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Quando si tratta di social network è possibile perdere la mano. Se si hanno in casa dei bimbi, la tentazione di postarne le foto per mostrarne la bellezza e l’orgoglio nei loro confronti è molto forte. Peccato appunto che si perda la mano, ovvero che si espongano le creature, che oltre a tutto non decidono loro di esser messe su internet, in pubblica piazza. Piazza in cui si possono trovare persone che fanno tanti complimenti e trasmettono tanto affetto, facendo sentire ancora più inorgogliti i genitori delle creature, e persone invece che fanno tutt’altro. Ovvero, individui che rubano le immagini dei bambini per scopi pedopornografici. Purtroppo il pensiero comune può essere che certe cose siano lontane da noi e che i bambini siano al sicuro. In realtà non è così perché con il web le distanze si annullano e tutti possono accedere a quasi tutto.

Interessante al riguardo l’articolo su Tiscali in cui si legge che :“[…] nel 2016 due milioni le immagini – di minori sul web – censite, quasi il doppio rispetto all’anno precedente”. A segnalare il pericolo è il Garante della privacy, Antonello Soro, nella Relazione annuale al Parlamento. “Fonte involontaria (per la pedopornografia) – sottolinea Soro – sarebbero i social network in cui genitori postano le immagini dei figli”.

Soprattutto quelle dei bambini in spiaggia o in piscina, dove sono seminudi, attirano i malintenzionati e non solo per essere guardate. Immagini che finiscono nel cosiddetto dark web, la parte più nascosta di Internet a cui si accede tramite password, notoriamente usata anche per attività illegali, come il commercio online di sostanze stupefacenti, armi, codici di carte di credito, traffici di foto per pedofili. Un mondo virtuale isolato, organizzato in modo tale da esser difficile capire chi possa accedervi.

I genitori stessi possono essere quindi fonte involontaria per il traffico di materiale per pedofili.

Gli stessi strumenti di privacy, che spesso non si conoscono del tutto potrebbero non bastare per garantire la sicurezza dei minori.

Purtroppo le intenzioni di alcuni estranei non coincidono con quelle dei genitori che usano i social network come una sorta di album di famiglia non cartaceo. Proprio per questo non è il caso di cadere nella tentazione di esporli virtualmente. Senza tenere conto anche del fatto che si possono dare informazioni diverse sulla vita dei figli (la scuola e la palestra che frequentano), e sulla famiglia in generale,(che è fuori per le vacanze e che ha lasciato la casa incustodita).

Il mondo dei social piace, ha una miriade di vantaggi, aiuta a connettersi con le altre persone, i like contribuiscono in un certo senso a rinforzare l’autostima personale, ma presenta anche tanti aspetti negativi che possono sfuggire al proprio controllo. Per questo è meglio essere informati e fare prevenzione. Meglio prevenire situazioni di pericolo per i bambini che da soli non possono difendersi e di cui non ne hanno consapevolezza. Meglio lasciare vedere le loro foto alle persone a cui in altri tempi si avrebbe mostrato con orgoglio l’album cartaceo dei piccolini.

Mag
15
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 15-05-2017

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Lavorando con gli adolescenti spesso capita che richiedano un colloquio psicologico a causa di un forte senso di smarrimento vissuto a casa perché i genitori hanno deciso di separarsi e loro non solo si sono trovati costretti a subire la situazione, ma ancor più grave, a sentirsi responsabili e a prendersi cura delle loro figure parentali.

L’adolescenza è di per se una fase della vita estremamente complicata, se poi i ragazzi vengono a trovarsi in situazioni di separazione e/o conflitto parentale tutto si aggrava. Questo naturalmente vale anche per i genitori, anche se spesso dimenticano di essere loro gli adulti e i fautori di determinate situazioni.

La rabbia, la frustrazione, il senso di fallimento e il conflitto che si respirano in casa fanno si che i figli vivano un forte senso di inadeguatezza perché da un lato vorrebbero vivere la loro età, dall’altro non sanno se poterselo concedere. In tali situazioni la necessità di dialogare e trovare un accordo educativo nei confronti dei figli diviene ancora più importante, considerata la fragilità del contesto.

Solitamente, a differenza dei bambini, gli adolescenti cercano un colpevole tra i genitori e si schierano cercando di proteggere chi ai loro occhi “ha subito il torto che avrebbe portato alla rottura coniugale”. Proprio per slegarli da questo senso di responsabilità occorre spronarli maggiormente nel loro processo di autonomia e identificazione personale.

Bisognerebbe mettersi lo scrupolo di dare troppi particolari degli avvenimenti, perché, se pur vero che una separazione coniugale coinvolge tutta la famiglia, è altrettanto vero che riguarda in primis la coppia e che figli non sono degli amici, anche se gli adolescenti pensano di avere il diritto di sapere tutto. Ciò non vuol dire che bisogna mentire. I figli hanno bisogno di potersi fidare, di avere la loro autonomia, ma anche l’appoggio dei genitori. Questa è la grande ambivalenza della fase adolescenziale.

Molti possono perdere la fiducia nell’amore e nei rapporti duraturi sopratutto quando i genitori si fanno la guerra e si mancano palesemente di rispetto di fronte agli occhi della prole.

Quando non riescono ad esprimeere chiaramente il loro malessere i ragazzi possono presentare segnali di disagio chè è giusto considerare. Un esempio sono le difficoltà scolastiche, quelle nel rapporto con i pari,  le manifestazioni di disagio eccessivo nei confronti del cambiamento del proprio corpo ed eccessi emotivi apparentemente privi di una plausibile ragione che possono portare anche ad abuso di sostanze, alcol e manifestazione di comportamenti antisociali.

E’ sempre vero che la fase adolescenziale è particolarmente delicata e che i problemi di cui sopra possono sempre essere dietro l’angolo. E’ anche vero però, che in situazioni di crisi familiare, causate ad esempio dalla rottura della coppia coniugale, tutto può essere enfatizzato, soprattutto il malessere psicologico e fisico.

Ciò non vuol dire che sarebbe meglio non separarsi in nome del benessere della prole (alcuni figli pagherebbero per porre fine a certe coppie coniugali), ma occorre avere sempre un occhio di riguardo verso tutti i componenti della famiglia. E nonostante la coppia coniugale non esista più, occorre garantire ai figli la durata di quella genitoriale.

 

 

Mag
04
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 04-05-2017

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Sono questi anni in cui matrimoni e relazioni finiscono al capolinea e da entrambe le parti ci si riorganizza la vita assieme ad altri partner. Tutto nella norma. Anzi, lo vedo come un passo importante quello di riconcedersi un’ulteriore chance relazionale, anziché gridare alla sfiducia cosmica nei confronti del genere umano e di se stessi. Ma quando ci sono figli di mezzo, che succede? Ci si chiede spesso quando e se esista il momento giusto per presentare alla prole il novo partner di mamma o di papà. C’è chi lo fa troppo frettolosamente e chi invece rinuncia a vivere la nuova relazione alla luce del sole per paura di causare danni irreversibili. Sia nell’una che nell’altra situazione gli effetti negativi possono essere sempre dietro l’angolo.

Esiste davvero un momento giusto? Sicuramente non abbiamo un rigido protocollo a cui rifarci, perché ogni situazione è talmente personale che sarebbe riduttivo non adattare ad ognuno una modalità personalizzata.

Bisogna innanzi tutto lasciare il tempo ai figli e anche a se stessi (ma questo è un altro discorso), di elaborare la nuova situazione in casa. Ovvero, i bambini/ragazzi hanno bisogno di una fase di adattamento in cui devono avere il tempo di accettare il cambiamento dovuto ad una separazione genitoriale o alla morte di uno dei due. L’elaborazione di un lutto può richiedere anche qualche anno.

I tempi possono venir condizionati anche dalla natura della separazione genitoriale: violenta o pacifica, per esempio.

I figli hanno assoluto bisogno di stabilità e di sapere che i loro genitori siano presenti e collaborativi tra loro. Inserire improvvisamente una persona dentro casa, soprattutto quando i tempi possono non essere maturi può creare una forte crepa nella loro quotidianità. Anche perché hanno dei tempi di adattamento diversi da quelli degli adulti e sopratutto perché nella maggior parte delle volte loro non avrebbero voluto una separazione della coppia genitoriale.

Prima di decidere di presentare il nuovo partner alla prole è importante capire se la relazione è qualcosa che può protrarsi nel tempo o se passeggera, perché i bambini tendono ad affezionarsi e far entrare e poi riuscire dalla loro vita un persona di passaggio può essere ulteriormente destabilizzante.

Ricordiamoci inoltre che i figli non sono amici a cui poter confidare le proprie esperienze amorose, tanto meno a cui chiedere consigli al riguardo. Per quello appunto, ci sono gli amici.

Prima di imporre una nuova presenza dentro casa, meglio spiegare cosa stia succedendo, adattando il discorso alle età in questione e capire quali siano i vissuti e le reazioni al riguardo.

Sarebbe inoltre importante introdurre a piccole dosi la nuova figura per non far percepire un senso di invasione. Non esistono tempi canonici di adattamento, c’è chi lo fa con più o meno difficoltà.

E’ fondamentale che i figli non abbiano l’impressione che il nuovo arrivato voglia sostituire quella genitoriale che non abita più con loro. Tenere i ruoli ben definiti è fondamentale per non creare confusione e senso di smarrimento.

Se il processo avviene gradualmente e nel rispetto delle esigenze e delle tempistiche di tutti, i figli possono arrivare ad instaurare un ottimo rapporto con il nuovo partner.

In quest’ottica il nucleo familiare può andare incontro ad una vera a propria evoluzione.

Una situazione ideale in caso di separazione e ricostituzione della nuova coppia, innanzi tutto è che la coppia genitoriale riesca a mantenere un ruolo equilibrato. Ma ripeto, questa spesso è una situazione ideale, perché è molto più facile farsi sopraffare dal dolore e dal rancore e cercare di distruggere l’immagine dell’altro agli occhi dei figli. Figuriamoci quanto può essere dannoso l’introduzione di un’altra persona in situazioni tali.

Il nuovo partner deve essere ben consapevole che non sta instaurando una relazione solo con il partner, ma anche con il suo contesto familiare, stando attento a non oscillare tra il volersi sostituire al genitore nel rapporto con i “figliastri” ad un ruolo di totale marginalità ed indifferenza.

Mar
06
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 06-03-2017

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Di recente gli studenti di una scuola del cagliaritano sono stati puniti a causa di comportamenti poco ortodossi all’interno dell’Istituto.

Alcuni genitori dei ragazzi hanno preso poco bene la situazione perché non avvisati per tempo dalla dirigenza scolastica del fatto che i figli non siano potuti rincasare da scuola al solito orario, accusando addirittura di sequestro di persone.

Quello tra genitori e scuola è uno dei tanti scontri a cui spesso si assiste, soprattutto gli operatori del sociale ne sono abituali spettatori.

A volte la ragione sta da una parte, altre volte dall’altra. Ma oggi non è questo il punto. Ovvero, oggi il punto non è capire chi ha ragione tra le due parti, ma quale sia il messaggio che viene trasmesso agli studenti. Soprattutto quelli che fanno da pubblico a vere e proprie crociate da parte degli adulti. Quegli adulti che dovrebbero essere il loro punto di riferimento.

Una delle prime cose che possiamo notare noi operatori è la confusione causata da una continua lotta svalutante tra casa e scuola in cui la comunicazione efficace non viene assolutamente contemplata.

Non so se possa consolare, ma questa non è solo la situazione in Italia.

Ad esempio, già da qualche anno “I responsabili della Sandwood Primary School di Glasgow hanno deciso di definire una regola così perentoria – ovvero che i genitori non comunicassero con i docenti se non previo appuntamento – dopo l’aumento degli incidenti avvenuti nel cortile dell’istituto, con padri e madri che gridavano contro i docenti e usavano un linguaggio offensivo”. (Corriere.it 2008)

E’ come se tutti fossero i diventati nemici di tutti. Mentre in passato esisteva una collaborazione tra famiglia e scuola e il rispetto dei ruoli di ognuno, oggi sembra che l’obiettivo sia quello di esercitare la propria forza sugli altri, facendo respirare profondamente quest’astio ai ragazzi che inevitabilmente in modo difficile riescono ad avere fiducia nelle istituzioni, nelle regole e nel loro rispetto.

Il tutto può venire aggravato se genitori ed insegnanti decidono di comunicare via chat. Nella realtà milanese “[…] molti presidi hanno invitato i genitori a non usare chat di classe, anche se non sarà facile. Intanto, però, agli insegnanti di alcune scuole è stato vietato partecipare alle conversazioni di gruppo via smartphone. Le direttive sono chiare: l’unico canale consentito e obbligatorio per le comunicazioni tra insegnanti e genitori è il diario dell’alunno e lo scambio di telefono cellulare ed e-mail è consentito solo tra i docenti e i rappresentanti dei genitori, esclusivamente per le comunicazioni più urgenti”. (ilmessaggero.it, ottobre 2016)

Fa pensare come ci sia la forte necessità di confinare e dare regole ferree agli adulti, per questioni che spesso i ragazzi risolverebbero tra loro, senza nemmeno farle sfociare in problemi.

D’altro canto, quando ci sarebbe bisogno di una punizione, ci vuole da parte di qualche adulto una bella faccia tosta per esercitarla, dal momento che il modello a cui hanno fatto riferimento i ragazzi sono proprio loro.

Come possiamo quindi pretendere di crescere ragazzi educati, rispettosi ed equilibrati se i loro modelli sono tutt’altro?

Set
19
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 19-09-2016

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Finite le ferie si torna a lavoro e quindi ai ritmi quotidiani che impongono organizzazioni certosine del tempo, soprattutto quando si hanno figli piccoli, entrambi i genitori lavorano e non possono contare sul prezioso aiuto dei nonni.

Per tanti il dilemma è se far uso, quando necessario degli asili nido o meno?

I genitori, soprattutto le mamme, si trovano a dover affrontare il primo vero distacco dai figli dopo mesi di continuo contatto dalla loro nascita e le sensazioni sono le più differenti, dal senso di colpa per paura di abbandonarli e trascurarli all’entusiasmo di poter usufruire di un prezioso aiuto, alla voglia di riprendersi un po’ di spazio per se stessi e di aiutare il bambino ad inserirsi in un mondo che non sia solo composto da mamma, papà e persone molto vicine a loro.

Ci sono poi i dubbi se sia meglio affidarsi ad una baby sitter o ai nonni, quando disponibili.

Certo è che ognuna di queste soluzioni può avere i pro e i contro. I nonni ad esempio sono a costo zero e spesso senza limiti di tempo, ma inevitabilmente possono più o meno consapevolmente dare un’impronta educativa ai nipoti che a volte non coincide con quella dei genitori.

La baby sitter costa e può avere limiti di tempo, ma potrebbe avere un’energia maggiore di quella dei nonni e  le si può chiedere esplicitamente di rispettare certe indicazioni senza correre il rischio di creare incidenti diplomatici familiari.

Sia i nonni che la baby sitter sono poi disponibili anche quando i bambini si ammalano.

Per il nido così non è, senza contare che costituisce un vero è proprio focolaio di germi e batteri che i bambini inevitabilmente si contagiano tra loro. Per quanto riguarda il riscontro di malattie, non essendo un pediatra ritengo opportuno non esprimermi. Certo è che serve sempre avere un piano b, nel momento in cui il bambino si ammali e non possa andare al nido. Ad esempio la sicurezza di poter chiedere senza particolari problemi un congedo parentale a lavoro, oppure una baby sitter sempre reperibile o altri adulti di riferimento nel caso non ci si possa assentare dal lavoro.

Un altro svantaggio del nido potrebbe essere che un bambino molto piccolo possa sentirsi abbandonato, ma questo è un problema passeggero se ben affrontato da tutti gli adulti che hanno a che fare con questa esperienza.

La scuola inoltre potrebbe avere orari poco flessibili o applicare una chiusura festiva che spesso non coincide con le ferie dei genitori.

Il rovescio della medaglia è che favorisce il processo di autonomia dei bimbi, lo sviluppo della creatività,  della manualità e fisicità, le competenze linguistiche, la capacità ad addormentarsi da soli, non avendo l’attenzione esclusiva di un adulto, della condivisione e socializzazione con i coetanei, fortemente necessario soprattutto quando in casa si sta sempre o quasi prevalentemente con persone adulte.

Un altro vantaggio è quello che il bambino imparerà a gestire la frustrazione di non avere sempre e comunque un’attenzione esclusiva da parte di chi si prende cura di lui.

Ogni scelta ha quindi i pro e contro, bisogna capire cosa può esser meglio per i genitori e i bambini. Le situazioni personali giocano sicuramente un ruolo importante in tutte le scelte, anche in quello di questo tipo. Io, come professionista, mi sento a favore della decisione di far frequentare l’asilo nido ai bambini.

SE VUOI LEGGERE GLI ALTRI ARTICOLI SULLA GENITORIALITA’ E LO SVILUPPO CLICCA QUI’.

Mag
19
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 19-05-2016

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Lavorando spesso con genitori di figli in età scolare mi rendo conto che sono ormai rari quelli che non appartengono al gruppo chat con gli altri genitori della classe dei loro pargoli.

I gruppi vengono formati “innocentemente”, soprattutto all’inizio dell’anno in  prossimità delle elezioni del rappresentante di classe, per far si che non si perdano “importanti” informazioni, avvisi importanti di scioperi, uscite anticipate… Poi gli obiettivi diventano altri.

Mi è capitato di parlare con madri che fieramente mi riportano di sapere quali compiti per casa abbiano i loro figli già poco prima che rientrino da scuola! Ormai non sono più i figli che dicono che compiti debbano svolgere per il giorno dopo ma i genitori.

Siamo di fronte ad eserciti di madri, più raramente vi entrano a far parte i  padri, in cui l’obiettivo principale, più o meno esplicito, è quello di tenere sotto controllo i figli e tutto ciò che succede a scuola.

Non sento altro che di discussioni accese da commenti tipo: “Oggi mio figlio ha preso in giro il tuo”, che scatenano dei lunghi litigi mediatici, senza nemmeno rendersi conto che poi i bambini oggetto del contenzioso sono usciti da scuola mano nella mano. I bambini si sa, non sono soliti tenere il rancore.

Oppure c’è la rincorsa all’errore dell’insegnante: “Ho saputo che a Tizio è stato dato un brutto voto ingiustamente”. Allora tutti si sentono in diritto di dare addosso all’ignara docente. E tutti intanto “diventano insegnanti” a loro volta, senza dare l’occasione a quelli veri di potersi difendere o raccontare la vicenda in questione. Minimi problemi vengono trasformati in veri e propri scontri virtuali e, magari il giorno dopo, quando ci si incontra per accompagnare i pargoli a scuola nessuno ne parla.

Da poco una madre mi ha raccontato che è sua abitudine chiedere conferma al gruppo quando il figlio dice di dover uscire con altri compagni. E poi ci si lamenta che i figli abbiano degli atteggiamenti troppo immaturi per la loro età.

Voglio ben pensare che sia così, considerato il fatto che non esistano più confini tra la figura del genitore e quella dei figli. Come potrebbero questi ultimi maturare se non solo non gli è permesso di sbagliare, ma nemmeno di provare a fare le cose in modo giusto? Come possiamo ad esempio pretendere che i figli sviluppino il senso del dovere se non permettiamo loro nemmeno di organizzarsi nello svolgimento dei compiti per casa? A questa domanda una madre mi rispose: ”Ma lui è troppo distratto e non ha voglia di studiare!” – “Certo che lo è, non è abituato a fare le cose per se stesso perché gliele fa sempre lei prima”. Tanto meno gli si da la giusta fiducia per poter fare esperienze adatte alla sua età.

Se si cerca di salvare sempre i figli, facendo loro da cuscinetto e pensando che a scuola non siano ammesse le brutte figure, perché poi nel gruppo-chat se ne parlerebbe di sicuro, essi non impareranno mai a responsabilizzarsi. In una vita frenetica come quella odierna è anche più comodo e veloce sbrigarsela tra adulti che non parlare con i figli per sapere davvero come se la possano cavare, ma questo va a loro danno.

Un’altra cosa che emerge dalle interazioni nei gruppi-chat dei genitori è che i problemi personali possano diventare “comuni”. Durante un colloquio una madre mi raccontò che gli appartenenti alla chat dei genitori le avessero  chiesto senza riserve quale fosse esattamente la patologia della figlia disabile, “così, per potersi informare meglio”. Queste non sono domande che fa piacere sentirsi rivolgere, tanto meno in pubblica piazza.

E quando uno si leva fuori dal gruppo gli altri tendono a pensare e a scrivere male di lui.

Alcuni genitori di oggi presi dalla missione di proteggere in tutto e per tutto i figli, possono non rendersi conto di essere invadenti e invalidanti verso loro. Senza escludere che se si chiedesse ai bambini o ai ragazzi cosa pensino di questo modo di agire, molti di essi direbbero che sarebbe bello poter risolvere i problemi o le situazioni particolari tra coetanei senza l’intervento degli adulti. Chissà quanti screzi verrebbero risolti sul momento?

Mag
05

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Il Consiglio d’Europa ci racconta che purtroppo un bambino su cinque ha subito un abuso sessuale (dal semplice palpeggiamento alla vera e propria violenza).

La pedofilia è una vera e propria piaga sociale che ha bisogno di una forte prevenzione per essere contrastata e purtroppo molti genitori si rendono conto troppo tardi che i loro figli ne siano stati vittima, oppure non lo vengono a sapere mai.

Molti adulti preferiscono non parlare ai bambini di eventuali pericoli in cui potrebbero incorrere per non  spaventarli ma è sempre meglio aiutarli a riconoscerli, qualora si ritrovino a stare con altre persone.

Un altro dato che fa rabbrividire è che la maggior parte degli abusi non avviene da parte di estranei, ma da persone conosciute nell’ambito familiare, che approfittano della loro posizione di fiducia per agire indisturbate. Questo crea maggiore sgomento e senso di colpa nei genitori, poiché essi stessi potrebbero aver affidato i figli ai loro carnefici.

Molti si chiedono come poter proteggere i bambini da adescamenti di pedofili senza diventare ossessivi e senza incutere loro la paura dell’orco presente ovunque e in ogni momento.

Esistono diversi modi per aiutare i bambini a mettersi in guardia da chi vorrebbe loro far del male, tra cui l’ausilio di utili strumenti come film, video e libri pensati ad hoc, che spiegano adeguatamente e velatamente come potersi difendere da questo genere di pericoli e che aiutano anche i genitori a districarsi in discorsi spesso molto difficili da affrontare.

Il Consiglio d’Europa ad esempio, ha fondato il sito www.quinonsitocca.it dove è possibile avere tutte le informazioni al riguardo e scaricare una fiaba in formato ebook dal titolo La regola del Quinonsitocca che racconta di Kiko e il suo amico mano.

Guardare la fiaba assieme ai bambini apre a dialoghi funzionali alla loro protezione e a utili spiegazioni al riguardo. Dall’interazione tra i due protagonisti della storia viene velatamente spiegato dove la mano amica può accarezzare Kiko e dove no. Tra gli obiettivi della fiaba ci sono quelli di spiegare ai bambini di essere padroni del loro corpo, che nessuno può toccarli senza il loro permesso e che possono dire no a richieste del genere ogni volta che vogliono. Si spiega ancora che ci sono dei confini ben definiti che altre persone non possono superare, come guardarli e toccarli sotto la biancheria intima, a meno che non debbano fare delle visite mediche o in vista di altre necessità, ma comunque in presenza dei genitori o di altre figure di riferimento.

Come detto spesso, tra le migliori strategie preventive con i figli c’è sempre una sana comunicazione e la garanzia di essere liberi di parlare con i genitori in ogni momento e situazione, fin dalla più tenera età. Meglio evitare di creare tabù rispetto a ciò che può creare disagio perché portatore di senso di colpa e paura che potrebbero non venire elaborati adeguatamente.

Altro aspetto fondamentale è rassicurare i bambini che qualsiasi cosa succeda, i genitori li vorranno sempre bene e staranno dalla loro parte. Questo è un passo molto importante in quanto i pedofili per far tenere il loro segreto raccontano alle  vittime che qualora facciano la spia i genitori moriranno o non li vorranno più bene. Aiuta inoltre a capire che non tutte le situazioni possono essere positive.

Occorre spiegare che nessuno può chiedere ad un bambino di tenere dei segreti con i genitori. Questo può aiutare a preservarli anche da adescatori che godono della fiducia della famiglia e del bambino stesso.

Bisogna dare delle regole ben esplicite come il riferire sempre ai genitori se qualcuno di conosciuto fa loro un regalo e il non accettare mai passaggi, inviti o pensieri dagli sconosciuti.

Tutto questo può aiutare i bambini a difendersi quando gli adulti di riferimento non sono con loro, ma non li responsabilizza del tutto, in quanto sono gli adulti a doverli difendere dai soprusi altrui.

 

 

Apr
14
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 14-04-2016

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Dopo avervi parlato qualche giorno fa del cyberbullismo, ovvero l’evoluzione tecnologica del bullismo, vi invito a leggere un articolo del 24 marzo scorso del portale di Tiscali in cui si parla del fatto che il cyberbullismo potrebbe diventare reato penale.

Recita così: “Il cyberbullismo potrebbe presto diventare un reato specifico, con pene da sei mesi a cinque anni di carcere, se commesso da un maggiorenne, mentre potrebbe condurre al sequestro dello smartphone del “bullo” se questi è un minore. E’ quanto prevedono alcuni emendamenti della presidente della Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, sottoscritti da tutto il gruppo Dem della stessa commissione, al ddl sul cyberbullismo giunto dal Senato.”

Stanno iniziando quindi ad essere messi in prativa duri provvedimenti per chi si macchia di un reato del genere.

Per saperne di più, vi rimando direttamente all’articolo che potrete consultare integralmente cliccando qui.

L’esperienza della maternità può essere tanto magnifica quanto traumatica, considerata tutta una serie di fattori che la rendono travolgente e non sempre idilliaca. Lo dimostrano le notizie di cronaca di cui spesso veniamo a conoscenza in cui madri colte dal dolore e dallo smarrimento fanno del male a se stesse e alle loro creature. Colpisce ad esempio il caso di Cosenza della bambina di sette mesi uccisa dalla madre, che avrebbe pure tentato il suicidio e che soffrirebbe di depressione post partum.

Il disagio causato dalla nascita di un figlio non sempre è destinato a sfociare in episodi così tragici, occorre comunque non sottovalutare certi segnali e concedere la possibilità di un supporto in una fase così delicata e importante nella vita di una donna.

Ogni neomamma è sottoposta a svariati stravolgimenti quotidiani, da quello fisico, alla convalescenza, alla costrizione di dover orientare tutto in funzione del bebè che la investe di una forte responsabilità e da cui può scaturire un senso di inadeguatezza, a possibili imprevisti e contrasti familiari, al senso di solitudine, al pensiero del lavoro, al fatto che la realtà non corrisponda all’immaginario e alle aspettative pre-esistenti.

Dopo il parto è fisiologico vivere un periodo di stanchezza e di tristezza caratterizzato dalla tendenza al pianto, instabilità dell’umore, ansia, tristezza e scarsa concentrazione. Se il problema è passeggero si chiama baby blues, si verifica nella prima settimana dopo il parto e si risolve spontaneamente dopo circa 10 o 15 giorni. In questo caso la madre riesce a prendersi cura del neonato e prova gioia per la maternità. Non è prevista nessuna cura medica o psichiatrica, mentre è sufficiente essere informate sul problema, poter contare su un supporto psicologico e aver la possibilità di condividere il proprio stato d’animo.

In casi più gravi si può cadere nella depressione post parto che se non viene trattata può diventare cronica. I sintomi iniziano a manifestarsi durante la 3° o 4° settimana dopo il parto. Le cause possono essere molteplici (ormonali, fisiche, psicologiche, sociali, familiari) e pure la sintomatologia è svariata ( tristezza, perdita di autostima, di energia, di interessi, pessimismo e senso di inadeguatezza, difficoltà nell’allattamento, disturbi del sonno, della concentrazione, dell’appetito, ansia, incapacità di prendere decisioni, cefalea, vertigini, nausea, dolori vari, dimagrimento eccessivo). E’ preponderante il senso di colpa per non essere una buona madre che porta alla vergogna, a chiudersi in se stessa e a non concedersi di parlare con nessuno del disagio.

E’ sempre opportuna un’opera di prevenzione per la depressione post parto attraverso un’informazione e un sostegno adeguati durante la gravidanza, l’appoggio di chi sta vicino alla futura mamma, la possibilità di esprimere e condividere le proprie paure, le emozioni e le aspettative. Quando si manifesta è fondamentale chiedere l’aiuto di un esperto e, vista la tendenza delle vittime a negare e celare il problema, occorre che le persone che le circondano stiano attente a tutti i segnali di disagio che possono palesarsi.

Nei primi giorni dopo il parto può inoltre pesare l’invasione di parenti e amici sempre pronti a dire cosa sarebbe meglio fare, ma che in realtà mancano di un aiuto concreto e materiale, quello più necessario al momento.

Ancor più grave e fortunatamente più rara può essere la psicosi post parto caratterizzata dalla perdita del contatto con la realtà e con la propria identità, allucinazioni, manie, ossessioni, in cui è alto il rischio di infanticidio e suicidio.  Una psicosi a tutti gli effetti che richiede un immediato intervento psichiatrico e che può manifestarsi abbastanza precocemente, entro le prime quattro settimane dal parto.

Le cause sono quelle tipiche della depressione post parto ma potrebbe essere incisiva la familiarità con casi di schizofrenia o psicosi maniaco-depressiva.

Il problema, come per tanti disturbi psichiatrici, è che avendo perso il contatto con la realtà la mamma non si rende conto di avere un grave disturbo e rifiuta i trattamenti.

Come al solito l’ambiente familiare e sociale in cui vive la mamma possono essere degli ottimi indici di aiuto. Se riconosciuta in tempo e trattata a adeguatamente la psicosi puerperale può risolversi positivamente.

Considerato quindi che la gioia di un figlio appena arrivato non può essere data per scontata e che l’intensità della maternità possa trasformarla in qualcosa di spiacevole e traumatico, occorre realizzare più prevenzione possibile per far si che questo non accada, creare una rete supportiva intorno alla futura neomamma coinvolgendo il partner, la famiglia, gli amici e il personale sanitario che la accompagna nella gravidanza sino al parto, attraverso il coinvolgimento attivo, le chiare spiegazioni, l’empatia e l’accettazione che le difficoltà siano normali e non motivo di vergogna.

 

Mar
31
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 31-03-2016

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Di recente mi è capitato di aver tenuto un incontro con alcuni genitori di alunni delle scuole elementari e medie sugli usi inadeguati di internet e tra gli aspetti che sono stati approfonditi si è parlato anche di cyberbullismo, l’”evoluzione” del bullismo.

Il bullismo viene definito come un’oppressione psicologica o fisica, ripetuta e continuata nel tempo, perpetuata da una persona più potente nei confronti di un’altra percepita come più debole (Farrington, 1993). E’ caratterizzato dall’intenzionalità del bullo di fare del male alla sua vittima che si sente isolata e la maggior parte delle volte tende a nascondere i soprusi subiti.

Il cyberbullismo è la forma di bullismo che viene manifestata attraverso l’uso di mezzi elettronici, come la posta elettronica, la messaggistica istantanea, gli sms o siti web con contenuti offensivi. Il cyberbullo riesce a mantenere facilmente l’anonimato nascondendosi dietro le apparecchiature di cui fa uso, ad avere un pubblico molto più vasto rispetto al bullo tradizionale e ha la possibilità di raggiungere più facilmente la sua vittima.

Mentre la vittima di bullismo, soprattutto nelle città riesce a non essere più tale cambiando scuola, ad esempio, la vittima di cyberbullismo può essere raggiunta ovunque e spesso non sa di chi deve difendersi.

Purtroppo quello del cyberbullismo è un fenomeno sempre più in espansione, considerato che la maggior parte dei ragazzi accede alle apparecchiature elettroniche in modo non controllato e soprattutto senza aver mai avuto un’educazione adeguata in tal senso. D’altronde, quello che è venuto a mancare forse è proprio un modello educativo maturo a cui rifarsi. La maggior parte dei genitori di oggi infatti, non ha avuto esperienze infantili o adolescenziali che riportano all’uso delle nuove tecnologie e si ritrovano ad ignorarne tanti aspetti.

Mi sono resa conto infatti che molti di loro non hanno ben chiaro quale sia la grandezza, positiva e negativa dell’impatto che esse hanno sulla quotidianità di tutti. Spesso non si rendono conto che i figli hanno la possibilità virtuale di spingersi molto oltre il limite che i genitori li consentirebbero di oltrepassare nella realtà. Ad esempio, senza controlli i figli potrebbero entrare in siti dedicati solo ad adulti, condividere con chicchessia informazioni personali, cadere vittime di adescamenti da parte di personaggi poco raccomandabili o nella trappola delle nuove dipendenze.

Ecco perché credo profondamente nell’informazione e formazione dei genitori verso l’uso delle nuove tecnologie, in modo tale che possano accompagnare i figli in un mondo nuovo, ma che fa parte inevitabilmente di tutti i settori della nostra vita. Ed ecco perché ritengo fondamentale che venga fatta un’adeguata prevenzione rispetto ai rischi in cui si può cadere vittime, ma al tempo stesso traendo tutti i vantaggi che le nuove tecnologie ci offrono.

Se ti interessa approfondire l’argomento clicca quì.