Nov
24
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 24-11-2016

Immagine dal web

La dipendenza da lavoro o work addiction è molto difficile da riconoscere come problema in quanto soddisfa il bisogno di produttività legato ai canoni sociali. Inoltre, quando si abusa di qualcosa per diverso tempo si instaurano dei meccanismi patologici molto difficili non solo da riconoscere ma anche da combattere, soprattutto quelli che vengono approvati dalla società.

Come in tutte le dipendenze “non da stupefacenti”, anche in quella in cui l’attività professionale diventa l’oggetto della dipendenza, possiamo trovare dei punti in comune con quelle da sostanze.

Il lavoratore dipendente, ad esempio lavora a ritmi molto duri e quando è costretto ad interrompere l’attività viene preso da irritabilità, sintomi ansiosi e depressivi:  una vera e propria crisi di astinenza  che lo costringe a riprendere il lavoro per sentirsi meglio.

Il dipendente da lavoro passa la sua maggior parte del tempo a lavorare, pur non avendo delle esigenze oggettive e anche nei momenti di pausa non riesce a pensare ad altro. Si fa prendere dalle preoccupazioni in modo ossessivo. Tanto è che non riesce a dormire bene e presenta altri sintomi tipici per il forte stress come disturbi gastrointestinali o emicranie.

Il suo disagio naturalmente si riflette anche nell’ambiente circostante, come la famiglia o la rete sociale per i quali spesso è assente, disinteressato. Spesso, non riuscendo a farsi coinvolgere emotivamente si mostra cinico e svalutante, incapace di empatia. Molto giudicante nei confronti di chi invece non fa del lavoro la propria vita.

Per combattere la stanchezza si da alla caffeina, farmaci eccitanti, bevande stimolanti, a volte abusando anche di queste.

Qualcuno di loro, ma non tanti, arriva nello studio di uno psicoterapeuta, quando i sintomi per il forte stress sono incontrollabili e insopportabili, soprattutto l’ansia. Naturalmente essi non vengono attribuiti dal paziente al lavoro.

Se si ha la volontà di farsi aiutare all’inizio si mira a far sparire la sintomatologia ed in concomitanza si scava sulle ragioni che hanno portato ad uno stato di forte malessere. Spesso si scopre di essere arrivati ad abusare del lavoro per rifugiarsi in qualcosa che non fosse una routine quotidiana non soddisfacente.

Il lavoro del resto viene accettato socialmente e chi si rifugia in esso può essere figlio di uno stile educativo rigido in cui si veniva premiati perché produttivi e non in altri modi. Ad esempio i figli che portano un buon voto da scuola se vengono rinforzati positivamente solo in queste situazioni cresceranno convincendosi che per essere apprezzati bisogna “produrre”. In campo lavorativo ciò si traduce in un’attività lavorativa compulsiva che mira per forza all’ascesa “carri eristica” per dimostrarsi di poter valere, a discapito di tante altre variabili della vita.

Chi è insoddisfatto della sua vita personale può rifugiarsi quindi in quella professionale anche per avere una sorta di rivalsa su tutte quelle che possono essere le insicurezze dettate dalle giornate che non concedono altri tipi di soddisfazioni.

Anche la psicoterapia strategica integrata si presta alla cura della dipendenza da lavoro. Una volta stabiliti i meccanismi tipici, il terapeuta di tale approccio stimola il paziente a  cambiare il suo punto di vista, aiutandolo a riorganizzarsi la vita considerando non solo il lavoro, ma anche la vita sociale, familiare, ma soprattutto mettendosi al centro della propria quotidianità, dando spazio ai bisogni e ai piaceri personali che per lungo tempo sono stati messi da parte, convincendosi che l’unico piacere possibile fosse quello derivante da un’attività lavorativa ossessiva.

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Dic
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-12-2013

Da quando ho iniziato la mia attività clinica non ho potuto fare a meno di notare come ogni anno durante il mese di dicembre, ci sia un aumento delle richieste di consulenze e psicoterapia.

Svolgendo i colloqui, mi sono resa conto che il Natale è spesso fonte di ansia e angoscia contrariamente a quello che dovrebbero far scaturire le cosiddette feste “comandate”. Ma forse è proprio perché sono “comandate” che fanno stare male.

Tante persone sentono il peso dell’obbligo di dover gioire e festeggiare in quei giorni rossi del calendario. Devono prepararsi da settimane prima comprando i regali, addobbando le case e i luoghi di lavoro, quando in realtà vorrebbero cadere in un profondo sonno dal 23 dicembre fino al 7 gennaio.

Sentirsi obbligati a far festa, paradossalmente può accentuare la percezione dei problemi familiari ed economici (che purtroppo in questo periodo non mancano), della solitudine e dei lutti. Molti non ci stanno e soffrono per questo, non riescono a far finta di nulla e vedere attorno degli individui festanti li fa sentire ancora più soli.

Talvolta può svilupparsi una vera e propria sindrome natalizia (con ansia, sensi di colpa, stanchezza, problemi gastrointestinali, emicranie, eruzioni cutanee, agitazione, depressione), dovuta ad eccessiva stanchezza, aspettative troppo alte nei confronti delle festività e di se stessi, al peso della pressione sociale e di quella economica, al cambio della routine quotidiana e della dieta, all’obbligo di dover stare con persone “sgradite” e di dover fare il “buon viso a cattivo gioco”.

La sindrome può durare qualche giorno o alcune settimane, ma il più delle volte si risolve con il passare delle festività.

Per cercare di contrastarla si possono abbassare le aspettative nei confronti del Natale, considerandola una festa come tutte le altre e si può approfittare del tempo libero per dedicarsi ad attività e persone piacevoli. Se non si sopporta l’idea di dover fare ogni anno le stesse cose si possono cercare dei modi nuovi per passare le giornate di festa. Ci si può concentrare sul presente senza rimuginare sul passato e senza pensare troppo a ciò che non si ha ma su ciò che di buono si può vivere ogni giorno. Si può dare un po’ di spazio alla malinconia e alla tristezza, che sono normali in giorni di festa, ma senza farsi prendere dal sopravvento.

Insomma,  se il Natale non è la vostra festa preferita, potete pur sempre trovare delle strategie per viverlo al meglio e non in modo catastrofico come immaginate ad ogni inizio dicembre.

 

Feb
21
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 21-02-2013

La depressione reattiva è una forma depressiva che si sviluppa nelle persone in seguito ad una esperienza vissuta come perdita. Ad esempio la fine di una relazione o un lutto, un licenziamento. La persona colpita reagisce all’evento doloroso in modo esagerato e patologico con veri sintomi depressivi perdendo la capacità di reagire.

La sintomatologia può risolversi in tempi brevi oppure avere un decorso più lungo che potrebbe sfociare in una vera depressione endogena e cronicizzarsi.

Può insorgere in qualsiasi età, più frequentemente durante l’adolescenza e la vecchiaia. Le donne solitamente sono più a rischio rispetto agli uomini.

I sintomi si sviluppano nell’arco di alcune settimane in seguito all’evento doloroso. Tra i più comuni si hanno:

  • riduzione dell’attività fisica, svogliatezza e eccessiva stanchezza
  • tristezza, melanconia e sensazione che da un momento all’altro possa accadere un altro evento doloroso
  • disturbi gastrici e ormonali
  • disturbi del sonno
  • propensione a piangere spesso e senso di disperazione
  • scarso o eccessivo appetito

 

Di norma i farmaci vengono usati molto poco nel trattamento della depressione reattiva. Il trattamento principale è la psicoterapia che ha come scopo quello di aiutare il paziente a ridimensionare il proprio vissuto rispetto all’evento che ha portato allo scatenarsi della patologia.

Personalmente, in casi del genere ritengo importante lavorare sul concetto di resilienza, ovvero sull’aiutare la persona ad assumere degli strumenti tali utili ad affrontare le crisi che la vita più o meno spesso ci riserva.

Il paziente impara a sentirsi più sicuro e a credere in se stesso.

Solitamente la prognosi è favorevole, anche se in alcuni casi è recidivante. Infatti è fondamentale eseguire un efficace lavoro di psicoterapia.

Leggi anche gli altri articoli che parlano della depressione e sulla resilienza.

Per ulteriori informazioni sulla depressione invitiamo i lettori a visitare la seguente pagina
http://www.capireladepressione.it/la_depressione.html.

Ott
20
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 20-10-2011

Disturbo bipolare klimt

“Salve, mi chiamo T. e soffro di disturbo bipolare da più di dieci anni. Ho l’impressione di trascorrere la vita in un’altalena con periodi di euforia totale in cui sono capace di far tutto e più di tutto, senza neanche sentire la necessità di dormire, interrotti da periodi di depressione tali che non riesco ad uscire dalla mia stanza e vedere la luce del sole. Questo male mi sconvolge, da un anno circa ho deciso di curarmi seriamente, prendo i miei farmaci in modo regolare e vado alle sedute di psicoterapia ogni settimana. Mi chiedo fino a quando durerà e se resisterò a far la brava senza dare colpi di testa? T.”

La testimonianza di T. ci da in poche parole un quadro di ciò che si prova a soffrire di disturbo bipolare (DB), o malattia maniaco depressiva o psicosi maniaco depressiva. Si tratta di una patologia compresa fra i disturbi dell’umore, nella quale i normali stati dell’umore, tristezza e felicità, si presentano ciclicamente amplificati e alternati a periodi di normalità.

Per molti, tale disturbo risulta estremamente vantaggioso nei confronti della creatività artistica perché alcuni artisti, poeti, musicisti, scrittori, hanno sofferto di disturbo bipolare. Invece, per coloro che ne soffrono, si tratta di una sindrome estremamente angosciante e dolorosa. Una vera e propria maledizione che rende difficile ad impegnarsi in progetti a lungo termine e affrontarli con la serenità richiesta.

Chi soffre di questa condizione tende a presentare fasi depressive seguite da fasi maniacali. Quando la persona transita in modo non definitivo da uno stato all’altro (cioè non è completamente depresso né completamente in fase maniacale) si può presentare, invece, lo stato misto. Non bisogna, però, confondere quelli che comunemente sono definiti “alti e bassi”, che ognuno di noi può avere nel corso della propria giornata, con le manifestazioni del disturbo bipolare, che possono, invece, rovinare i rapporti interpersonali, causare la perdita del lavoro e, in casi estremi, sfociare in comportamenti suicidari.

Generalmente le fasi depressive tendono a durare maggiormente rispetto a quelle maniacali.

A volte il passaggio da una fase all’altra è immediato, a volte, invece, intercorre un periodo di umore normale.

Tra i sintomi della fase depressiva abbiamo umore depresso, pensieri negativi, sensazione di fatica e apatia, peggioramento dei sintomi tipicamente al risveglio, risvegli notturni angosciosi con difficoltà a riprendere il sonno, idee di morte, mancanza di speranza, inappetenza o raramente iperfagia, ridotta capacità di trarre piacere dalle attività, sensazione di non essere capiti dagli altri, ridotto desiderio sessuale, difficoltà di concentrazione, irritabilità.

La fase maniacale invece è caratterizzata da un umore particolarmente euforico, dalla sensazione che tutto sia possibile e da un ottimismo eccessivo. Le idee ed i pensieri si accavallano rapidamente nella mente ed a volte diventano così veloci che spesso diventa difficile seguirli. Si diventa disorganizzati e inconcludenti. Poiché molto energico, chi attraversa queste fasi non sente il bisogno di mangiare o dormire ed ha la sensazione di poter fare qualsiasi cosa, a tal punto da commettere azioni impulsive o compromettenti, come spese folli o imprese rischiose.

In altri casi, tuttavia, la fase maniacale è caratterizzata da umore disforico, ovvero da un senso costante di rabbia e ingiustizia subita, intolleranza, irritabilità e, spesso aggressività.

Esistono alcuni tipi di disturbi bipolari:

Bipolare I: con episodi di depressione grave e mania. 

Bipolare II: caratterizzato da più episodi di depressione grave, ma solo periodi di mania lieve, o ipomania.

Stati misti: con compresenza di sintomi depressivi e maniacali.

Ciclotimia: le alterazioni dell’umore non sono così gravi come nell’episodio bipolare completo (I o II), anche se possono sfociare in esso e durare più a lungo.

Il trattamento del disturbo bipolare è centrato principalmente sulla farmacoterapia, a base di farmaci stabilizzanti dell’umore e antidepressivi.

Tra gli stabilizzanti il litio è spesso usato nel trattamento della mania in fase acuta, e nella prevenzione delle crisi sia maniacali che depressive. L’acido valproico e la carbamazepina sono ugualmente usati nel trattamento della mania acuta così come nella prevenzione delle ricadute.

Antipsicotici o neurolettici, sono usati nel trattamento della fase acuta maniacale. Le benzodiazepine sono anche usate nel trattamento acuto della mania.

Gli antidepressivi sono utilizzati nelle fasi depressive della malattia.

Per alcuni pazienti può essere necessario del tempo prima di trovare la terapia efficace.

Oltre al trattamento farmacologico (sempre fondamentale), per avere una maggiore stabilità dell’umore, è necessaria una psicoterapia che prevede dei punti di intervento specifici:

  • aiutare la persona a seguire la terapia farmacologica; bisogna mantenere ed aumentare la motivazione della persona ad assumere la terapia; se non sono seguite, le persone tendono a “dimenticare” di prendere i farmaci;
  • dare più informazioni sul disturbo e aiutare la persona a riconoscere i sintomi iniziali delle due fasi, in modo da sapere come comportarsi, impedire l’aggravarsi della situazione e monitorare l’umore
  • imparare a discutere e modificare i propri stili di pensiero irrazionali e disfunzionali;
  • imparare strategie come gestire la propria rabbia, o migliorare le proprie abilità comunicative, per affrontare le difficoltà quotidiane;
  • informare i parenti sul disturbo perché spesso in fase maniacale la persona può diventare aggressiva, irritabile e impulsiva, mentre in fase depressiva, si rinchiude in sé e manifesta passivamente la propria aggressività e intolleranza.
  • permettere la condivisione del problema e delle angosce anche con la famiglia, per mantenere il nucleo familiare unito e consapevole di ciò che coinvolge tutti; i familiari collaboranti e partecipi sono una risorsa fondamentale per la cura e la tutela della persona affetta da disturbo bipolare.

 

Puoi leggere anche gli altri articoli sui Disturbi dell’Umore

Set
19

Famiglia depressaPer ricollegarmi all’articolo Depressione: sintomi, cause e possibili terapie , oggi vorrei parlarvi dei casi in cui la malattia depressiva colpisce un familiare. Infatti, la depressione non riguarda solo ed esclusivamente chi ne è affetto, sicuramente colui che soffre di più, ma seppure in modo indiretto, chi sta attorno al paziente depresso, in primis la famiglia.

Nella famiglia a volte si trova la maggior parte dei fattori di rischio e/o l’evento scatenante la malattia, ma il sistema familiare stesso potrebbe costituire  una grossa risorsa per la ripresa.

Gli interventi terapeutici, nel corso degli anni, hanno fatto emergere caratteristiche comuni presenti nella famiglia del paziente depresso, permettendo di identificare i nodi disfunzionali e trovare strategie utili per poterli modificare. Ad esempio, una caratteristica tipica delle famiglie con una persona depressa è la presenza di relazioni spesso superficiali e cordiali, una forte attenzione per le apparenze e per il rispetto delle regole, dando l’immagine all’esterno di una famiglia rispettabile; questa forte attenzione per le apparenze nasconde un clima emotivo freddo, dove il sintomo depressivo diventa un mezzo per poter attirare l’attenzione e chiedere aiuto.

Altra particolarità della famiglia depressa è la presenza di uno sbilanciamento di potere: il depresso sta in una posizione di inferiorità (colui che è visto sempre come lo sfortunato, il dipendente dalle cure e attenzioni degli altri), e chi gli da aiuto in una posizione superiorità (coloro che sono indispensabili per la vita del malato). In un’ottica di cambiamento e guarigione sarebbe meglio cercare di creare una rete di aiuto alla pari tra i familiari.

Come già detto, spesso i familiari non sanno come comportarsi e non si rendono conto di quello che è la depressione.

Alcuni genitori o altri membri della famiglia hanno grosse difficoltà ad accettare e ad ammettere che il proprio figlio sia depresso. Sarebbe opportuno in psicoterapia che i familiari di un bambino o di un adolescente con depressione capiscano quali siano i cambiamenti necessari da effettuare per permettere il miglioramento del clima familiare. Soprattutto i genitori devono essere consapevoli che non è il terapeuta che deve porre rimedio alla situazione, ma che il miglioramento è possibile solo se tutti si impegnano a collaborare in maniera ottimale.

Bisogna lavorare su ogni singolo aspetto problematico (è utile tenere un diario con tutte le problematiche da trattare in psicoterapia), identificare i pensieri che incidono negativamente sull’ autostima del bambino e intervenire per modificarli e renderli più compatibili con la personalità. Inoltre vanno modificati i comportamenti depressivi, che portano il soggetto ad isolarsi e a chiudersi senza un reale motivo.

Con i bambini più piccoli vengono, create situazioni simili al gioco, per cercare di farli sentire in un ambiente familiare e accogliente, e portarli, così, ad esprimersi e ad aprirsi in modo quanto più naturale possibile.

D’altra parte, alcune ricerche mettono in evidenza che i figli di genitori depressi presentano un rischio più elevato di sviluppare la patologia o comportamenti anti-sociali. Stati depressivi di uno dei genitori contribuiscono ad accrescere il rischio che il bambino viva situazioni di disagio che ne blocchino lo sviluppo relazionale.

La rottura dell’ambiente sereno in cui dovrebbe avvenire la crescita e lo sviluppo dei figli condiziona la buona condotta dei bambini, influendo in maniera negativa sul comportamento del minore. Nel caso di madri depresse, ad esempio, esse stesse adottano atteggiamenti asociali e disturbi della personalità legati alla depressione, tendono a crescere un figlio isolandolo dal resto del mondo e i figli erediterebbero una maggiore predisposizione genetica per disturbi legati alla vita sociale.

 

 

Cosa fare e cosa evitare con il parente depresso?

Meglio evitare le prediche, le esortazioni all’ottimismo e alla reazione. Tali atteggiamenti contribuiscono ad alimentare il senso di colpa e la scarsa autostima. Dire ad un depresso di ” tirarsi su” equivale a dire ad una persona sulla sedia a rotelle di alzarsi e camminare. La depressione è una malattia che annulla la capacità di volere e di prendere delle iniziative. Il depresso non è un egoista fannullone che non vuole reagire. E’ la malattia stessa che sopprime la sua volontà.

Evitare di minimizzare o di sdrammatizzare, anche se le intenzioni sono buone. Il depresso si sentirà non capito e si chiuderà ancora di più in se stesso.

Il depresso si lamenta? Mostrarsi più negativi di lui, parlare con toni di esagerato pessimismo della vita e dei rapporti umani, paradossalmente in alcuni casi porta il malato a risollevarsi. In psicoterapia, la tecnica del paradosso viene usata con pazienti depressi non gravi, ottenendo dei risultati significativi. Quando il terapeuta si mostra più depresso del paziente, si verificava un’inversione dei ruoli: il paziente cerca di consolare lo psicologo, e così facendo, il suo modo di vedere la vita cambia e il suo umore migliora.

Un atteggiamento di ascolto, rispetto ed empatia è una strategia che funziona. Quando il depresso si sente ascoltato e capito, può cominciare a vedere la situazione in modo più obiettivo.

Stabilito che prediche, consigli ed esortazioni servono a poco, meglio andare sul concreto, ad esempio, dal  momento che la persona depressa è incapace di attivarsi da sola, sarebbe utile prendere gli appuntamenti con le figure professionali di riferimento e accompagnarla agli incontri, se necessario.

E’ sempre meglio stare sul quì ed ora, ovvero, parlare al depresso al presente e su argomenti attuali. Per lui, il tempo scorre molto lentamente, il passato viene vissuto con continui sensi di colpa e il futuro è visto come mancanza di speranza e sfiducia nei confronti della vita.

Vivere con un depresso può essere molto difficile e faticoso. Alcuni richiedono infinite attenzioni e manifestazioni di disponibilità continue, trattenendo i familiari e amici ore con loro o al telefono; nei casi più gravi, vengono usati, inconsciamente, ricatti emotivi, sottolineando come solo loro possono aiutarli e salvarli dalla malattia. E’ estremamente importante imparare a stabilire dei limiti con la persona depressa, per aiutarla a superare la sua condizione e per tutelare se stessi. Il messaggio da trasmettere al malato è che non sono gli altri ad essere responsabili della sua condizione e dell’esito futuro, nonostante la si voglia bene e si sia sinceramente interessati al suo benessere.

Per “distrarre” il depresso dai suoi continui pensieri negativi e salvaguardare i familiari, sarebbe utile organizzare delle attività piacevoli e ricreative: dallo shopping al cinema, palestra, passeggiate. Probabilmente il depresso non vi parteciperà con entusiasmo, ma uscire dalla routine quotidiana contribuirà a migliorare il suo umore.

Chi sta accanto al depresso, soprattutto se coinvolto da uno stretto legame emotivo, potrebbe sentirsi travolto dalla disperazione e dalla sfiducia. Per salvaguardare la propria salute mentale e avere con il depresso un rapporto migliore, è obbligatorio “staccare la spina”: trovare degli spazi tutti per sé, gratificanti e piacevoli., se necessario iniziare un percorso psicoterapeutico individuale.

A volte sono i parenti che possono chiedere aiuto e sostegno al depresso. E’ constatato infatti che quando la persona depressa si attiva per dare sostegno all’esterno, si presenta una notevole riduzione dei sintomi, tanto da farla sembrare un’altra. La possibilità di sentirsi utile in una relazione permette di non concentrarsi solo sul proprio malessere, di sentirsi importanti per gli altri e di far crescere la propria autostima.

Set
15
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 15-09-2011

Depressione“Oggi sono depresso”. Questa è una delle frasi tanto diffuse che le persone pronunciano quando si sentono giù di tono. Con molta probabilità in questi casi non si soffre di un vero e proprio disturbo psicologico. Possiamo parlare di depressione vera e propria, quella che richiede un trattamento psicologico e farmacologico, quando si presentano per non meno di due settimane, almeno cinque dei seguenti sintomi:

- umore depresso;

- perdita di piacere per quasi tutte le attività durante il giorno;

- cambiamento di peso significativo (aumento o diminuzione);

- cambiamenti nelle abitudini del sonno;

- essere agitato o essere rallentato;

- mancanza di energia;

- sensazione di essere inutile;

- difficoltà nella concentrazione;

- pensieri ricorrenti di morte o di suicidio.

Nessuna persona depressa può avere tutti questi sintomi contemporaneamente e nessuna corrisponderà esattamente a questi modelli.

La depressione può svilupparsi in diversi modi ed è caratterizzata da cambiamenti fisiologici, dell’umore, del modo di pensare e del comportamento. Riconoscere i primi segnali della malattia, può essere utile per intervenire prima ed evitare almeno che la crisi sia molto forte.

Le persone depresse avvertono un senso di noia continuo, non riescono a provare interesse per le normali attività, provano sentimenti di distacco e inadeguatezza nello svolgimento del lavoro abituale. Tutto appare irrisolvibile, insormontabile, quello che prima era semplice diventa difficile, non è possibile partecipare alla vita sociale, nulla stimola il proprio interesse. Il depresso riferisce di non provare più affetto per i propri familiari, di sentirsi arido e vuoto, di non riuscire a piangere.

Un sintomo frequente è il rallentamento psicomotorio che si manifesta sia con una riduzione dei movimenti spontanei, con irrigidimento della mimica che può causare un aspetto inespressivo.

Il linguaggio non è più fluido e i temi e i contenuti delle idee scarsi; la stanchezza diventa continua e così accentuata da ostacolare lo svolgimento di ogni attività. Prevale l’incapacità di prendere qualsiasi decisione, con blocco talora completo dell’azione.

Il passare del tempo viene percepito in modo rallentato rispetto al normale. Il depresso ha la sensazione che la giornata sia interminabile, che non sia possibile arrivare a sera.

La consapevolezza di essere aridi dal punto di vista affettivo e la compromissione delle prestazioni intellettuali portano all’autosvalutazione, al sentirsi inadeguati, a rimuginare sui propri sbagli e sul passato. Il futuro è privo di speranza e ci si da le colpe del proprio disturbo e dell’incapacità di guarire.

La depressione può colpire chiunque ed è dovuta a cause molteplici e diverse. Sono state messe in evidenza cause biologiche (alcuni di noi nascono con una maggiore predisposizione genetica verso questa malattia, modificazioni a livello biologico, nella regolazione di sostanze come neurotrasmettitori e ormoni), e cause psicosociali (le esperienze della vita, particolarmente quelle dell’infanzia, possono favorire una vulnerabilità acquisita alla depressione). Questa vulnerabilità non necessariamente porterà tutti alla depressione. Alcuni hanno episodi di depressione isolati seguiti da molti anni senza sintomi, mentre altri hanno gruppi di episodi, e altri ancora hanno episodi sempre più frequenti con l’aumentare dell’età. Attualmente le giovani generazioni risultano più vulnerabili rispetto al passato, probabilmente per l’influenza di più fattori di rischio: uso di sostanze, dieta e cambiamenti avuti nella struttura familiare, sociale e occupazionale, uniti al generale incremento dell’urbanizzazione.

Per curare la depressione, quindi, sarà necessario sia equilibrare i neurotrasmettitori con farmaci antidepressivi, sia rendere più forte una persona di fronte allo stress, attraverso interventi psicologici.

La Psicoterapia Strategica Integrata ad esempio, mira a modificare i pensieri che possono sostenere la depressione. La cura spinge gradualmente a riprendere le attività che sono state abbandonate, magari iniziando da quelle più piacevoli, a sviluppare comportamenti funzionali a risolvere i problemi, a pensare in modo più equilibrato. Sarebbe opportuno pure capire cosa cambiare per far stare meglio una persona con la depressione o per ridurre la probabilità che stia male di nuovo.

Una cura cominciata subito può essere un fattore protettivo. Anche avere un lavoro che piace e delle relazioni positive possono essere fattori protettivi.

Come la maggior parte dei disturbi psichici, anche la depressione influenza non solo chi ne è colpito, ma pure l’ambiente circostante, in particolare la famiglia. Da un lato, l’insorgenza della malattia può essere causata da dinamiche familiari problematiche, dall’altro chi vive a contatto col depresso è spaventato e spesso non sa come comportarsi di fronte ai sintomi “tipici”.

Spesso i parenti, in buona fede, spronano chi ne soffre a reagire, a sforzarsi, senza rendersi conto che ciò tende a far sentire il depresso ancora più in colpa. C’è chi pensa che la depressione sia una manifestazione di egoismo nei confronti della vita e di chi sta intorno al malato che viene percepito come passivo e senza volontà di reagire. In realtà la depressione non è in nessun modo una questione di volontà, ma mancanza di energie da investire per affrontare la malattia stessa.

Bisogna mantenere nei confronti del depresso una presenza leggera: non fare domande inquisitorie, eccessive smancerie e neppure manifestazioni teatrali di affetto.

Vista la percezione del tempo rallentata o immobile, il continuo rimuginare sul passato e la mancanza di speranza per il futuro, è meglio parlare al presente: in questo modo si aiuta la persona ad ancorarsi all’attimo che vive e a essere presente a se stessa.

È di fondamentale importanza che la persona depressa non incontri eccessivi ostacoli nelle sue prime manifestazioni di ripresa. Non essere giudicanti nei confronti delle novità, ma pensare che se nasce qualcosa si è sulla strada giusta.

Detto questo, vi rimando ad un ulteriore approfondimento sulle famiglie delle persone depresse in uno dei prossimi articoli.

Caterina Steri.

Ago
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-08-2011

psicologiaNel post I problemi psicologici non vanno in vacanza, ho fatto menzione ai Disturbi dell’umore, senza spiegare cosa siano. Eccomi qui a provvedere.

I disturbi dell’umore costituiscono la classe di patologie e sintomi che consistono in alterazioni o anomalie del tono dell’umore dell’individuo, che siano di entità tale da causare alla persona problemi o disfunzioni persistenti o ripetute, oppure disagio marcato. Sono accomunati e contraddistinti dalla flessione e/o dall’andamento discontinuo dell’umore della persona, che rappresenta il loro principale sintomo psicologico, interpretabile come una risposta esagerata alle emozioni che si affrontano quotidianamente.

I disturbi dell’umore possono assumere forme molteplici e sono suddivisi in:

  • Disturbi Depressivi
  • Disturbi Bipolari
  • Disturbo dell’Umore dovuto ad una Condizione Medica Generale
  • Disturbo dell’Umore indotto da Sostanze.

In particolare esistono disturbi di tipo depressivo, in cui prevalgono sentimenti di tristezza, sconforto, colpa, vuoto e anedonia (incapacità di provare piacere), di tipo disforico e/o ciclotimico in cui le normali oscillazioni del tono dell’umore che appartengono alla vita di tutti i giorni risultano fortemente alterate, e di tipo bipolare caratterizzati da un’alternanza repentina di stati umorali opposti: depressione ed eccitazione maniacale o ipomaniacale.

Ciò che accomuna questi disturbi è che non ci si sente più in grado di trarre piacere dalle normali attività quotidiane, dallo stare in relazioni con gli altri, perdendo motivazione a vivere. Il trattamento dei disturbi dell’umore richiede un intervento psicoterapeutico per lavorare sulle cause e, in casi particolarmente gravi o per brevi periodi, l’integrazione con un trattamento farmacologico che ne allevia i sintomi.

Lug
28
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 28-07-2011

problemi psicologici in estateEstate. Nonostante questo sia il periodo dell’anno di maggiore riposo e ferie, è proprio durante la stagione estiva che i problemi psicologici possono esplodere.

Non solo il fisico, ma anche la mente può risentire delle alte temperature. Ci sono sicuramente diversi soggetti a rischio, ad esempio gli anziani.

L’arrivo del caldo per alcuni coincide con l’interruzione delle occupazioni abituali, ripetitive (a volte noiose), ma che per queste loro caratteristiche hanno un effetto rassicurante. Quando d’estate, queste vengono a mancare, il loro vuoto può essere colmato dal riemergere di “fantasmi” alla base di manifestazioni di ansia e depressione.

Il cambiamento dei ritmi di vita, una obbligata permanenza a casa, le partenze di amici e di familiari, la chiusura dei negozi di riferimento e i centri sociali obbligano la maggior parte degli anziani all’isolamento e solitudine. La casa diventa quindi luogo di prigionia e nido per pensieri negativi che portano a disturbi di ansia e depressione.

Il nostro benessere è seriamente influenzato dalle condizioni atmosferiche e quindi dal cambio delle stagioni. Il tono dell’umore presenta oscillazioni che normalmente si accompagnano al cambiamento delle stagioni. Non in tutti però, quest’oscillazione è normale.

Altri soggetti a rischio in questo periodo sono coloro che soffrono di disturbi dell’umore, soprattutto bipolari. Proprio all’inizio dell’estate per lo più vi è il loro esordio, oppure si presentano episodi di depressione o di esaltazione dell’umore.

Il mantenimento di ritmi ed orari di riposo è un indicatore di buon equilibrio e un freno da tenere d’occhio quando sia evidente una vulnerabilità ad una patologia dell’umore.

Per cercare di evitare i problemi appena descritti, ecco alcuni piccoli consigli per coloro che passeranno le prossime settimane di caldo estivo a casa:

  • Ogni mattina, quando vi alzate, preparatevi e vestitevi prendendovi cura di voi stessi
  • Uscite la mattina presto o la sera quando il caldo non è opprimente
  • Non abbandonate le consuetudini come comprare il giornale, bere un caffè fuori casa, fare delle passeggiate, anche se i vostri luoghi abituali sono chiusi
  • Programmate il vostro tempo con occupazioni per voi gratificanti, che magari durante l’inverno non avete  avuto la possibilità di svolgere
  • Non poltrite passivamente di fronte al televisore
  • Tenete i contatti con chi come voi è rimasto a casa ed organizzate degli incontri con loro
  • Scoprite quali sono le attività di intrattenimento organizzate nel luogo in cui abitate. Queste potranno essere anche occasione per fare delle nuove conoscenze
  • Non pensiate che chi rimane a casa è lo sfortunato di turno, vivete la compagnia degli altri come risorsa e siate attivi (soprattutto nelle ore meno calde della giornata)
  • Tenete presente che tra qualche settimana tutto tornerà alla solita routine e forse rimpiangerete un po’ la tranquillità di questi giorni.