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Un interessante articolo sul portale di Tiscali dal titolo Aids: l’esperto, sempre più giovani colpiti ma tema fuori da agenda politica  testimonia che in Italia sempre più giovani, quasi del tutto ignorando l’argomento, vengono contagiati dal virus del HIV e che il problema viene affrontato quasi per nulla a livello politico.

Si parla di una diversa consapevolezza tra omosessuali ed eterosessuali  in cui “Il giovane omosessuale è informato, sa come ci si contagia, ma pensa che la terapia sia facile da assumere e che si guarisca facilmente. Per questo si espone. I giovani eterosessuali non sanno nulla. Si espongono senza avere alcuna informazione al riguardo”. Salvo poi dover fare i conti con il virus una volta che questo sia stato trasmesso.

Nonostante attualmente si possa garantire una vita alle persone sieropositive, ciò non toglie che si manifestino delle forti ripercussioni psicologiche in chi si ritrova contagiato.

Quando si diviene consapevoli di essersi posti in situazioni a rischio di contagio, iniziano tutta una serie di importanti manifestazioni psicologiche diverse per ogni individuo in base al periodo di vita che sta affrontando, alle risorse disponibili, al sistema familiare e al modo personale in cui reagisce solitamente agli eventi, rischiando di andare incontro ad una sorta di “blackout” cognitivo ed emotivo. Possono diventare fagocitanti il rimorso per la mancata adozione di misure preventive, la ricerca di informazioni sulla sieropositività, le continue attenzioni agli eventuali segni della malattia e alle possibili occasioni di contagio per i propri familiari.

Una volta diagnosticato il contagio costituiscono motivo d’ansia le preoccupazioni legate all’esito a lungo termine della malattia, il rischio di rimanere soli, di perdere l’indipendenza fisica, di aver contagiato altre persone o che possa accadere in futuro, la paura di perdere il lavoro.

Nei casi più gravi si manifestano episodi depressivi talvolta accompagnati a pensieri suicidari.

La scoperta della sieropositività può far vivere sentimenti del tutto contrastanti, alternando fasi in cui si vorrebbe rendere partecipi gli altri della propria situazione a fasi in cui si pensa di non dirlo mai a nessuno.

Considerata la mole di ripercussioni mentali con cui dover fare i conti, un supporto psicologico può aiutare ad elaborare la nuova situazione e tutto ciò che essa comprende.

Una volta scoperta la sieropositività è fondamentale che il paziente possa riprendere a sperimentare una sensazione di efficacia del proprio comportamento e di controllo del suo stato di salute, che sicuramente potrebbero risultare compromessi. Quindi occorre trasmettere informazioni chiare e dettagliate in merito al significato della positività al test HIV.

E’ necessario trovare un equilibrio nuovo in cui si alternano momenti di serenità, tristezza e disperazione.

Chi scopre di essere sieropositivo, nonostante gli enormi passi in avanti della medicina, potrebbe non riuscire più a vivere la quotidianità delle cose, ma a convincersi di avere un futuro infausto.

Un aspetto fondamentale di un eventuale trattamento psicologico comprende la possibilità di riuscire a vivere nel quì ed ora, a cercare un nuovo equilibrio quotidiano, seppure faticoso, che permetta di continuare a riuscire ad apprezzare e a vivere il resto del mondo.

Nella maggior parte dei casi, le persone vengono contagiate tramite rapporti sessuali non protetti. In sede di terapia sarebbe giusto indagare su come l’individuo viva la sessualità, sul fargli notare che non è stato responsabile da parte sua un certo tipo di comportamento e che dovrà iniziare ad usare le protezioni giuste in qualsiasi occasione, non solo per evitare di contagiare eventuali partner, ma per proteggere anche se stesso dal contagio di ulteriori malattie.

Essere sieropositivo non significa aver concluso la propria vita, ma implica il dover seguire tutta una serie di regole per vivere in uno stato di benessere fisico: ad esempio l’assumere regolarmente i farmaci.

Delle volte richiedono un aiuto psicologico non solo i pazienti sieropositivi, ma anche i familiari che ne sono venuti a conoscenza. Soprattutto nei primi tempi dopo la diagnosi, se la famiglia viene informata dell’accaduto, ha bisogno di trovare un equilibrio che possa adattarsi alla nuova realtà.

Nonostante gli enormi passi in avanti fatti dalla ricerca medica e il raggiungimento dell’obiettivo di poter garantire una vita duratura a chi viene contagiato dal virus HIV, non ci si può permettere di trascurare la prevenzione rispetto all’argomento. Una buona educazione sessuale fatta fin dalla più giovane età e una chiara informazione sull’argomento possono assicurare un calo dei contagi. 

Feb
01
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 01-02-2016

Immagine dal webDa qualche mese le notizie di cronaca parlano di casi di contagio del virus dell’HIV. Eclatante è la storia di Valentino T. che per anni, pur conoscendo la sua situazione clinica ha avuto rapporti sessuali non protetti con decine di donne, omettendo di essere sieropositivo e contagiando la maggior parte di esse.

Sembriamo lontani anni luce dallo spot degli anni ottanta con le persone con i bordi viola, indici del contagio. Da allora non ricordo (correggetemi se sbaglio), che l’argomento sia stato più toccato in maniera altrettanto “rumorosa”, fino a che non sono scoppiati i vari casi di contagio degli ultimi tempi.

Quando prestavo servizio come tirocinante nel reparto di dermatologia di un ospedale cagliaritano, ricordo che un ragazzo molto giovane, appena diventato maggiorenne, aveva scoperto da poco di aver contratto il virus dell’HIV e in sede di colloquio mi disse di non essere preoccupato perché “tanto c’era il vaccino per guarire”. Questo mi fece venire a contatto con la realtà che ignorava totalmente (o quasi), cosa fosse quella malattia. Cosa potevo pretendere se nessuno ne parlava da anni e anche a scuola l’educazione sessuale sembrava argomento tabù? Purtroppo, molte persone non sapevano di cosa si tratti fino a che non contraggono il virus.

Ed ora, trovandomi quotidianamente a stretto contatto con adolescenti e con adulti, la situazione non mi sembra migliorata. Nella maggior parte della scuole l’educazione sessuale è ancora inesistente e un numero elevato di persone decidono di “rischiare” di avere rapporti sessuali non sicuri, perché “tanto non capiterà proprio a me?”. Ed io quando lo sento dire rispondo che “in effetti, può capitare anche a te, se non hai preso le giuste precauzioni.”

Fino a non molti anni fa, coloro che contraevano l’HIV sapevano che, in un tempo più o meno lungo, essa li avrebbe portati all’AIDS; intorno a loro, altri si ammalavano e morivano. Era letteralmente una questione di vita o di morte. Oggi la situazione è cambiata: l’HIV è un’infezione cronica, con la quale è possibile vivere.

Come tutte le malattie, anche questa naturalmente non ha solo dei riscontri organici ma anche psicologici.

Dal trauma di aver riscontrato il virus, alla disperazione, al dover affrontare il pregiudizio altrui, nel caso o meno si decida di condividere la notizia, alla necessità di proteggere gli altri e se stessi da ulteriori malattie.

Mi sono resa conto di quanto queste persone abbiano bisogno di essere guidate nella loro nuova condizione di vita e di essere lucide per andare avanti e prendere importanti decisioni.

Purtroppo l’aiuto psicologico non può guarire dalla malattia (così come quello farmacologico), ma può aiutare a convivere con la nuova situazione, senza concentrarsi solo su un futuro infausto.

Nonostante la preziosità della cura, non si dovrebbe mai smettere di fare prevenzione, o meglio, in un paese come l’Italia, si dovrebbe iniziare a farla seriamente.

Anche noi singoli professionisti possiamo farlo, ad esempio, attraverso la progettazione di corsi nelle scuole e in sede di terapia, quando ci rendiamo conto che i nostri pazienti possono avere dei comportamenti a rischio ed essere ancora all’oscuro dei pericoli in cui possono incorrere.