Ott
02
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 02-10-2017

Immagine dal web

Tante donne affrontando la gravidanza e la nascita di un figlio provano risentimento nei confronti del marito:  colui che godendosi momenti di piacere le ha messe incinta lasciando loro  la fatica della gravidanza e della maternità. Un pensiero a volte irrazionale, ma che può presentarsi anche quando la gravidanza è stata programmata.

E mentre la rabbia e la frustrazione aumentano la maggior parte delle donne pensano di essere dei mostri nel provarle anche perché colpevolizzano i compagni per la fatica, il dolore e le limitazioni oggettive che l’esperienza della gravidanza e della maternità possono dare. Si vivono quindi sentimenti ambivalenti di amore e odio verso colui che si ama e con cui si è scelto di stare “nella buona e nella cattiva sorte”.

Abbiamo combattuto tanto per la parità dei sessi, però proprio nella nascita dei figli i ruoli sono totalmente divisi. C’è poco da girarci attorno, diciamolo.

Alcune donne la vivono come l’esperienza migliore al mondo, altre invece come un compito che spartirebbero o cederebbero ben volentieri ai loro coniugi. Forse fa arrabbiare proprio il fatto che certe cose possono/devono esser compiute dal sesso femminile. E da alcune viene vissuto più come un dovere che opportunità.

Ciò non vuol dire che le future neo mamme siano mostri perchè provano questi vissuti emotivi, ma solo che abbiano delle fragilità e paure dovute a tanti motivi. Ad esempio la sensazione di dover rinunciare alla libertà personale o di perdere l’amore del compagno.

Certe conoscenze poi non aiutano in tal senso. Alcune persone infatti pare abbiano il compito di esercitare un terrorismo psicologico non da poco verso chi si appresta a vivere l’esperienza della maternità. Individui (che possono essere parenti ed amici), che senza un minimo di sensibilità riescono contemporaneamente a congratularsi perché vi accingete a vivere una delle esperienze migliori al mondo e poi  dicono che è l’inizio della fine. Paradossale direi. E poi si scopre che sono quelle persone che usano il ruolo genitoriale per avere la scusa per “non fare”. ” Perché sai, con i figli non si può più”.

Quindi, onde evitare ulteriori stress, meglio ridurre ai minimi termini gli incontri con queste persone, almeno fino a che non sarete più serene e meno influenzabili dalle parole altrui.

Per fortuna ci sono anche quelle persone che invece dimostrano quotidianamente come la vita vada avanti assieme e nonostante la prole.

Dalle testimonianze avute in studio e non solo, mi pare che le donne che hanno un livello culturale più alto sentano particolarmente questo disagio. O forse sono quelle che si concedono maggiormente di parlarne? La cosa che dispiace e che i mariti talvolta vengano descritti come dei veri e propri imbecilli ignari di tutto. Ma sarà sempre così? O forse, se è pur vero che loro non provano le nausee e possono continuare a dormire mentre le mogli allattano, non c’è davvero nulla di buono che possano fare per alleggerire il carico della genitorialità?

Fortunatamente esistono i casi dove anche i signori papà si dedicano spontaneamente e in modo efficiente all’accudimento delle mogli e dei figli. Soprattutto le coppie che hanno solide basi riescono a rimodularsi nei loro nuovi compiti senza perdere di vista la coppia originale e senza farla entrare in contrasto con quella genitoriale.

E’ vero che la nascita di un figlio è un momento critico, ma come ho sempre detto, è proprio nei momenti di crisi che traspare la qualità della relazione stessa.

Quindi signore, penso si possa parlare liberamente con i mariti dei sentimenti ostili che provate nei loro confronti. E voi signori maschi, potete riuscire a capire quali siano le difficoltà oggettive provate dalle vostre compagne cercando di stimolare un lavoro di squadra, ricordandovi che quelle affianco a voi non sono solo mamme stanche ma quelle donne di cui vi siete innamorati e con la quale avete deciso di vivere la vostra vita.

E voi neo mamme, affidate al vostro uomo le cose che può fare, compresa la cura del vostro bebè. Fatevi coccolare, perché dell’amore non ne ha bisogno solo il nascituro, ma anche voi. E’ vero che diventare coppia genitoriale può essere un bel salto nel vuoto, ma ricordatevi che essa non esclude il proseguo di quella relazionale iniziata a prescindere dall’idea di diventare genitori.

Chiedete aiuto già prima di arrivare allo stremo delle vostre forze e se vi sentite la casa invasa da amici e parenti e avete la necessità di vivere la coppia mentre il bebè dorme, lasciate gli altri fuori dal portone.

Sono i vostri sentimenti contrastanti che vi fanno paura, in parte fomentati dalle tempeste ormonali in corso, in parte dalla grossa responsabilità che vi sentite addosso. Non condannatevi per questo, cercate di parlarne con il vostro compagno e quando non vi basta, anche con un esperto.

Manifestare i propri limiti e le proprie paure può essere sinonimo di forza e di voglia di migliorare la situazione quindi non sentitevi in colpa nel prendervi cura di voi come donne. Più riuscirete a  sentirvi tali più i sentimenti contrastanti verso il vostro lui passeranno. Concludendo, come recita uno psicologo americano: ”Pensate come gli uomini e fate la doccia impunemente. Non sentitevi in colpa! Un uomo non si sente e non si sentirà mai in colpa per una doccia. Sentirsi sempre in colpa non è mettere i bisogni altrui prima dei propri, bensì una malattia trasmessa quasi esclusivamente dal doppio cromosoma X. Donne, andate sotto la doccia, chiudete la porta del bagno a chiave, aprite i rubinetti e non guardatevi indietro!”

 

Gen
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-01-2017

Immagine dal webAncora una volta assistiamo (impotenti, mi chiedo io?), agli ennesimi episodi di violenza sulle donne.

Purtroppo i casi di cronaca continuano a raccontarcene altri, come quelli della ventiduenne ustionata e della ventottenne aggredita con l’acido.

Continuano a chiamarli amori, “troppo amore”,  “amori esagerati”. Ho sentito addirittura parlare di “amore incontenibile”.

Ecco, io non sono affatto d’accordo con queste definizioni, mi rifiuto di associare la parola amore ad atti di violenza. E penso che fino a che lo si farà, tutte le violenze verranno giustificate in nome di un amore che pare trovi la sua più grande espressione in atti così eclatanti e disumani. Tanto è che le vittime, non avendo mezzi e supporti adeguati, arrivano a giustificare la rivalsa di possesso nei loro confronti come la manifestazione dell’unico modo di amare del proprio carnefice.

Mi costa ammetterlo, ma purtroppo siamo ben lontani dal non sentire più fatti di cronaca tali. A volte penso che manchino proprio le basi affinchè tutto ciò si concretizzi.

Sicuramente fa tanto un approccio culturale sbagliato in cui l’amore è sacrificio, sopportazione, sottomissione, possesso. L’amore non è così, è tutto il contrario di ciò che ho appena scritto e fino a che non entrerà nella testa di ognuno di noi, allora continueranno ad esistere persone che tratteranno i partner come loro oggetti, su cui cercheranno di sfogare le proprie frustrazioni, convinti che l’altro le debba subire in silenzio proprio per amore. Ed esisteranno vittime convinte di non poter pretendere rispetto, di non poter far valere le proprie esigenze, la propria autonomia e libertà, di non poter avere un semplice amore felice.

E allora cosa possiamo fare? Ci sarebbe tanto da dire, ma oggi  mi voglio concentrare non su ciò che dobbiamo evitare, ma su ciò che dovremmo imparare a coltivare: la felicità.

Viviamo la felicità, godiamone, cerchiamo di dirci ogni giorno che ognuno di noi ne ha diritto e ha il dovere di fare di tutto per tenersela stretta, nel rispetto di se stessi e degli altri.

Insegnamola agli altri, soprattutto ai più piccoli, non facciamone un’eccezione, cerchiamo di coglierla in ogni singolo momento, anche quelli che apparentemente possono essere più scontati e banali. Abituiamoci ad essa così da difenderla in ogni modo e da non poterne fare a meno.

Contagiamola e circondiamoci di chi riesce ad apprezzarla e che la tenga preziosamente in considerazione.

Ecco, non ho assolutamente risolto il tema sulle violenze, ma penso di aver piantato un piccolo semino che avevo necessità di dividere con voi.

Caterina Steri.

 

Giu
06
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 06-06-2016

Purtroppo i casi di femminicidi o di violenza in genere sulle donne non sembrano diminuire. Quasi non ci si sorprende più quando le notizie di cronaca ne danno annuncio.

Ci si chiede come certi individui possano arrivare a tanta violenza nei confronti delle loro attuali o ex compagne? Come possano identificare la violenza con l’amore?

Mi viene da pensare che dev’essere mancata una base educativa solida che abbia insegnato il rispetto dell’altro e l’accettazione di punti di vista diversi. Che ci sia stata per alcune persone l’assenza di uno stile educativo basato non solo sulle regole ma anche sull’amore.

Che sia stato insegnato invece un modello culturale che pone le donne in posizione di sudditanza verso il genere maschile.

Proprio per questo motivo è necessario concepire la famiglia e la scuola come gli ambienti ideali dove contrastare uno stile di pensiero sessista e misogino e promuovere un cambiamento sociale e culturale nei confronti di un’educazione di genere, del rispetto delle differenze e della parità dei diritti.

Occorre entrare nelle menti delle nuove generazioni per crescere adulti onesti e capaci di amare. Perché si possono fare mille leggi al riguardo, ma se non si cambia la mentalità individuale e collettiva, queste disposizioni serviranno sempre a punire chi il danno lo ha già fatto. Meglio invece non dover arrivare fino a questo punto.

Cosa poter fare dunque per contrastare la violenza di genere attraverso un’opera di prevenzione?

  • Uno dei primi passi potrebbe essere quello di far conoscere il fenomeno, in modo tale da inculcare nelle nuove generazioni un pensiero critico sull’argomento.
  • Proteggere i bambini dalle violenze per farli diventare degli adulti capaci di amare.
  • Aiutare le giovani donne all’istruzione e all’indipendenza economica.
  • Far si che la violenza non venga riconosciuta tale solo se esercitata a livello fisico e sessuale, ma anche psicologica, alla quale spesso si tende ad abituarsi perché ritenuta normale. Tanto meno ci si ribella, per “rispetto” del quieto vivere.
  • Nutrire l’autostima dei giovani. In questo modo gli uomini non si convinceranno del fatto che per tenere qualcuno con se debbano usare l’imposizione e il controllo. Le donne invece non crederanno di dover essere accudite e salvate dal primo che capita e che la loro realizzazione non debba passare per forza solo nel matrimonio, ma anche in quella professionale e personale.
  • Rispetto al punto precedente bisogna smettere di far credere che le donne dovranno essere salvate dal Principe Azzurro, ricordo che è pur sempre un uomo in calza maglia. Stiamo parlando infatti di aspettative consolidate ma non messe in discussione riguardo ai ruoli che le donne e gli uomini dovrebbero avere. E quelli delle donne spesso e volentieri si limitano alla cura della casa e della famiglia.

 

 

Apr
16
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 16-04-2015

Foto dal web.

Nel concetto di amore è implicito un certo grado di appartenenza reciproca, ma quando questa è eccessiva può diventare possessione.

L’innamoramento può avvicinarsi al concetto di possessione. All’inizio infatti si sente il bisogno di passare più tempo possibile insieme e si vorrebbe condividere tutto con l’altro. Questa però è una fase della relazione di coppia. Ad essa segue quella dell’amore che comprende il riconoscimento dell’amato per ciò che è, non cercando di cambiarlo ma lasciandolo libero di essere se stesso. L’amore comprende anche il ritaglio e il rispetto reciproco di spazi individuali, di tolleranza della distanza e della separazione.

In molte coppie la parola libertà viene trascurata, anzi, l’amore viene inteso come totale fusione e appartenenza l’uno all’altra, come se l’altro fosse in nostro possesso. Questo concetto ci viene rimandato in continuazione anche dalle storie televisive, racconti e libri che lo descrivono come possesso, sacrificio e totale simbiosi da rincorrere a tutti i costi.

Sentire l’altro come una proprietà significa pretendere che colmi i propri vuoti affettivi, caricarlo di responsabilità non sue. Quando è eccessivo, il possesso invade totalmente la vita dell’altro non permettendogli di capire quali siano i confini con l’ambiente che lo circonda. Inevitabilmente porta all’annullamento delle parti e ad una probabile rottura della relazione.

Il possesso poi viene sovente confuso con una particolare manifestazione di affettività e riguardo nei confronti del legame: “Ti controllo perché ti amo e mi preoccupo per te”.

Significative sono quelle coppie in cui non esiste nessun confine: sono conosciute le password, vengono letti tutti i messaggi del cellulare, viene usato lo stesso profilo nei social network, non sono ammesse uscite con amici separatamente, in modo tale che tutto venga tenuto sotto controllo. In realtà si tratta di mancanza di fiducia. Ma senza di essa dove può arrivare una coppia? Quanto la mancanza di fiducia e l’amore vanno di pari passo? La possessività origina spesso da eccessive gelosia e invidia che si traducono in controllo e annullamento degli spazi individuali.

Tante volte sentiamo dire: “Non posso vivere senza te”.  Sono queste parole pesanti che rimandano all’altro la totale responsabilità di una vita che non è la sua. Rendiamoci conto però che questa affermazione non può esistere, altrimenti tutte le persone che subiscono un lutto non sopravivrebbero ad esso.

In una relazione di sano amore esistono momenti di fusione, ma a cui seguono altri di distacco e libertà individuale, in cui viene rispettata l’individualità di ognuno. Quando questo non accade è inevitabile la sensazione di oppressione e soffocamento. Senza libertà l’amore è destinato a finire.

 

Mar
26
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 26-03-2015

La fine di un percorso di psicoterapia è per me sempre molto emozionante. Ringrazio sempre i miei pazienti in chiusura perché ogni volta il lavoro fatto insieme contribuisce non solo alla mia crescita professionale, ma anche a quella personale.

Per questo motivo ho deciso di condividere con voi le parole di chiusura della paziente con cui qualche giorno fa ho concluso una terapia basata sul trattamento della gelosia patologica e di una scarsa autostima.

Buona lettura e grazie all’autrice di queste emozionanti parole.

Il mio percorso di psicoterapia.

Credo che ognuno di noi nei momenti di difficoltà maggiori abbia la possibilità di chiedere aiuto. Questo è quello che è successo a me quando non intravedevo più alcuna via d’uscita.

Avevo bisogno di essere aiutata e sostenuta ma ancora di più di capire cosa causava in me il malessere che stavo vivendo. Come tutti i percorsi non è stato sicuramente facile, mettersi a nudo non lo è mai. Però, anche se con fatica, ci sono riuscita.

Riguardo indietro a quel che è stato e rivedo una donna diversa. Quasi sorrido a vedermi così fragile e insicura.

Il mio momento di crisi sicuramente mi è servito per capirmi e conoscermi meglio. In questi mesi ho acquisito più consapevolezza di me stessa e delle mie capacità: mi sento sicuramente una persona migliore.

Chiedere aiuto non vuol dire aspettare passivamente che arrivi la soluzione ai tuoi problemi, per me ha significato mettermi in gioco ed uno scambio reciproco. Non si è spettatori passivi, ma protagonisti assoluti.

E’ un po’ come nelle favole. Posso considerare la psicoterapia come la Fata Madrina che con la sua bacchetta magica interviene sempre nei momenti più bui per dare speranza.

Grazie, F.

Se ti interessa saperne di più sul mio lavoro clicca quì.

Mar
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-03-2015

Immagine dal web

Qualche giorno fa vi ho scritto alcune indicazioni su come riconoscere le persone negative, oggi vi scriverò su come comportarsi, ovvero come poter fare per difendersi dalle loro negative influenze.

Se si tratta di una persona che conoscete a malapena, si possono limitare i contatti il più possibile.

Se si tratta di una persona cara, cercate di confinare al meglio gli effetti negativi  che possono scatenare nella vostra vita. Per iniziare con questo, è saggia idea limitare le informazioni che condividiamo con lei.

Le buone notizie soprattutto, meglio condividerle con chi è contento per voi  e vi trasmette solo energie positive.

Meglio tenere una certa distanza emotiva dalle persone negative, per evitare di farsi fagocitare dal loro vortice di pessimismo.

Se proprio non potete fare a meno di incontrarle, cercate di non farlo da soli, ma almeno con un’altra persona con cui potrete darvi man forte nel contrastare le influenze negative.

Imparate a godere dei bei momenti senza farvi influenzare dai commenti negativi degli altri.

Ignorate le costanti lamentele altrui e quando possibile contrastatele con affermazioni positive.

Pensate sempre che gran parte di ciò che vi accade, bello o brutto che sia, è dovuto alla vostra responsabilità e non alla sfortuna o al destino che si accaniscono su di voi.

Uno dei modi migliori per far scappare le persone negative da voi è fare come loro. Iniziate a rubar loro la scena delle continue lamentele e non vi sopporteranno più.

Insomma, smettete di esser terreno fertile per la loro negatività e circondatevi di persone positive, perché, come ho detto tante volte, ad esser positivi si diventa contagiosi.

Oltre a tutto questo che ho appena scritto, vorrei aggiungere che solitamente le persone sono negative perché in un modo o nell’altro anch’esse sono state influenzate negativamente e nascondono le loro insicurezze dietro i rigidi schemi del pessimismo. A loro volta hanno interiorizzato messaggi svalutanti nei loro confronti. Quindi sempre meglio tenerlo presente e fare almeno un tentativo per aiutarle, facendo notar loro che il pessimismo può essere convertito in tante risorse positive.

Vi accorgerete che tante di esse potranno sorprendervi e mostrare la loro disponibilità a correggersi per imparare a godere della vita. Altri invece non vi capiranno o non ci proveranno nemmeno, intanto però voi avrete prospettato loro un’alternativa al  mondo negativo.

Se ti è piaciuto l’articolo leggi anche gli altri articoli inerenti questo cliccando quì.

Mar
02
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 02-03-2015

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Per caso voi avete a che fare con delle persone la cui sola vista vi fa venire la tristezza o il malumore e che si lamentano sempre di tutto? Quelle persone che si lagnano quando piove e ancor di più quando c’è il sole? Quelle che hanno sempre commenti lapidari e negativi tanto da scoraggiare anche i migliori ottimisti?

Capita a tutti di conoscere queste persone, molti non si rendono conto che il loro pessimismo cronico, può influenzare anche la propria giornata, se non stanno attenti e se non individuano in modo consapevole gli untori del buonumore.

Infatti,  subire quotidianamente atteggiamenti negativi e frasi spiacevoli causa un’interiorizzazione di alcuni di questi messaggi dentro di voi, in modo tale da mettere a repentaglio la vostra sicurezza e l’autostima. Seppure inconsciamente, prenderete alla lettera tutto ciò che vi viene detto convincendoci della sua realtà. E’ importante quindi riconoscere le persone che potrebbero causarvi tutto questo.

Per farlo dovremo vedere se corrispondono al profilo qui sotto descritto o ad alcune parti di esso:

  • chiedono un parere e lo svalutano, qualsiasi cosa rispondiate
  • sono estremamente permalose
  • minimizzano le cose positive e ingrandiscono tutte le negative
  • le cause dei loro mali sono sempre dovute a fattori esterni
  • si lamentano continuamente
  • sono poco attente  agli altri e non sono delle buone ascoltatrici
  • qualsiasi cosa diciate, loro riusciranno a vertere il discorso sulla propria vita
  • sono spesso opportuniste
  • non sopportano le lamentele altrui
  • se raggiungono risultati positivi li danno scarsa importanza svalutandone il valore e pensando che non basti mai (per loro la vita non è mai sufficiente)
  • spesso godono a far le vittime e sono abbastanza teatrali
  • non si risparmiano di fare commenti negativi o di spettegolare sugli altri
  • sono dei “vampiri energetici”, cioè riescono ad esaurirvi con le continue lamentele
  • ci sono poi quelli invidiose, ma per questa categoria vi rimando agli articoli inerenti.

E’ importante saper identificare chi può mettere a repentaglio la serenità delle vostre giornate e  sapere chi può portare nella vostra vita cose positive e chi no.

Chi vi circonda può avere il potere, più o meno forte, di influenzare l’umore, le decisioni, la sicurezza in voi stessi, meglio quindi avere la capacità di capire chi è che vi fa bene e chi no.

Se chi frequentate o conoscete presenta diverse delle caratteristiche elencate di sopra cercate di correre ai ripari, ma per aiutarvi in questo vi rimando ad uno dei prossimi post.

Leggi gli altri articoli inerenti al tema dell’invidia.

 

Feb
26
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 26-02-2015

In precedenza vi ho parlato dell’invidia, oggi vi parlerò di come ci si possa difendere dalle persone invidiose che, anche se sono loro le prime vittime di se stesse, potrebbero comunque influenzare negativamente chi le circonda. Infatti l’invidioso è insicuro, ha una scarsa autostima e cerca di svalutare in continuazione gli altri con l’illusione di stare un po’ meglio. Della serie: “Se riesco ad abbassare gli altri al mio livello io posso sentirmi meglio”. Per questo può cercare la competizione e talvolta lo scontro.

Un altro aspetto fondamentale dell’invidioso è che lui non si identifica come un aggressore/provocatore quando denigra e svaluta, ma si percepisce come una vittima costretta a difendersi  da coloro che ai suoi occhi ostentano le proprie doti o i propri averi. In alcuni casi è solo la presenza dell’altro a costituire essa stessa una provocazione per l’invidioso.

L’invidia rende ciechi e disabilita la capacità di giudizio critico, di distinguere quindi la realtà oggettiva da quella soggettiva.

Occorre difendersi dall’invidia sia quando siamo noi a provarla  che quando ne diventiamo l’oggetto.

ü  Se ci rendiamo conto che il senso di competizione altrui è spinto dall’invidia possiamo decidere di non lasciarci coinvolgere.

ü  Possiamo ignorare i duri commenti che l’invidioso ci fa, ad esempio la cara amica che critica in continuazione la nostra relazione.

ü  Se l’invidioso è una persona a cui siamo legati affettivamente sarebbe meglio aver presente che sia lui a soffrire più di voi per quello che prova e parlare chiaramente di ciò che vediamo  evidenziando quanto possa ferirci.

ü  In altri contesti, come quello lavorativo, non rispondere a tono e rimanere indifferenti può far capire all’altro che è inutile provare a danneggiarci.

ü  Meglio rispondere senza attaccare finchè possibile, evitando qualsiasi confidenza per  dare meno spunti possibili ed essere nuovamente attaccati.

Gen
19
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 19-01-2015

Immagine dal web

Sapete voi quale sia la differenza tra gelosia e invidia?

Nell’immaginario collettivo sono due concetti interscambiabili, ma in realtà non è così. Entrambi hanno alla base un forte malessere ma mentre la gelosia si scatena nel momento in cui si ha paura di perdere qualcuno, l’invidia scaturisce dal fatto che gli altri posseggano qualcosa (un oggetto, una dote, una posizione sociale), che noi non abbiamo ma  la vorremmo e spesso desideriamo che venga perduta da chi già lo ha.

Il tipo di malessere che causano può essere simile, e forse è anche per questo che vengono scambiate.

E’ sempre meglio poterle riconoscere per imparare a gestirle. Tutti infatti almeno una volta nella vita le hanno provate, perfino i bambini.

Dice Helmut Schoeck che “L’uomo invidioso pensa che se il suo vicino si rompe una gamba, egli sarà in grado di camminare meglio”. Non avrebbe potuto descrivere meglio l’invidia.

Nella gelosia invece entra in gioco un terzo individuo perché scaturisce nel momento in cui ci si sente minacciati da esso nella possibilità di perdere la persona amata o un amico, ad esempio.

Anche il giudizio comune si pone diversamente nei confronti della gelosia e dell’invidia.

La prima viene accettata di più in quanto vista come strumento per la salvaguardia del legame esistente con una persona amata, implica pure un aspetto romantico della situazione ed è considerata sinonimo di passione e amore.

L’invidia dall’altro lato viene condannata, se ci pensate fa parte dei sette vizi capitali e implica l’impulso a danneggiare l’altra persona.

Sia l’invidia che la gelosia in misure eccessive possono diventare patologiche. Pochi ammettono di essere invidiosi o gelosi, se non quando il malessere diventa preponderante.

Ma per questo vi rimando ai vari articoli di questo blog che trattano i due argomenti.

 

Gen
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-01-2015

L’invidia, uno dei sette vizi capitali, riguarda il  risentimento e l’astio che scaturiscono dal confronto con gli altri: chi di noi almeno una volta nella vita non l’ha provata?

Spesso sento dire “Lui si e io no, perché?”, “Che ha lui in più di me?”  L’invidioso  infatti vive un’alternanza di pensieri in cui spera di avere quello che hanno gli altri e che gli altri allo stesso tempo lo perdano.

Perde troppo tempo ed energie a concentrarsi su chi lo circonda e poco su se stesso, alimentando rabbia, frustrazione, senso di vuoto e inferiorità. Tutti fattori strettamente connessi ad una scarsa autostima che impediscono di percepire le risorse e le potenzialità personali.

L’invidia viene provata sin dalla più tenera età, forse proprio per questo se ne è sempre parlato.

Essa può influenzare più o meno la vita delle persone, nei casi più gravi prendere il sopravvento e impedire di vivere serenamente la quotidianità perché troppo impegnate a fare i conti in tasche altrui e a chiudere in rosso i  propri. Chi la prova non riesce ad instaurare relazioni positive con gli altri.

Possiamo parlare di invidia patologica quando dalla speranza di cui vi ho parlato prima si passa a cercare di concretizzarla per creare dei danni.

Solitamente si diventa invidiosi delle persone più vicine per la maggiore possibilità di confrontarsi con esse.

Dare una spiegazione razionale all’invidia non permette di liberarsene o di controllarla anche se riconoscerla costituisce un primo passo per affrontarla.

Quando diventa eccessiva può diventare oggetto di trattamenti psicoterapeutici, come quello strategico integrato, con cui si lavora per capire il significato  e a quali vuoti personali essa possa corrispondere, per poi spostare l’attenzione da fattori esterni (ad esempio quello che gli altri posseggono), ai propri bisogni che se non ascoltati la alimentano.

L’invidioso attribuisce la responsabilità della propria situazione sempre agli altri, agli eventi esterni,  alla sfortuna, togliendosi ogni responsabilità personale per ciò che è la sua vita. Un altro degli obiettivi terapeutici è quello di responsabilizzarlo, di fargli sperimentare che poche sono le cose dovute a fattori esterni e tante a quelle personali che gli conferiscono il potere  di costruire attivamente il proprio futuro.

Conosciamo sempre l’accezione negativa dell’invidia, ma se riuscissimo a sfruttarla per avvicinarci all’ideale di persona che abbiamo, la potremmo trasformare in ammirazione e in una risorsa per trarne miglioramenti di vita.

Ciò è possibile quando un equilibrato senso dell’autocritica permette di vedere negli altri le risorse che anche noi vorremmo avere, stimolando un sentimento ammirevole e predisponendoci al raggiungimento degli obiettivi. Pensare ad esempio: “se lui ci è riuscito, posso riuscirci anche io“.

Il trucco sta nel confrontarsi con gli altri non per sentirsi ancora più insicuri ed inadeguati ma per spingersi a migliorarsi. Essendo l’invidia inversamente proporzionale all’autostima, la si può risolvere realizzando i nostri sogni prendendocene totalmente la responsabilità e i meriti.

Se ti è piaciuto questo post puoi anche leggere quelli riguardanti la gelosia patologica cliccando quì.