Gen
30
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 30-01-2017

Immagine dal web

Proprio nel giorno della memoria, mi sono ritrovata a scoprire la cosiddetta “legge sugli schiaffi” nel sito di repubblica.it

La “”legge sugli schiaffi, a Mosca, passerà per il Senato e poi sotto le mani del presidente Putin.

Questa mira a declassare “le percosse in famiglia ad un illecito amministrativo punibile con un’ammenda tra i corrispettivi 80 e 470 euro e l’arresto da 10 a 15 giorni o qualche ora di Servizio Civile”. Inoltre la violenza domestica resterà punibile con il carcere per un massimo di due anni, se ripetuta più volte nello stesso anno o motivata da odio e teppismo.

La motivazione di odio e teppismo vorrei che qualcuno venisse a spiegarmela.

Tutto questo accade basandosi su una tesi di fondo secondo cui che ciò che succede dentro le mura domestiche non sia affare dello Stato, nonostante le statistiche ufficiali dimostrino che il 40% di tutti i crimini violenti avvenga tra le pareti domestiche.

Che dire?

Sinceramente sono rimasta senza parole, forse perché soffocate dal senso di orrida inciviltà che subito mi ha travolto.

Siamo ancora così? Nel 2017 dobbiamo ancora trovare un modo per giustificare le violenze ed i soprusi?

La storia non insegna nulla?

Mi sento sconfortata e delusa per quanto il genere umano possa cadere in basso. Per quanto si convinca di progredire attraverso l’ostentazione del potere.

Mi sento delusa dal fatto che i carnefici esistano e debbano essere giustificati. E le vittime che fine fanno?

Come possiamo trovare un progresso nel genere umano se facciamo della violenza la normalità? Oggi sarà normale dare schiaffi alla moglie (purchè non lascino segni evidenti) e domani cosa diventerà normale e scontato?

Non abbiamo ancora capito che il progresso passa anche per il rispetto dell’altro, non solo per le industrie, tanto meno per le armi atomiche?

Per questo mi viene da pensare alle parole di Primo Levi: “Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?”

I mali più grossi non nascono dal nulla, ma da menti abituate a convivere con quelli più “piccoli”, quelli meno visibili agli occhi altrui che danno vita ad episodi sempre più violenti.

Allora non abituiamoci alla violenza, non diamola per normale e non permettiamo che, anche se Mosca sia lontana fisicamente, che quel tipo di pensiero arrivi fino a noi.

 

 

Gen
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-01-2017

Immagine dal webAncora una volta assistiamo (impotenti, mi chiedo io?), agli ennesimi episodi di violenza sulle donne.

Purtroppo i casi di cronaca continuano a raccontarcene altri, come quelli della ventiduenne ustionata e della ventottenne aggredita con l’acido.

Continuano a chiamarli amori, “troppo amore”,  “amori esagerati”. Ho sentito addirittura parlare di “amore incontenibile”.

Ecco, io non sono affatto d’accordo con queste definizioni, mi rifiuto di associare la parola amore ad atti di violenza. E penso che fino a che lo si farà, tutte le violenze verranno giustificate in nome di un amore che pare trovi la sua più grande espressione in atti così eclatanti e disumani. Tanto è che le vittime, non avendo mezzi e supporti adeguati, arrivano a giustificare la rivalsa di possesso nei loro confronti come la manifestazione dell’unico modo di amare del proprio carnefice.

Mi costa ammetterlo, ma purtroppo siamo ben lontani dal non sentire più fatti di cronaca tali. A volte penso che manchino proprio le basi affinchè tutto ciò si concretizzi.

Sicuramente fa tanto un approccio culturale sbagliato in cui l’amore è sacrificio, sopportazione, sottomissione, possesso. L’amore non è così, è tutto il contrario di ciò che ho appena scritto e fino a che non entrerà nella testa di ognuno di noi, allora continueranno ad esistere persone che tratteranno i partner come loro oggetti, su cui cercheranno di sfogare le proprie frustrazioni, convinti che l’altro le debba subire in silenzio proprio per amore. Ed esisteranno vittime convinte di non poter pretendere rispetto, di non poter far valere le proprie esigenze, la propria autonomia e libertà, di non poter avere un semplice amore felice.

E allora cosa possiamo fare? Ci sarebbe tanto da dire, ma oggi  mi voglio concentrare non su ciò che dobbiamo evitare, ma su ciò che dovremmo imparare a coltivare: la felicità.

Viviamo la felicità, godiamone, cerchiamo di dirci ogni giorno che ognuno di noi ne ha diritto e ha il dovere di fare di tutto per tenersela stretta, nel rispetto di se stessi e degli altri.

Insegnamola agli altri, soprattutto ai più piccoli, non facciamone un’eccezione, cerchiamo di coglierla in ogni singolo momento, anche quelli che apparentemente possono essere più scontati e banali. Abituiamoci ad essa così da difenderla in ogni modo e da non poterne fare a meno.

Contagiamola e circondiamoci di chi riesce ad apprezzarla e che la tenga preziosamente in considerazione.

Ecco, non ho assolutamente risolto il tema sulle violenze, ma penso di aver piantato un piccolo semino che avevo necessità di dividere con voi.

Caterina Steri.

 

Dic
01
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 01-12-2016

Immagine dal web

Venerdì scorso è stata celebrata la giornata contro la violenza sulle donne e proprio la sera ho ricevuto tramite e-mail  una bellissima poesia di Frida Kahlo da una donna che ha voluto condividere con me la sua storia di violenza subita per anni e da cui finalmente è riuscita a liberarsi dopo tanta sofferenza e con l’aiuto di diverse persone tra cui quello di uno psicoterapeuta. Questa poesia è per lei un promemoria per avere sempre presente cosa sia davvero l’amore.

Sono molto grata alla donna in questione di avermi scritto e per esprimerle la mia gratitudine ho deciso di condividere su Gocce di psicoterapia la poesia, sperando anche che possa essere di ispirazione a chi dalla violenza non è ancora riuscita a liberarsi e a chi invece sta riuscendo a vivere il suo Amore, quello con la A maiuscola.

Grazie ancora,

Caterina Steri.

 

Ti meriti un amore

che ti voglia spettinata,

con tutto

e le ragioni che ti fanno alzare in fretta,

con tutto

e i demoni che non ti lasciano dormire.

Ti meriti un amore

che ti faccia sentire sicura,

in grado di mangiarsi il mondo

quando cammina accanto a te,

che senta che i tuoi abbracci

sono perfetti per la sua pelle.

Ti meriti un amore

che voglia ballare con te,

che trovi il paradiso

ogni volta che guarda nei tuoi occhi,

che non si annoi mai

di leggere le tue espressioni.

Ti meriti un amore

che ti ascolti quando canti,

che ti appoggi quando fai il ridicolo,

che rispetti il tuo essere libero,

che ti accompagni nel tuo volo,

che non abbia paura di cadere.

Ti meriti un amore

che ti spazzi via le bugie,

che ti porti l’illusione, il caffè e la poesia.

 

Nov
17
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 17-11-2016

Immagine dal web

Non tutti gli amori nati sul web sono destinati a finire, ma solo una piccola parte resista alla vita reale.

Tra i motivi per cui finiscono vi è la delusione delle aspettative che ci si crea e i rischi che si nascondono dietro lo schermo da cui si chatta.

Spesso ci si innamora di uno sconosciuto perché il dialogo virtuale con lui è l’unica cosa che ci fa sentire vivi e che in un certo senso ci fa evadere da una realtà che non ci piace, tanto meno che ci soddisfa.

Una relazione virtuale si basa sopratutto sull’immaginario e le aspettative. Nella realtà, in un certo senso siamo costretti a vedere realmente ciò che l’altro ci propone, anche se non di nostro gradimento.

Attraverso le relazioni via web mancano dei forti indicatori del rapporto a due reale, nonché campanelli di allarme che possono suggerire che l’altro non ci piace svelando inevitabilmente la verità. Mi riferisco all’aspetto fisico, gli sguardi, i sorrisi, gli odori.

Diventa facile innamorarsi sul web perché ci sentiamo ascoltati e abbiamo la sensazione di entrare in una grande intimità emotiva con l’altro. Soprattutto per le persone tendenzialmente introverse e timide che trovano più facile parlare di se in chat che non di persona. Una delle aspettative che ci creiamo in tal senso e che anche l’interlocutore si riveli per quello che è davvero.

La piazza virtuale ha il potere di ridurre significativamente ogni inibizione e timidezza nei confronti degli altri e illude ad un certo punto di poter essere invincibili e sicuri dinanzi a qualsiasi situazione.

C’è poi il senso di mistero della relazione virtuale. Siamo noi a decidere quanto svelarci, a partire dal nick-name, all’immagine del profilo, ai racconti che facciamo. E lo stesso vale anche per chi sta dall’altra parte dello schermo.

Tutto questo spinge a sognare ad occhi aperti. L’amore virtuale per molti risulta più facile grazie allo schermo che si interpone tra le persone.  Ma il grosso rischio è la delusione che scaturisce dalla non corrispondenza tra chi avevamo immaginato e la realtà.

Come ho scritto all’inizio però, una parte di relazioni nate in chat possono resistere all’esame di realtà. Lo possiamo scoprire prendendo tutti gli accorgimenti del caso, cioè evitando assolutamente di porci in situazioni rischiose, soprattutto per le donne che ,ahimè, possono essere facili vittime di malintenzionati. Teniamo presente che è molto facile che qualcuno voglia approfittarsi della nostra buona fede.

Qualora poi dovesse scattare un interesse, sarebbe meglio incontrarsi il prima possibile. In questo modo si evita di costruire un castello di carta con fondamenta falsamente solide. Incontrarsi dopo poco tempo invece ci mette subito di fronte alla realtà e ci permette di vivere in modo più completo la conoscenza dell’altro.

Inoltre, non perpetuando a lungo la relazione virtuale si evita di estraniarsi dal mondo esterno a discapito del resto dei rapporti sociali.

Il vantaggio di iniziare una relazione virtuale è che ci si può iniziare a conoscere senza cedere alla sola attrazione fisica. Questo va bene soprattutto per chi non si sente abbastanza sicuro di se dal punto di vista estetico.

Teniamo però presente che è sempre molto difficile conoscere davvero delle persone, nel mondo virtuale lo è ancora di più, soprattutto se siamo noi i primi a renderle ancora più complicate.

 

 

Nov
10
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 10-11-2016

Immagine dal web

Il dipendente affettivo si prostra continuamente, mette al primo posto i bisogni altrui a discapito dei propri e va alla ricerca costante della conferma di poter essere amato. Questi aspetti inevitabilmente si ripercuotono in tutti gli ambiti della sua vita, non solo quello amoroso, ma anche nel resto delle relazioni sociali e in campo lavorativo.

A questo proposito, oggi vorrei provare a raccontare come gestisce il lavoro la persona affetta da dipendenza affettiva.

Senza dubbio è una persona altamente efficiente perché il suo bisogno di amore la spinge a impiegare grosse energie per avere l’approvazione del capo e dei colleghi che spesso considera la sua famiglia, il nido in cui trova protezione e fa di tutto per meritarsela.

Apparentemente sembra anche che voglia fare carriera, considerato quanto si impegna nella professione, ma questo in realtà cela una forte insicurezza a cui tenta di ovviare sforzandosi in ogni modo per ottenere il consenso altrui e non accettando la possibilità di fare il  minimo errore. Allo stesso tempo vive nell’angoscia più totale per paura di essere abbandonato o tradito, a volte dimostrandosi antipatico e aggressivo. Questo capita quando il suo impegno diventa scontato agli occhi altrui che per abitudine smettono di palesare le conferme e le gratificazioni. In alcuni casi gli ingrati colleghi iniziano anche a pretendere che il dipendente affettivo lavori fino allo stremo e non accettano di buon grado sue forme, anche minime, di trasgressione ai suoi soliti modi di fare.

Come ogni dipendente affettivo, quando non si sente gratificato diventa più insicuro e cerca di sforzarsi ulteriormente per ottenere una qualsiasi forma di approvazione. Per questo infatti  non riesce a costruire delle relazioni sincere.

Egli non riesce a gratificarsi da solo, a riconoscere le sue risorse, dipende dal giudizio altrui ed evita gli scontri in qualsiasi modo pur di non creare “malumori” nei suoi confronti. Non è obiettivo nemmeno nei confronti delle ingiustizie che subisce e non manifesta mai il suo disappunto proprio per non incorrere nel rischio di venire giudicato, anche quando è palesemente nel giusto.

Inoltre, ha il terrore dei cambiamenti perché li vede come minacce certe al suo status. Come di solito accade, può prendere consapevolezza del suo problema solo quando raggiunge situazioni di estremo malessere in cui ormai ciascuno sforzo che fa diventa stremante e allo stesso tempo non raggiunge lontanamente il risultato sperato. Si rende conto allora di essersi alienato da tutto il resto del mondo per impegnarsi senza sosta a lavoro.

Questo sarò il momento in cui si potrà porre di fronte alla decisione di liberarsi dalle catene della dipendenza o di far finta di nulla e andare avanti come se nulla fosse accaduto.

Per liberarsi dalla situazione patologica lavorativa deve riuscire a ridimensionare la sua attività professionale per dare spazio ad una quotidianità diversa fatta di autoaffermazioni ed impegno in altre attività e relazioni. Deve riscoprire la bellezza di fare quindi altri tipi di esperienze smettendo di compiacere gli altri e considerando in primis i propri bisogni.

Deve rendersi conto di dover piacere prima di tutto a se stesso che agli altri, pur avendo vissuto con intenti contrari per anni, proprio per questo sarebbe opportuno cercare un aiuto terapeutico.

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Nov
07
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 07-11-2016

Tante volte ho scritto sulle dipendenze affettive, grosso male che affligge le persone senza che neanche se ne rendano conto e di conseguenza senza nemmeno che provino a liberarsene. Si vive anche per anni in dolorose situazioni ritenendole normali ed escludendo la possibilità che possano essere cambiate.

Come possiamo quindi riconoscere di esserci infilati nella trappola di una relazione dipendente, di essere noi stessi dei dipendenti affettivi?

Esistono dei segnali chiari e specifici, ma prima di aiutarvi a riconoscerli vorrei partire dal presupposto che siamo tutti un po’ dipendenti, in qualsiasi tipo di relazione che andiamo a coltivare: la dipendenza quando è sana, ci serve per tenere i legami. Quando diventa patologica dovremmo essere in grado di correre ai ripari. Il dilemma sta nel capire la distinzione tra una dipendenza sana e una patologica.

Solitamente chi instaura delle relazioni dipendenti patologiche non riesce a prendere decisioni da solo, si sottomette agli altri per la troppa paura di essere abbandonato, va alla ricerca continua di rassicurazioni e ha la necessità di avere sempre qualcuno di cui prendersi cura, facendo di quell’accudimento una missione di vita. C’è quindi l’assoluta trascuratezza dei propri bisogni personali perché troppo impegnati a cercare di soddisfare quelli del partner.

Esiste una mancanza di reciprocità nel rapporto in cui il dipendente, pur di tenerlo in piedi “fa per due” illudendosi tuttavia che non sia così. Poi quando le cose vanno male si attribuisce le colpe del fallimento, convincendosi di non aver fatto abbastanza per il rapporto e cerca di impegnarsi ancora di più per rimediare alla situazione e al forte senso di inadeguatezza personale. Questo ulteriore slancio fa si che il dipendente si annulli ancora di più e non abbia interesse per se e la propria vita e tenda ad isolarsi perché non dedica tempo ed energie a se e ad altre relazioni. La sua mission è solo quella di riuscire a farsi amare, prima o poi.

Un’altra caratteristica del dipendente affettivo è la resistenza a qualsiasi tipo di cambiamento, proprio per la paura che possa succedere qualcosa di nuovo e incontrollabile che faccia fallire la relazione. Per questo motivo si alterna in un turbinio di stati psicologici che vanno dal senso di colpa per non meritarsi l’amore dell’altro, all’eccessiva gelosia, vergogna, senso di inferiorità e rabbia nei suoi confronti, annullamento di sé e mancanza dell’autostima. Predilige inoltre l’assenza totale di confini con il proprio partner ed è intollerante a qualsiasi forma di individualità.

Ma se ogni dipendente ha le sue caratteristiche peculiari, inevitabilmente anche il suo partner le avrà. Non si finisce casualmente in una relazione dipendente, ma essa è frutto di incastri a due ben precisi.

Il carnefice solitamente è una persona che non sa amare a sua volta, ma che convince la sua vittima che se dovesse impegnarsi adeguatamente alla fine riuscirà a concederle il suo amore. Nel mentre che essa si prodiga in ogni modo il compagno carnefice la avvilisce rimandandole di non essere adeguata e all’altezza della relazione e la confronta costantemente con un ipotetico “altro” sempre migliore. Opera un vero e proprio stillicidio che determina nella vittima una sempre maggiore insicurezza e frustrazione, facendola  vivere nella paura costante di venire abbandonata.

Ammettere di vivere una relazione dipendente in senso patologico è molto difficile, perché implica il fatto di aver sbagliato a dedicarle troppo tempo ed energie a discapito di se stessi. Ma la presa di coscienza è inevitabilmente il primo passo da fare per poter trovare una via di fuga.

Il secondo passo è quello di voler liberarsi dalle catene relazionali patologiche, il terzo, quando non si riesce a farlo da soli è quello di rivolgersi ad un esperto che possa aiutare a farlo.

Non possiamo liberarci da una dipendenza affettiva senza imparare a metterci al centro della nostra vita, sviluppando un sano egoismo. Nonostante per molti la parola egoismo risulti negativa, essa è un importante strumento per la risoluzione di questo e tanti altri problemi di vita che un bravo psicoterapeuta può insegnarvi ad usare.

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Set
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-09-2016

Le vacanze sono sempre un periodo particolare per le coppie, il maggiore tempo passato insieme può mettere in evidenza il tipo di rapporto tra i due partner, sia in senso positivo che negativo.  Quando parliamo di relazioni dipendenti, le vacanze possono diventare una vera e propria trappola, uno specchietto per le allodole, utile a convincersi che il vero amore possa davvero concretizzarsi perché costituiscono dei momenti in cui il manipolatore, con qualche moina in più illude nuovamente la sua vittima e il clima vacanziero aiuta a contornare il tutto di una romantica cornice.

Nella dipendenza affettiva la relazione di coppia è concepita come condizione indispensabile per la propria esistenza, per cui si è disposti a far di tutto pur di mandarla avanti ed evitare la rottura, compreso il totale annullamento di sé e ci si convince in ogni modo che qualsiasi piccolo segnale di considerazione da parte dell’altro possa cancellare tutti i lunghi periodi di svalutazione e non amore subiti. Per questo motivo le vacanze possono costituire una trappola, in quanto, è più facile essere considerati quando non si ha a che fare con i soliti ritmi della quotidianità. E i manipolatori affettivi possono approfittare del clima vacanziero per illudere ulteriormente le vittime di poter concedere loro un bel rapporto.

Anche a livello terapeutico tutto ciò ha delle ripercussioni. Quando pazienti che stanno in terapia a causa di dipendenze affettive decidono di concedersi qualche giorno di vacanza con il partner tendono ad illudersi che tutto possa risolversi nel migliore dei modi e che il rapporto da “dipendente” possa diventare “sano”, senza voler ammettere che per instaurare un amore vero bisognerebbe invece cambiare se stessi e il partner.

Durante le vacanze il carnefice può essere più propenso e facilitato a muovere false lusinghe in modo tale da tenere legata a se la sua vittima e convincerla a fugare ogni tentativo di ricerca di libertà dalla relazione.

La dipendente si illude che tutti i soprusi subiti normalmente in realtà siano stati percepiti in modo esagerato e si da le colpe se qualche volta non sia stata considerata a dovere, pur di giustificare il suo carnefice e rimanere nella relazione. Allo stesso tempo, l’illusoria tregua vacanziera dove viene spesa qualche lusinga in più, convince la dipendente che il partner rimarrà di “buon umore” anche al rientro a casa e che forse serviva solo qualche giorno di relax per fargli capire fino in fondo di quale entità sia costituito il loro amore.

Quando una dipendente torna in terapia dopo un periodo del genere (se torna), il rischio è che gli sforzi fatti precedentemente per ammettere di vivere una relazione malata vacillino a causa delle false moine del suo carnefice.

C’è chi spesso si sente ad un bivio, chi invece, riesce a riprendere in mano una visione oggettiva del lavoro terapeutico, rendendosi conto che la vacanza abbia costituito una tentazione ad immergersi totalmente nelle solite patologiche dinamiche. Il terapeuta in questa fase ha l’importante ruolo di aiutare la paziente ad essere il più “lucida” possibile intanto che la vita le dimostri di non essere un’eterna vacanza e il ritorno alla quotidianità non impieghi molto tempo a ri-proiettare i suoi protagonisti nelle solite abitudini. Il carnefice, se mai davvero le abbia interrotte, riprende ad essere freddo, ambiguo, svalutante determinando nella vittima maggiori insicurezze e il crollo delle sue illusioni qualora non ricorra ai ripari nel più breve tempo possibile.

La difficile soluzione, come al solito consiste nel vedere l’altro per quello che è, ovvero un manipolatore affettivo. Solo così è possibile uscire dalla trappola e liberarsi della dipendenza costruendo relazioni più sane.

E’ vero che qualche giorno di vacanza può illudere sul tipo di relazione che si vive, ma è anche vero che riuscire a mettere se stessi al centro della propria vita è la via giusta per amarsi e farsi amare realmente.

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Giu
23
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 23-06-2016

Il poeta Osho - Immagine dal web

A proposito del discorso secondo cui l’amore non è possesso, vi vorrei riproporre le parole del poeta Osho che descrivono il concetto di possessione.

Spero facciano breccia nella vostra mente così come è successo a me.

Buona lettura.

Non essere possessivo, perché quando sei possessivo, stai solo mostrando di essere un mendicante.

Quando cerchi di possedere, mostri solo che non possiedi nulla; altrimenti non dovresti fare uno sforzo. Se sei già il padrone, perché sforzarti?

Per esempio, se ami una persona e cerchi di possederla, non la ami. Non sei neanche certo che la persona ami te. Ecco perché crei tutte quelle misure di sicurezza, la circondi di trucchi e furbizie di ogni genere, proprio perché così non potrà lasciarti. Ma così uccidi l’amore. L’amore è libertà, l’amore dà libertà, l’amore vive nella libertà. L’amore è, nel suo nucleo più essenziale, libertà.

Se ami veramente, non occorre possedere; possiedi già con tanta profondità, a che servirebbe? Non pretendi nulla, qualsiasi pretesa apparirebbe superficiale. Quando possiedi veramente, diventi non possessivo. Ma è qualcosa che devi imparare, tienilo presente. Non cercare di possedere nulla. Al massimo usa e sii grato che ti è stato permesso di usare, ma non possedere.

Il possesso è una forma di avarizia, e un avaro non può fiorire. Un avaro è sempre in uno stato di costipazione spirituale, è malato. Devi aprirti, condividere. Condividi ciò che hai e crescerà; condividi di più e crescerà. Continua a dare, e riceverai ancora. La sorgente è eterna, non essere avaro. Di qualsiasi cosa si tratti – amore, saggezza… qualsiasi cosa, condividi. Non possessività vuol dire condividere.

Dovunque tu sia, devi solo comprendere la possessività e lasciarla andare. Non c’è nulla di sbagliato nella moglie – solo non dire mia moglie. Lascia cadere il ‘mio’. Non c’è nulla di sbagliato nei bambini – sono bellissimi, figli del divino. Ti è stata data l’opportunità di servirli e di amarli: usala, ma senza dire “miei.” Sono arrivati attraverso di te ma non appartengono a te. Appartengono al futuro, appartengono al tutto. Tu sei stato un passaggio, un veicolo, ma non sei il proprietario.

Resta dove sei, resta dove sei stato posto dall’esistenza e vivi in modo non possessivo, e di colpo inizierai a fiorire. Le energie fluiranno, non sarai bloccato, diventerai un flusso. E fluire è bellissimo; vivere bloccati e congelati vuol dire essere brutti e morti.

Arriva alla purezza del centro. Quella è la meta.

Giu
13

Nonostante sembri un retaggio di altri tempi, spesso si pensa che una in una relazione amorosa la sofferenza debba essere sempre giustificata, facendo quasi coincidere il concetto di amore con quelli di sacrificio e sopportazione.

Ci si ritrova non solo a tollerare il malessere e la mancanza di libertà individuale, ma addirittura si scambia la concezione di “possessione” con quella di amore. Quasi a voler dire che l’amore non possa essere autentico se non “sacrificato”.

Tutto questo accade ancora nonostante le enormi differenze oggettive che sussistono tra il vero amore e la possessione.

Non è sano ad esempio cercare di annullare le due persone che formano la coppia in nome di un “noi” indissolubile, come se si fosse un’unica entità.

All’inizio, durante la fase dell’innamoramento è naturale sentirsi totalmente fusi l’uno nell’altra, ma questo non significa che ad un certo punto non ci si debba “distaccare” per trovare un nuovo equilibrio a due, in cui entrambe le parti vengono rispettate e conservate.

Sarebbe bello chiedersi sempre se ci piacerebbe stare con una persona che ci accetta e rispetta per come siamo o con una che vorrebbe cambiarci in continuazione, che manca di fiducia nei nostri confronti e per questo ci controlla in ogni momento? E soprattutto, sarebbe bello chiedersi se la persona con cui stiamo ci aiuti ad essere delle persone felici?

Non è amore sano quando si pretende che ogni confine venga eliminato. Ad esempio, con il diritto di controllare il cellulare dell’altro perché tanto bisogna dirsi tutto. Tutto questo è semplicemente una forma di controllo su un’altra persona.

Anche i bambini tendono a voler possedere tutto, ma ad un certo punto devono rendersi conto che esistono delle cose o situazioni che non possono sempre avere e controllare. In alcuni adulti questo processo di maturazione potrebbe non avvenire perché troppe insicurezze e l’incapacità di gestire la frustrazione derivante portano ad illudersi di dover possedere le persone e farne una proprietà personale per cercare di tenerle sempre con se e garantirsi una totale fedeltà da parte loro.

Nei casi più gravi il possesso porta a limitare totalmente la vita dell’altro, a volte anche con la morte.

Non deve essere obbligatorio chiedere il permesso all’altro, tanto meno evitare di fare o pensare in un certo modo se non coincide con il punto di vista del partner.

Nel sentirsi liberi in una relazione non ci sono ansie e gelosie, ma possibilità di coltivare serenamente il rapporto. Quando invece si tenta di controllare arriva la gelosia, la manipolazione, i ricatti, i tentativi di isolamento e di svalutazione. Insomma, tutto il contrario del vero amore in cui la mutilazione psicologica la fa da padrona.

Quando poi vi è la mancanza di fiducia mi chiedo cosa resti dell’amore se si è più impegnati a “smascherare” le mancanze dell’altro, che non a costruire un rapporto di sincerità? L’amore è anche il rispetto dell’individualità dell’altro, non il suo controllo come fosse di nostra proprietà.

Giu
06
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 06-06-2016

Purtroppo i casi di femminicidi o di violenza in genere sulle donne non sembrano diminuire. Quasi non ci si sorprende più quando le notizie di cronaca ne danno annuncio.

Ci si chiede come certi individui possano arrivare a tanta violenza nei confronti delle loro attuali o ex compagne? Come possano identificare la violenza con l’amore?

Mi viene da pensare che dev’essere mancata una base educativa solida che abbia insegnato il rispetto dell’altro e l’accettazione di punti di vista diversi. Che ci sia stata per alcune persone l’assenza di uno stile educativo basato non solo sulle regole ma anche sull’amore.

Che sia stato insegnato invece un modello culturale che pone le donne in posizione di sudditanza verso il genere maschile.

Proprio per questo motivo è necessario concepire la famiglia e la scuola come gli ambienti ideali dove contrastare uno stile di pensiero sessista e misogino e promuovere un cambiamento sociale e culturale nei confronti di un’educazione di genere, del rispetto delle differenze e della parità dei diritti.

Occorre entrare nelle menti delle nuove generazioni per crescere adulti onesti e capaci di amare. Perché si possono fare mille leggi al riguardo, ma se non si cambia la mentalità individuale e collettiva, queste disposizioni serviranno sempre a punire chi il danno lo ha già fatto. Meglio invece non dover arrivare fino a questo punto.

Cosa poter fare dunque per contrastare la violenza di genere attraverso un’opera di prevenzione?

  • Uno dei primi passi potrebbe essere quello di far conoscere il fenomeno, in modo tale da inculcare nelle nuove generazioni un pensiero critico sull’argomento.
  • Proteggere i bambini dalle violenze per farli diventare degli adulti capaci di amare.
  • Aiutare le giovani donne all’istruzione e all’indipendenza economica.
  • Far si che la violenza non venga riconosciuta tale solo se esercitata a livello fisico e sessuale, ma anche psicologica, alla quale spesso si tende ad abituarsi perché ritenuta normale. Tanto meno ci si ribella, per “rispetto” del quieto vivere.
  • Nutrire l’autostima dei giovani. In questo modo gli uomini non si convinceranno del fatto che per tenere qualcuno con se debbano usare l’imposizione e il controllo. Le donne invece non crederanno di dover essere accudite e salvate dal primo che capita e che la loro realizzazione non debba passare per forza solo nel matrimonio, ma anche in quella professionale e personale.
  • Rispetto al punto precedente bisogna smettere di far credere che le donne dovranno essere salvate dal Principe Azzurro, ricordo che è pur sempre un uomo in calza maglia. Stiamo parlando infatti di aspettative consolidate ma non messe in discussione riguardo ai ruoli che le donne e gli uomini dovrebbero avere. E quelli delle donne spesso e volentieri si limitano alla cura della casa e della famiglia.