Nov
24
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 24-11-2016

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La dipendenza da lavoro o work addiction è molto difficile da riconoscere come problema in quanto soddisfa il bisogno di produttività legato ai canoni sociali. Inoltre, quando si abusa di qualcosa per diverso tempo si instaurano dei meccanismi patologici molto difficili non solo da riconoscere ma anche da combattere, soprattutto quelli che vengono approvati dalla società.

Come in tutte le dipendenze “non da stupefacenti”, anche in quella in cui l’attività professionale diventa l’oggetto della dipendenza, possiamo trovare dei punti in comune con quelle da sostanze.

Il lavoratore dipendente, ad esempio lavora a ritmi molto duri e quando è costretto ad interrompere l’attività viene preso da irritabilità, sintomi ansiosi e depressivi:  una vera e propria crisi di astinenza  che lo costringe a riprendere il lavoro per sentirsi meglio.

Il dipendente da lavoro passa la sua maggior parte del tempo a lavorare, pur non avendo delle esigenze oggettive e anche nei momenti di pausa non riesce a pensare ad altro. Si fa prendere dalle preoccupazioni in modo ossessivo. Tanto è che non riesce a dormire bene e presenta altri sintomi tipici per il forte stress come disturbi gastrointestinali o emicranie.

Il suo disagio naturalmente si riflette anche nell’ambiente circostante, come la famiglia o la rete sociale per i quali spesso è assente, disinteressato. Spesso, non riuscendo a farsi coinvolgere emotivamente si mostra cinico e svalutante, incapace di empatia. Molto giudicante nei confronti di chi invece non fa del lavoro la propria vita.

Per combattere la stanchezza si da alla caffeina, farmaci eccitanti, bevande stimolanti, a volte abusando anche di queste.

Qualcuno di loro, ma non tanti, arriva nello studio di uno psicoterapeuta, quando i sintomi per il forte stress sono incontrollabili e insopportabili, soprattutto l’ansia. Naturalmente essi non vengono attribuiti dal paziente al lavoro.

Se si ha la volontà di farsi aiutare all’inizio si mira a far sparire la sintomatologia ed in concomitanza si scava sulle ragioni che hanno portato ad uno stato di forte malessere. Spesso si scopre di essere arrivati ad abusare del lavoro per rifugiarsi in qualcosa che non fosse una routine quotidiana non soddisfacente.

Il lavoro del resto viene accettato socialmente e chi si rifugia in esso può essere figlio di uno stile educativo rigido in cui si veniva premiati perché produttivi e non in altri modi. Ad esempio i figli che portano un buon voto da scuola se vengono rinforzati positivamente solo in queste situazioni cresceranno convincendosi che per essere apprezzati bisogna “produrre”. In campo lavorativo ciò si traduce in un’attività lavorativa compulsiva che mira per forza all’ascesa “carri eristica” per dimostrarsi di poter valere, a discapito di tante altre variabili della vita.

Chi è insoddisfatto della sua vita personale può rifugiarsi quindi in quella professionale anche per avere una sorta di rivalsa su tutte quelle che possono essere le insicurezze dettate dalle giornate che non concedono altri tipi di soddisfazioni.

Anche la psicoterapia strategica integrata si presta alla cura della dipendenza da lavoro. Una volta stabiliti i meccanismi tipici, il terapeuta di tale approccio stimola il paziente a  cambiare il suo punto di vista, aiutandolo a riorganizzarsi la vita considerando non solo il lavoro, ma anche la vita sociale, familiare, ma soprattutto mettendosi al centro della propria quotidianità, dando spazio ai bisogni e ai piaceri personali che per lungo tempo sono stati messi da parte, convincendosi che l’unico piacere possibile fosse quello derivante da un’attività lavorativa ossessiva.

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Ott
10
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 10-10-2016

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Solitamente alla fine dell’estate mi capita che più persone mi chiamino per iniziare una nuova terapia. Settembre per molti è il mese dei nuovi propositi e della ricerca di cambiamenti in positivo, tra cui anche la decisione di affidarsi ad uno psicoterapeuta.

Diverse sono le storie di ogni persona e i problemi con cui ha a che fare: problemi relazionali, sessuali,  molti disturbi d’ansia tra cui gli attacchi di panico, tanto improvvisi quanto spaventosi, per i quali si finisce al pronto soccorso dell’ospedale più vicino perché convinti di poter morire da un momento all’altro.

Quando poi i medici escludono qualsiasi tipo di malattia organica e diagnosticano l’attacco di panico cosa si può fare?

Alcune volte gli attacchi di panico possono non ripresentarsi più, ma nella maggior parte delle situazioni tornano puntuali associandosi ad eventi ben precisi. Chi ne soffre infatti tenta di evitarli accuratamente, rischiando di entrare in un regime quotidiano invalidante. Sta di fatto che per risolverli c’è bisogno di un aiuto professionale anche perché, come già detto, la sola paura che possano ripresentarsi può diventare fagocitante.

Ecco allora che si può chiedere un aiuto psicologico. I soli farmaci aiutano a controllare i sintomi, ma non lavorano sulle loro cause e quindi non risolvono fino in fondo il problema.

Non subito vengono riconosciuti, soprattutto le prime volte che si presentano e perché i sintomi possono essere molteplici e senza cause apparenti. E’ necessario sapere quindi quali siano le caratteristiche salienti:

  • aumento della frequenza cardiaca o palpitazioni
  • cefalea
  • dolori al petto
  • difficoltà di respirazione (dispnea), affanno
  • rossore al viso e al petto
  • mani e piedi freddi e sudati
  • sudorazione generale
  • confusione mentale
  • formicolio o intorpidimento
  • paura e sensazione di svenire
  • sensazione di lingua e bocca asciutta e sapore metallico in bocca
  • tremori
  • vampate di calore o brividi di freddo
  • vertigini, stordimento, nausea, conati di vomito, senso di sbandamento
  • grida  e pianto
  • incapacità di comunicare ciò che si sta vivendo durante l’attacco
  • nodo alla gola
  • sensazioni di sogno o distorsione percettiva della realtà
  • percezione che non si è connessi al corpo o che si è disconnessi dal tempo e dallo spazio
  • sensazione che stia per accadere qualcosa di orribile e senso di impotenza per prevenirlo
  • paura di perdere il controllo e fare qualcosa di imbarazzante o di diventare matti
  • sensazione di morte imminente
  • sensazioni di rivissuto (deja-vu)

Durante l’attacco di panico il corpo passa attraverso gli stessi processi fisici di quando si trova in una situazione di reale pericolo, la differenza è che non è questo il caso.

Le conseguenze dell’attacco di panico sono molto pesanti rendendo la vita un vero inferno: depressione, forte senso di impotenza, frustrazione e paura che possa accadere.

Una volta riconosciuto occorre quindi ricorrere ai ripari lavorando su se stessi in modo tale da liberarsene totalmente, nonostante molti si convincano che non possano essere curati.

Anche la Psicoterapia Strategica Integrata è adatta al trattamento di questi disturbi. Occorre aiutare il paziente a spezzare le dinamiche che hanno dato vita all’attacco di panico rendendolo attivo nel suo percorso terapeutico. La guarigione dipende molto dalla gravità e durata del problema ma soprattutto dalla volontà del paziente di far fronte al problema.

Ago
03
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 03-08-2015

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Un triste aspetto della nostra società è purtroppo caratterizzato dai sempre più frequenti attacchi terroristici, basti pensare  a quelli degli ultimi mesi in Francia e in Tunisia, senza aver bisogno di andare ancor più indietro nel tempo.

L’obiettivo del  terrorismo non è solo quello di creare danni all’economia e allo sviluppo dei paesi, ma anche quello di incutere nelle persone la paura, l’inibizione della vita sociale, la sottomissione, la mancanza di libertà di pensiero e di parola.

La violenza e la paura sono sempre state usate come tecniche di oppressione sulle popolazioni vittime per causare cambiamenti nella quotidianità e nel pensiero delle menti umane.

Pensate ai cambiamenti avvenuti dall’11 settembre 2001 in poi: attacchi da parte di terroristi che agiscono in nome del loro Dio che colpiscono il mondo nei giorni e nei luoghi più impensabili, incutendo quasi il timore di uscire di casa o concedersi una vacanza, dando una svolta alla storia dell’umanità.

Un’altra  conseguenza della paura del terrorismo è l’aumento della diffidenza e l’ostilità verso tutto ciò che non fa parte della propria quotidianità che spesso sfocia in ulteriore violenza e intolleranza. Come se potesse avere un senso sfogare la paura e la rabbia su chi somiglia a chi viene identificato come “il cattivo”. Tutto ciò da vita ad un circolo vizioso che se consolidato diviene poi molto difficile da smantellare.

Il dramma psicologico si scatena anche grazie alla forte diffusione di massa di immagini, video, dichiarazioni terroristiche trasmesse dai mass media: ottimi strumenti per la diffusione della paura. I terroristi infatti fanno largo uso dei canali mediatici per diffondere la paura (tipico esempio sono gli attuali video dei miliziani dell’ISIS che giustiziano senza pietà i loro prigionieri di fronte ad una telecamera). Ogni scena del genere incute angoscia, paura e smarrimento. Senza tenere conto che attraverso gli strumenti mediatici vengono assoldate nuove persone perché contagiate da una sorta di senso di appartenenza alla causa in atto.

Il terrorismo causa nelle persone una paura contagiosa e diversi danni psicologici: dall’insonnia, aumento di uso di psicofarmaci, fobie varie, senso di smarrimento e angoscia, attacchi di panico, intolleranza a ciò che è diverso dal proprio conosciuto.

Dato che uno dei suoi obiettivi è quello di destabilizzare la quotidianità delle popolazioni, la giusta difesa, nel nostro piccolo, è quella di cercare di difendere le proprie attività e non permettere che la paura ci tenga chiusi in casa. Al tempo stesso deve essere innalzata la soglia di vigilanza da parte dei Governi.

 

 

Nov
03

Più o meno tutti nella vita siamo competitivi.

In giuste quantità la competizione, ovvero la spinta a raggiungere un risultato migliore nei confronti di altri individui, aiuta ad andare avanti nella vita professionale, sportiva, privata. Ma quando diventa eccessiva ed è l’unico meccanismo che si mette in atto per vivere, qualcosa non va.

In questo caso la sensazione è quella di dover fare sempre di più, che non basti mai, che il risultato di domani dovrà esser sempre migliore rispetto a quello di oggi, che a sua volta non è ritenuto abbastanza soddisfacente.  Vi è una propensione estrema alla perfezione ed è proprio qui che si rimane incastrati, nel senso che la perfezione non esiste ed è inutile cercare di raggiungerla. Finchè questo non verrà riconosciuto e soprattutto accettato, non ci si potrà liberare dalla morsa della competizione ossessiva.

Come mai si cade in questi contorti e spesso dolorosi meccanismi?

Forse la necessità di dover provare sempre qualcosa e di ottenere risultati ottimi deriva dal fatto che non si è così sicuri come si vorrebbe dimostrare, ma occorre ogni volta avere i risultati migliori per potersi dire di valere qualcosa.

O forse si è stati abituati sin da piccoli che ciò che si faceva non bastava mai e allora per dimostrare agli altri di valere occorreva prefissarsi esiti sempre più alti, ma che purtroppo non risultavano mai sufficientemente apprezzati: da ciò la spinta a dare ed ottenere sempre di più.

O ancora, i risultati medi non venivano contemplati perchè espressione di mediocrità.

Mi pare che derivi anche da un senso di insoddisfazione personale dovuta all’importanza che si da al giudizio altrui. Siamo troppo abituati ad essere giudicati per i risultati “visibili” che otteniamo, piuttosto che per ciò che siamo veramente e forse siamo i primi ad adottare questo meccanismo su di noi.

Queste possono essere solo alcune delle cause della competizione ossessiva. Sta di fatto che le conseguenze potrebbero essere quelle di non riuscire mai a godere di ciò che si fa perché troppo orientati sui risultati e non anche sul percorso che facciamo per raggiungerli. Un meccanismo che origina forti ansie e stress, ma che potrebbe essere risolto attuando dei cambiamenti nel modo di pensare ed agire.

Ad esempio, iniziare a pensare all’opportunità che, anziché dover sempre competere con gli altri, si potrebbe iniziare a collaborare, laddove sia possibile.

Accettare l’idea che esistano delle persone più brave di noi ma che allo stesso tempo non annullano il nostro valore.

Ancora, che possiamo ritenerci soddisfatti anche smettendola di confrontarci sempre con qualcun altro. Riuscire ad entrare in quest’ottica permette di fare le cose con meno ansia e tensione.

Non sono cambiamenti facili da attuare, soprattutto perché dovremmo scardinare modi di pensare ed agire con i quali conviviamo da anni. Nonostante questa “abitudine”, se ci rendessimo conto che la competitività in noi è fagocitante e limitante dovremmo seriamente pensare di cambiare rotta e “rilassarci un po’”.

Laddove non sia possibile farlo da soli, per iniziare, potremmo chiedere l’aiuto di una persona più esperta di noi accettando l’idea che non abbiamo le competenze e le capacità di fare tutto, ma non per questo siamo meno apprezzabili degli altri.

 

 

 

Dic
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-12-2013

Da quando ho iniziato la mia attività clinica non ho potuto fare a meno di notare come ogni anno durante il mese di dicembre, ci sia un aumento delle richieste di consulenze e psicoterapia.

Svolgendo i colloqui, mi sono resa conto che il Natale è spesso fonte di ansia e angoscia contrariamente a quello che dovrebbero far scaturire le cosiddette feste “comandate”. Ma forse è proprio perché sono “comandate” che fanno stare male.

Tante persone sentono il peso dell’obbligo di dover gioire e festeggiare in quei giorni rossi del calendario. Devono prepararsi da settimane prima comprando i regali, addobbando le case e i luoghi di lavoro, quando in realtà vorrebbero cadere in un profondo sonno dal 23 dicembre fino al 7 gennaio.

Sentirsi obbligati a far festa, paradossalmente può accentuare la percezione dei problemi familiari ed economici (che purtroppo in questo periodo non mancano), della solitudine e dei lutti. Molti non ci stanno e soffrono per questo, non riescono a far finta di nulla e vedere attorno degli individui festanti li fa sentire ancora più soli.

Talvolta può svilupparsi una vera e propria sindrome natalizia (con ansia, sensi di colpa, stanchezza, problemi gastrointestinali, emicranie, eruzioni cutanee, agitazione, depressione), dovuta ad eccessiva stanchezza, aspettative troppo alte nei confronti delle festività e di se stessi, al peso della pressione sociale e di quella economica, al cambio della routine quotidiana e della dieta, all’obbligo di dover stare con persone “sgradite” e di dover fare il “buon viso a cattivo gioco”.

La sindrome può durare qualche giorno o alcune settimane, ma il più delle volte si risolve con il passare delle festività.

Per cercare di contrastarla si possono abbassare le aspettative nei confronti del Natale, considerandola una festa come tutte le altre e si può approfittare del tempo libero per dedicarsi ad attività e persone piacevoli. Se non si sopporta l’idea di dover fare ogni anno le stesse cose si possono cercare dei modi nuovi per passare le giornate di festa. Ci si può concentrare sul presente senza rimuginare sul passato e senza pensare troppo a ciò che non si ha ma su ciò che di buono si può vivere ogni giorno. Si può dare un po’ di spazio alla malinconia e alla tristezza, che sono normali in giorni di festa, ma senza farsi prendere dal sopravvento.

Insomma,  se il Natale non è la vostra festa preferita, potete pur sempre trovare delle strategie per viverlo al meglio e non in modo catastrofico come immaginate ad ogni inizio dicembre.

 

Nov
28
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 28-11-2013

Da un po’ di tempo non dedico un post al tema dell’ansia, anche se è sempre presente in quasi tutti gli altri argomenti considerata la sua importante presenza nella vita delle persone.

Come già detto in Ansia amica o nemica? essa ci accompagna durante le giornate e ci aiuta a migliorare nella resa di alcune prestazioni, dagli esami universitari alle manifestazioni sportive, al lavoro. Può costituire a giuste dosi, una degna compagna di vita!

Quando nel mio studio arrivano dei pazienti ansiosi, spesso dico loro che è una fortuna che sia arrivata l’ansia così tanto da averli spinti a chiedere un aiuto esperto perché il corpo e la mente hanno la necessità di affrontare problematiche che non possono più essere rimandate. Per questo motivo l’ansia è un ottimo campanello d’allarme. La sua elaborazione attraverso un efficace metodo psicoterapico, permette alle persone di poterla controllare, gestire e vedere cosa si celi dietro alla sua sintomatologia.

In un certo senso è la coperta di nodi esistenziali che hanno bussato alla porta della mente e hanno necessità di essere affrontati seriamente.

Quindi, nonostante possa far paura l’idea che vincere l’ansia porti alla scoperta di altri problemi, questo processo non può che portare benessere e alimentare l’autostima. La consapevolezza e la capacità di affrontare i propri problemi non fa che rendere più forti.

Di recente mi è arrivata una mail in cui mi si chiedeva quando l’ansia dev’essere considerata patologica e quando no?

Alla persona che mi ha scritto ho riposto dicendo che nel caso in cui l’ansia è tale da riuscire a limitarla nelle sue normali attività, a prendere quindi il controllo sulla sua vita è da considerarsi patologica.

In base a come si presentano i sintomi (accelerazione del battito cardiaco, sudorazione delle mani, dolori al torace, disturbi gastrointestinali, tremori, pallore, nausea, vomiti, difficoltà a dormire, disturbi dell’appetito, paura di non riuscire a concludere nulla, sensazioni di pericolo o minaccia, paura di morire, di impazzire, di perdere il controllo, difficoltà di concentrazione, evitamento di specifiche situazioni, fuga, reazioni eccessive…), si sviluppano i vari disturbi d’ansia che possono essere trattati e risolti in modo specifico.

La psicoterapia strategica integrata, avendo un approccio molto pratico, fa si che i sintomi vengano eliminati e si adottino delle nuove dinamiche psicologiche e comportamentali tali da evitare ricadute e riprendere in mano la propria vita da dove era stata interrotta.

Se ti interessa l’argomento sull’ansia leggi anche gli altri articoli inerenti a questo cliccando quì.

Ott
28

Nell’era del web, troviamo magicamente tutte le risposte alle nostre domande semplicemente con un click, a volte dando per scontato che tutto ciò che leggiamo corrisponda alla verità o cercando conferma alle ipotesi che abbiamo fatto.

La maggior parte delle notizie sono attendibili, soprattutto se ricavate da siti web ad hoc, ma la loro interpretazione può portare a travisarle e a causare preoccupazioni spesso eccessive ed errate. Facile poi concentrarsi su ciò che ci aspettiamo accada.

Il rovescio della medaglia dell’era del tutto e subito via web è che chi non accetta di stare nell’indecisione e soffre ad esempio di ipocondria si può trovare a ricercare in modo ossessivo e compulsivo la conferma della paura di essere malato dando origine a quella che viene denominata cybercondria (termine derivante da dall’unione delle parole cyber ed ipocondria).

Le indagini di sintomatologie, di siti che pretendono di fare virtualmente delle diagnosi, la lettura di blog di persone che raccontano la lotta contro varie malattie, non fanno altro che contribuire ad alimentare l’ipocondria, quindi l’ansia, la depressione e la preoccupazione per il proprio stato di salute. Si può dire insomma che la cybercondria sia la versione moderna della classica ipocondria che viene alimentata dall’uso smodato di internet.

Nel caso della ricerca di diagnosi ai propri disturbi invece tutte le notizie devono necessariamente essere contestualizzate attraverso la raccolta di dati anamnestici precisi e di esami medici approfonditi che solo figure esperte possono fare.

Chi è affetto da ipocondria si ritrova a sottoporsi ad un numero esagerato di esami clinici e spesso quando vengono smentite scientificamente le sue preoccupazioni, tende a non credere a ciò che viene rimandato dai medici. Decide quindi di continuare la ricerca sul web per arrivare a confermare le ipotesi diagnostiche.

Il rapporto con i professionisti in carne ed ossa rischia di essere inficiato e pur di confermare le proprie paure si preferisce passare da un medico all’altro a volte “sventolando” il frutto della ricerca sul web.

A lungo andare, lo stress della continua ricerca della diagnosi ai propri mali non fa altro che peggiorare lo stato di salute della persona perché le energie e il tempo spesi stancano e le preoccupazioni non fanno altro che  fomentare l’ansia, la depressione, disturbi del sonno o dell’appetito o dare origine a somatizzazioni particolari che a loro volta, alimenteranno la convinzione di essere malati. Insomma si cade in un circolo vizioso di mali che si autoalimenta.

Senza contare che chi soffre di cybercondria (come il classico ipocondriaco), svolgendo esami clinici inutili e in quantità elevata va a gravare anche sui costi del Sistema Sanitario.

Cosa si può fare per rimediare e spezzare questo circolo?

Innanzitutto la presa di coscienza del problema è il passo essenziale per uscirne. Rendersi conto che la ricerca spasmodica di sintomi e la paura di avere delle malattie è una questione del tutto psicologica e che può essere risolta attraverso un lavoro su se stesso nello studio di uno psicoterapeuta.

Tutto ciò può essere fatto una volta che i medici abbiano escluso effettivamente la presenza di malattie organiche.

La psicoterapia strategica integrata ad esempio attraverso una serie di sedute basate su specifiche tecniche già testate su diversi pazienti porta alla risoluzione del problema in brevi periodi.

Detto ciò non voglio arrivare alla conclusione che non sia assolutamente il caso di informarsi su internet, ma semplicemente dire che devono essere sempre le persone specializzate ad avere l’ultima parola su eventuali diagnosi da fare.

Se ti è piaciuto questo post, leggi anche gli altri simili a questo cliccando quì.

 

Apr
23

Stando a contatto con diverse persone, non posso fare a meno di notare come molte di queste si mangino le unghie. Nei casi più gravi, anche le pellicine e le cuticole circostanti. Questa malsana abitudine compulsiva viene chiamata onicofagia e si manifesta soprattutto in periodi di nervosismo, noia, stress, ed è sintomo di un disagio più profondo.

E’ un problema che può manifestarsi sin dall’infanzia e se non curato può protrarsi fino all’età adulta.

Chi pratica l’onicofagia, rischia di trasportare nella bocca tutti i germi e batteri che vengono depositati sotto le unghie. Oltre a tutto, può venire ridotta la motilità delle mani perché troppo impegnati a tenere le dita in bocca. Viene poi facilitata la produzione di carie nei denti perché si intacca la sostanza adamantina degli incisivi.

Dal punto di vista sociale, vedere una mano con le unghie consumate, può far pensare ad una persona timida, con scarsa autostima che al posto di riversare la sua rabbia contro il mondo esterno, la riversa contro se stessa sottoforma di autolesionismo. Mi ha colpito tanto il caso di un adolescente seguito da me che ogni volta che parlava del padre da cui si sentiva abbandonato e con il quale era molto arrabbiato, si mangiava le unghie.

Inoltre, l’onicofago diventa tale anche per compensare un bisogno di attenzione. Ad esempio, si sviluppa nei bambini a cui nasce un nuovo fratellino e che hanno bisogno di richiamare l’attenzione dei genitori. In questi casi è meglio non rimproverarli, ne farne un dramma, ma cercare di parlare con loro delle proprie ansie e non facendoli sentire soli.

Serve anche a controllare stati di ansia e di forte noia.

L’onicofagia tende a scomparire volontariamente quando viene meno la causa del malessere, ma potrebbe riproporsi in future situazioni di stress.

Sebbene sembri innocua, costituisce una vera e propria forma di autolesionismo, ed è per questo motivo che nei casi più gravi è meglio chiedere l’aiuto di uno psicoterapeuta per capire quali siano le cause che hanno portato allo stress, per ridurre ansia, rabbia e noia.

Viene poi stimolata in chi ne soffre l’adozione di comportamenti “alternativi” al mangiarsi le unghie. Ad esempio ponendosi l’obiettivo di rendere nuovamente presentabili le proprie mani. A volte prendendosi cura di un dito alla volta. Oppure iniziando a praticare un’attività sportiva per scaricare rabbia e tensioni.

Quindi, quando proprio non si può fare a meno di mangiarsi le unghie, meglio capire cosa si nasconda dietro questo pratica e adottare dei rimedi.

Da qualche settimana ad oggi si parla tanto dell’incidente della nave da crociera Concordia, evento che ha avuto sicuramente un forte impatto emotivo, non solo nei confronti di chi lo ha subito. Mi viene da pensare alle innumerevoli conseguenze che un incidente del genere possa aver causato: sociali, ambientali, economiche, familiari… Come psicologa, mi è facile supporre che tra queste ce ne siano alcune colpite da conseguenze psicologiche importanti. Tra le tante, il disturbo post traumatico da stress, che scaturisce infatti, in seguito ad eventi stressanti e traumatici quali catastrofi, incidenti e violenze, anche se l’aver vissuto un’esperienza traumatica non genera automaticamente un disturbo del genere. La storia di questo disturbo lo identifica pure come nevrosi da guerra, perché riconosciuto tra le varie conseguenze sui soldati coinvolti nel conflitto bellico in Vietnam.

Per diagnosticarlo occorre che la presenza dei sintomi compromettano il funzionamento sociale e/o lavorativo della persona e che questi possano essere direttamente correlati ad un evento traumatico che abbia causato orrore, paura intensa o senso di impotenza.

Nelle vittime del disturbo post traumatico da stress si manifestano “il continuo rivivere l’evento traumatico, l’evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma, la riduzione progressiva della vivacità intellettiva e sensoriale” (DSM IV R).

Vi è poi un innalzamento dei livelli di ansia, depressione, rabbia, insonnia, incubi, difficoltà a concentrarsi.

Penso alle vittime della Concordia, piuttosto che a quelle delle alluvioni dei mesi precedenti, o dei terremoti, mi viene da rivolgermi a loro dicendo che tutti questi sintomi non sono manifestazione di follia, ma naturale conseguenza dei traumi subiti e che possono essere affrontati e risolti insieme all’aiuto di esperti. Il dolore e la paura possono essere affrontati, associando motivazione e convinzione nella possibilità di superarli.

Ott
27
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 27-10-2011

Ci sono persone che non riescono a fare a meno dei cambiamenti, altre che ne sono terrorizzate.

Le prime potrebbero essere animate da un’inquietudine interna e dalla convinzione che cambiando ciò che le circonda riescano a trovare pace in se stessi. Le seconde forse, hanno bisogno di stare in un ambiente stabile e conosciuto e l’idea che questo possa cambiare le destabilizza facendole stare male.

A volte ci si crea attorno una condizione protetta e facilmente controllabile, con determinate aspettative nei suoi confronti e si immagina un futuro ben definito. Nel corso della vita è inevitabile che ciò che ci circonda cambi e che noi stessi cambiamo, anche se spesso non ne siamo ben consapevoli. Pensiamo ad esempio all’alternarsi del giorno e della notte, quello delle stagioni, ai prodotti della natura, prima acerbi e poi maturi, ai capelli che crescono, alle prime rughe, ai nostri modi di pensare, di rapportarci agli altri, alle nostre esigenze da bambini e quelle da adulti.

Il cambiamento è quindi un processo assolutamente naturale e inevitabile del ciclo di vita delle creature.

Perché allora c’è chi ne è terrorizzato?

La paura del cambiamento è essenzialmente la paura di uscire dal proprio ambiente “protetto”, ignorando che vivere il nuovo accresce l’autostima, allarga gli orizzonti della mente e testa la propria efficacia.

Un ambiente protetto, se immutato, a lungo andare rischia di diventare una prigione; c’è chi, per non cambiarlo, preferisce reprimere i propri sentimenti e le proprie esigenze, non volendo rendersi conto che l’affrontare una situazione nuova è un’ulteriore possibilità di migliorarsi, mettersi in gioco, evolvere, dare ascolto ai propri bisogni e desideri.

Ciò che più spaventa spesso è la paura di lasciare il vecchio, il passato, piuttosto che scoprire e costruire il futuro. Cosa che potrebbe essere alquanto stuzzicante e stimolante per la propria crescita e autostima. Chi ha un’autostima bassa, si nasconde dietro la scusa di non farcela a cambiare, chi invece ha un’alta autostima investe sui cambiamenti per testare le proprie capacità.

Certo, cambiare non è facile, soprattutto dopo anni che si è abituati ad adottare sempre i soliti schemi comportamentali. Cambiare significa anche prendere delle decisioni importanti, a volte dolorose che equivalgono quasi a subire un lutto. E’ inevitabile provare dolore, ma è altrettanto possibile riuscire a risollevarsi ancora più forti di prima.

Il primo passo da fare sarebbe proprio quello di rompere le piccole abitudini sperimentandone di nuove, come smettere di mangiare sempre gli stessi cibi ed assaporarne di nuovi.

Questo è anche il processo affrontato dalla Psicoterapia Strategica Integrata che permette alla persona di allenarsi e sperimentarsi in stili comportamentali e mentali diversi, spezzando quelli vecchi che per tanto tempo hanno portato a situazioni di disagio e non ascolto di se stessi.

Spesso non si accetta di cambiare perché si ha paura dell’ignoto e di fallire. Ci si accontenta allora di stare in una situazione sedentaria, aggiungerei pure “stantia”, pur di non rimboccarsi le maniche ed andare avanti con le proprie risorse. Per non cambiare ci si nasconde anche dietro disturbi ben definiti come i disturbi d’ansia, che in questo caso, hanno un ruolo repressivo e pongono una sorta di coperchio a tutto ciò che ci spingerebbe verso una situazione nuova.

Ci possono essere diverse soluzioni che portano a vincere la paura del cambiamento e a migliorarsi.

Lavorare sulla propria autostima per conoscere e scoprire le proprie risorse; non essere impulsivi e vedere nel cambiamento una possibilità di miglioramento; capire che la vita è dinamica e che cambiare significa maturare; allargare i propri orizzonti e darsi una piacevole opportunità di sperimentare e conoscere altro.

Raggiunta la consapevolezza di quello appena descritto, non rimane altro che impegnarsi e iniziare ad agire ai fini del proprio allenamento di vita.

Accettare il cambiamento non significa agire d’istinto nel prendere le proprie decisioni, bensì, imparare ad ascoltarsi, valutare e vivere ciò che è in noi, per poi capire come comportarsi al meglio.

Ognuno ha le risorse necessarie per affrontare i cambiamenti, chi pensa di non avercele è solo perché non le sa riconoscere o non vuole farne uso.

Cambiare non significa diventare un’altra persona, significa riuscire ad ascoltarsi, far affiorare le proprie risorse alla coscienza, vivere le proprie emozioni ed usarle per stare bene con se stessi e con gli altri.

 

Leggi anche gli altri articoli riguardanti il cambiamento .