Mag
25
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 25-05-2015

Immagine dal web

Giornata memorabile sotto il cielo d’Irlanda! Nonostante la forte influenza cattolica è il primo Paese ad aver legalizzato i matrimoni tra omosessuali  in seguito al  referendum popolare  dello scorso 22 maggio.

Un’opera pionieristica affidata direttamente al volere popolare. Quale decisione migliore, presa nel migliore dei modi?

Un passo da giganti, considerato che solo 20 anni fa veniva cancellato il reato penale di “omosessualità”.

E mentre si festeggia in Irlanda e in altri Paesi del globo (Danimarca, Olanda, Belgio, Spagna, Francia, Canada, Sudafrica, Norvegia, Svezia, Slovenia, Portogallo, Inghilterra, Galles, Islanda, Argentina, Uruguay, Nuova Zelanda, Finlandia, Messico, Brasile e Usa, in 38 Stati), in Italia che succede?

Nessuna indicazione al riguardo. O meglio, giusto ieri anche a Cagliari c’è stata l’ennesima manifestazione delle pacifiche e (per me) anacronistiche “Sentinelle in piedi”, decise a “difendere” la vera natura della famiglia (secondo loro), nei confronti dei matrimoni tra omosessuali e le adozioni da parte di questi”.

Siamo ancora lontani da una posizione simile a quella Irlandese, ma vista la vicinanza dei Paesi Europei in cui i matrimoni tra omosessuali sono già stati legalizzati e la voglia di tante persone (non solo quelle direttamente coinvolte), di mettersi al passo con i vicini di casa,  prima o poi anche questo traguardo verrà raggiunto nel Bel Paese. O almeno, sento di esser fiduciosa in tal senso.

Sentiamo sempre di delitti passionali e di reati compiuti all’interno delle mura domestiche, perché allora fare tante storie per chi vuole amarsi e tutelarsi anche di fronte al proprio paese di appartenenza?

L’amore non ha confini, religione, colore della pelle, età. L’amore quando esiste bisogna coltivarlo, curarlo, proteggerlo e tutelarlo. E se questo si dovesse tradurre nella legalizzazione dei matrimoni tra le stesse persone, ben venga. Io sono pronta a votare a favore, per la libertà di ognuno di noi, affinchè non venga minacciata da chicchessia.

 

Mag
18
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 18-05-2015

Ieri, 17 maggio è stata la Giornata Internazionale contro l’Omofobia e la Transfobia.

Una data non casuale in quanto il 17 maggio del 1990 venne definitivamente tolto dall’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità), l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali.

Doveroso da parte mia ricordarlo vista l’importanza del legame che c’è tra questo importante evento e la figure di chi lo hanno fortemente voluto riguardanti il mondo medico e delle scienze psicologiche.

Da allora sono stati fatti diversi passi in avanti, ad esempio il riconoscimento delle unioni tra omosessuali o della possibilità di adozione da parte loro. Non ancora sufficienti però, basti vedere la situazione dell’Italia.

Una rivoluzione culturale e sociale ancora in itinere a cui ogni giorno viene richiesto un contributo e un enorme impegno, considerati i risultati ancora da raggiungere e l’enorme mole di ignoranza e razzismo che ruotano attorno all’argomento.

Varie volte ho scritto sull’omosessualità nel mio blog, ma oggi più che mai, nonostante averlo affrontato da diverse prospettive, mi sento di sottolineare che #iononriparo, ovvero non attuo delle terapie riparatrici nei confronti dell’omosessualità, per il semplice motivo che non c’è nulla da riparare se non l’ambiente ostile che si crea attorno a chi ha un diverso orientamento sessuale e non può decidere di seguire la propria natura.

Mai mi permetterei di cercare di influenzare l’orientamento sessuale, così come il credo religioso e culturale degli individui.

Lo stesso Ordine Nazionale degli Psicologi afferma che “Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri… “ e “nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio/economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità (2008).”

Già Freud, secondo cui l’omosessualità rappresentava un arresto del normale sviluppo della persone, scrisse in una lettera che l’omosessualità “non è niente di cui vergognarsi, non è un vizio, non è degradazione, non può essere classificata come malattia,  ma come una variante della funzione sessuale”. Aggiunse ancora che il tentativo di far cambiare orientamento sessuale alle persone può solo sfociare in un fallimento.

Ecco, non ho scritto nulla di nuovo rispetto alle volte precedenti, ma oggi il mio compito era quello di ricordare e ci metto pure la faccia!

Per leggere gli altri articoli inerenti l’argomento clicca quì.

Feb
19
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 19-02-2015

Qualche giorno fa sulla mia pagina Facebook ho condiviso un post di medicitalia.it in cui si dava la notizia della sospensione di uno psicologo da parte dell’Albo perché attuava delle terapie “riparative” contro l’omosessualità.

Premettendo, come ben sapete ormai, che mi dissocio totalmente dalla linea di pensiero dell’emerito collega,  non posso però nascondere la mia sorpresa nel vedere quanta ignoranza ancora giri attorno all’argomento e chiedermi il perché di tutto questo accanimento e questa cattiveria nei suoi confronti?

Ogni giorno a lavoro non manco di assistere alle storie e alle situazioni più svariate, ma l’accanimento contro l’omosessualità proprio non smette di sorprendermi.

Questi sono i miei pensieri personali, come professionista invece posso ribadire che già Freud scrisse in una lettera che l’omosessualità “non è niente di cui vergognarsi, non è un vizio, non è degradazione, non può essere classificata come malattia,  ma come una variante della funzione sessuale”. Aggiunse ancora che il tentativo di far cambiare orientamento sessuale alle persone può solo sfociare in un fallimento.

In Italia la situazione è drammatica: pregiudizi, mancanza di interesse, di informazione e di un’educazione familiare e scolastica adeguata, movimenti religiosi che condannano il “diverso” sono la routine.

Quando avvengono eventi come quello degli scorsi giorni, si palesa la necessità di una legge o di provvedimenti contro l’omofobia, poi dopo qualche giorno tutto tace.

Ciò che mi preoccupa è che nemmeno una legge sarebbe sufficiente a marginare il problema. Sono d’accordo sul punire l’omofobia, ma mi pare urgente la prevenzione.

Perché non iniziare ad educare le giovani generazioni al rispetto di tutte le razze, le culture, le religioni e anche della natura sessuale di ognuno? Dovrei aprire un vaso di pandora affermando che il problema non sono i bambini e i ragazzi, ma gli adulti che impongono il loro pensiero sui figli. Pensiero che spesso è rigido, che non guarda al di là del proprio naso e non accetta di vedere, conoscere e accettare l’altro da se.

Se ancora ci sono persone omosessuali che ritengono di doversi nascondere è perché la società con i suoi rigidi canoni lo impone.

Vogliamo dare o no una svolta alla situazione e aprirci davvero al mondo e alla sua eterogeneità? Se esistono tante realtà un motivo ci sarà o no?

Ognuno potrebbe dare il proprio contributo: dalla scuola alla famiglia, alla cultura, al cinema, al governo, alla politica.

Ott
31

“All your two-bit psychiatrists

are giving you electric shock

they said they’d let you live

at home with mom and dad

instead of mental hospitals

But every time you tried to read a book

you couldn’t get to page 17

’cause you forgot where you were

so you couldn’t even read” Lou Reed- Kill your sons-

“Tutti i tuoi psichiatri da strapazzo

 ti fanno l’elettroshock.

Hanno detto che ti avrebbero lasciato vivere

 a casa con mamma e papà

 invece che in ospedali psichiatrici

 ma ogni volta che provavi a leggere un libro

 non riuscivi ad arrivare a pagina 17

 perché avevi dimenticato dov’eri,

 così non riuscivi neanche a leggere”

Lou Reed, leader dei Velvet Underground, raccontava in Kill your sons (1974), il dramma dell’elettroshock subito da adolescente, a causa della bisessualità che aveva manifestato.

Nel giorno della sua scomparsa, domenica 27 ottobre 2013,  leggo di un’altra vita interrotta, l’ennesima,  anche questa volta per scelta. A Roma un ragazzo di ventuno anni ha deciso di togliersi la vita lasciando una lettera in cui avrebbe scritto di essere gay e  che “L’Italia  è un Paese libero ma esiste l’omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza”.

Purtroppo questo episodio è solo uno dei tanti.

Da Lou Reed (ma aggiungerei da sempre), ad oggi quali sono stati i passi fatti per combattere l’omofobia e considerare l’omosessualità come normale?

In Italia la situazione è drammatica. Pregiudizi, mancanza di interesse, di informazione e di un’educazione familiare e scolastica adeguata, movimenti religiosi che condannano il “diverso”, questa è la routine.

Ancora il diverso dall’eterosessuale significa essere sbagliato? La risposta è si, purtroppo.

Quando avvengono tragici eventi allora si palesa nuovamente la necessità di una legge contro l’omofobia, poi dopo qualche giorno tutto tace.

Ciò che mi preoccupa è che nemmeno una legge sarebbe sufficiente a marginare il problema. Sono d’accordo sul punire l’omofobia, ma mi pare urgente la prevenzione.

Perché non iniziare ad educare le giovani generazioni al rispetto di tutte le razze, le culture, le religioni e anche della natura sessuale di ognuno? Anche qui dovrei aprire un vaso di pandora affermando che il problema non sono i bambini e i ragazzi, che se ben educati si aprirebbero a qualsiasi forma mentis, ma gli adulti che impongono il loro pensiero sui figli. Pensiero che spesso è rigido, che non guarda al di là del proprio naso e non accetta di vedere, conoscere e accettare l’altro da se.

Se ancora ci sono persone omosessuali che ritengono di doversi nascondere è perché la società con i suoi rigidi canoni lo impone.

Vogliamo dare o no una svolta alla situazione e aprirci davvero al mondo e alla sua eterogeneità? Se esistono tante realtà un motivo ci sarà o no?

Ognuno potrebbe dare il proprio contributo: dalla scuola alla famiglia, alla cultura, al cinema, al governo, alla politica.

Io oggi ho voluto dare il mio con questo post.

Ott
24
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 24-10-2013

Rendersi conto di essere omosessuale è una scoperta importante non solo per la persona direttamente interessata, ma anche per chi le sta attorno.

Come già vi avevo accennato in Omosessualità, senso di colpa e famiglia spesso gli omosessuali vanno dal terapeuta per chiedere un aiuto su come rivelare ai propri familiari la loro vera “identità” o su come gestire una “doppia vita” ormai diventata troppo pesante.

Essere accettati dai propri familiari è un’esigenza molto forte e sentita. Non avere il loro appoggio significa sentire il vuoto enorme molto più di quello lasciato in eredità da una società ancora piena di pregiudizi.

Alcuni genitori preferiscono non “capire”, altri non lo accettano assolutamente. Solo una piccola parte incoraggia il proprio figlio non giudicandolo per l’identità sessuale. Lo stato emotivo che si presenta è complesso e variegato: dal senso di colpa (che cosa ho fatto di male?), alla rabbia, al senso di impotenza, alla vergogna e alla disperazione.

I figli impiegano tanto tempo a rendersi conto e ad accettare la propria omosessualità e paradossalmente, quando accade e trovano il “coraggio” per rivelarsi e togliersi il peso del dover nascondersi i genitori entrano fortemente in crisi.

Tanti mi dicono di non voler svelare il loro segreto per non dare un dispiacere (o per non porsi di petto di fronte ad un quasi certo rifiuto) ai parenti. Per questo motivo l’ambiente familiare viene escluso e ci si appoggia a quello amicale. Gestire una doppia vita richiede forti energie e sforzi. Spesso accompagnati da un senso di mancata completezza. Per molti la paura di essere rifiutati e giudicati prevale sul desiderio di rivelarsi.

Un genitore dovrebbe amare il figlio incondizionatamente, ma le differenza generazionale, educativa e i forti pregiudizi ancora presenti nel nostro paese non permettono di vivere felicemente un eventuale natura omosessuale dei discendenti. Tanto meno di accettarla liberamente.

Una coppia di genitori con cui ebbi un colloquio tempo fa in seguito alla scoperta dell’omosessualità del figlio, mi dissero di temere il giudizio della gente del paese in cui vivevano. In quel momento quella era la paura più grande. Rimandare che il figlio aveva impiegato parecchio tempo a superare certi timori e a capire veramente i suoi bisogni e che loro non potevano pretendere di fare altrettanto a due giorni dalla notizia, li fece entrare in un’ottica di chiarimento della situazione che venne percepita in modo meno tragico.

Il mondo omosessuale per i genitori è praticamente del tutto sconosciuto e si sa che ciò che non si conosce viene temuto perché confonde, rende insicuri e non si sa che cosa ci si possa aspettare.

Tuttavia, quando non è sconosciuto è presentato tramite accezioni negative. Ad esempio, esiste ancora l’immagine dell’omosessualità come malattia, come peccato e punizione.

In terapia i genitori vengono ascoltati empaticamente. Vengono accettate le loro emozioni senza giudicare, ma in modo comprensivo. Allo stesso tempo si da il tempo per metabolizzarle e si cerca di riportarli a quella che dovrebbe essere la vera natura del rapporto con i figli. L’obiettivo terapeutico è quello di evitare la sensazione di isolamento, sia nei genitori che nei figli.

Il mio desiderio è che prima o poi non ci sia bisogno che le persone abbiano la necessità di andare in giro a rivelare la propria omosessualità allo stesso modo di come si debba confessare un peccato. Del resto, avete mai visto una persona che quando si presenta sente l’esigenza di specificare di essere eterosessuale?

 

Set
26
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 26-09-2013

Tante persone omosessuali non riescono a vivere bene la loro situazione in quando divorate dal senso di colpa.

Solitamente ci si rende conto delle proprie tendenze sessuali durante il periodo adolescenziale (a volte anche più tardi), e difficilmente si riesce ad accettare serenamente la propria omosessualità.

Capita di arrabbiarsi e di sentisti in colpa. Spesso si sviluppano sintomi d’ansia perché incapaci di gestire le emozioni e le pulsioni contro le quali si cerca di combattere anziché conviverci.

Nel 1973 l’omosessualità è stata rimossa dalla lista delle malattie mentali ed  è  stata  invece  riconosciuta  come  ‘variante  non patologica  del  comportamento  sessuale’.  Nel  1993,  la  stessa  posizione  veniva  ufficialmente  condivisa  dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’omosessualità è “solo” uno dei possibili orientamenti sessuali di una persona.

Nonostante questi riconoscimenti ufficiali, siamo ancora molto lontani dal far sì che un omosessuale si senta libero di vivere la propria natura.

I tanti pregiudizi, i divieti, la mancanza di tutela e anche di un’educazione sessuale adeguata e libera da tabù inevitabilmente causano dei conflitti interiori.

Tanti sono i sintomi di un malessere dovuto al senso di castrazione a cui la società sottopone con il proprio rigido giudizio.

Tra i disagi psicologici più frequenti che ho visto in persone omosessuali in primis l’ansia che funge da portavoce di tutto il malessere nascosto.

Anche il senso di colpa inchioda: soprattutto perché si sente di essere esclusi dai “normali” canoni sociali. La tendenza è spesso quella di andare via in luoghi lontani in cui non si è costretti a nascondersi.

L’ambiente familiare in cui si vive  ha un ruolo molto importante nell’affrontare la propria omosessualità.

Famiglie non giudicanti che appoggiano i familiari e li apprezzano per ciò che valgono realmente, indipendentemente dall’orientamento sessuale, che concedono loro fiducia fanno si che vivano più serenamente e senza troppi drammi l’omosessualità.

Le famiglie invece che si vergognano, che non accettano in alcun modo l’omosessualità e basano la propria opinione sul familiare solo concentrandosi sull’orientamento sessuale “sbagliato” non fanno altro che aggravare una situazione già di per se potenzialmente difficile. In questo caso il senso di colpa può scaturire dalla paura di deludere, dal sentirsi inadeguati, dalla sensazione di non poter avere una vita normale. Tutti messaggi che vengono rimandati dall’ambiente in cui si vive.

Chi chiede l’aiuto dello psicoterapeuta ha la necessità di liberarsi da una situazione vissuta in modo problematico. Alcuni vorrebbero liberarsi dalla propria omosessualità e allora lì è necessario porsi l’obiettivo terapeutico di accettare la propria natura. Altri vorrebbero liberarsi dal senso di colpa e di inadeguatezza e fregarsene del giudizio altrui. In questo caso sarebbe essenziale lavorare sull’autostima.

Altri ancora chiedono una mano per trovare il modo migliore di dichiarare alla propria famiglia la situazione reale.

E’ ovvio che il setting in cui il paziente arriva, (ma questo vale per tutti i pazienti), deve essere neutrale e scevro da qualsiasi giudizio e opinione personale.

Lo studio del terapeuta in tanti casi è il primo luogo in cui la persona può parlare apertamente del proprio disagio e costituisce il trampolino di lancio da cui decidere di affrontare le situazioni anche al di fuori di esso.

Set
16
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 16-09-2013

Di recente mi è stato chiesto se io curassi casi di omosessualità, ovvero se facessi un lavoro di aiuto a persone omosessuali per cambiare il loro orientamento sessuale.

Come già letto in La cura per i gay non esiste semplicemente perchè non sono malati , l’omosessualità non è affatto una malattia.

Già Freud, secondo cui l’omosessualità rappresentava un arresto del normale sviluppo della persone, scrisse in una lettera che l’omosessualità “non è niente di cui vergognarsi, non è un vizio, non è degradazione, non può essere classificata come malattia,  ma come una variante della funzione sessuale”. Aggiunse ancora che il tentativo di far cambiare orientamento sessuale alle persone può solo sfociare in un fallimento.

Ci sarebbe da aprire un vaso di Pandora riguardo a questo tema e sarebbe troppo superbo e ambizioso per me pretendere di spiegare tutto in un solo post, o anche in tanti altri.

Sono ancora parecchi i pregiudizi su questo tema. Attualmente in Italia poco si fa per migliorare la situazione degli omosessuali.

Ciò di cui sono certa è che mai mi permetterei di cercare di influenzare l’orientamento sessuale, così come il credo religioso e culturale degli individui.

Lo stesso Ordine Nazionale degli Psicologi afferma che “Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri… “ e “nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio/economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità (2008).”

Per rispondere alla domanda che mi è stata posta quindi, dichiaro che non vengono contemplate delle terapie riparative all’omosessualità.

Da poco si è rivolta a me una persona omosessuale perché divorata dai sensi di colpa per essere tale. Con un duro lavoro di psicoterapia, siamo arrivati alla conclusione che il senso di colpa era causato dalla paura del giudizio altrui, in primis dalla famiglia che mai accetterebbe un figlio omosessuale.

Questa persona è cresciuta con la convinzione di essere sbagliata. Una povera autostima l’ha accompagnata per anni, fino a che presa da ansia e sensi di colpa ha deciso di chiedere un aiuto.

Gli obiettivi fondamentali che abbiamo raggiunto insieme sono stati: cura dell’autostima, accettazione della propria omosessualità come qualcosa di non sbagliato, libertà di seguire le proprie pulsioni e di mettersi in gioco in nuove esperienze sentimentali.

Il percorso è ancora in opera, ma i passi in avanti sono stati tanti e tanti ancora saranno.

Vi rimando ai post futuri per continuare il discorso sull’argomento.