Ott
01
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 01-10-2015

Immagine dal web

“La timidezza è una condizione strana dell’anima, una categoria, una dimensione che si apre alla solitudine. È anche una sofferenza inseparabile, come se si avessero due epidermidi, e la seconda pelle interiore s’irritasse e contraesse di fronte alla vita. Fra le compagini umane, questa qualità o questo difetto fa parte di un insieme che costituisce nel tempo l’immortalità dell’essere.” PABLO NERUDA

Quante volte la timidezza ha fatto da padrona non permettendovi di eseguire o dire ciò che avreste voluto? Anzi, addirittura vi ha messo i bastoni tra le ruote facendo si che anche gli altri se ne accorgessero, facendovi incespicare con le parole, arrossire o non permettendovi di tenere lo sguardo con il vostro interlocutore?

Queste e altre possono essere le manifestazioni della timidezza, che in tante persone purtroppo diventa limitante, a volte sfociando in una vera e propria fobia sociale.

Il timido tende ad evitare contatti al di fuori della stretta cerchia di persone fidate preferendo nascondere se stesso e le proprie opinioni. Spesso, per scarsa fiducia nelle sue capacità, decide di non prendere qualsiasi tipo di iniziativa.

Un’eccessiva timidezza può venir celata da un atteggiamento di sottomissione o contrapposizione e arroganza nei confronti altrui: possono esser questi dei meccanismi di difesa messi in atto per “gestire” il senso di inadeguatezza ma che inevitabilmente portano ad una scarsità di relazioni sociali.

La timidezza si auto fomenta perché chi la prova si convince di non essere adeguato e capace di portare a termine le sue faccende, così come una profezia che si autodetermina, si predispone in modo tale da raggiungere il fallimento delle sue opere, confermando ulteriormente la sua inettitudine.

Sicuramente un’eccessiva timidezza è legata ad una scarsa autostima. Tant’è che la prima viene eliminata con l’aumento dell’altra. Certo, non è una passeggiata la sua risoluzione: richiede un forte impegno, costanza e superamento di paure e malsane abitudini consolidate da tempo. Richiede poi il mettersi in azione, cosa che la timidezza contrasta in qualsiasi modo possibile perché il suo obiettivo è quello di far chiudere in se stesso e rendere inattivo chi ne soffre.

Per risolverla, prima di tutto occorre riconoscerla e concentrarsi sulle risorse personali, che spesso non vengono contemplate.

Quando la timidezza eccessiva non viene superata da soli, è meglio chiedere l’aiuto di un esperto, in modo tale da acquisire strumenti nuovi ed efficaci per contrastarla al meglio. La sua risoluzione è possibile, a discapito di opposte credenze, e permette l’acquisizione di maggiore autostima e sicurezza, nonché di relazioni sociali sane e di alta qualità.

Se vuoi approfondire l’argomento clicca quì.

 

Ago
03
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 03-08-2015

Immagine dal web

Un triste aspetto della nostra società è purtroppo caratterizzato dai sempre più frequenti attacchi terroristici, basti pensare  a quelli degli ultimi mesi in Francia e in Tunisia, senza aver bisogno di andare ancor più indietro nel tempo.

L’obiettivo del  terrorismo non è solo quello di creare danni all’economia e allo sviluppo dei paesi, ma anche quello di incutere nelle persone la paura, l’inibizione della vita sociale, la sottomissione, la mancanza di libertà di pensiero e di parola.

La violenza e la paura sono sempre state usate come tecniche di oppressione sulle popolazioni vittime per causare cambiamenti nella quotidianità e nel pensiero delle menti umane.

Pensate ai cambiamenti avvenuti dall’11 settembre 2001 in poi: attacchi da parte di terroristi che agiscono in nome del loro Dio che colpiscono il mondo nei giorni e nei luoghi più impensabili, incutendo quasi il timore di uscire di casa o concedersi una vacanza, dando una svolta alla storia dell’umanità.

Un’altra  conseguenza della paura del terrorismo è l’aumento della diffidenza e l’ostilità verso tutto ciò che non fa parte della propria quotidianità che spesso sfocia in ulteriore violenza e intolleranza. Come se potesse avere un senso sfogare la paura e la rabbia su chi somiglia a chi viene identificato come “il cattivo”. Tutto ciò da vita ad un circolo vizioso che se consolidato diviene poi molto difficile da smantellare.

Il dramma psicologico si scatena anche grazie alla forte diffusione di massa di immagini, video, dichiarazioni terroristiche trasmesse dai mass media: ottimi strumenti per la diffusione della paura. I terroristi infatti fanno largo uso dei canali mediatici per diffondere la paura (tipico esempio sono gli attuali video dei miliziani dell’ISIS che giustiziano senza pietà i loro prigionieri di fronte ad una telecamera). Ogni scena del genere incute angoscia, paura e smarrimento. Senza tenere conto che attraverso gli strumenti mediatici vengono assoldate nuove persone perché contagiate da una sorta di senso di appartenenza alla causa in atto.

Il terrorismo causa nelle persone una paura contagiosa e diversi danni psicologici: dall’insonnia, aumento di uso di psicofarmaci, fobie varie, senso di smarrimento e angoscia, attacchi di panico, intolleranza a ciò che è diverso dal proprio conosciuto.

Dato che uno dei suoi obiettivi è quello di destabilizzare la quotidianità delle popolazioni, la giusta difesa, nel nostro piccolo, è quella di cercare di difendere le proprie attività e non permettere che la paura ci tenga chiusi in casa. Al tempo stesso deve essere innalzata la soglia di vigilanza da parte dei Governi.

 

 

La fobia  sociale è un disturbo ansioso il cui esordio avviene solitamente in età adolescenziale o nella prima età adulta e si caratterizza per la paura di comportarsi in modo imbarazzante ed inadeguato agli occhi altrui ed essere di conseguenza giudicati e derisi.

L’ansia scaturisce dalla convinzione che ci si troverà in situazioni di forte imbarazzo e umiliazione se le proprie prestazioni non saranno adeguate.  Proprio per questo si tende ad adottare comportamenti evitanti nei confronti di condizioni di vario tipo in cui ci si potrebbe trovare a disagio. Quando si è costretti ad affrontarle lo si fa con enorme sofferenza, tanto quanto la paura di essere giudicati.

Vi è proprio una continuità tra il desiderio di fare un’impressione positiva sugli altri e il senso di non potercela fare.

Può presentarsi in specifiche situazioni (ad esempio, quando si deve svolgere una particolare attività in pubblico, affrontare un esame, mangiare in compagnia, condurre una riunione, affrontare un colloquio di lavoro…), o nei casi più gravi esser generalizzata a tutte le occasioni di interazioni con altri. In alcuni di questi casi si parla di disturbo evitante di personalità.

Chi è vittima della fobia sociale soffre di ansia anticipatoria (la quale si presenta quando si immagina la situazione tanto temuta con  vergogna, senso di inadeguatezza, fallimento, umiliazione), che può evolversi in attacco di panico.

La previsione del fallimento inevitabilmente porta a predisporsi in modo tale da raggiungerlo e aumenta l’ansia. Quando poi l’insuccesso arriva davvero ci si concentra su di esso aumentando la paura di affrontare ulteriormente le situazioni e cercando di evitarle in ogni modo. E’ una condizione che se non viene risolta adeguatamente tende a cronicizzarsi.

Una delle cause del disturbo potrebbe essere un’influenza negativa sull’autostima e sulla percezione di se.

Essendo una fobia parliamo di una paura irrazionale, che in alcuni momenti può essere riconosciuta come tale, ma che non si riesce comunque a controllare.

D’altra parte, esperienze sociali traumatiche come il bullismo, la derisione, il rifiuto possono slatentizzare e/o aggravare le paure.

In base alla gravità della paura, risulta molto difficile anche chiedere aiuto sempre per il solito timore di far brutta figura ed essere giudicati.

Come tutte le fobie, anche quella sociale può essere curata attraverso un percorso di psicoterapia che miri a prendere il controllo dell’ansia eliminandola con il tempo, ad assumere una maggiore sicurezza in se stessi e ad avere le competenze tali per affrontare le situazioni sociali tanto temute.

 

 

 

Nov
28
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 28-11-2013

Da un po’ di tempo non dedico un post al tema dell’ansia, anche se è sempre presente in quasi tutti gli altri argomenti considerata la sua importante presenza nella vita delle persone.

Come già detto in Ansia amica o nemica? essa ci accompagna durante le giornate e ci aiuta a migliorare nella resa di alcune prestazioni, dagli esami universitari alle manifestazioni sportive, al lavoro. Può costituire a giuste dosi, una degna compagna di vita!

Quando nel mio studio arrivano dei pazienti ansiosi, spesso dico loro che è una fortuna che sia arrivata l’ansia così tanto da averli spinti a chiedere un aiuto esperto perché il corpo e la mente hanno la necessità di affrontare problematiche che non possono più essere rimandate. Per questo motivo l’ansia è un ottimo campanello d’allarme. La sua elaborazione attraverso un efficace metodo psicoterapico, permette alle persone di poterla controllare, gestire e vedere cosa si celi dietro alla sua sintomatologia.

In un certo senso è la coperta di nodi esistenziali che hanno bussato alla porta della mente e hanno necessità di essere affrontati seriamente.

Quindi, nonostante possa far paura l’idea che vincere l’ansia porti alla scoperta di altri problemi, questo processo non può che portare benessere e alimentare l’autostima. La consapevolezza e la capacità di affrontare i propri problemi non fa che rendere più forti.

Di recente mi è arrivata una mail in cui mi si chiedeva quando l’ansia dev’essere considerata patologica e quando no?

Alla persona che mi ha scritto ho riposto dicendo che nel caso in cui l’ansia è tale da riuscire a limitarla nelle sue normali attività, a prendere quindi il controllo sulla sua vita è da considerarsi patologica.

In base a come si presentano i sintomi (accelerazione del battito cardiaco, sudorazione delle mani, dolori al torace, disturbi gastrointestinali, tremori, pallore, nausea, vomiti, difficoltà a dormire, disturbi dell’appetito, paura di non riuscire a concludere nulla, sensazioni di pericolo o minaccia, paura di morire, di impazzire, di perdere il controllo, difficoltà di concentrazione, evitamento di specifiche situazioni, fuga, reazioni eccessive…), si sviluppano i vari disturbi d’ansia che possono essere trattati e risolti in modo specifico.

La psicoterapia strategica integrata, avendo un approccio molto pratico, fa si che i sintomi vengano eliminati e si adottino delle nuove dinamiche psicologiche e comportamentali tali da evitare ricadute e riprendere in mano la propria vita da dove era stata interrotta.

Se ti interessa l’argomento sull’ansia leggi anche gli altri articoli inerenti a questo cliccando quì.

Ott
28

Nell’era del web, troviamo magicamente tutte le risposte alle nostre domande semplicemente con un click, a volte dando per scontato che tutto ciò che leggiamo corrisponda alla verità o cercando conferma alle ipotesi che abbiamo fatto.

La maggior parte delle notizie sono attendibili, soprattutto se ricavate da siti web ad hoc, ma la loro interpretazione può portare a travisarle e a causare preoccupazioni spesso eccessive ed errate. Facile poi concentrarsi su ciò che ci aspettiamo accada.

Il rovescio della medaglia dell’era del tutto e subito via web è che chi non accetta di stare nell’indecisione e soffre ad esempio di ipocondria si può trovare a ricercare in modo ossessivo e compulsivo la conferma della paura di essere malato dando origine a quella che viene denominata cybercondria (termine derivante da dall’unione delle parole cyber ed ipocondria).

Le indagini di sintomatologie, di siti che pretendono di fare virtualmente delle diagnosi, la lettura di blog di persone che raccontano la lotta contro varie malattie, non fanno altro che contribuire ad alimentare l’ipocondria, quindi l’ansia, la depressione e la preoccupazione per il proprio stato di salute. Si può dire insomma che la cybercondria sia la versione moderna della classica ipocondria che viene alimentata dall’uso smodato di internet.

Nel caso della ricerca di diagnosi ai propri disturbi invece tutte le notizie devono necessariamente essere contestualizzate attraverso la raccolta di dati anamnestici precisi e di esami medici approfonditi che solo figure esperte possono fare.

Chi è affetto da ipocondria si ritrova a sottoporsi ad un numero esagerato di esami clinici e spesso quando vengono smentite scientificamente le sue preoccupazioni, tende a non credere a ciò che viene rimandato dai medici. Decide quindi di continuare la ricerca sul web per arrivare a confermare le ipotesi diagnostiche.

Il rapporto con i professionisti in carne ed ossa rischia di essere inficiato e pur di confermare le proprie paure si preferisce passare da un medico all’altro a volte “sventolando” il frutto della ricerca sul web.

A lungo andare, lo stress della continua ricerca della diagnosi ai propri mali non fa altro che peggiorare lo stato di salute della persona perché le energie e il tempo spesi stancano e le preoccupazioni non fanno altro che  fomentare l’ansia, la depressione, disturbi del sonno o dell’appetito o dare origine a somatizzazioni particolari che a loro volta, alimenteranno la convinzione di essere malati. Insomma si cade in un circolo vizioso di mali che si autoalimenta.

Senza contare che chi soffre di cybercondria (come il classico ipocondriaco), svolgendo esami clinici inutili e in quantità elevata va a gravare anche sui costi del Sistema Sanitario.

Cosa si può fare per rimediare e spezzare questo circolo?

Innanzitutto la presa di coscienza del problema è il passo essenziale per uscirne. Rendersi conto che la ricerca spasmodica di sintomi e la paura di avere delle malattie è una questione del tutto psicologica e che può essere risolta attraverso un lavoro su se stesso nello studio di uno psicoterapeuta.

Tutto ciò può essere fatto una volta che i medici abbiano escluso effettivamente la presenza di malattie organiche.

La psicoterapia strategica integrata ad esempio attraverso una serie di sedute basate su specifiche tecniche già testate su diversi pazienti porta alla risoluzione del problema in brevi periodi.

Detto ciò non voglio arrivare alla conclusione che non sia assolutamente il caso di informarsi su internet, ma semplicemente dire che devono essere sempre le persone specializzate ad avere l’ultima parola su eventuali diagnosi da fare.

Se ti è piaciuto questo post, leggi anche gli altri simili a questo cliccando quì.

 

Apr
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-04-2013

“Tutti nasciamo originali e moriamo copie” diceva Carl Gustav Jung, psichiatra, psicoanalista e antropologo svizzero. Non mi viene da pensare a frase più appropriata sfogliando le immagini della fotogallery Living-dolls-Barbie-Ken.

Guardandole ho pensato che al giorno d’oggi possa capitare di correggere qualche imperfezione corporea, ma da qui a sottoporsi a decine di interventi chirurgici per assomigliare in toto a delle inespressive bambole non mi pare un’inezia, tanto più se i protagonisti di questo scempio sono adolescenti.

Penso subito a casi di dismorfismo corporeo che il DSM-IV-TR, il Manuale di riferimento per la diagnosi dei disturbi psichici, descrive come un’eccessiva preoccupazione per un difetto nell’aspetto fisico, reale o supposto, causa di un disagio importante e che nei casi più gravi mina pure il funzionamento sociale e professionale della persona.

Fortunatamente tanti studi medici di chirurgia estetica richiedono la consulenza psicologica prima di intervenire su pazienti che evidenziano una discrepanza tra immagine corporea reale e quella percepita.

In casi come quelli della fotogallery immagino un’enorme discordanza tra l’immagine corporea reale (che non ci è dato vedere), e quella ideale. Appare l’esigenza di negare se stessi che porta alla trasformazione radicale in qualcun altro o in qualcos’altro. Ciò che vedo è la versione “emancipata” del dimorfismo corporeo che sottolinea ancor di più la labilità dei confini tra mondo reale e virtuale?

Che cosa ci aspettavamo da una quotidianità che si basa di gran lunga su un mondo virtuale? Potrebbe essere questa una delle conseguenze negative del suo abuso. Pensiamo alla quindicenne delle immagini che crea tutorials molto seguiti su YouTube e che causa l’emulazione dei suoi fan.

E’ una totale perdita di controllo della realtà, la ricerca di un ideale attraverso un intervento chirurgico dietro l’altro senza considerare tutte le complicanze che possono scaturire.

Ma non possiamo colpevolizzare solo il web. Condivido il pensiero del Dottor Valerio Perrone che considera tutti i profili educativi coinvolti nella crescita delle nuove leve generazionali, compreso il mondo legislativo. L’esempio più palese è quello dei genitori che regalano alla figlia per il compleanno un nuovo seno o il medico che accontenta in toto le richieste più disparate.

Quello della chirurgia estetica riguarda soprattutto il mondo femminile, ma sempre più si fa spazio anche quello maschile. Vediamo il caso-limite dell’aspirante Ken e tanti che non accettano le rughe, il grasso nei fianchi, la perdita di capelli.

Un mondo in cui si abusa della finzione porta alla tendenza a render tutto falsificato, compreso l’aspetto personale!

Quello che salta subito agli occhi è che l’ideale a cui si aspira è costituito da personaggi che fanno parte dell’infanzia. Una riflessione personale e cervellotica mi farebbe pensare ad una grossa resistenza a lasciare andare la propria fanciullezza o forse a volerne trovare una di cui mai si è goduto.

Inoltre, noto che prima ci si nascondeva dietro nick-name o avatar finti, conducendo una vita virtuale parallela a quella reale, ora ci si sta orientando a nascondere del tutto quella reale.

Gli adulti di oggi possono guardare le foto di quand’erano adolescenti con la consapevolezza che quando l’onda delle mode e dei pensieri di allora passavano potevano cambiare gusti e idee senza ricorrere a chissà quali interventi. Se i futuri adulti Barbie&Ken volessero fare altrettanto non potrebbero perché imprigionati in un aspetto non loro. Come affronterebbero la condizione di non poterlo fare e di quali strumenti, che non siano i bisturi, potrebbero far uso questa volta?

 

Dic
17
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 17-12-2012

La propria immagine riflessa allo specchio non piace proprio, è deforme, piena di difetti. Eppure a guardarla con altri occhi non c’è nulla che non vada in modo particolare nella figura di quella persona riflessa allo specchio. In realtà è chi si guarda che si vede diversa da come effettivamente è.

Quando ci si fissa su difetti estetici anche minimi e li si percepisce in modo esagerato nella propria immagine riflessa allo specchio possiamo parlare di dismorfofobia, (dal greco antico dis – morphé, forma distorta e φόβος, phobos = timore), che colpisce sia adolescenti che adulti, soprattutto donne, ma anche uomini che vivono in una società i cui canoni estetici sono sempre più esigenti.

I difetti fisici coinvolti possono essere di vario genere (naso grande e storto, sentirsi grassi, avere pochi capelli, seni e gambe storte..), non ci si rende conto che il vero problema è di carattere mentale e spesso si ricorre alla medicina e alla chirurgia estetica. A volte trasformando totalmente il proprio aspetto.

Il campanello d’allarme si ha quando l’ossessione per il difetto fisico percepito crea problemi nella conduzione della normale attività quotidiana ad esempio passando molte ore al giorno a pensare al “problema” e a come porvi rimedio.

Può insorgere poi un sentimento di vergogna per il proprio aspetto e quindi l’evitamento di situazioni che potrebbero esporre la sua vista ad altri individui. Possono comparire dei comportamenti compulsivi, come guardarsi ripetutamente allo specchio, lavarsi e pettinarsi in continuazione.

Il disagio viene condiviso raramente con le altre persone e questo fomenta angoscia e tratti depressivi.

Nelle forme più gravi si arriva a provare repulsione verso se stessi. In realtà, ciò che si arriva ad odiare non è il proprio aspetto fisico, sul quale in realtà viene proiettato il malessere, ma i propri vissuti personali.

Naturalmente, come per ogni disturbo esistono dei parametri precisi a cui attenersi per poterlo diagnosticare e occorre escludere patologie mentali di qualsiasi altro genere. Senza contare che la percezione di un’immagine corporea distorta può portare anche a disturbi della condotta alimentare. Infatti la dismorfofobia essendo una patologia complicata può accompagnarsi ad altre di tipo mentale quali depressione, ansia, aggressività, autolesionismo e disturbi ossessivo compulsivi.

La terapia è sia farmacologica che psicologica. Quest’ultima si prefissa come obiettivo quello di modificare la percezione distorta del corpo, ridurre i comportamenti di controllo del difetto e il recupero di una relazione positiva con la propria immagine e con gli altri.

Set
20
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 20-09-2012

Leggendo le e-mail che mi mandate, noto che i temi più interessati sono quelli delle dipendenze affettive e dell’ansia.

Riguardo a quest’ultima, prima o poi tutti arrivano a scontrarsi con i suoi sintomi. Un’esperienza normale dal momento in cui si sviluppa in situazioni sconosciute o di particolare stress e che passa una volta affrontato il “problema”. Può essere considerata patologica se costituisce un ostacolo per lo svolgimento delle tipiche attività quotidiane: una reazione esagerata, con sintomi altrettanto esagerati, una complessa combinazione di emozioni negative.

Può presentarsi in varie situazioni, fino a sfociare in attacchi di panico e nei casi più gravi, far vivere la persona in una costante paura data dalla possibilità che si possa ripetere la terribile esperienza della crisi acuta: la cosiddetta paura della paura.

L’ansia può essere associata a delle cause particolari (ad esempio la visione di animali, lo stare in mezzo alla folla, in luoghi chiusi, ecc. ecc.) e in questi casi la vittima tende ad evitare le situazioni che intimoriscono. Parliamo in questo caso di fobie specifiche.

L’evitamento delle cause dell’ansia porta a stare sempre in uno stato di allerta o a limitarsi sempre nelle proprie attività.

L’ansia, qualsiasi sia il suo modo di manifestarsi, ha un carattere limitante e repressivo e chi ne soffre tende ad attuare numerosi tentativi di soluzione che spesso non fanno altro che fomentarla.

Questo è dovuto al fatto che non conoscendo il disturbo, il fai da te, potrebbe solo causare degli ulteriori problemi.

Non è un caso, infatti che le persone si rivolgano a me quando le hanno provate tutte!

Non essendo un medico, ma una psicologa e psicoterapeuta, non ho competenze in campo farmacologico.

La cura dell’ansia che propongo non ha nulla a che fare con i farmaci (anche se alcuni pazienti possono affiancare una terapia farmacologica prescritta da un medico).

Il mio lavoro si basa sul colloquio e sul prescrivere dei compiti a casa per aiutare le persone a controllare ed eliminare i sintomi. Ebbene si! L’ansia si può controllare attraverso l’uso di specifiche strategie che il paziente mette in atto grazie al supporto della psicoterapia. All’inizio gli strumenti per vincere il problema vengono messi in mano al paziente che li adopera in modo consapevole fino a che, una volta raggiunto l’obiettivo prefissato durante il colloquio, assume consapevolezza dei meccanismi che ha messo in atto e ne diventa padrone e “gestore” assoluto. E’ questo il principio che porta a sconfiggere l’ansia e a controllarla nel caso avvenga una ricaduta. A volte la soluzione è molto più semplice di quanto possa sembrare. E anche disturbi così ingombranti come quelli dell’ansia o gli attacchi di panico possono essere risolti in poche sedute.

Occorre sempre una grossa motivazione, fiducia nel terapeuta e fiducia in quello che viene detto e richiesto durante i colloqui.

Leggi anche gli altri articoli sull’ansia.

 

Ago
22
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 22-08-2011

aerofobiaDi rientro dalla pausa estiva vorrei parlare di una fobia molto diffusa: l’aerofobia.

Al giorno d’oggi, andare in aereo  è una vera necessità: la paura di farlo può ostacolare viaggi per far visita a parenti e amici, desiderate vacanze, eventuali promozioni lavorative.

La paura di volare (aerofobia, o aviofobia), è una fobia specifica (per saperne di più vi rimando a L’inspiegabile paura delle fobie), diffusissima tra le persone. Fobia insolita, se si pensa che i rischi di incidenti in aereo sono molto più bassi di quelli in macchina, di cui, quasi nessuno ha paura. Strano poi che, la paura di volare può essere avvertita anche da chi non ha mai volato, bloccandolo fin dalla sola decisione di dover prendere un aereo. Oggettivamente, la paura di volare è tanto diffusa perché chi ne soffre vive una situazione di ansia in cui non è possibile esercitare alcuna forma di controllo. Molti dei soggetti che hanno paura di prendere l’aereo non temono che accada qualcosa durante il volo, ma sono claustrofobici, che hanno timore soprattutto di dover stare fermi in uno spazio relativamente piccolo e con i finestrini sigillati, o agorafobici, che si spaventano all’idea di non poter uscire dal mezzo per qualche ora e non poter essere soccorsi rapidamente nel caso in cui si sentano male o, comunque, di sentirsi male di fronte a molte altre persone, con l’inevitabile imbarazzo della brutta figura.

La paura di volare può comparire prima di prendere un aereo (dal momento in cui si sa di doverlo prendere, da parecchi giorni prima o anche mesi prima), e in alcune situazioni, quando si organizza il viaggio (andare all’agenzia di viaggi per prendere informazioni sugli orari, acquistare i biglietti, fare i bagagli, andare all’aereoporto, fare il check-in, aspettare per imbarcarsi ecc.).

L’intensità del timore di volare va dal più o meno lieve disagio avvertito prima o durante il volo, al terrore assoluto che impedisce di affrontare il volo o, quando ciò sia impossibile, provoca disagi molto seri fino alle crisi di ansia acuta e agli attacchi di panico.

Talvolta la fobia dell’aereo può presentarsi da sola, ed almeno a livello clinico, essere il problema maggiore. Talvolta, sembra sorgere dal niente, ma solo in apparenza poiché un temperamento fobico è quasi sempre presente seppure in forma sub-clinica e non evidente. Insomma, chi soffre di questa fobia, come per tutte le altre è un soggetto propenso a soffrire di disturbi d’ansia e fobici.

Tra le cause scatenanti la paura di volare vi possono essere:

  • avere incontrato difficoltà durante un precedente volo
  • non rimanere impassibile di fronte a storie di voli difficili raccontate da altri
  • avere attraversato un periodo di stress nei mesi precedenti
  • avere già dei disturbi d’ansia

Come tutte le fobie, anche quella dell’aereo può essere superata. C’è chi si aiuta con i tranquillanti, chi lo fa con la psicoterapia. Questa ha sicuramente dei benefici a lungo termini e, a seconda del problema, a più ampio raggio. La Psicoterapia Strategica Integrata, nello specifico, aiuta a cambiare la percezione disfunzionale che porta alla fobia, attraverso l’elaborazione delle proprie paure; aiuta inoltre a raggiungere il cambiamento del comportamento che porta alla paura e ad affrontarla in modo diretto.

Ago
04
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 04-08-2011

GirasoleRispetto alla mia esperienza, ho notato che spesso le persone scelgono il terapeuta a cui rivolgersi in base alla sua posizione geografica, senza interessarsi al tipo di modello su cui si basa il lavoro del professionista. Certo, se un terapeuta è bravo, poco importa al paziente che tipo di modello usi. Spinta però dalla passione per il mio lavoro, oggi vorrei offrire una motivazione in più per la scelta del proprio terapeuta, presentando meglio il tipo di modello che utilizzo: la Psicoterapia Strategica Integrata. Nata negli anni ’90 è stata ufficializzata nel 2003 con la nascita della Scuola di Psicoterapia Strategica Integrata di Roma.

Si chiama Strategica perché fa uso di particolari strumenti che mirano alla soluzione dei problemi dell’individuo attraverso il cambiamento del quadro patologico e l’estinzione del sintomo stesso.

Si chiama Integrata perché attinge parte delle sue risorse da differenti approcci.

Uno degli obiettivi fondamentali della Psicoterapia Strategica Integrata è il cambiamento del comportamento patologico e promuoverne l’assunzione di nuovi per il raggiungimento del benessere: già dalle prime sedute il paziente riesce a sperimentare i benefici del trattamento.

Il modello tiene conto delle peculiarità di ogni paziente e quindi per ognuno occorrerà eseguire un trattamento diverso e originale che si basi sulle risorse del soggetto stesso che ha un ruolo attivo nel suo percorso terapeutico, anche al di fuori delle sedute, eseguendo dei compiti stabiliti dal terapeuta. Questo fa si che l’artefice principale del cambiamento sia il paziente stesso.

Il modello strategico integrato vuole affrontare e risolvere i problemi umani in breve tempo (ad esempio, i disturbi di ansia richiedono circa una decina di sedute di lavoro) ma in maniera duratura, attraverso un percorso di consolidamento dei cambiamenti avvenuti in terapia. In questo modo, se il paziente sentirà di rivolgersi in seguito al terapeuta lo farà per motivi diversi rispetto a quelli iniziali.

Una delle caratteristiche che mi spinse alla scelta di questo modello è che chi si specializza in Psicoterapia Strategica Integrata ha l’obbligo di fare una terapia personale su se stesso, perché oltre all’importanza di acquisire gli strumenti per lavorare bene è fondamentale superare i propri “nodi” causati dai vissuti personali (così come fanno i nostri pazienti), per instaurare una relazione chiara, di fiducia, originale e professionale con il paziente.

Diciamo che prima di aiutare gli altri a cambiare i comportamenti disfunzionali è essenziale che lo abbia fatto pure il terapeuta su se stesso. Chi prova su di se il cambiamento riesce a stimolare responsabilmente gli altri a cambiare i propri schemi comportamentali per raggiungere la dimensione del benessere.

La psicoterapia strategica integrata può essere applicata al singolo individuo, alle coppie, gruppi e organizzazioni, quindi non solo in ambito clinico, ma anche della psicologia del lavoro.

Per quanto riguarda le patologie su cui lavoro io, gli ambiti di interesse sono:

  • i diversi disturbi di ansia: tra cui gli attacchi di panico, ipocondria, fobie
  • le dipendenze senza droghe: quelle affettive, da shopping, gioco d’azzardo, da internet, da cibo
  • depressioni reattive, disturbi dell’umore, del sonno, bassa autostima, disturbi sessuali, di coppia, relazionali, affettive e disturbi legati all’ambiente lavorativo o ad eventi traumatici.

Concludendo, mi piacerebbe pensare di essere riuscita a spiegare le motivazioni che mi hanno spinto a fare uso nella mia professione del modello di Psicoterapia Strategica Integrata e di aver trasmesso ai miei lettori la voglia di conoscere meglio il modo in cui esso può essere applicato per trarne beneficio.

Caterina Steri

Villacidro (VS) – Sardegna -