provare nel subire gli abusi: per questo le vittime si autocondannano. Per aiutarle in tal senso durante le sedute con loro non manco mai di spiegare che se certe parti del corpo vengono stimolate, soprattutto quelle erogene, esse fisiologicamente si eccitano, indipendentemente dalla volontà e pur essendo in situazioni tali.

Ricordiamoci poi che gli aguzzini esercitano sui minori una forte influenza psicologica da cui è estremamente difficile slegarsi. Stiamo pur sempre parlando di un adulto che esercita il suo potere su un minore. Una situazione che non viene assolutamente vissuta ad armi pari. Un esempio è la ragazzina del caso di Lonato del Garda che si è detta innamorata del suo aguzzino e ha accusato i genitori di essere dei mostri e traditori per averla allontanata da lui. Senza riconoscere di essere finita in un giro di abusi e prostituzione minorile.

Tutti questi vissuti sono strettamente legati al trauma subito. Fortunatamente esistono validi strumenti per aiutare le persone a riprendersi da esperienze così pesanti come la psicoterapia e l’EMDR strumento adatto a sbloccare il trauma e le credenze sbagliate che segnano la vita di un individuo abusato.

Occorre da un lato aiutare la vittima e portar fuori la problematica e dall’altro a depotenziare i ricordi traumatici rassicurandola anche del fatto che siano ricordi e che ora possa sentirsi al sicuro.

E’ un lavoro doloroso che viene fatto a quattro mani, quelle della vittima e quelle del professionista che si basa fondamentalmente su una relazione terapeutica di estrema fiducia. E’ un lavoro che serve a far si che chi ha vissuto esperienze così traumatiche e destabilizzanti come quelle di abusi, possa riprendere in mano la propria vita e le relazioni interpersonali non sentendosi più sporco, ma capendo che sono stati i loro aguzzini a comportarsi in modo scorretto approfittando di chi non poteva difendersi da solo.

 

Ott
02
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 02-10-2017

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Tante donne affrontando la gravidanza e la nascita di un figlio provano risentimento nei confronti del marito:  colui che godendosi momenti di piacere le ha messe incinta lasciando loro  la fatica della gravidanza e della maternità. Un pensiero a volte irrazionale, ma che può presentarsi anche quando la gravidanza è stata programmata.

E mentre la rabbia e la frustrazione aumentano la maggior parte delle donne pensano di essere dei mostri nel provarle anche perché colpevolizzano i compagni per la fatica, il dolore e le limitazioni oggettive che l’esperienza della gravidanza e della maternità possono dare. Si vivono quindi sentimenti ambivalenti di amore e odio verso colui che si ama e con cui si è scelto di stare “nella buona e nella cattiva sorte”.

Abbiamo combattuto tanto per la parità dei sessi, però proprio nella nascita dei figli i ruoli sono totalmente divisi. C’è poco da girarci attorno, diciamolo.

Alcune donne la vivono come l’esperienza migliore al mondo, altre invece come un compito che spartirebbero o cederebbero ben volentieri ai loro coniugi. Forse fa arrabbiare proprio il fatto che certe cose possono/devono esser compiute dal sesso femminile. E da alcune viene vissuto più come un dovere che opportunità.

Ciò non vuol dire che le future neo mamme siano mostri perchè provano questi vissuti emotivi, ma solo che abbiano delle fragilità e paure dovute a tanti motivi. Ad esempio la sensazione di dover rinunciare alla libertà personale o di perdere l’amore del compagno.

Certe conoscenze poi non aiutano in tal senso. Alcune persone infatti pare abbiano il compito di esercitare un terrorismo psicologico non da poco verso chi si appresta a vivere l’esperienza della maternità. Individui (che possono essere parenti ed amici), che senza un minimo di sensibilità riescono contemporaneamente a congratularsi perché vi accingete a vivere una delle esperienze migliori al mondo e poi  dicono che è l’inizio della fine. Paradossale direi. E poi si scopre che sono quelle persone che usano il ruolo genitoriale per avere la scusa per “non fare”. ” Perché sai, con i figli non si può più”.

Quindi, onde evitare ulteriori stress, meglio ridurre ai minimi termini gli incontri con queste persone, almeno fino a che non sarete più serene e meno influenzabili dalle parole altrui.

Per fortuna ci sono anche quelle persone che invece dimostrano quotidianamente come la vita vada avanti assieme e nonostante la prole.

Dalle testimonianze avute in studio e non solo, mi pare che le donne che hanno un livello culturale più alto sentano particolarmente questo disagio. O forse sono quelle che si concedono maggiormente di parlarne? La cosa che dispiace e che i mariti talvolta vengano descritti come dei veri e propri imbecilli ignari di tutto. Ma sarà sempre così? O forse, se è pur vero che loro non provano le nausee e possono continuare a dormire mentre le mogli allattano, non c’è davvero nulla di buono che possano fare per alleggerire il carico della genitorialità?

Fortunatamente esistono i casi dove anche i signori papà si dedicano spontaneamente e in modo efficiente all’accudimento delle mogli e dei figli. Soprattutto le coppie che hanno solide basi riescono a rimodularsi nei loro nuovi compiti senza perdere di vista la coppia originale e senza farla entrare in contrasto con quella genitoriale.

E’ vero che la nascita di un figlio è un momento critico, ma come ho sempre detto, è proprio nei momenti di crisi che traspare la qualità della relazione stessa.

Quindi signore, penso si possa parlare liberamente con i mariti dei sentimenti ostili che provate nei loro confronti. E voi signori maschi, potete riuscire a capire quali siano le difficoltà oggettive provate dalle vostre compagne cercando di stimolare un lavoro di squadra, ricordandovi che quelle affianco a voi non sono solo mamme stanche ma quelle donne di cui vi siete innamorati e con la quale avete deciso di vivere la vostra vita.

E voi neo mamme, affidate al vostro uomo le cose che può fare, compresa la cura del vostro bebè. Fatevi coccolare, perché dell’amore non ne ha bisogno solo il nascituro, ma anche voi. E’ vero che diventare coppia genitoriale può essere un bel salto nel vuoto, ma ricordatevi che essa non esclude il proseguo di quella relazionale iniziata a prescindere dall’idea di diventare genitori.

Chiedete aiuto già prima di arrivare allo stremo delle vostre forze e se vi sentite la casa invasa da amici e parenti e avete la necessità di vivere la coppia mentre il bebè dorme, lasciate gli altri fuori dal portone.

Sono i vostri sentimenti contrastanti che vi fanno paura, in parte fomentati dalle tempeste ormonali in corso, in parte dalla grossa responsabilità che vi sentite addosso. Non condannatevi per questo, cercate di parlarne con il vostro compagno e quando non vi basta, anche con un esperto.

Manifestare i propri limiti e le proprie paure può essere sinonimo di forza e di voglia di migliorare la situazione quindi non sentitevi in colpa nel prendervi cura di voi come donne. Più riuscirete a  sentirvi tali più i sentimenti contrastanti verso il vostro lui passeranno. Concludendo, come recita uno psicologo americano: ”Pensate come gli uomini e fate la doccia impunemente. Non sentitevi in colpa! Un uomo non si sente e non si sentirà mai in colpa per una doccia. Sentirsi sempre in colpa non è mettere i bisogni altrui prima dei propri, bensì una malattia trasmessa quasi esclusivamente dal doppio cromosoma X. Donne, andate sotto la doccia, chiudete la porta del bagno a chiave, aprite i rubinetti e non guardatevi indietro!”

 

Set
25
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 25-09-2017

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Una delle cose che mi viene rimandata spesso durante i primi colloqui in studio è il sentirsi finalmente  ascoltati, cosa che al di fuori di quelle mura è difficile vivere. Noi terapeuti dovremmo essere bravi ad ascoltare le persone che dandoci fiducia chiedono il nostro aiuto, altrimenti non potremmo fare degnamente questo mestiere. Ma mi rendo conto che al di fuori della sfera professionale la questione può farsi molto più complicata in quanto non abbiamo a che fare con relazioni unidirezionali come quella tra terapeuta e paziente in cui il primo si mette a totale disposizione del secondo dandogli uno spazio e dei tempi esclusivi. Nelle relazioni esterne allo studio ci sono altre variabili che entrano in gioco come l’emotività, la non formazione all’ascolto, la reciprocità del rapporto stesso.

Capita infatti di parlare ogni giorno con diverse persone, ma non tutte ascoltano ciò che diciamo. O meglio, sentono le nostre parole, ma non si sa quanto ne tengano conto davvero. Cioè, quante di esse riescono davvero ad accogliere ciò che diciamo e ad interessarsene favorendo un dialogo costruttivo?

Ci sono ad esempio quelle che chiamano per sapere come stiamo e poi, quasi non lasciandoci il tempo di rispondere, stanno già raccontando di sé. Poi abbiamo quelle che fanno spudoratamente finta di ascoltare, ma il loro stitico annuire a monosillabi fa capire che non stanno assolutamente seguendo il discorso. O quelle che ad ogni nostro verbo si sentono in obbligo di  sputare una sentenza immediata, un “secondo me”…  e naturalmente esistono anche quelle che sono davvero interessate a ciò che diciamo.

Insomma, tanti possono essere i nostri interlocutori e ognuno con le proprie modalità.

Non possiamo quindi dare per scontato che tutte le persone con cui comunichiamo siano disposte a costruire con noi una vera e propria comunicazione reciproca.

In realtà, saper ascoltare è molto difficile, come disse Goethe “è un’arte”, poiché non implica solo immagazzinare delle parole attraverso l’udito, ma anche prestare attenzione e concentrarsi su esse stando nella maggior parte dei casi in un rispettoso silenzio, accogliendo empaticamente ciò che ci viene detto senza giudizi e pregiudizi. In questo modo riusciamo a creare un vero e proprio dialogo.

Sapendo queste poche cose, possiamo capire quindi chi è che ci ascolta davvero, se noi riusciamo ad essere dei bravi ascoltatori e quali siano le persone con le quali ci viene più facile.

Set
11
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 11-09-2017

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Purtroppo le violenze sulle donne, e non solo, fanno parte delle notizie quotidiane.

Sono troppi tutti questi episodi e sembra sempre troppo poco ciò che si fa per prevenirli, anche perché la maggior parte delle volte se ne parla a tragedia avvenuta. Oltre a tutto, mi pare di notare una sorta di clima di assuefazione e di polemiche spesso troppo poco costruttive e tanto meno preventive.

La violenza sulle donne, parlo di questa perché è sicuramente più diffusa e può coinvolgere qualsiasi categoria del genere femminile, assume diverse modalità, più o meno esplicite. Ne abbiamo testimonianza tramite i media e i racconti che ci vengono fatti direttamente o no da chi ne è coinvolto in prima persona.

Tra le varie modalità con cui può manifestarsi la violenza abbiamo quella fisica in cui le azioni sono rivolte intenzionalmente a fare del male fisico alla vittima.

La violenza psicologica è quella che danneggia l’identità della donna. Può essere veramente difficile da riconoscere e facile da scambiare con la semplice normalità. Ad esempio quando un marito svaluta e denigra costantemente la moglie non sta facendo altro che attuare una violenza psicologica su di essa, ma in molti contesti familiari si può essere talmente abituati a questa modalità da considerarla “normale”.

Abbiamo poi quella sessuale che comprende l’imposizione di pratiche o rapporti sessuali indesiderati che ledono non solo il corpo, ma anche la mente e la dignità delle vittime che si sentono enormemente umiliate.

Lo stalking, che avviene come forma di controllo nei confronti di una vittima da cui si è stati rifiutati, che può essere più o meno esplicito, ma che se non fermato in tempo può sfociare in tragedia.

Esiste anche una violenza economica. Anch’essa può risultare difficile da identificare perché ad esempio, è scontato che la gestione delle finanze familiari venga gestita e conosciuta solo dagli uomini e alle donne venga negato o limitato l’accesso alle finanze del nucleo. Soprattutto quando l’unico introito economico deriva dal marito, che abitualmente si oppone all’autonomia e alla carriera della consorte.

Nonostante le notizie parlino molto di violenze da parte di stranieri nel territorio italiano, non bisogna trascurare che la maggior parte di esse avviene all’interno delle mura domestiche e che non tutte vengono denunciate per motivi che vanno dalla vergogna, alla rassegnazione, al non riconoscimento, all’isolamento familiare e sociale imposto.

Un’altra forma di violenza che aggiungerei a questo discorso, e che non si limita solo alle donne, ma a tutto ciò che è “diverso”, è quella che viene esercitata sui Social Network, sia verso chi non è conosciuto, sia verso persone famose. A proposito di queste, mi vengono in mente due casi molto noti in cui sono rimaste vittime l’opinionista e blogger Selvaggia Lucarelli e la Presidente della Camera Laura Boldrini. Parlo di questi per citarne due, ma penso che la lista sarebbe davvero lunga.

Spaventa la facilità con cui, rispetto al pensiero di qualcuno, ci si accanisca fortemente e crudelmente, augurandogli il peggio delle violenze con messaggi ed insulti in cui si spera che venga stuprato, picchiato, abusato nella maniera più becera possibile.

Il tutto perché? Secondo me, non solo perché non si è d’accordo con il pensiero altrui, ma perché si è convinti di poter dire di tutto grazie alla copertura dello schermo di uno smartphone o un di un pc. E la cosa che mi colpisce è che nella mischia non troviamo solo uomini codardi e malvagi, perché di questo si tratta, ma anche donne. Le donne che per anni hanno subito le insidie peggiori della crudeltà maschile per conquistare i loro stessi diritti e che ancora non sono riuscite appieno nell’intento. Quelle donne capaci di dare alla luce altre vite e che si scagliano così furiosamente verso altre donne.

So bene che poi, allo scoperto, senza la mediazione dei social, la maggior parte di questi individui non avrebbe alcun coraggio (se di questo possiamo parlare) a scrivere certe crudeltà. Lo ha provato ad esempio la stessa Lucarelli intercettando telefonicamente i suoi aggressori telematici, che a voce hanno provato a ritrattare tutto quanto.

Quindi si, dobbiamo assolutamente condannare gli stranieri che stuprano le donne al parco o in spiaggia, i mariti che abusano delle mogli, gli stalker. Ma non dimentichiamoci di condannare anche quelli che si prendono impropriamente il diritto di insultare in modo efferato augurando il peggio a qualsiasi donna o persona in genere solo perché si illude di averne il potere dietro ad uno schermo. E solo perché in quelle occasioni non capisce che sarebbe meglio il silenzio che riempirsi la bocca di tali crudeltà. Se non cercassimo di spegnere questi avvenimenti in ogni modo possibile allora il rischio sarebbe di diventare anche noi complici di queste violenze.

 

Ago
28
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 28-08-2017

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Oggi è l’ultimo lunedì di agosto e a giudicare dai social network alcuni non stanno prendendo bene la cosa..

C’è chi dice che sia già traumatico il lunedì in se’, se poi è l’ultimo di agosto e corrisponde alla ripresa della routine quotidiana da cui per giorni o settimane ci si è allontanati risulta ancora più pesante da vivere.

Spesso la sensazione è quella  di non riuscire a seguire tutti gli  impegni e di essere più fiacchi di prima, soprattutto se ci si mettono disturbi come insonnia, emicrania nervosismo e abbassamento del tono dell’umore. Reazione abbastanza naturale, considerato che corpo e mente hanno bisogno di tempo per rimettersi in moto e desiderano solo non dover rientrare in modo traumatico nel solito vortice quotidiano.

Stiamo parlando di una sindrome da rientro vacanziero che solo nei casi più gravi può protrarsi a lungo. Altrimenti tutto passa nel giro di qualche giorno.

Durante le ferie infatti l’organismo si è adattato pure a livello fisiologico (spegnendo i centri deputati all’elaborazione dello stress), ad abitudini meno stancanti ed esigenti di quelle solite. Quando queste si riprendono improvvisamente, è normale che si impieghi più tempo a recuperare il ritmo.

Lo so che gli impegni lavorativi o i figli piccoli… non aspettano il “dolce risveglio”, ma almeno potete provare, sulla scia del clima vacanziero a stare più con voi stessi e con la voglia di stare bene. Ricordatevi che stare bene dovrebbe essere una condizione di normalità e non un’eccezione. Proprio per questo abbiamo il diritto e il dovere di coltivare il nostro benessere.

Impegnatevi a fare un po’ di attività sportiva e se vi capita, evitate di prendere l’ascensore e fate le scale (anche questo è movimento). Quando potete, concedetevi una pausa anche solo di cinque minuti per rilassarvi e ascoltare la musica che vi piace. Aspettate il fine settimana per organizzare una cena, uscire da casa per svagarvi, concedervi una gita fuori porta.

A poco a poco le energie ritorneranno, intanto aiutiamole come si deve a riemergere e tutti i vostri impegni verranno rispettati come al solito.

Lug
31
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 31-07-2017

Dopo due settimane di pausa lavorativa da domani riprenderò i colloqui negli studi di Cagliari e Nuoro.

Per me l’ideale è fare una pausa ad agosto o a settembre, ma quest’anno per motivi personali non mi è stato possibile, sono quindi a disposizione per tutto il mese per rispondere alle vostre e-mail e telefonate qualora abbiate bisogno di fissare un appuntamento, chiedere informazioni riguardo al mio lavoro (NO SMS – NO CHAT) e per accogliervi nelle mie sedi di lavoro.

Per i nuovi articoli sul blog vi rimando invece al mese di settembre.

Auguro a tutti voi una splendida giornata e un ottimo proseguimento della stagione estiva,

Caterina Steri.

Lug
10
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 10-07-2017

Come molti di voi sapranno l’estate è la mia stagione preferita.

Sono una di quelle persone a cui piacciono il caldo e le lunghe giornate di sole. Senza parlare poi del forte legame che ho con il mare che mi fa apprezzare ancor di più la stagione in corso.

Siamo ormai a luglio inoltrato e le temperature si mantengono sempre alte,ma  mi viene da dire, nonostante tutto, pure troppo, considerato che il mio fisico e la mia mente devono abituarsi alla calura e aspettare l’arrivo delle ferie per poter riposare.

Penso che per la maggior parte delle persone lo sforzo richiesto per lavorare sia maggiore perché oltre al dover fare i conti con le alte temperature si faccia sentire anche la stanchezza di mesi lavorativi senza interruzione.  Occorrono, quindi, maggiore concentrazione e un buono stato di salute per affrontare al meglio questo periodo. Spesso la stanchezza e l’astenia, il senso di debolezza e fatica che si avvertono anche a riposo si aggravano con il caldo e le energie scarseggiano.

E’ questo un meccanismo fisiologico parecchio comune in quanto l’organismo impiega grosse energie a mantenere costante la  propria temperatura interna, per garantire un funzionamento ottimale di tutti i vari processi che lo tengono in salute.

Ad esempio, i vasi sanguigni si dilatano per disperdere più calore interno possibile, riducendo la pressione arteriosa che fa sentire particolarmente “deboli” e poco reattivi.

Attraverso il sudore vengono persi acqua e sali minerali preziosi per l’efficienza dell’organismo, come il potassio e il magnesio e la perdita di liquidi può causare disidratazione che porta a stanchezza muscolare e difficoltà di concentrazione.

A volte condividere la propria stanchezza e concedersi cinque minuti in più di riposo può essere di aiuto, per non sentirsi del tutto soli in un periodo in cui si può essere giù di tono e per approfittare per rilassarsi un po’.

Chi ha la fortuna di vivere vicino al mare od altri posti di villeggiatura, pur non avendo lunghe ferie può godere anche di poche ore libere per rifocillare mente e corpo. Così come faccio io in attesa di una pausa estiva e godendo della mia amata isola.

Così chiudendo vi informo che mi asterrò per due settimane dall’attività in studio a partire dal 17 luglio e riprenderò a lavorare l’1 agosto per tutto il mese, ad eccezione di qualche giorno a cavallo di Ferragosto.

Potete comunque continuare a contattarmi telefonicamente per fissare nuovi appuntamenti tranne durante la settimana che andrà dal 24 al 29 luglio poiché non sarò reperibile telefonicamente.

Caterina Steri.

Lug
03
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 03-07-2017

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Viviamo delle relazioni che spesso ci convincono che saranno per sempre e poi per infiniti motivi la realtà potrebbe non corrispondere alle nostre aspettative ponendoci di fronte alla decisione di doverle chiudere. In questi casi le modalità sono diverse. C’è chi interrompe tutti i rapporti con l’ex e chi invece decide di “supportarlo” in questa fase di distacco.

Di una cosa però sono convinta: non possiamo consolare i nostri ex. In fin dei conti siamo noi la causa del loro dolore. Noi e tutto ciò che significhiamo agli occhi e al cuore dell’altro: il fallimento e la fine della storia.

Ma soprattutto, ci siamo mai chiesti perché ci sentiamo in dovere di consolarli?

Per senso di colpa, per avere la coscienza pulita? In fin dei conti si può esser convinti di non aver rispettato il patto d’amore stretto in precedenza.

Per controllare l’altro perché potrebbe infastidirci che riesca a riprendersi in fretta?

Perché serve sapere di piacergli ancora, un po’ come se avessimo bisogno di un piccolo bocconcino quotidiano da fornire all’autostima?

Capita inoltre che pur sapendo di aver fatto la cosa giusta, la paura della solitudine è sempre li che ci accompagna? E allora, dietro la consolazione dell’altro ci concediamo una piccola dose di compagnia. Un po’ come coloro che affermano di aver smesso di fumare nonostante continuino a concedersi ancora una sigaretta al giorno.

Sono davvero tante le motivazioni che ci spingono a consolare le persone che lasciamo, ma nonostante tutto l’utilità di questa dinamica lascia davvero il tempo che prova.

Consolare l’altro significa non dargli la possibilità di voltare pagina, di non illudersi che tutto possa sistemarsi a favore di un ritorno di coppia. Significa che anche per noi la chiusura venga fatta a metà, mettendo in standby un processo a cui abbiamo dato inizio ma che non riusciamo o vogliamo portare avanti. E allora impariamo ad essere degli “egoisti sani” e se davvero siamo convinti della nostra scelta tagliamo quel cordone ombelicale e apriamoci ad un nuovo capitolo della nostra vita permettendo anche all’altro di farlo. Non nascondiamoci dietro alla scusa di rimanere amici. Questo all’inizio non sarà possibile, se non dopo aver imparato ad essere entrambi indipendenti l’uno dall’altro e non in tutti i casi potrà comunque accadere.

Non possiamo prenderci cura dell’altro se non passiamo prima attraverso la cura  del nostro benessere e della nostra autonomia. E non possiamo prenderci cura di chi abbiamo lasciato proprio perché con lui o lei non eravamo felici.

Giu
26
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 26-06-2017

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Ultimamente ho diminuito le pubblicazioni sul blog a causa di vari impegni di lavoro e trasferte a Roma per continuare la mia formazione professionale. Senza contare i vari cambiamenti a livello personale degli ultimi mesi.

Mi manca molto poter dedicare più tempo a questo spazio, ma mi rendo conto che pur volendo, non possiamo fare tutto nello stesso tempo. E’ quindi, anche se ammetto che a volte mi costa dover “rallentare” nel fare tutto ciò che vorrei in tempi ristretti, ho capito che in questo momento è meglio così. Anche perché, con il giusto aiuto, ho capito che a volte il termine “rallentare”, non ha solo un’accezione negativa in se, ma  significa “autoregolarsi” sulla base di quelle che possono essere le situazioni di vita che vengono a presentarsi in certi periodi. Ci sono momenti in cui alcune priorità si sostituiscono ad altre e sarebbe quindi una forzatura ignorarle per seguire forzatamente i soliti schemi a cui siamo abituati. Lo so, è difficile farlo, ma forse per riuscirci potremmo considerare come nostra priorità principale ed assoluta il nostro benessere personale, per raggiungere il quale spesso dobbiamo passare attraverso strade diverse. Strade nuove, a cui non siamo abituati ma che sono necessarie per stare bene. Perché a volte quelle solite, che sono state altamente funzionali in passato e magari lo saranno anche in futuro, nel nostro presente potrebbero essere più di intralcio che altro. Non ha senso quindi ostinarci a volerle perseguire. E non ha nemmeno senso lasciarle con l’idea di aver fallito.

Allora, preparandomi a prender sempre più confidenza con le mie nuove priorità, invito anche voi a farlo. Potrebbe essere un processo che intimorisce, ma come si dice, il nostro benessere e la realizzazione dei nostri desideri risiedono sempre dietro alle nostre paure.

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Quando si tratta di social network è possibile perdere la mano. Se si hanno in casa dei bimbi, la tentazione di postarne le foto per mostrarne la bellezza e l’orgoglio nei loro confronti è molto forte. Peccato appunto che si perda la mano, ovvero che si espongano le creature, che oltre a tutto non decidono loro di esser messe su internet, in pubblica piazza. Piazza in cui si possono trovare persone che fanno tanti complimenti e trasmettono tanto affetto, facendo sentire ancora più inorgogliti i genitori delle creature, e persone invece che fanno tutt’altro. Ovvero, individui che rubano le immagini dei bambini per scopi pedopornografici. Purtroppo il pensiero comune può essere che certe cose siano lontane da noi e che i bambini siano al sicuro. In realtà non è così perché con il web le distanze si annullano e tutti possono accedere a quasi tutto.

Interessante al riguardo l’articolo su Tiscali in cui si legge che :“[…] nel 2016 due milioni le immagini – di minori sul web – censite, quasi il doppio rispetto all’anno precedente”. A segnalare il pericolo è il Garante della privacy, Antonello Soro, nella Relazione annuale al Parlamento. “Fonte involontaria (per la pedopornografia) – sottolinea Soro – sarebbero i social network in cui genitori postano le immagini dei figli”.

Soprattutto quelle dei bambini in spiaggia o in piscina, dove sono seminudi, attirano i malintenzionati e non solo per essere guardate. Immagini che finiscono nel cosiddetto dark web, la parte più nascosta di Internet a cui si accede tramite password, notoriamente usata anche per attività illegali, come il commercio online di sostanze stupefacenti, armi, codici di carte di credito, traffici di foto per pedofili. Un mondo virtuale isolato, organizzato in modo tale da esser difficile capire chi possa accedervi.

I genitori stessi possono essere quindi fonte involontaria per il traffico di materiale per pedofili.

Gli stessi strumenti di privacy, che spesso non si conoscono del tutto potrebbero non bastare per garantire la sicurezza dei minori.

Purtroppo le intenzioni di alcuni estranei non coincidono con quelle dei genitori che usano i social network come una sorta di album di famiglia non cartaceo. Proprio per questo non è il caso di cadere nella tentazione di esporli virtualmente. Senza tenere conto anche del fatto che si possono dare informazioni diverse sulla vita dei figli (la scuola e la palestra che frequentano), e sulla famiglia in generale,(che è fuori per le vacanze e che ha lasciato la casa incustodita).

Il mondo dei social piace, ha una miriade di vantaggi, aiuta a connettersi con le altre persone, i like contribuiscono in un certo senso a rinforzare l’autostima personale, ma presenta anche tanti aspetti negativi che possono sfuggire al proprio controllo. Per questo è meglio essere informati e fare prevenzione. Meglio prevenire situazioni di pericolo per i bambini che da soli non possono difendersi e di cui non ne hanno consapevolezza. Meglio lasciare vedere le loro foto alle persone a cui in altri tempi si avrebbe mostrato con orgoglio l’album cartaceo dei piccolini.