Accade spesso che delle coppie di genitori si rivolgano a me, in fase soprattutto di emergenza perché in crisi nella gestione dei figli. Ad esempio il minore che di punto in bianco si rifiuta di andare a scuola, non mangia o fa le scenate in pubblico. La coppia genitoriale chiede a noi professionisti di risolvere il problema della prole, identificandolo appunto come esclusivo. In realtà, spesso i figli (non sempre), non fanno altro che portare o rappresentare il sintomo del malessere del nucleo familiare. Ad esempio si rifiutano di andare a scuola perché preoccupati per i genitori che litigano spesso di fronte a loro, oppure di recente il padre ha perso il lavoro e il nervosismo e la preoccupazione in casa si respirano a pieni polmoni. Giusto per citare due esempi.

In questi casi e in tanti altri, va bene anche non portare il bambino in studio, ma aiutare direttamente i genitori ad attuare dei cambiamenti. Qui entra in campo uno degli aspetti del mio lavoro che mi affascina maggiormente, il sostegno alla genitorialità. Con questo termine non intendo solo un intervento destinato a famiglie che attraversano crisi molto importanti come separazione, divorzio, lutti e alta conflittualità. E’ infatti destinato a tutte le famiglie, anche quelle non fortemente critiche e “sane”. Nuclei in cui, per un motivo o per l’altro risulta difficile centrare il nodo della problematica presente e in cui l’aiuto di un esperto può aiutare a prenderne consapevolezza e a risolverlo. Un processo che permette di far emergere le risorse della famiglia come sistema e dei singoli individui che ne fanno parte. Sostiene quindi il nucleo nel vivere e risolvere un periodo critico. Riguarda tutte le famiglie proprio perché, in modo più o meno gravoso, ognuna nella propria storia può ritrovarsi a vivere delle criticità che non sempre riesce a risolvere da sola. Ciò non è indice di debolezza o deficit, ma a volte di mancanza di obiettività, (la famiglia, soprattutto i figli, sono le persone che emotivamente condizionano di più), e di strumenti adeguati e nuovi da utilizzare. Pensiamo ad esempio a tutti i cambiamenti che concerne la nascita di un figlio.

Nei momenti critici si è costretti ad affrontare uno spostamento di equilibri già consolidati e il bisogno di creare una nuova situazione può essere difficile da accettare e organizzare. Uno psicoterapeuta che si occupi di sostegno alla genitorialità può rappresentare proprio quegli strumenti necessari alla evoluzione del nucleo familiare inquadrando oggettivamente la situazione critica e aiutando a trovare le risorse per superarla. Il tutto spesso senza nemmeno dover incontrare direttamente i figli, ma lavorando direttamente sulla coppia genitoriale.

Gen
15
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 15-01-2018

La locandina del film

Di recente ho visto il film dal titolo “Mamma o papà” con Antonio Albanese e Paola Cortellesi in cui i due protagonisti dopo anni di matrimonio decidono di separarsi con i migliori presupposti per non finire in una guerra legale. Una serie di vicissitudini invece li porta a guerreggiare in tal senso e a lottare per non ottenere l’affidamento dei figli e fare di tutto perché questi scelgano l’altro genitore.

Nella realtà solitamente chi si separa fa di tutto per tenersi la prole e soprattutto metterla contro l’ex. In comune tra le due situazioni c’è il modo in cui gli adulti, in nome delle loro battaglie e dei loro desideri usino spudoratamente i figli come armi contro gli altri genitori, portando fuori il peggio di se stessi.

E mentre perdono tempo ed energie in cruente lotte non si rendono conto che a pagare le spese per volere non proprio sono i figli. Coloro che non solo hanno a che fare con il dispiacere di non poter vedere una coppia genitoriale in armonia, ma devono subirne gli aspetti più negativi, a volte infimi, della loro personalità, a suon di avvocati, alienazione parentale, sensi di colpa instillati spudoratamente.

E allora si, cari genitori, mettetevi una mano sulla coscienza. Siate sinceri con voi stessi dicendo ad alta voce che in alcuni casi non è per il bene dei vostri figli che lottate ma perché avete diverse difficoltà ad elaborare il fatto che la vostra relazione sia andata male. Lo so, fa male sentirselo dire, ma a volte un po’ di schiettezza è sempre meglio di una scusa.

Detto questo, spero proprio di non dover sentire più dire ad un genitore di essere disposto ad usare il figlio per ferire l’ex coniuge. I figli sono persone, non frecce di un arco.

Dic
18
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 18-12-2017

Ogni tanto mi piace segnalare sul mio blog qualche libro che trovo particolarmente interessante e che mi colpisce. Oggi vorrei parlarvi di un testo che tanto  mi intriga dal titolo Storie della buonanotte per bambine ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo.

Spesso e volentieri ho ribadito come il problema delle dipendenze affettive può trovare le sue radici nella convinzione che le donne debbano per forza “venire salvate da un principe azzurro per poter vivere felici e contente”. Sono messaggi che abbiamo ricevuto sin dalla più tenera età, se ci pensate bene. Dopo le favole classiche ci è anche stato detto che l’amore non è tale se non fatto di sofferenza e sacrifici. E a furia di sentircelo dire la maggior parte di noi ci ha creduto e ha cercato inevitabilmente quel tipo di relazione sofferente, in alcuni casi drammatica.

Per fortuna le cose negli ultimi anni stanno cambiando e alle classiche storie del principe azzurro senza le quali siamo destinate a vivere recluse su una torre assediata da un drago o a lavare pavimenti per persone crudeli, si accompagnano quelle in cui le donne hanno tutta la possibilità di riscattarsi nella vita, permettendosi anche di innamorarsi, non per essere salvate, ma semplicemente per vivere felicemente il sentimento dell’amore.

Storie della buonanotte per bambine ribelli è un libro che ha fatto discutere parecchio in cui si racconta di  “100 vite di donne straordinarie” raccontate in versione semplificata, come fossero storie della buonanotte. Io personalmente la trovo un’idea ammirevole, forse non perfetta visto le varie discussioni contrarie scaturite, ma pur sempre un tentativo di cambiamento rispetto al solito, che non fa mai male.

Fa discutere perché vuole affrontare la differenza di genere in chiave femminista. Un po’ paradossale, sicuramente. E molti si sono proprio chiesti perché sia dedicato esplicitamente solo alle bambine e non anche ai bambini?

Un’altra critica molto forte è che tra le cento donne di cui si parla ci sia anche Margaret Thatcher descritta come “ammirevole”, nonostante le sue scelte abbiano pesato gravemente sul suo paese.

La nota positiva è che il successo delle vendite di questo libro sia dovuto al tentativo di superare dei pregiudizi, luoghi comuni, discriminazioni.

Per carità, può essere discutibile per alcuni, per altri molto riduttivo, ma il tentativo penso sia un progetto assolutamente positivo.

Oltre a tutto non è scritto da nessuna parte che anche i maschietti non possano usufruire di queste storie. E ricordiamoci poi che con una mediazione accurata da parte di noi adulti possono esser date ai bambini tante e sensate spiegazioni. I bambini sono soliti fare mille domande e un libro del genere non può altro che stimolare la loro curiosità e aprire le loro menti. La cosa fondamentale è imparare ad accompagnarli in questo percorso quotidiano.

 

 

 


Nov
13
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 13-11-2017

Immagine dal web

“I giovani sono molto bravi ad utilizzare i dispositivi che hanno a disposizione, ma hanno difficoltà a proiettare nel futuro e oltre lo spazio della loro camera, del telefono o del pc le conseguenze di ciò che fanno — conferma Nunzia Ciardi, direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni —. Invece devono sapere, al di là del caso specifico, che le foto di una minorenne nuda sono materiale pedopornografico: è un reato sia scaricarle che diffonderle. E una volta finite online, anche se su un gruppo chiuso che illude di controllarle, possono essere diffuse all’infinito”. (Tiscali Notizie)

Risuona fortemente la notizia delle liceali emiliane che hanno costituito un archivio di loro foto e video hot che inevitabilmente poco tempo fa è finito in rete. E personalmente mi colpiscono in particolar modo proprio le parole del direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni riportate sopra, che spiega come i giovani non riescano a proiettare nel futuro la responsabilità delle proprie azioni. Allora la domanda inevitabile da porsi è “dove stiamo sbagliando”? E’ possibile che ancora oggi non siamo stati efficaci ed efficienti nel formare le giovani leve al mondo in cui tutti noi adulti quotidianamente le sottoponiamo?

Abbiamo messo loro in mano strumenti così potenti come il web e tutto ciò che esso comprende, senza far capire seriamente di cosa si tratti e di quali siano le implicazioni.

Le abbiamo protette, pure troppo, lasciandole in campane di vetro, apparentemente irriducibili, fino a che ci siamo illusi che un semplice smartphone usato in camera loro potesse costituire un semplice diversivo.

Insomma, un po’ per comodità, un po’ per avere l’illusione di tenerle sotto controllo, non ci siamo resi conto di averli infilati in un bosco incantato, dai confini invisibili, non solo abitato da fate e gnomi, ma anche da streghe e orchi.

E questo dispiace, parecchio pure. Fa sentire impotenti, fa aumentare da un lato l’esigenza di maggiore attenzione e azione preventiva, dall’altro però ci porta a dover lavorare (mi riferisco agli esperti del settore), spesso in fase di emergenza, in cui il danno è già stato fatto e non resta che raccoglierne i cocci cercando di ricomporli alla bene e meglio.

Ma stiamo parlando di giovani vite, che più volte si sono spezzate definitivamente.  E allora, faccio un appello, non aspettiamo l’emergenza, abituiamo sin dalla più giovane età i bambini a prendersi la responsabilità delle proprie azioni, a cercare di capire che qualsiasi cosa facciano, nel bene e nel male, abbia delle conseguenze. Aiutiamoli al rispetto degli altri, ma soprattutto di se stessi. Perché delle ragazzine che mettono a disposizione in un archivio il proprio corpo non hanno capito che stanno mancando di quel rispetto lì.

Non cresciamoli con la convinzione che tutto sia scontato e dovuto, facciamo capire loro il vero valore delle cose.

Lo so, la mia sembra una paternale, ma in realtà è da un lato uno sfogo e dall’altro un appello ad una maggiore collaborazione tra famiglie, scuole e servizi per crescere generazioni più consapevoli e rispettose di se stesse.

Il web è solo una delle trappole a cui quotidianamente ognuno di noi è esposto, non per questo non possiamo permetterci di non conoscerlo o di prenderlo sotto gamba.

Immagine dal web

Impazza negli ultimi giorni la notizia riguardo alla legge che impone di accompagnare i figli a scuola fino ai quattordici anni di età. Ne parla la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, in seguito alla recente sentenza della Cassazione, che condanna lo Stato al risarcimento dei genitori di un bambino morto circa 15 anni fa mentre tornava – da solo – dall’istituto scolastico che frequentava.

La giurisprudenza italiana infatti, ritiene che fino a 14 anni un individuo non è abbastanza indipendente e autonomo e  gli insegnanti rimangono suoi responsabili anche nel tragitto tra casa e scuola.

Sincerante non riesco proprio a condividere questa decisione sia come professionista che come donna.

Mi chiedo dove sia finito lo sviluppo all’autonomia dei minori? Gli adolescenti infatti perderebbero così un’importante occasione di autonomia e responsabilizzazione, così come i loro genitori.

Al di là di questa importante argomentazione pedagogica ed educativa, ci sono poi dei forti problemi logistici che ogni nucleo familiare è costretto ad affrontare.

Dice la Ministra: “Se per i genitori è un problema, mandate i nonni perché per loro è un gran piacere andare a prendere i nipotini”.

Cara ministra, mi permetto di dirle che a volte i nonni stessi hanno bisogno di assistenza e non tutti i figli possono permettersi di assumere delle badanti a tempo pieno, nonostante stiano lavorando.

Poi ci sono anche quei nonni che lavorano a loro volta, o che vivono  lontani o che magari avrebbero anche voglia di fare altro, ma pur di supportare figli e nipoti si trovano quasi costretti a prendersi  ugualmente l’impegno.

Quando quindi i nonni non possono essere disponibili, i genitori che lavorano (perché si spera abbiano un impiego), non possono assolutamente permettersi di chiedere dei permessi per accompagnare/prendere i figli da scuola. Senza contare che spesso per lo stipendio si trovano obbligati a fare quotidianamente chilometri di strada che li porta lontani da casa.

L’arrivo alle scuole medie inoltre, potrebbe equivalere per le famiglie ad un alleggerimento nella gestione dei figli, e non sto parlando di menefreghismo da parte della coppia genitoriale, quanto della possibilità di sperimentare una gestione più elastica della vita domestica e di essere meno dipendenti dalle baby sitter (a pagamento).

Ci si lamenta che in Italia si fanno sempre meno figli, ma chiediamoci quale sia uno dei motivi principali? Forse uno di questi è la mancanza di veri e propri servizi e lavori assenti o sempre più “strozzanti” che mettono in crisi anche le coppie più volenterose, che si ritrovano costrette a dover obbedire a sentenze che non lasciano loro la libertà di creare una gestione familiare un po’ libera da certe imposizioni, soprattutto quelle che potrebbero essere risparmiate. Non sarebbe forse più utile creare maggiori competenze rispetto ad esempio al Codice stradale, creare dei tragitti a piedi o servizi pubblici ad hoc per gli studenti opromuovere l’uso della bicicletta investendo sulle piste ciclabili? Qualcosa insomma che li renda più sicuri durante il tragitto da scuola a casa, e non solo.

Stiamo comunque parlando di adolescenti, persone che da un lato hanno bisogno di accudimento, ma che dall’altro necessitano di sperimentarsi in esperienze di autonomia ed indipendenza per diventare validi adulti. E la scuola in stretta connessione con le famiglie ha questo genere di compito nei loro confronti.

Spero quindi vivamente che questa legge venga modificata il prima possibile, intanto continua a far pensare quanto possa essere distante il pensiero di chi  governa dalla vita quotidiana della gente.

 

 

 

Ott
16

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Come al solito, uno dei temi di cronaca ricorrenti è quello degli abusi sui minori. Un aspetto sconcertante di queste vicende è proprio quello che li vede vittime di carnefici molto vicini alle famiglie, a volte all’interno delle stesse, e riguardano persone a cui i minori stessi vengono affidati dalle figure parentali. Molte persone che ascoltano storie del genere non riescono a capire come facciano le vittime (questo vale anche per quelle adulte), a tenere nascoste le loro esperienze di abusi per lunghi periodi, un caso attuale è quello della palestra di Lonato del Garda in provincia di Brescia.

In merito a questo ci sono diverse spiegazioni.

Essendoci le famiglie di mezzo può sembrare normale alle piccole vittime quel tipo di esperienze  perché non conoscono altre realtà familiari.

I bambini hanno bisogno per la loro sopravvivenza di fidarsi dei genitori e di conseguenza delle persone a cui questi li affidano. La loro vita dipende dalle figure adulte di accudimento e non “possono” concepire che siano inadeguate. Viene più facile quindi convincersi che l’abuso sia avvenuto perché hanno fatto loro qualcosa di sbagliato più che pensare che possano essere stati i genitori a far qualcosa di dannoso nei loro confronti. Si tenderà quindi a sviluppare la convinzione che si è sbagliati e la si trascinerà anche fino all’età adulta, con tutte le conseguenze che ne vengono. Da qui poi potrebbe scaturire il senso di colpa per ciò che è successo.

Ce lo raccontano chiaramente le vittime degli abusi del maestro di karate della palestra del bresciano: “[…] ha spiegato la ragazza – inizialmente ti faceva sentire più forte e più bella poi diventava morboso. Mi sono sempre sentita in colpa per quello che è successo, mi sto portando dietro questi pensieri che mi fanno stare male anche ora che sono diventata maggiorenne” (Fonte Tiscali News)

Ci si vergogna poi, tuttavia non si riesce ad uscirne perché si sa che si sta subendo qualcosa di sbagliato ma manca il coraggio di dirlo, spesso anche per non deludere i genitori,  per paura di non essere credute o per proteggere la famiglia stessa. Tempo fa una mia paziente mi raccontò di non aver mai detto ai suoi genitori degli abusi subiti da un familiare per non causare loro del dolore e per paura che il padre punendo l’aguzzino fosse potuto  finire in prigione.

Un’altra fonte di vergogna può essere dovuta al piacere fisico che è possibile provare nel subire gli abusi: per questo le vittime si autocondannano. Per aiutarle in tal senso durante le sedute con loro non manco mai di spiegare che se certe parti del corpo vengono stimolate, soprattutto quelle erogene, esse fisiologicamente si eccitano, indipendentemente dalla volontà e pur essendo in situazioni tali.

Ricordiamoci poi che gli aguzzini esercitano sui minori una forte influenza psicologica da cui è estremamente difficile slegarsi. Stiamo pur sempre parlando di un adulto che esercita il suo potere su un minore. Una situazione che non viene assolutamente vissuta ad armi pari. Un esempio è la ragazzina del caso di Lonato del Garda che si è detta innamorata del suo aguzzino e ha accusato i genitori di essere dei mostri e traditori per averla allontanata da lui. Senza riconoscere di essere finita in un giro di abusi e prostituzione minorile.

Tutti questi vissuti sono strettamente legati al trauma subito. Fortunatamente esistono validi strumenti per aiutare le persone a riprendersi da esperienze così pesanti come la psicoterapia e l’EMDR strumento adatto a sbloccare il trauma e le credenze sbagliate che segnano la vita di un individuo abusato.

Occorre da un lato aiutare la vittima e portar fuori la problematica e dall’altro a depotenziare i ricordi traumatici rassicurandola anche del fatto che siano ricordi e che ora possa sentirsi al sicuro.

E’ un lavoro doloroso che viene fatto a quattro mani, quelle della vittima e quelle del professionista che si basa fondamentalmente su una relazione terapeutica di estrema fiducia. E’ un lavoro che serve a far si che chi ha vissuto esperienze così traumatiche e destabilizzanti come quelle di abusi, possa riprendere in mano la propria vita e le relazioni interpersonali non sentendosi più sporco, ma capendo che sono stati i loro aguzzini a comportarsi in modo scorretto approfittando di chi non poteva difendersi da solo.

 

Ott
02
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 02-10-2017

Immagine dal web

Tante donne affrontando la gravidanza e la nascita di un figlio provano risentimento nei confronti del marito:  colui che godendosi momenti di piacere le ha messe incinta lasciando loro  la fatica della gravidanza e della maternità. Un pensiero a volte irrazionale, ma che può presentarsi anche quando la gravidanza è stata programmata.

E mentre la rabbia e la frustrazione aumentano la maggior parte delle donne pensano di essere dei mostri nel provarle anche perché colpevolizzano i compagni per la fatica, il dolore e le limitazioni oggettive che l’esperienza della gravidanza e della maternità possono dare. Si vivono quindi sentimenti ambivalenti di amore e odio verso colui che si ama e con cui si è scelto di stare “nella buona e nella cattiva sorte”.

Abbiamo combattuto tanto per la parità dei sessi, però proprio nella nascita dei figli i ruoli sono totalmente divisi. C’è poco da girarci attorno, diciamolo.

Alcune donne la vivono come l’esperienza migliore al mondo, altre invece come un compito che spartirebbero o cederebbero ben volentieri ai loro coniugi. Forse fa arrabbiare proprio il fatto che certe cose possono/devono esser compiute dal sesso femminile. E da alcune viene vissuto più come un dovere che opportunità.

Ciò non vuol dire che le future neo mamme siano mostri perchè provano questi vissuti emotivi, ma solo che abbiano delle fragilità e paure dovute a tanti motivi. Ad esempio la sensazione di dover rinunciare alla libertà personale o di perdere l’amore del compagno.

Certe conoscenze poi non aiutano in tal senso. Alcune persone infatti pare abbiano il compito di esercitare un terrorismo psicologico non da poco verso chi si appresta a vivere l’esperienza della maternità. Individui (che possono essere parenti ed amici), che senza un minimo di sensibilità riescono contemporaneamente a congratularsi perché vi accingete a vivere una delle esperienze migliori al mondo e poi  dicono che è l’inizio della fine. Paradossale direi. E poi si scopre che sono quelle persone che usano il ruolo genitoriale per avere la scusa per “non fare”. ” Perché sai, con i figli non si può più”.

Quindi, onde evitare ulteriori stress, meglio ridurre ai minimi termini gli incontri con queste persone, almeno fino a che non sarete più serene e meno influenzabili dalle parole altrui.

Per fortuna ci sono anche quelle persone che invece dimostrano quotidianamente come la vita vada avanti assieme e nonostante la prole.

Dalle testimonianze avute in studio e non solo, mi pare che le donne che hanno un livello culturale più alto sentano particolarmente questo disagio. O forse sono quelle che si concedono maggiormente di parlarne? La cosa che dispiace e che i mariti talvolta vengano descritti come dei veri e propri imbecilli ignari di tutto. Ma sarà sempre così? O forse, se è pur vero che loro non provano le nausee e possono continuare a dormire mentre le mogli allattano, non c’è davvero nulla di buono che possano fare per alleggerire il carico della genitorialità?

Fortunatamente esistono i casi dove anche i signori papà si dedicano spontaneamente e in modo efficiente all’accudimento delle mogli e dei figli. Soprattutto le coppie che hanno solide basi riescono a rimodularsi nei loro nuovi compiti senza perdere di vista la coppia originale e senza farla entrare in contrasto con quella genitoriale.

E’ vero che la nascita di un figlio è un momento critico, ma come ho sempre detto, è proprio nei momenti di crisi che traspare la qualità della relazione stessa.

Quindi signore, penso si possa parlare liberamente con i mariti dei sentimenti ostili che provate nei loro confronti. E voi signori maschi, potete riuscire a capire quali siano le difficoltà oggettive provate dalle vostre compagne cercando di stimolare un lavoro di squadra, ricordandovi che quelle affianco a voi non sono solo mamme stanche ma quelle donne di cui vi siete innamorati e con la quale avete deciso di vivere la vostra vita.

E voi neo mamme, affidate al vostro uomo le cose che può fare, compresa la cura del vostro bebè. Fatevi coccolare, perché dell’amore non ne ha bisogno solo il nascituro, ma anche voi. E’ vero che diventare coppia genitoriale può essere un bel salto nel vuoto, ma ricordatevi che essa non esclude il proseguo di quella relazionale iniziata a prescindere dall’idea di diventare genitori.

Chiedete aiuto già prima di arrivare allo stremo delle vostre forze e se vi sentite la casa invasa da amici e parenti e avete la necessità di vivere la coppia mentre il bebè dorme, lasciate gli altri fuori dal portone.

Sono i vostri sentimenti contrastanti che vi fanno paura, in parte fomentati dalle tempeste ormonali in corso, in parte dalla grossa responsabilità che vi sentite addosso. Non condannatevi per questo, cercate di parlarne con il vostro compagno e quando non vi basta, anche con un esperto.

Manifestare i propri limiti e le proprie paure può essere sinonimo di forza e di voglia di migliorare la situazione quindi non sentitevi in colpa nel prendervi cura di voi come donne. Più riuscirete a  sentirvi tali più i sentimenti contrastanti verso il vostro lui passeranno. Concludendo, come recita uno psicologo americano: ”Pensate come gli uomini e fate la doccia impunemente. Non sentitevi in colpa! Un uomo non si sente e non si sentirà mai in colpa per una doccia. Sentirsi sempre in colpa non è mettere i bisogni altrui prima dei propri, bensì una malattia trasmessa quasi esclusivamente dal doppio cromosoma X. Donne, andate sotto la doccia, chiudete la porta del bagno a chiave, aprite i rubinetti e non guardatevi indietro!”

 

Ago
28
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 28-08-2017

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Qualche tempo fa un conoscente mi ha parlato di un libro che racconta una storia molto particolare dal titolo “Il banchiere dei poveri” di Muhammad Yunus (1988). L’autore e protagonista del racconto è il fondatore di una banca bengalese, la Grameen, che concede prestiti alle persone molto povere per aiutarle ad avviare delle piccole imprese, senza chiedere loro nessuna garanzia, se non un rapporto basato esclusivamente sulla fiducia. Il banchiere dichiara infatti che tutti abbiano delle enormi risorse, ma che allo stesso tempo per esprimerle abbiamo bisogno della fiducia altrui per credere in noi stessi e per esserne consapevoli.

Se ci riflettiamo è lo stesso meccanismo secondo cui in base alle impressioni che abbiamo di una determinata persona tendiamo sempre a cogliere i segnali che in un certo senso confermino la nostra idea iniziale.

Questo è quello che noi psicologi chiamiamo effetto  Pigmalione o Rosenthal, dal nome dello psicologo tedesco che ne parlò per primo. La prima denominazione invece si rifà alla mitologia greca  che narra di Pigmalione che dopo aver creato una scultura femminile e vedendone la sua enorme bellezza, chiese alla Dea Afrodite di trasformarla in una creatura umana. La dea accettò la richiesta da cui “nacque” Galatea che aveva esaudito le aspettative e speranze di Pigmalione. Quest’ultimo in un certo senso plasmò la personalità e le doti personali della sua sposa, credendo fortemente in esse.

Tornando alla realtà, stiamo parlando anche dell’influenza psicologica per cui gli individui hanno la tendenza a conformarsi all’immagine che gli altri hanno di loro. Un classico esempio, riprendendo gli esperimenti di Rosenthal, è che se gli insegnanti pensano che un bambino sia più o meno capace degli altri, lo tratteranno, anche inconsciamente, secondo la loro convinzione. A sua volta il bambino, facendo suo il punto di vista dell’insegnante, si comporterà in modo tale da conformarsi ad esso.

E’  un fenomeno che avviene sia in senso positivo che negativo (proprio per questo insisto sempre sul fatto che ci dobbiamo circondare di persone che riescano a credere nelle nostre risorse).

Godere della fiducia altrui, in qualsiasi ambito della nostra esistenza, equivale ad avere in mano un potente strumento per arricchirci e poter cogliere diverse opportunità di vita. La carenza di fiducia altrui invece, rende deficitaria la nostra autostima e rischia di crearci frustrazione e immobilismo.

Possiamo quindi sapere che ognuno di noi ha delle enormi risorse e che per poterle portare alla luce possiamo venire aiutati dalla fiducia e dall’incoraggiamento degli altri. Del resto, cosa ce ne faremmo delle persone che non credono in noi?

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Quando si tratta di social network è possibile perdere la mano. Se si hanno in casa dei bimbi, la tentazione di postarne le foto per mostrarne la bellezza e l’orgoglio nei loro confronti è molto forte. Peccato appunto che si perda la mano, ovvero che si espongano le creature, che oltre a tutto non decidono loro di esser messe su internet, in pubblica piazza. Piazza in cui si possono trovare persone che fanno tanti complimenti e trasmettono tanto affetto, facendo sentire ancora più inorgogliti i genitori delle creature, e persone invece che fanno tutt’altro. Ovvero, individui che rubano le immagini dei bambini per scopi pedopornografici. Purtroppo il pensiero comune può essere che certe cose siano lontane da noi e che i bambini siano al sicuro. In realtà non è così perché con il web le distanze si annullano e tutti possono accedere a quasi tutto.

Interessante al riguardo l’articolo su Tiscali in cui si legge che :“[…] nel 2016 due milioni le immagini – di minori sul web – censite, quasi il doppio rispetto all’anno precedente”. A segnalare il pericolo è il Garante della privacy, Antonello Soro, nella Relazione annuale al Parlamento. “Fonte involontaria (per la pedopornografia) – sottolinea Soro – sarebbero i social network in cui genitori postano le immagini dei figli”.

Soprattutto quelle dei bambini in spiaggia o in piscina, dove sono seminudi, attirano i malintenzionati e non solo per essere guardate. Immagini che finiscono nel cosiddetto dark web, la parte più nascosta di Internet a cui si accede tramite password, notoriamente usata anche per attività illegali, come il commercio online di sostanze stupefacenti, armi, codici di carte di credito, traffici di foto per pedofili. Un mondo virtuale isolato, organizzato in modo tale da esser difficile capire chi possa accedervi.

I genitori stessi possono essere quindi fonte involontaria per il traffico di materiale per pedofili.

Gli stessi strumenti di privacy, che spesso non si conoscono del tutto potrebbero non bastare per garantire la sicurezza dei minori.

Purtroppo le intenzioni di alcuni estranei non coincidono con quelle dei genitori che usano i social network come una sorta di album di famiglia non cartaceo. Proprio per questo non è il caso di cadere nella tentazione di esporli virtualmente. Senza tenere conto anche del fatto che si possono dare informazioni diverse sulla vita dei figli (la scuola e la palestra che frequentano), e sulla famiglia in generale,(che è fuori per le vacanze e che ha lasciato la casa incustodita).

Il mondo dei social piace, ha una miriade di vantaggi, aiuta a connettersi con le altre persone, i like contribuiscono in un certo senso a rinforzare l’autostima personale, ma presenta anche tanti aspetti negativi che possono sfuggire al proprio controllo. Per questo è meglio essere informati e fare prevenzione. Meglio prevenire situazioni di pericolo per i bambini che da soli non possono difendersi e di cui non ne hanno consapevolezza. Meglio lasciare vedere le loro foto alle persone a cui in altri tempi si avrebbe mostrato con orgoglio l’album cartaceo dei piccolini.

Mag
15
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 15-05-2017

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Lavorando con gli adolescenti spesso capita che richiedano un colloquio psicologico a causa di un forte senso di smarrimento vissuto a casa perché i genitori hanno deciso di separarsi e loro non solo si sono trovati costretti a subire la situazione, ma ancor più grave, a sentirsi responsabili e a prendersi cura delle loro figure parentali.

L’adolescenza è di per se una fase della vita estremamente complicata, se poi i ragazzi vengono a trovarsi in situazioni di separazione e/o conflitto parentale tutto si aggrava. Questo naturalmente vale anche per i genitori, anche se spesso dimenticano di essere loro gli adulti e i fautori di determinate situazioni.

La rabbia, la frustrazione, il senso di fallimento e il conflitto che si respirano in casa fanno si che i figli vivano un forte senso di inadeguatezza perché da un lato vorrebbero vivere la loro età, dall’altro non sanno se poterselo concedere. In tali situazioni la necessità di dialogare e trovare un accordo educativo nei confronti dei figli diviene ancora più importante, considerata la fragilità del contesto.

Solitamente, a differenza dei bambini, gli adolescenti cercano un colpevole tra i genitori e si schierano cercando di proteggere chi ai loro occhi “ha subito il torto che avrebbe portato alla rottura coniugale”. Proprio per slegarli da questo senso di responsabilità occorre spronarli maggiormente nel loro processo di autonomia e identificazione personale.

Bisognerebbe mettersi lo scrupolo di dare troppi particolari degli avvenimenti, perché, se pur vero che una separazione coniugale coinvolge tutta la famiglia, è altrettanto vero che riguarda in primis la coppia e che figli non sono degli amici, anche se gli adolescenti pensano di avere il diritto di sapere tutto. Ciò non vuol dire che bisogna mentire. I figli hanno bisogno di potersi fidare, di avere la loro autonomia, ma anche l’appoggio dei genitori. Questa è la grande ambivalenza della fase adolescenziale.

Molti possono perdere la fiducia nell’amore e nei rapporti duraturi sopratutto quando i genitori si fanno la guerra e si mancano palesemente di rispetto di fronte agli occhi della prole.

Quando non riescono ad esprimeere chiaramente il loro malessere i ragazzi possono presentare segnali di disagio chè è giusto considerare. Un esempio sono le difficoltà scolastiche, quelle nel rapporto con i pari,  le manifestazioni di disagio eccessivo nei confronti del cambiamento del proprio corpo ed eccessi emotivi apparentemente privi di una plausibile ragione che possono portare anche ad abuso di sostanze, alcol e manifestazione di comportamenti antisociali.

E’ sempre vero che la fase adolescenziale è particolarmente delicata e che i problemi di cui sopra possono sempre essere dietro l’angolo. E’ anche vero però, che in situazioni di crisi familiare, causate ad esempio dalla rottura della coppia coniugale, tutto può essere enfatizzato, soprattutto il malessere psicologico e fisico.

Ciò non vuol dire che sarebbe meglio non separarsi in nome del benessere della prole (alcuni figli pagherebbero per porre fine a certe coppie coniugali), ma occorre avere sempre un occhio di riguardo verso tutti i componenti della famiglia. E nonostante la coppia coniugale non esista più, occorre garantire ai figli la durata di quella genitoriale.