Mag
22
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 22-05-2017

Vi propongo oggi la poesia di Veronica Shoffstall che uno dei miei pazienti ha voluto condividere  durante il colloquio dei giorni scorsi. “Parole di consapevolezza ed emozioni che aiutano a slegarsi da rapporti di dipendenza” così mi ha presentato questa poesia e io ne sono veramente orgogliosa.

Buona lettura a voi.

Dopo un po’ impari la sottile differenza
tra tenere una mano e incatenare un’anima.
E impari che l’amore non è appoggiarsi a qualcuno
e la compagnia non è sicurezza.
E inizi a imparare che i baci non sono contratti
e i doni non sono promesse.
E incominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta
e con gli occhi aperti con la grazia di un adulto
non con il dolore di un bambino.
Ed impari a costruire tutte le strade oggi
perché il terreno di domani
è troppo incerto per fare piani.
Dopo un po’ impari che il sole scotta, se ne prendi troppo.
Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima,
invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori.
E impari che puoi davvero sopportare,
che sei davvero forte, e che vali davvero.
E impari e impari e impari. Con ogni addio impari.

(Veronica Shoffstall)

Mag
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-05-2017

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Facciamo sempre di tutto per difendere le nostre abitudini, anche quelle più dannose. E nonostante capiti di prendere coscienza della loro tossicità, continuiamo imperterriti a seguirle. Anche a costo della nostra felicità.

Scrivo queste righe perché reduce da una giornata di colloqui, dove per coincidenza, o proprio perché atteggiamenti del genere siano tanto diffusi, il tema in questione è stato una sorta di filo conduttore.

E’ proprio vero che siamo “tossici” e dipendenti dalle nostre abitudini. Da un lato, ben vengano quelle che ci recano piacere, quelle che ci spingono ad amarci, ad amare, a rispettarci. Ma quando così non è che succede? Perché hanno così tanto potere su di noi? Ebbene si, le abitudini creano dipendenza, sono conosciute, prevedibili, proprio per questo costituiscono una confort-zone a cui è difficilissimo rinunciare.

Pensiamo ad esempio a quelle tante coppie che stanno assieme pur non amandosi, pur non soddisfandosi, ma accontentadosi dell’abitudine dello stare insieme. Di quei rituali che spesso non sopportano, ma che sono talmente conosciuti e prevedibili che nonostante tutto è meglio tenerseli. E questo perché? Perché spaventa non sapere cosa ci potrebbe essere al loro posto, spaventa l’ignoto. E diciamola, spesso spaventa dover rimettersi in gioco per creare un’alternativa, il cui esito non è assicurato. Senza ammettere che per alcune abitudini, qualsiasi alternativa sarebbe migliore.

Le abitudini ci danno dipendenza, ci assuefano e quando vengono spezzate, inizialmente possiamo stare male, solo perché entriamo in un processo di astinenza che ci rende insicuri e dubbiosi, ma una volta che questa fase viene superata, possiamo reputarci liberi.

Non abituiamoci quindi alle cose conosciute, o meglio, non accontentiamoci di esse solo perché tali. Anzi, proprio perché sappiamo che non ci possono soddisfare  e rendere felici, non adagiamoci su di esse, ma diamoci sempre un’alternativa migliore, per quanto faticoso possa sembrare il suo raggiungimento.

E per rispondere a chi a volte mi chiede che si fa in psicoterapia, oggi posso rispondere dicendo che essa serve per non accontentarsi di essere infelici, solo perché ne siamo abituati, ma ci aiuta a fare di tutto per raggiungere la felicità. Per vivere la vita da attori protagonisti, non per subirla passivamente illudendosi che esista solo un modo per stare sulla terra.

Feb
06
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 06-02-2017

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Spesso capita di rimanere incastrati in relazione “amorose” anche per anni, se non una vita, pur non essendo felici e nonostante si siano susseguiti dei chiari campanelli di allarme che per motivi più o meno consapevoli si è deciso di ignorare.

Uno dei primi ad esempio è la sensazione che all’inizio quella persona a cui siamo legati non ci piaceva, ma proprio perché ormai la relazione era iniziata, per senso di colpa, mancanza di coraggio nel lasciare qualcuno, speranza che prima o poi le cose potessero cambiare, non siamo riusciti ad esularci da quella storia a due.  O al contrario può essere capitato che l’altro abbia cercato più volte di scappare da noi, ma con delle manovre certosine, siamo riusciti a tenerlo legato perché ormai avevamo perso la testa.

Quando una relazione non deve andare bene, sin da subito quindi ci possono essere dei segnali molto forti che possiamo decidere o meno di trascurare.

Un altro di essi è la mancanza di intesa sessuale. Parte fondamentale nella vita di coppia che tanti invece non considerano tale.

Ci sono quindi degli amori (paradossalmente li chiamiamo così), talmente impossibili che non possono avere mezze misure: o decidiamo di starci pur soffrendo, oppure li portiamo a termine.

Apparentemente la prima soluzione sembra la più facile perché è quella conosciuta e perché, nonostante le sofferenze,  la mancanza di lucidità, di fiducia in se stessi e nel futuro non permette di prospettare delle alternative.

La seconda soluzione invece richiede determinazione, coraggio e amore per se stessi. E’ difficile da praticare, ma è quella che porta alla libertà, alla rinascita.

Tanti vengono in studio da me, quasi chiedendo a bassa voce come sarebbe possibile liberarsi delle relazioni infelici e soprattutto come trovare il coraggio per farlo?

Una delle prime cose da fare naturalmente è credere in se stessi e nella capacità personale di riuscire a stare soli. O meglio, in compagnia di se stessi e non di qualcuno che ci illude di stare con noi.

Altro passo da effettuare è quello di smettere di idealizzare l’altro e conferirgli capacità che in realtà abbiamo noi ma, che per tante motivazioni, abbiamo smesso di usare delegandole perché convinti di essere dipendenti dal partner.

Nel caso contrario può invece accadere di pensare che siccome l’altro non riesce, dobbiamo per forza prendercene cura noi. Proprio per questo, mettere da parte i sensi di colpa è fondamentale.

Questa è solo una parte della teoria, la pratica potrebbe essere molto difficile da mettere in atto e richiede spesso un totale stravolgimento e riorganizzazione nella quotidianità delle persone.

Bisogna mettere se stessi al centro del proprio mondo. E questa, sembra una delle cose più difficili che la maggior parte degli umani possa fare.

Specie per quelli che sono cresciuti con la convinzione di doversi sempre sacrificare per gli altri o che non sia possibile andare avanti con le sole forze personali.

E’ vero che abbiamo bisogno delle altre persone per vivere perché siamo animali sociali. D’altro canto esiste una differenza tra vivere per stare bene e sopravvivere. Nel senso che per stare bene abbiamo bisogno di credere in noi stessi, di amarci e di circondarci di persone con le quali possiamo sentirci felici. Persone che ci amano e che noi amiamo. Persone alle quali non dobbiamo elemosinare affetto e attenzioni. Persone con le quali possiamo esprimerci per come siamo veramente e che aiutano a migliorarci e a sentirci vivi, non ad accontentarci per la paura di stare soli.

 

 

Nov
24
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 24-11-2016

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La dipendenza da lavoro o work addiction è molto difficile da riconoscere come problema in quanto soddisfa il bisogno di produttività legato ai canoni sociali. Inoltre, quando si abusa di qualcosa per diverso tempo si instaurano dei meccanismi patologici molto difficili non solo da riconoscere ma anche da combattere, soprattutto quelli che vengono approvati dalla società.

Come in tutte le dipendenze “non da stupefacenti”, anche in quella in cui l’attività professionale diventa l’oggetto della dipendenza, possiamo trovare dei punti in comune con quelle da sostanze.

Il lavoratore dipendente, ad esempio lavora a ritmi molto duri e quando è costretto ad interrompere l’attività viene preso da irritabilità, sintomi ansiosi e depressivi:  una vera e propria crisi di astinenza  che lo costringe a riprendere il lavoro per sentirsi meglio.

Il dipendente da lavoro passa la sua maggior parte del tempo a lavorare, pur non avendo delle esigenze oggettive e anche nei momenti di pausa non riesce a pensare ad altro. Si fa prendere dalle preoccupazioni in modo ossessivo. Tanto è che non riesce a dormire bene e presenta altri sintomi tipici per il forte stress come disturbi gastrointestinali o emicranie.

Il suo disagio naturalmente si riflette anche nell’ambiente circostante, come la famiglia o la rete sociale per i quali spesso è assente, disinteressato. Spesso, non riuscendo a farsi coinvolgere emotivamente si mostra cinico e svalutante, incapace di empatia. Molto giudicante nei confronti di chi invece non fa del lavoro la propria vita.

Per combattere la stanchezza si da alla caffeina, farmaci eccitanti, bevande stimolanti, a volte abusando anche di queste.

Qualcuno di loro, ma non tanti, arriva nello studio di uno psicoterapeuta, quando i sintomi per il forte stress sono incontrollabili e insopportabili, soprattutto l’ansia. Naturalmente essi non vengono attribuiti dal paziente al lavoro.

Se si ha la volontà di farsi aiutare all’inizio si mira a far sparire la sintomatologia ed in concomitanza si scava sulle ragioni che hanno portato ad uno stato di forte malessere. Spesso si scopre di essere arrivati ad abusare del lavoro per rifugiarsi in qualcosa che non fosse una routine quotidiana non soddisfacente.

Il lavoro del resto viene accettato socialmente e chi si rifugia in esso può essere figlio di uno stile educativo rigido in cui si veniva premiati perché produttivi e non in altri modi. Ad esempio i figli che portano un buon voto da scuola se vengono rinforzati positivamente solo in queste situazioni cresceranno convincendosi che per essere apprezzati bisogna “produrre”. In campo lavorativo ciò si traduce in un’attività lavorativa compulsiva che mira per forza all’ascesa “carri eristica” per dimostrarsi di poter valere, a discapito di tante altre variabili della vita.

Chi è insoddisfatto della sua vita personale può rifugiarsi quindi in quella professionale anche per avere una sorta di rivalsa su tutte quelle che possono essere le insicurezze dettate dalle giornate che non concedono altri tipi di soddisfazioni.

Anche la psicoterapia strategica integrata si presta alla cura della dipendenza da lavoro. Una volta stabiliti i meccanismi tipici, il terapeuta di tale approccio stimola il paziente a  cambiare il suo punto di vista, aiutandolo a riorganizzarsi la vita considerando non solo il lavoro, ma anche la vita sociale, familiare, ma soprattutto mettendosi al centro della propria quotidianità, dando spazio ai bisogni e ai piaceri personali che per lungo tempo sono stati messi da parte, convincendosi che l’unico piacere possibile fosse quello derivante da un’attività lavorativa ossessiva.

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Nov
10
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 10-11-2016

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Il dipendente affettivo si prostra continuamente, mette al primo posto i bisogni altrui a discapito dei propri e va alla ricerca costante della conferma di poter essere amato. Questi aspetti inevitabilmente si ripercuotono in tutti gli ambiti della sua vita, non solo quello amoroso, ma anche nel resto delle relazioni sociali e in campo lavorativo.

A questo proposito, oggi vorrei provare a raccontare come gestisce il lavoro la persona affetta da dipendenza affettiva.

Senza dubbio è una persona altamente efficiente perché il suo bisogno di amore la spinge a impiegare grosse energie per avere l’approvazione del capo e dei colleghi che spesso considera la sua famiglia, il nido in cui trova protezione e fa di tutto per meritarsela.

Apparentemente sembra anche che voglia fare carriera, considerato quanto si impegna nella professione, ma questo in realtà cela una forte insicurezza a cui tenta di ovviare sforzandosi in ogni modo per ottenere il consenso altrui e non accettando la possibilità di fare il  minimo errore. Allo stesso tempo vive nell’angoscia più totale per paura di essere abbandonato o tradito, a volte dimostrandosi antipatico e aggressivo. Questo capita quando il suo impegno diventa scontato agli occhi altrui che per abitudine smettono di palesare le conferme e le gratificazioni. In alcuni casi gli ingrati colleghi iniziano anche a pretendere che il dipendente affettivo lavori fino allo stremo e non accettano di buon grado sue forme, anche minime, di trasgressione ai suoi soliti modi di fare.

Come ogni dipendente affettivo, quando non si sente gratificato diventa più insicuro e cerca di sforzarsi ulteriormente per ottenere una qualsiasi forma di approvazione. Per questo infatti  non riesce a costruire delle relazioni sincere.

Egli non riesce a gratificarsi da solo, a riconoscere le sue risorse, dipende dal giudizio altrui ed evita gli scontri in qualsiasi modo pur di non creare “malumori” nei suoi confronti. Non è obiettivo nemmeno nei confronti delle ingiustizie che subisce e non manifesta mai il suo disappunto proprio per non incorrere nel rischio di venire giudicato, anche quando è palesemente nel giusto.

Inoltre, ha il terrore dei cambiamenti perché li vede come minacce certe al suo status. Come di solito accade, può prendere consapevolezza del suo problema solo quando raggiunge situazioni di estremo malessere in cui ormai ciascuno sforzo che fa diventa stremante e allo stesso tempo non raggiunge lontanamente il risultato sperato. Si rende conto allora di essersi alienato da tutto il resto del mondo per impegnarsi senza sosta a lavoro.

Questo sarò il momento in cui si potrà porre di fronte alla decisione di liberarsi dalle catene della dipendenza o di far finta di nulla e andare avanti come se nulla fosse accaduto.

Per liberarsi dalla situazione patologica lavorativa deve riuscire a ridimensionare la sua attività professionale per dare spazio ad una quotidianità diversa fatta di autoaffermazioni ed impegno in altre attività e relazioni. Deve riscoprire la bellezza di fare quindi altri tipi di esperienze smettendo di compiacere gli altri e considerando in primis i propri bisogni.

Deve rendersi conto di dover piacere prima di tutto a se stesso che agli altri, pur avendo vissuto con intenti contrari per anni, proprio per questo sarebbe opportuno cercare un aiuto terapeutico.

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Nov
07
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 07-11-2016

Tante volte ho scritto sulle dipendenze affettive, grosso male che affligge le persone senza che neanche se ne rendano conto e di conseguenza senza nemmeno che provino a liberarsene. Si vive anche per anni in dolorose situazioni ritenendole normali ed escludendo la possibilità che possano essere cambiate.

Come possiamo quindi riconoscere di esserci infilati nella trappola di una relazione dipendente, di essere noi stessi dei dipendenti affettivi?

Esistono dei segnali chiari e specifici, ma prima di aiutarvi a riconoscerli vorrei partire dal presupposto che siamo tutti un po’ dipendenti, in qualsiasi tipo di relazione che andiamo a coltivare: la dipendenza quando è sana, ci serve per tenere i legami. Quando diventa patologica dovremmo essere in grado di correre ai ripari. Il dilemma sta nel capire la distinzione tra una dipendenza sana e una patologica.

Solitamente chi instaura delle relazioni dipendenti patologiche non riesce a prendere decisioni da solo, si sottomette agli altri per la troppa paura di essere abbandonato, va alla ricerca continua di rassicurazioni e ha la necessità di avere sempre qualcuno di cui prendersi cura, facendo di quell’accudimento una missione di vita. C’è quindi l’assoluta trascuratezza dei propri bisogni personali perché troppo impegnati a cercare di soddisfare quelli del partner.

Esiste una mancanza di reciprocità nel rapporto in cui il dipendente, pur di tenerlo in piedi “fa per due” illudendosi tuttavia che non sia così. Poi quando le cose vanno male si attribuisce le colpe del fallimento, convincendosi di non aver fatto abbastanza per il rapporto e cerca di impegnarsi ancora di più per rimediare alla situazione e al forte senso di inadeguatezza personale. Questo ulteriore slancio fa si che il dipendente si annulli ancora di più e non abbia interesse per se e la propria vita e tenda ad isolarsi perché non dedica tempo ed energie a se e ad altre relazioni. La sua mission è solo quella di riuscire a farsi amare, prima o poi.

Un’altra caratteristica del dipendente affettivo è la resistenza a qualsiasi tipo di cambiamento, proprio per la paura che possa succedere qualcosa di nuovo e incontrollabile che faccia fallire la relazione. Per questo motivo si alterna in un turbinio di stati psicologici che vanno dal senso di colpa per non meritarsi l’amore dell’altro, all’eccessiva gelosia, vergogna, senso di inferiorità e rabbia nei suoi confronti, annullamento di sé e mancanza dell’autostima. Predilige inoltre l’assenza totale di confini con il proprio partner ed è intollerante a qualsiasi forma di individualità.

Ma se ogni dipendente ha le sue caratteristiche peculiari, inevitabilmente anche il suo partner le avrà. Non si finisce casualmente in una relazione dipendente, ma essa è frutto di incastri a due ben precisi.

Il carnefice solitamente è una persona che non sa amare a sua volta, ma che convince la sua vittima che se dovesse impegnarsi adeguatamente alla fine riuscirà a concederle il suo amore. Nel mentre che essa si prodiga in ogni modo il compagno carnefice la avvilisce rimandandole di non essere adeguata e all’altezza della relazione e la confronta costantemente con un ipotetico “altro” sempre migliore. Opera un vero e proprio stillicidio che determina nella vittima una sempre maggiore insicurezza e frustrazione, facendola  vivere nella paura costante di venire abbandonata.

Ammettere di vivere una relazione dipendente in senso patologico è molto difficile, perché implica il fatto di aver sbagliato a dedicarle troppo tempo ed energie a discapito di se stessi. Ma la presa di coscienza è inevitabilmente il primo passo da fare per poter trovare una via di fuga.

Il secondo passo è quello di voler liberarsi dalle catene relazionali patologiche, il terzo, quando non si riesce a farlo da soli è quello di rivolgersi ad un esperto che possa aiutare a farlo.

Non possiamo liberarci da una dipendenza affettiva senza imparare a metterci al centro della nostra vita, sviluppando un sano egoismo. Nonostante per molti la parola egoismo risulti negativa, essa è un importante strumento per la risoluzione di questo e tanti altri problemi di vita che un bravo psicoterapeuta può insegnarvi ad usare.

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Set
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-09-2016

Le vacanze sono sempre un periodo particolare per le coppie, il maggiore tempo passato insieme può mettere in evidenza il tipo di rapporto tra i due partner, sia in senso positivo che negativo.  Quando parliamo di relazioni dipendenti, le vacanze possono diventare una vera e propria trappola, uno specchietto per le allodole, utile a convincersi che il vero amore possa davvero concretizzarsi perché costituiscono dei momenti in cui il manipolatore, con qualche moina in più illude nuovamente la sua vittima e il clima vacanziero aiuta a contornare il tutto di una romantica cornice.

Nella dipendenza affettiva la relazione di coppia è concepita come condizione indispensabile per la propria esistenza, per cui si è disposti a far di tutto pur di mandarla avanti ed evitare la rottura, compreso il totale annullamento di sé e ci si convince in ogni modo che qualsiasi piccolo segnale di considerazione da parte dell’altro possa cancellare tutti i lunghi periodi di svalutazione e non amore subiti. Per questo motivo le vacanze possono costituire una trappola, in quanto, è più facile essere considerati quando non si ha a che fare con i soliti ritmi della quotidianità. E i manipolatori affettivi possono approfittare del clima vacanziero per illudere ulteriormente le vittime di poter concedere loro un bel rapporto.

Anche a livello terapeutico tutto ciò ha delle ripercussioni. Quando pazienti che stanno in terapia a causa di dipendenze affettive decidono di concedersi qualche giorno di vacanza con il partner tendono ad illudersi che tutto possa risolversi nel migliore dei modi e che il rapporto da “dipendente” possa diventare “sano”, senza voler ammettere che per instaurare un amore vero bisognerebbe invece cambiare se stessi e il partner.

Durante le vacanze il carnefice può essere più propenso e facilitato a muovere false lusinghe in modo tale da tenere legata a se la sua vittima e convincerla a fugare ogni tentativo di ricerca di libertà dalla relazione.

La dipendente si illude che tutti i soprusi subiti normalmente in realtà siano stati percepiti in modo esagerato e si da le colpe se qualche volta non sia stata considerata a dovere, pur di giustificare il suo carnefice e rimanere nella relazione. Allo stesso tempo, l’illusoria tregua vacanziera dove viene spesa qualche lusinga in più, convince la dipendente che il partner rimarrà di “buon umore” anche al rientro a casa e che forse serviva solo qualche giorno di relax per fargli capire fino in fondo di quale entità sia costituito il loro amore.

Quando una dipendente torna in terapia dopo un periodo del genere (se torna), il rischio è che gli sforzi fatti precedentemente per ammettere di vivere una relazione malata vacillino a causa delle false moine del suo carnefice.

C’è chi spesso si sente ad un bivio, chi invece, riesce a riprendere in mano una visione oggettiva del lavoro terapeutico, rendendosi conto che la vacanza abbia costituito una tentazione ad immergersi totalmente nelle solite patologiche dinamiche. Il terapeuta in questa fase ha l’importante ruolo di aiutare la paziente ad essere il più “lucida” possibile intanto che la vita le dimostri di non essere un’eterna vacanza e il ritorno alla quotidianità non impieghi molto tempo a ri-proiettare i suoi protagonisti nelle solite abitudini. Il carnefice, se mai davvero le abbia interrotte, riprende ad essere freddo, ambiguo, svalutante determinando nella vittima maggiori insicurezze e il crollo delle sue illusioni qualora non ricorra ai ripari nel più breve tempo possibile.

La difficile soluzione, come al solito consiste nel vedere l’altro per quello che è, ovvero un manipolatore affettivo. Solo così è possibile uscire dalla trappola e liberarsi della dipendenza costruendo relazioni più sane.

E’ vero che qualche giorno di vacanza può illudere sul tipo di relazione che si vive, ma è anche vero che riuscire a mettere se stessi al centro della propria vita è la via giusta per amarsi e farsi amare realmente.

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Giu
13

Nonostante sembri un retaggio di altri tempi, spesso si pensa che una in una relazione amorosa la sofferenza debba essere sempre giustificata, facendo quasi coincidere il concetto di amore con quelli di sacrificio e sopportazione.

Ci si ritrova non solo a tollerare il malessere e la mancanza di libertà individuale, ma addirittura si scambia la concezione di “possessione” con quella di amore. Quasi a voler dire che l’amore non possa essere autentico se non “sacrificato”.

Tutto questo accade ancora nonostante le enormi differenze oggettive che sussistono tra il vero amore e la possessione.

Non è sano ad esempio cercare di annullare le due persone che formano la coppia in nome di un “noi” indissolubile, come se si fosse un’unica entità.

All’inizio, durante la fase dell’innamoramento è naturale sentirsi totalmente fusi l’uno nell’altra, ma questo non significa che ad un certo punto non ci si debba “distaccare” per trovare un nuovo equilibrio a due, in cui entrambe le parti vengono rispettate e conservate.

Sarebbe bello chiedersi sempre se ci piacerebbe stare con una persona che ci accetta e rispetta per come siamo o con una che vorrebbe cambiarci in continuazione, che manca di fiducia nei nostri confronti e per questo ci controlla in ogni momento? E soprattutto, sarebbe bello chiedersi se la persona con cui stiamo ci aiuti ad essere delle persone felici?

Non è amore sano quando si pretende che ogni confine venga eliminato. Ad esempio, con il diritto di controllare il cellulare dell’altro perché tanto bisogna dirsi tutto. Tutto questo è semplicemente una forma di controllo su un’altra persona.

Anche i bambini tendono a voler possedere tutto, ma ad un certo punto devono rendersi conto che esistono delle cose o situazioni che non possono sempre avere e controllare. In alcuni adulti questo processo di maturazione potrebbe non avvenire perché troppe insicurezze e l’incapacità di gestire la frustrazione derivante portano ad illudersi di dover possedere le persone e farne una proprietà personale per cercare di tenerle sempre con se e garantirsi una totale fedeltà da parte loro.

Nei casi più gravi il possesso porta a limitare totalmente la vita dell’altro, a volte anche con la morte.

Non deve essere obbligatorio chiedere il permesso all’altro, tanto meno evitare di fare o pensare in un certo modo se non coincide con il punto di vista del partner.

Nel sentirsi liberi in una relazione non ci sono ansie e gelosie, ma possibilità di coltivare serenamente il rapporto. Quando invece si tenta di controllare arriva la gelosia, la manipolazione, i ricatti, i tentativi di isolamento e di svalutazione. Insomma, tutto il contrario del vero amore in cui la mutilazione psicologica la fa da padrona.

Quando poi vi è la mancanza di fiducia mi chiedo cosa resti dell’amore se si è più impegnati a “smascherare” le mancanze dell’altro, che non a costruire un rapporto di sincerità? L’amore è anche il rispetto dell’individualità dell’altro, non il suo controllo come fosse di nostra proprietà.

Giu
06
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 06-06-2016

Purtroppo i casi di femminicidi o di violenza in genere sulle donne non sembrano diminuire. Quasi non ci si sorprende più quando le notizie di cronaca ne danno annuncio.

Ci si chiede come certi individui possano arrivare a tanta violenza nei confronti delle loro attuali o ex compagne? Come possano identificare la violenza con l’amore?

Mi viene da pensare che dev’essere mancata una base educativa solida che abbia insegnato il rispetto dell’altro e l’accettazione di punti di vista diversi. Che ci sia stata per alcune persone l’assenza di uno stile educativo basato non solo sulle regole ma anche sull’amore.

Che sia stato insegnato invece un modello culturale che pone le donne in posizione di sudditanza verso il genere maschile.

Proprio per questo motivo è necessario concepire la famiglia e la scuola come gli ambienti ideali dove contrastare uno stile di pensiero sessista e misogino e promuovere un cambiamento sociale e culturale nei confronti di un’educazione di genere, del rispetto delle differenze e della parità dei diritti.

Occorre entrare nelle menti delle nuove generazioni per crescere adulti onesti e capaci di amare. Perché si possono fare mille leggi al riguardo, ma se non si cambia la mentalità individuale e collettiva, queste disposizioni serviranno sempre a punire chi il danno lo ha già fatto. Meglio invece non dover arrivare fino a questo punto.

Cosa poter fare dunque per contrastare la violenza di genere attraverso un’opera di prevenzione?

  • Uno dei primi passi potrebbe essere quello di far conoscere il fenomeno, in modo tale da inculcare nelle nuove generazioni un pensiero critico sull’argomento.
  • Proteggere i bambini dalle violenze per farli diventare degli adulti capaci di amare.
  • Aiutare le giovani donne all’istruzione e all’indipendenza economica.
  • Far si che la violenza non venga riconosciuta tale solo se esercitata a livello fisico e sessuale, ma anche psicologica, alla quale spesso si tende ad abituarsi perché ritenuta normale. Tanto meno ci si ribella, per “rispetto” del quieto vivere.
  • Nutrire l’autostima dei giovani. In questo modo gli uomini non si convinceranno del fatto che per tenere qualcuno con se debbano usare l’imposizione e il controllo. Le donne invece non crederanno di dover essere accudite e salvate dal primo che capita e che la loro realizzazione non debba passare per forza solo nel matrimonio, ma anche in quella professionale e personale.
  • Rispetto al punto precedente bisogna smettere di far credere che le donne dovranno essere salvate dal Principe Azzurro, ricordo che è pur sempre un uomo in calza maglia. Stiamo parlando infatti di aspettative consolidate ma non messe in discussione riguardo ai ruoli che le donne e gli uomini dovrebbero avere. E quelli delle donne spesso e volentieri si limitano alla cura della casa e della famiglia.

 

 

Mar
17
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 17-03-2016

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Uno dei motivi per cui ho scelto di fare la psicoterapeuta, oltre al forte interesse per la materia, è stato quello per cui ho sempre cercato un punto di vista alternativo alle varie situazioni.

Quello del terapeuta è un compito complesso, nonostante i vari pregiudizi, in cui occorre aiutare le persone a disincastrarsi da situazioni che durano da più o meno tempo e che fanno loro stare male. Situazioni in cui ci si ritrova per i motivi più differenti, ma alle quali è difficile trovare una soluzione. A volte, secondo alcuni è pure impossibile. Quello che invece rimando loro è che sono davvero poche le situazioni  irrisolvibili e che a volte basterebbe semplicemente cambiare punto di vista per accorgersi di poter intraprendere una via alternativa.

Un argomento per me tanto caro è ad esempio quello delle violenze domestiche. Molte donne (e anche tanti uomini), si ritrovano quotidianamente a subire vessazioni di ogni genere, stando male, ma non facendo nulla per liberarsene perché convinte che quella sia la normalità. Si dicono che sicuramente non sono le uniche a subirle e per questo possono “sopportare” ed andare avanti.

Si attribuiscono le colpe degli attacchi d’ira dei loro compagni dicendosi che avrebbero potuto evitare di dire o fare determinate cose, si ripromettono di non ripetere più gli stessi errori imponendosi di stare zitte o di non prendere iniziative proprie che potrebbero non essere accettate, annullandosi senza nemmeno accorgersi.

Per difendere le loro convinzioni si convincono che le tragedie che succedono alle altre donne non riguarderebbero la loro condizione e che spesso certe notizie sono solo il frutto della cronaca giornalistica.

Ecco, il mio compito è proprio quello di aiutare queste donne a riconoscere la violenza, ad ammettere che il loro compagno è anche il loro carnefice e che qualsiasi tipo di violenza, verbale, psicologica, fisica e sessuale non debba essere giustificata in alcun modo. Tanto meno cerco di aiutarle a capire che il modo migliore per non subire queste violenze non sia quello di annullarsi per evitare di far arrabbiare l’altro, ma quello di allontanarsi il prima possibile dal loro vessatore.

Gli uomini violenti non amano le loro donne, vogliono solo tenerle sotto controllo e cercare di rivalersi su esse rispetto alla loro stessa infelicità. Molti ad esempio si giustificano dicendo di essere stati maltrattati a loro volta. Questo non vuol dire però che abbiano il diritto di rivalersi sugli altri.

Il mio lavoro consiste nel cercare di far vedere la condizione di non amore per quello che è davvero, senza i filtri delle giustificazioni: è quello di aiutare le persone a darsi la possibilità di amare e di essere amate. Ma soprattutto è quello di aiutarle ad amarsi, perché solo così possono riconoscere il vero amore e impedire che qualcuno manchi loro di rispetto.

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