Mag
29
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 29-05-2017

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Finita una relazione che si fa? C’è chi decide di non volerne sapere per un bel po’ perché troppo sfiduciato e provato dalla rottura, c’è chi spera in un ritorno di fiamma e chi va alla ricerca immediata di un’altra storia perché non sopporta la solitudine.

Come sempre, siamo tutti diversi e tutti affrontiamo le situazioni in modo totalmente personali. Ma quando possiamo dire di essere davvero pronti per vivere serenamente una nuova relazione senza avere il patema d’animo della solitudine?

Non c’è sicuramente un periodo di tempo preciso, forse però delle condizioni personali da considerare. Affronto quotidianamente con i miei pazienti tematiche del genere, soprattutto perché si chiedono il motivo per cui tendano a stare con persone da cui non ottengono soddisfazioni relazionali? Dal mio punto di vista non sono situazioni casuali, ma frutto di dinamiche personali e comportamentali reiterate nel tempo che, in fin dei conti, portano a stare con persone che hanno più o meno sempre le solite caratteristiche. Ecco svelato il mistero del “perché succede sempre a me?”

Forse il momento ideale per iniziare una relazione felice è quando si sta bene da soli, quando non si sente il bisogno di avere una persona affianco per colmare i vuoti personali ma per avere qualcosa in più rispetto a quello che già si è e che da soddisfazione di se stessi. Quando si è liberi dalla paura della solitudine e quando si apprezzano e si ricercano i momenti per stare soli.  La capacità di stare con se stessi è indice di  quanto ci si apprezzi e del non bisogno di elemosinare la compagnia altrui.

Questo fa si che si possano instaurare relazioni, non solo amorose, ma anche amicali, con persone che si trovano in sintonia con questo nuovo modo di essere in cui la libertà e lo spazio individuale vengono rispettati. E porta a rifuggire da chi non condivide questo aspetto e magari tende a volere relazioni simbiotiche.

Quando ci si accinge a conoscere una nuova persona, meglio chiedersi dunque se questa vi piace davvero o vi state accontentando?

Se quando non state insieme, vi manca perché l’altro in realtà vi fa stare bene o perché non riuscite a stare soli?

Se state con qualcuno che non vi piace fino in fondo e sperate che prima o poi le cose cambino?

Ecco, se avete risposto affermativamente alle seconde opzioni delle prime due domande e in modo positivo alla terza, sappiate che frequentate quella persona non per il piacere di starci insieme ma perché state semplicemente cercando una strategia (disfunzionale) per evitare di rimanere soli.

Esistono delle semplici domande da farvi che hanno la capacità di aprirvi un mondo di consapevolezze. Domande a cui bisogna avere il coraggio di rispondere con estrema sincerità. Perché non basta solo farsele, ma anche rispondere ad esse nel modo più sincero possibile. Cosa a cui spesso si rinuncia pur di non rimanere soli o al contrario, pur di evitare di immergersi in una storia che potrebbe avere le basi per fiorire in qualcosa di sano e meraviglioso.

Si dice che la realizzazione di noi stessi e dei nostri desideri stia proprio dietro alle nostre paure, vale quindi la pena affacciarsi e vedere cosa si celi dietro ad esse, qualsiasi sia la strada che poi dovremmo percorrere per raggiungere la felicità.

 

Mag
22
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 22-05-2017

Vi propongo oggi la poesia di Veronica Shoffstall che uno dei miei pazienti ha voluto condividere  durante il colloquio dei giorni scorsi. “Parole di consapevolezza ed emozioni che aiutano a slegarsi da rapporti di dipendenza” così mi ha presentato questa poesia e io ne sono veramente orgogliosa.

Buona lettura a voi.

Dopo un po’ impari la sottile differenza
tra tenere una mano e incatenare un’anima.
E impari che l’amore non è appoggiarsi a qualcuno
e la compagnia non è sicurezza.
E inizi a imparare che i baci non sono contratti
e i doni non sono promesse.
E incominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta
e con gli occhi aperti con la grazia di un adulto
non con il dolore di un bambino.
Ed impari a costruire tutte le strade oggi
perché il terreno di domani
è troppo incerto per fare piani.
Dopo un po’ impari che il sole scotta, se ne prendi troppo.
Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima,
invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori.
E impari che puoi davvero sopportare,
che sei davvero forte, e che vali davvero.
E impari e impari e impari. Con ogni addio impari.

(Veronica Shoffstall)

Mag
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-05-2017

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Facciamo sempre di tutto per difendere le nostre abitudini, anche quelle più dannose. E nonostante capiti di prendere coscienza della loro tossicità, continuiamo imperterriti a seguirle. Anche a costo della nostra felicità.

Scrivo queste righe perché reduce da una giornata di colloqui, dove per coincidenza, o proprio perché atteggiamenti del genere siano tanto diffusi, il tema in questione è stato una sorta di filo conduttore.

E’ proprio vero che siamo “tossici” e dipendenti dalle nostre abitudini. Da un lato, ben vengano quelle che ci recano piacere, quelle che ci spingono ad amarci, ad amare, a rispettarci. Ma quando così non è che succede? Perché hanno così tanto potere su di noi? Ebbene si, le abitudini creano dipendenza, sono conosciute, prevedibili, proprio per questo costituiscono una confort-zone a cui è difficilissimo rinunciare.

Pensiamo ad esempio a quelle tante coppie che stanno assieme pur non amandosi, pur non soddisfandosi, ma accontentadosi dell’abitudine dello stare insieme. Di quei rituali che spesso non sopportano, ma che sono talmente conosciuti e prevedibili che nonostante tutto è meglio tenerseli. E questo perché? Perché spaventa non sapere cosa ci potrebbe essere al loro posto, spaventa l’ignoto. E diciamola, spesso spaventa dover rimettersi in gioco per creare un’alternativa, il cui esito non è assicurato. Senza ammettere che per alcune abitudini, qualsiasi alternativa sarebbe migliore.

Le abitudini ci danno dipendenza, ci assuefano e quando vengono spezzate, inizialmente possiamo stare male, solo perché entriamo in un processo di astinenza che ci rende insicuri e dubbiosi, ma una volta che questa fase viene superata, possiamo reputarci liberi.

Non abituiamoci quindi alle cose conosciute, o meglio, non accontentiamoci di esse solo perché tali. Anzi, proprio perché sappiamo che non ci possono soddisfare  e rendere felici, non adagiamoci su di esse, ma diamoci sempre un’alternativa migliore, per quanto faticoso possa sembrare il suo raggiungimento.

E per rispondere a chi a volte mi chiede che si fa in psicoterapia, oggi posso rispondere dicendo che essa serve per non accontentarsi di essere infelici, solo perché ne siamo abituati, ma ci aiuta a fare di tutto per raggiungere la felicità. Per vivere la vita da attori protagonisti, non per subirla passivamente illudendosi che esista solo un modo per stare sulla terra.

Feb
06
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 06-02-2017

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Spesso capita di rimanere incastrati in relazione “amorose” anche per anni, se non una vita, pur non essendo felici e nonostante si siano susseguiti dei chiari campanelli di allarme che per motivi più o meno consapevoli si è deciso di ignorare.

Uno dei primi ad esempio è la sensazione che all’inizio quella persona a cui siamo legati non ci piaceva, ma proprio perché ormai la relazione era iniziata, per senso di colpa, mancanza di coraggio nel lasciare qualcuno, speranza che prima o poi le cose potessero cambiare, non siamo riusciti ad esularci da quella storia a due.  O al contrario può essere capitato che l’altro abbia cercato più volte di scappare da noi, ma con delle manovre certosine, siamo riusciti a tenerlo legato perché ormai avevamo perso la testa.

Quando una relazione non deve andare bene, sin da subito quindi ci possono essere dei segnali molto forti che possiamo decidere o meno di trascurare.

Un altro di essi è la mancanza di intesa sessuale. Parte fondamentale nella vita di coppia che tanti invece non considerano tale.

Ci sono quindi degli amori (paradossalmente li chiamiamo così), talmente impossibili che non possono avere mezze misure: o decidiamo di starci pur soffrendo, oppure li portiamo a termine.

Apparentemente la prima soluzione sembra la più facile perché è quella conosciuta e perché, nonostante le sofferenze,  la mancanza di lucidità, di fiducia in se stessi e nel futuro non permette di prospettare delle alternative.

La seconda soluzione invece richiede determinazione, coraggio e amore per se stessi. E’ difficile da praticare, ma è quella che porta alla libertà, alla rinascita.

Tanti vengono in studio da me, quasi chiedendo a bassa voce come sarebbe possibile liberarsi delle relazioni infelici e soprattutto come trovare il coraggio per farlo?

Una delle prime cose da fare naturalmente è credere in se stessi e nella capacità personale di riuscire a stare soli. O meglio, in compagnia di se stessi e non di qualcuno che ci illude di stare con noi.

Altro passo da effettuare è quello di smettere di idealizzare l’altro e conferirgli capacità che in realtà abbiamo noi ma, che per tante motivazioni, abbiamo smesso di usare delegandole perché convinti di essere dipendenti dal partner.

Nel caso contrario può invece accadere di pensare che siccome l’altro non riesce, dobbiamo per forza prendercene cura noi. Proprio per questo, mettere da parte i sensi di colpa è fondamentale.

Questa è solo una parte della teoria, la pratica potrebbe essere molto difficile da mettere in atto e richiede spesso un totale stravolgimento e riorganizzazione nella quotidianità delle persone.

Bisogna mettere se stessi al centro del proprio mondo. E questa, sembra una delle cose più difficili che la maggior parte degli umani possa fare.

Specie per quelli che sono cresciuti con la convinzione di doversi sempre sacrificare per gli altri o che non sia possibile andare avanti con le sole forze personali.

E’ vero che abbiamo bisogno delle altre persone per vivere perché siamo animali sociali. D’altro canto esiste una differenza tra vivere per stare bene e sopravvivere. Nel senso che per stare bene abbiamo bisogno di credere in noi stessi, di amarci e di circondarci di persone con le quali possiamo sentirci felici. Persone che ci amano e che noi amiamo. Persone alle quali non dobbiamo elemosinare affetto e attenzioni. Persone con le quali possiamo esprimerci per come siamo veramente e che aiutano a migliorarci e a sentirci vivi, non ad accontentarci per la paura di stare soli.

 

 

Gen
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-01-2017

Immagine dal webAncora una volta assistiamo (impotenti, mi chiedo io?), agli ennesimi episodi di violenza sulle donne.

Purtroppo i casi di cronaca continuano a raccontarcene altri, come quelli della ventiduenne ustionata e della ventottenne aggredita con l’acido.

Continuano a chiamarli amori, “troppo amore”,  “amori esagerati”. Ho sentito addirittura parlare di “amore incontenibile”.

Ecco, io non sono affatto d’accordo con queste definizioni, mi rifiuto di associare la parola amore ad atti di violenza. E penso che fino a che lo si farà, tutte le violenze verranno giustificate in nome di un amore che pare trovi la sua più grande espressione in atti così eclatanti e disumani. Tanto è che le vittime, non avendo mezzi e supporti adeguati, arrivano a giustificare la rivalsa di possesso nei loro confronti come la manifestazione dell’unico modo di amare del proprio carnefice.

Mi costa ammetterlo, ma purtroppo siamo ben lontani dal non sentire più fatti di cronaca tali. A volte penso che manchino proprio le basi affinchè tutto ciò si concretizzi.

Sicuramente fa tanto un approccio culturale sbagliato in cui l’amore è sacrificio, sopportazione, sottomissione, possesso. L’amore non è così, è tutto il contrario di ciò che ho appena scritto e fino a che non entrerà nella testa di ognuno di noi, allora continueranno ad esistere persone che tratteranno i partner come loro oggetti, su cui cercheranno di sfogare le proprie frustrazioni, convinti che l’altro le debba subire in silenzio proprio per amore. Ed esisteranno vittime convinte di non poter pretendere rispetto, di non poter far valere le proprie esigenze, la propria autonomia e libertà, di non poter avere un semplice amore felice.

E allora cosa possiamo fare? Ci sarebbe tanto da dire, ma oggi  mi voglio concentrare non su ciò che dobbiamo evitare, ma su ciò che dovremmo imparare a coltivare: la felicità.

Viviamo la felicità, godiamone, cerchiamo di dirci ogni giorno che ognuno di noi ne ha diritto e ha il dovere di fare di tutto per tenersela stretta, nel rispetto di se stessi e degli altri.

Insegnamola agli altri, soprattutto ai più piccoli, non facciamone un’eccezione, cerchiamo di coglierla in ogni singolo momento, anche quelli che apparentemente possono essere più scontati e banali. Abituiamoci ad essa così da difenderla in ogni modo e da non poterne fare a meno.

Contagiamola e circondiamoci di chi riesce ad apprezzarla e che la tenga preziosamente in considerazione.

Ecco, non ho assolutamente risolto il tema sulle violenze, ma penso di aver piantato un piccolo semino che avevo necessità di dividere con voi.

Caterina Steri.

 

Nov
24
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 24-11-2016

Immagine dal web

La dipendenza da lavoro o work addiction è molto difficile da riconoscere come problema in quanto soddisfa il bisogno di produttività legato ai canoni sociali. Inoltre, quando si abusa di qualcosa per diverso tempo si instaurano dei meccanismi patologici molto difficili non solo da riconoscere ma anche da combattere, soprattutto quelli che vengono approvati dalla società.

Come in tutte le dipendenze “non da stupefacenti”, anche in quella in cui l’attività professionale diventa l’oggetto della dipendenza, possiamo trovare dei punti in comune con quelle da sostanze.

Il lavoratore dipendente, ad esempio lavora a ritmi molto duri e quando è costretto ad interrompere l’attività viene preso da irritabilità, sintomi ansiosi e depressivi:  una vera e propria crisi di astinenza  che lo costringe a riprendere il lavoro per sentirsi meglio.

Il dipendente da lavoro passa la sua maggior parte del tempo a lavorare, pur non avendo delle esigenze oggettive e anche nei momenti di pausa non riesce a pensare ad altro. Si fa prendere dalle preoccupazioni in modo ossessivo. Tanto è che non riesce a dormire bene e presenta altri sintomi tipici per il forte stress come disturbi gastrointestinali o emicranie.

Il suo disagio naturalmente si riflette anche nell’ambiente circostante, come la famiglia o la rete sociale per i quali spesso è assente, disinteressato. Spesso, non riuscendo a farsi coinvolgere emotivamente si mostra cinico e svalutante, incapace di empatia. Molto giudicante nei confronti di chi invece non fa del lavoro la propria vita.

Per combattere la stanchezza si da alla caffeina, farmaci eccitanti, bevande stimolanti, a volte abusando anche di queste.

Qualcuno di loro, ma non tanti, arriva nello studio di uno psicoterapeuta, quando i sintomi per il forte stress sono incontrollabili e insopportabili, soprattutto l’ansia. Naturalmente essi non vengono attribuiti dal paziente al lavoro.

Se si ha la volontà di farsi aiutare all’inizio si mira a far sparire la sintomatologia ed in concomitanza si scava sulle ragioni che hanno portato ad uno stato di forte malessere. Spesso si scopre di essere arrivati ad abusare del lavoro per rifugiarsi in qualcosa che non fosse una routine quotidiana non soddisfacente.

Il lavoro del resto viene accettato socialmente e chi si rifugia in esso può essere figlio di uno stile educativo rigido in cui si veniva premiati perché produttivi e non in altri modi. Ad esempio i figli che portano un buon voto da scuola se vengono rinforzati positivamente solo in queste situazioni cresceranno convincendosi che per essere apprezzati bisogna “produrre”. In campo lavorativo ciò si traduce in un’attività lavorativa compulsiva che mira per forza all’ascesa “carri eristica” per dimostrarsi di poter valere, a discapito di tante altre variabili della vita.

Chi è insoddisfatto della sua vita personale può rifugiarsi quindi in quella professionale anche per avere una sorta di rivalsa su tutte quelle che possono essere le insicurezze dettate dalle giornate che non concedono altri tipi di soddisfazioni.

Anche la psicoterapia strategica integrata si presta alla cura della dipendenza da lavoro. Una volta stabiliti i meccanismi tipici, il terapeuta di tale approccio stimola il paziente a  cambiare il suo punto di vista, aiutandolo a riorganizzarsi la vita considerando non solo il lavoro, ma anche la vita sociale, familiare, ma soprattutto mettendosi al centro della propria quotidianità, dando spazio ai bisogni e ai piaceri personali che per lungo tempo sono stati messi da parte, convincendosi che l’unico piacere possibile fosse quello derivante da un’attività lavorativa ossessiva.

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Nov
17
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 17-11-2016

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Non tutti gli amori nati sul web sono destinati a finire, ma solo una piccola parte resista alla vita reale.

Tra i motivi per cui finiscono vi è la delusione delle aspettative che ci si crea e i rischi che si nascondono dietro lo schermo da cui si chatta.

Spesso ci si innamora di uno sconosciuto perché il dialogo virtuale con lui è l’unica cosa che ci fa sentire vivi e che in un certo senso ci fa evadere da una realtà che non ci piace, tanto meno che ci soddisfa.

Una relazione virtuale si basa sopratutto sull’immaginario e le aspettative. Nella realtà, in un certo senso siamo costretti a vedere realmente ciò che l’altro ci propone, anche se non di nostro gradimento.

Attraverso le relazioni via web mancano dei forti indicatori del rapporto a due reale, nonché campanelli di allarme che possono suggerire che l’altro non ci piace svelando inevitabilmente la verità. Mi riferisco all’aspetto fisico, gli sguardi, i sorrisi, gli odori.

Diventa facile innamorarsi sul web perché ci sentiamo ascoltati e abbiamo la sensazione di entrare in una grande intimità emotiva con l’altro. Soprattutto per le persone tendenzialmente introverse e timide che trovano più facile parlare di se in chat che non di persona. Una delle aspettative che ci creiamo in tal senso e che anche l’interlocutore si riveli per quello che è davvero.

La piazza virtuale ha il potere di ridurre significativamente ogni inibizione e timidezza nei confronti degli altri e illude ad un certo punto di poter essere invincibili e sicuri dinanzi a qualsiasi situazione.

C’è poi il senso di mistero della relazione virtuale. Siamo noi a decidere quanto svelarci, a partire dal nick-name, all’immagine del profilo, ai racconti che facciamo. E lo stesso vale anche per chi sta dall’altra parte dello schermo.

Tutto questo spinge a sognare ad occhi aperti. L’amore virtuale per molti risulta più facile grazie allo schermo che si interpone tra le persone.  Ma il grosso rischio è la delusione che scaturisce dalla non corrispondenza tra chi avevamo immaginato e la realtà.

Come ho scritto all’inizio però, una parte di relazioni nate in chat possono resistere all’esame di realtà. Lo possiamo scoprire prendendo tutti gli accorgimenti del caso, cioè evitando assolutamente di porci in situazioni rischiose, soprattutto per le donne che ,ahimè, possono essere facili vittime di malintenzionati. Teniamo presente che è molto facile che qualcuno voglia approfittarsi della nostra buona fede.

Qualora poi dovesse scattare un interesse, sarebbe meglio incontrarsi il prima possibile. In questo modo si evita di costruire un castello di carta con fondamenta falsamente solide. Incontrarsi dopo poco tempo invece ci mette subito di fronte alla realtà e ci permette di vivere in modo più completo la conoscenza dell’altro.

Inoltre, non perpetuando a lungo la relazione virtuale si evita di estraniarsi dal mondo esterno a discapito del resto dei rapporti sociali.

Il vantaggio di iniziare una relazione virtuale è che ci si può iniziare a conoscere senza cedere alla sola attrazione fisica. Questo va bene soprattutto per chi non si sente abbastanza sicuro di se dal punto di vista estetico.

Teniamo però presente che è sempre molto difficile conoscere davvero delle persone, nel mondo virtuale lo è ancora di più, soprattutto se siamo noi i primi a renderle ancora più complicate.

 

 

Nov
10
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 10-11-2016

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Il dipendente affettivo si prostra continuamente, mette al primo posto i bisogni altrui a discapito dei propri e va alla ricerca costante della conferma di poter essere amato. Questi aspetti inevitabilmente si ripercuotono in tutti gli ambiti della sua vita, non solo quello amoroso, ma anche nel resto delle relazioni sociali e in campo lavorativo.

A questo proposito, oggi vorrei provare a raccontare come gestisce il lavoro la persona affetta da dipendenza affettiva.

Senza dubbio è una persona altamente efficiente perché il suo bisogno di amore la spinge a impiegare grosse energie per avere l’approvazione del capo e dei colleghi che spesso considera la sua famiglia, il nido in cui trova protezione e fa di tutto per meritarsela.

Apparentemente sembra anche che voglia fare carriera, considerato quanto si impegna nella professione, ma questo in realtà cela una forte insicurezza a cui tenta di ovviare sforzandosi in ogni modo per ottenere il consenso altrui e non accettando la possibilità di fare il  minimo errore. Allo stesso tempo vive nell’angoscia più totale per paura di essere abbandonato o tradito, a volte dimostrandosi antipatico e aggressivo. Questo capita quando il suo impegno diventa scontato agli occhi altrui che per abitudine smettono di palesare le conferme e le gratificazioni. In alcuni casi gli ingrati colleghi iniziano anche a pretendere che il dipendente affettivo lavori fino allo stremo e non accettano di buon grado sue forme, anche minime, di trasgressione ai suoi soliti modi di fare.

Come ogni dipendente affettivo, quando non si sente gratificato diventa più insicuro e cerca di sforzarsi ulteriormente per ottenere una qualsiasi forma di approvazione. Per questo infatti  non riesce a costruire delle relazioni sincere.

Egli non riesce a gratificarsi da solo, a riconoscere le sue risorse, dipende dal giudizio altrui ed evita gli scontri in qualsiasi modo pur di non creare “malumori” nei suoi confronti. Non è obiettivo nemmeno nei confronti delle ingiustizie che subisce e non manifesta mai il suo disappunto proprio per non incorrere nel rischio di venire giudicato, anche quando è palesemente nel giusto.

Inoltre, ha il terrore dei cambiamenti perché li vede come minacce certe al suo status. Come di solito accade, può prendere consapevolezza del suo problema solo quando raggiunge situazioni di estremo malessere in cui ormai ciascuno sforzo che fa diventa stremante e allo stesso tempo non raggiunge lontanamente il risultato sperato. Si rende conto allora di essersi alienato da tutto il resto del mondo per impegnarsi senza sosta a lavoro.

Questo sarò il momento in cui si potrà porre di fronte alla decisione di liberarsi dalle catene della dipendenza o di far finta di nulla e andare avanti come se nulla fosse accaduto.

Per liberarsi dalla situazione patologica lavorativa deve riuscire a ridimensionare la sua attività professionale per dare spazio ad una quotidianità diversa fatta di autoaffermazioni ed impegno in altre attività e relazioni. Deve riscoprire la bellezza di fare quindi altri tipi di esperienze smettendo di compiacere gli altri e considerando in primis i propri bisogni.

Deve rendersi conto di dover piacere prima di tutto a se stesso che agli altri, pur avendo vissuto con intenti contrari per anni, proprio per questo sarebbe opportuno cercare un aiuto terapeutico.

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Nov
07
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 07-11-2016

Tante volte ho scritto sulle dipendenze affettive, grosso male che affligge le persone senza che neanche se ne rendano conto e di conseguenza senza nemmeno che provino a liberarsene. Si vive anche per anni in dolorose situazioni ritenendole normali ed escludendo la possibilità che possano essere cambiate.

Come possiamo quindi riconoscere di esserci infilati nella trappola di una relazione dipendente, di essere noi stessi dei dipendenti affettivi?

Esistono dei segnali chiari e specifici, ma prima di aiutarvi a riconoscerli vorrei partire dal presupposto che siamo tutti un po’ dipendenti, in qualsiasi tipo di relazione che andiamo a coltivare: la dipendenza quando è sana, ci serve per tenere i legami. Quando diventa patologica dovremmo essere in grado di correre ai ripari. Il dilemma sta nel capire la distinzione tra una dipendenza sana e una patologica.

Solitamente chi instaura delle relazioni dipendenti patologiche non riesce a prendere decisioni da solo, si sottomette agli altri per la troppa paura di essere abbandonato, va alla ricerca continua di rassicurazioni e ha la necessità di avere sempre qualcuno di cui prendersi cura, facendo di quell’accudimento una missione di vita. C’è quindi l’assoluta trascuratezza dei propri bisogni personali perché troppo impegnati a cercare di soddisfare quelli del partner.

Esiste una mancanza di reciprocità nel rapporto in cui il dipendente, pur di tenerlo in piedi “fa per due” illudendosi tuttavia che non sia così. Poi quando le cose vanno male si attribuisce le colpe del fallimento, convincendosi di non aver fatto abbastanza per il rapporto e cerca di impegnarsi ancora di più per rimediare alla situazione e al forte senso di inadeguatezza personale. Questo ulteriore slancio fa si che il dipendente si annulli ancora di più e non abbia interesse per se e la propria vita e tenda ad isolarsi perché non dedica tempo ed energie a se e ad altre relazioni. La sua mission è solo quella di riuscire a farsi amare, prima o poi.

Un’altra caratteristica del dipendente affettivo è la resistenza a qualsiasi tipo di cambiamento, proprio per la paura che possa succedere qualcosa di nuovo e incontrollabile che faccia fallire la relazione. Per questo motivo si alterna in un turbinio di stati psicologici che vanno dal senso di colpa per non meritarsi l’amore dell’altro, all’eccessiva gelosia, vergogna, senso di inferiorità e rabbia nei suoi confronti, annullamento di sé e mancanza dell’autostima. Predilige inoltre l’assenza totale di confini con il proprio partner ed è intollerante a qualsiasi forma di individualità.

Ma se ogni dipendente ha le sue caratteristiche peculiari, inevitabilmente anche il suo partner le avrà. Non si finisce casualmente in una relazione dipendente, ma essa è frutto di incastri a due ben precisi.

Il carnefice solitamente è una persona che non sa amare a sua volta, ma che convince la sua vittima che se dovesse impegnarsi adeguatamente alla fine riuscirà a concederle il suo amore. Nel mentre che essa si prodiga in ogni modo il compagno carnefice la avvilisce rimandandole di non essere adeguata e all’altezza della relazione e la confronta costantemente con un ipotetico “altro” sempre migliore. Opera un vero e proprio stillicidio che determina nella vittima una sempre maggiore insicurezza e frustrazione, facendola  vivere nella paura costante di venire abbandonata.

Ammettere di vivere una relazione dipendente in senso patologico è molto difficile, perché implica il fatto di aver sbagliato a dedicarle troppo tempo ed energie a discapito di se stessi. Ma la presa di coscienza è inevitabilmente il primo passo da fare per poter trovare una via di fuga.

Il secondo passo è quello di voler liberarsi dalle catene relazionali patologiche, il terzo, quando non si riesce a farlo da soli è quello di rivolgersi ad un esperto che possa aiutare a farlo.

Non possiamo liberarci da una dipendenza affettiva senza imparare a metterci al centro della nostra vita, sviluppando un sano egoismo. Nonostante per molti la parola egoismo risulti negativa, essa è un importante strumento per la risoluzione di questo e tanti altri problemi di vita che un bravo psicoterapeuta può insegnarvi ad usare.

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Set
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-09-2016

Le vacanze sono sempre un periodo particolare per le coppie, il maggiore tempo passato insieme può mettere in evidenza il tipo di rapporto tra i due partner, sia in senso positivo che negativo.  Quando parliamo di relazioni dipendenti, le vacanze possono diventare una vera e propria trappola, uno specchietto per le allodole, utile a convincersi che il vero amore possa davvero concretizzarsi perché costituiscono dei momenti in cui il manipolatore, con qualche moina in più illude nuovamente la sua vittima e il clima vacanziero aiuta a contornare il tutto di una romantica cornice.

Nella dipendenza affettiva la relazione di coppia è concepita come condizione indispensabile per la propria esistenza, per cui si è disposti a far di tutto pur di mandarla avanti ed evitare la rottura, compreso il totale annullamento di sé e ci si convince in ogni modo che qualsiasi piccolo segnale di considerazione da parte dell’altro possa cancellare tutti i lunghi periodi di svalutazione e non amore subiti. Per questo motivo le vacanze possono costituire una trappola, in quanto, è più facile essere considerati quando non si ha a che fare con i soliti ritmi della quotidianità. E i manipolatori affettivi possono approfittare del clima vacanziero per illudere ulteriormente le vittime di poter concedere loro un bel rapporto.

Anche a livello terapeutico tutto ciò ha delle ripercussioni. Quando pazienti che stanno in terapia a causa di dipendenze affettive decidono di concedersi qualche giorno di vacanza con il partner tendono ad illudersi che tutto possa risolversi nel migliore dei modi e che il rapporto da “dipendente” possa diventare “sano”, senza voler ammettere che per instaurare un amore vero bisognerebbe invece cambiare se stessi e il partner.

Durante le vacanze il carnefice può essere più propenso e facilitato a muovere false lusinghe in modo tale da tenere legata a se la sua vittima e convincerla a fugare ogni tentativo di ricerca di libertà dalla relazione.

La dipendente si illude che tutti i soprusi subiti normalmente in realtà siano stati percepiti in modo esagerato e si da le colpe se qualche volta non sia stata considerata a dovere, pur di giustificare il suo carnefice e rimanere nella relazione. Allo stesso tempo, l’illusoria tregua vacanziera dove viene spesa qualche lusinga in più, convince la dipendente che il partner rimarrà di “buon umore” anche al rientro a casa e che forse serviva solo qualche giorno di relax per fargli capire fino in fondo di quale entità sia costituito il loro amore.

Quando una dipendente torna in terapia dopo un periodo del genere (se torna), il rischio è che gli sforzi fatti precedentemente per ammettere di vivere una relazione malata vacillino a causa delle false moine del suo carnefice.

C’è chi spesso si sente ad un bivio, chi invece, riesce a riprendere in mano una visione oggettiva del lavoro terapeutico, rendendosi conto che la vacanza abbia costituito una tentazione ad immergersi totalmente nelle solite patologiche dinamiche. Il terapeuta in questa fase ha l’importante ruolo di aiutare la paziente ad essere il più “lucida” possibile intanto che la vita le dimostri di non essere un’eterna vacanza e il ritorno alla quotidianità non impieghi molto tempo a ri-proiettare i suoi protagonisti nelle solite abitudini. Il carnefice, se mai davvero le abbia interrotte, riprende ad essere freddo, ambiguo, svalutante determinando nella vittima maggiori insicurezze e il crollo delle sue illusioni qualora non ricorra ai ripari nel più breve tempo possibile.

La difficile soluzione, come al solito consiste nel vedere l’altro per quello che è, ovvero un manipolatore affettivo. Solo così è possibile uscire dalla trappola e liberarsi della dipendenza costruendo relazioni più sane.

E’ vero che qualche giorno di vacanza può illudere sul tipo di relazione che si vive, ma è anche vero che riuscire a mettere se stessi al centro della propria vita è la via giusta per amarsi e farsi amare realmente.

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