Feb
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-02-2018

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Il tradimento all’interno di una coppia è un grosso cambiamento, una grossa frattura e la sua elaborazione e assolutamente paragonabile a quella di un lutto.

Non è impossibile perdonare un tradimento, anche se c’è bisogno di un’enorme forza d’animo e un abbondante dose di volontà per ristabilire un rapporto di fiducia inevitabilmente spezzato. Può essere fatto solo se entrambi i componenti sono convinti di voler continuare a stare in un coppia vittima di un’importante lacerazione e che dovrebbe trovare un equilibrio totalmente nuovo.

E’inevitabile passare attraverso fasi di rabbia e di delusione però. Non si può non affrontare tali situazione e far finta di nulla. Così facendo si cascherebbe in una trappola di ipocrisia e ipercontrollo nei confronti del “traditore”.

 Il tradimento spesso è il sintomo di problematiche di coppia e la presa di coscienza di questo aspetto può essere molto scomodo e allo stesso tempo costruttivo. Questo non esclude che l’infedele debba prendersi le sue responsabilità, considerando di aver introdotto una terza persona nel sistema di coppia.

Per non tutti è possibile perdonare un tradimento, sia ben chiaro. Alcuni lo escludono a priori, altri ci provano ma solo per paura di rimanere soli e pur sapendo che il partner sia propenso a ripetere l’esperienza. Proprio per questo il perdono rischia di essere confuso con la sopportazione e il soffocamento delle proprie esigenze, facendo mentire a se stessi e vedere solo ciò che si vuole. Meccanismo molto più dannoso di quello che porta invece alla netta rottura della relazione.

Per capire se possiamo perdonare un tradimento, dobbiamo certo chiederci se ripensando all’evento in futuro potremmo riuscire a non sentirci morire dentro rinfacciando ogni volta l’accaduto.

E’ necessario poi mettere in discussione tutto ciò che ha portato ad esso e chiedersi se possa valerne la pena provare a farlo, cercando di ricucire le ferite, pur sapendo che le cicatrici rimarranno.

Molte coppie ferite chiedono l’aiuto di un terapeuta, sia a due che singolarmente. Io, quando capita, faccio presente che l’obiettivo terapeutico non deve irrigidirsi solo sulla necessità assoluta di stare insieme, ma su cosa possa davvero valer la pena di fare.

 

Gen
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-01-2018

Guerra e amore, due concetti che potrebbe non aver senso affiancare, considerato che lottare per amore nella maggior parte dei casi sia un paradosso. Forse vale la pena lottare quando due persone si amano e il mondo esterno va contro quest’unione, pensiamo ad esempio alla distanza fisica, a due che lavorano in posti lontani. Allora in questo senso si può combattere per congiungersi e poter godere appieno della relazione.

Ma quando l’ostacolo è uno dei due, allora che senso ha? Parlo ad esempio di casi in cui la persona che vorremmo pone troppi ostacoli alla relazione e la sua conquista diventa una vera e propria missione di vita ossessiva.

Mi chiedo dove possa collocarsi il confine tra  la lotta e la conquista per soddisfare il proprio senso del possesso, quello di sfida, quello che insegue un sogno idealizzato e non la realtà e l’amore che non persegue alcuno scopo se non essere felice con la persona amata?

Non vale la pena lottare quando a farlo è solo uno. Sono queste relazioni tormentate, quindi anche malate. In cui ci si logora e ci si spegne reciprocamente. Relazioni in cui molto difficilmente possiamo parlare di vero amore.

Un tempo, soprattutto le donne, in nome del loro amore erano convinte di dover sopportare di tutto. Ora pare che le cose stiano un po’ cambiando, ma non è ancora sufficiente. Ci sono quelle situazioni infatti in cui si soffre per anni e ci si accontenta delle briciole, tipiche delle dipendenze affettive, per paura di stare soli, per la speranza che prima o poi l’altro si accorga dei vari sforzi fatti e si sciolga di fronte a tutto l’impegno e le attenzioni ricevute dal partner, che lotta e si dimena facendo di tutto pur di farsi notare seriamente.

Ma questo non è amore.

Per fortuna ci sono quei casi in cui ci si rende conto che oltre ad una certa soglia ci si può solo annullare e perdersi e quindi non si è disposti ad oltrepassarla. Anche se a volte prima di prenderne veramente coscienza possono passare gli anni.

Non ha senso quindi sottoporsi a cose che quotidianamente ci fanno male.

L’amore non è guerra, ne fatica. E’ spontaneità e serenità. Non dover sudare e sputare sangue per avere l’altro con sé. E’ volersi e prendersi spontaneamente senza troppe rincorse. L’amore è riuscire a giocare con l’altro, fare del divertimento un’abitudine, non un’eccezione. Perché quando arrivano i momenti in cui davvero bisogna sacrificarsi allora bisogna riuscire ad unire le proprie forze, non a metterle in contrasto tra loro.

Forse si può lottare per ciò che vale la pena avere.

E a volte il sentimento d’amore (se di questo davvero si tratta), può non essere sufficiente. Ha bisogno di essere accompagnato e coltivato da entrambe le parti e reciprocamente.

Dic
18
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 18-12-2017

Ogni tanto mi piace segnalare sul mio blog qualche libro che trovo particolarmente interessante e che mi colpisce. Oggi vorrei parlarvi di un testo che tanto  mi intriga dal titolo Storie della buonanotte per bambine ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo.

Spesso e volentieri ho ribadito come il problema delle dipendenze affettive può trovare le sue radici nella convinzione che le donne debbano per forza “venire salvate da un principe azzurro per poter vivere felici e contente”. Sono messaggi che abbiamo ricevuto sin dalla più tenera età, se ci pensate bene. Dopo le favole classiche ci è anche stato detto che l’amore non è tale se non fatto di sofferenza e sacrifici. E a furia di sentircelo dire la maggior parte di noi ci ha creduto e ha cercato inevitabilmente quel tipo di relazione sofferente, in alcuni casi drammatica.

Per fortuna le cose negli ultimi anni stanno cambiando e alle classiche storie del principe azzurro senza le quali siamo destinate a vivere recluse su una torre assediata da un drago o a lavare pavimenti per persone crudeli, si accompagnano quelle in cui le donne hanno tutta la possibilità di riscattarsi nella vita, permettendosi anche di innamorarsi, non per essere salvate, ma semplicemente per vivere felicemente il sentimento dell’amore.

Storie della buonanotte per bambine ribelli è un libro che ha fatto discutere parecchio in cui si racconta di  “100 vite di donne straordinarie” raccontate in versione semplificata, come fossero storie della buonanotte. Io personalmente la trovo un’idea ammirevole, forse non perfetta visto le varie discussioni contrarie scaturite, ma pur sempre un tentativo di cambiamento rispetto al solito, che non fa mai male.

Fa discutere perché vuole affrontare la differenza di genere in chiave femminista. Un po’ paradossale, sicuramente. E molti si sono proprio chiesti perché sia dedicato esplicitamente solo alle bambine e non anche ai bambini?

Un’altra critica molto forte è che tra le cento donne di cui si parla ci sia anche Margaret Thatcher descritta come “ammirevole”, nonostante le sue scelte abbiano pesato gravemente sul suo paese.

La nota positiva è che il successo delle vendite di questo libro sia dovuto al tentativo di superare dei pregiudizi, luoghi comuni, discriminazioni.

Per carità, può essere discutibile per alcuni, per altri molto riduttivo, ma il tentativo penso sia un progetto assolutamente positivo.

Oltre a tutto non è scritto da nessuna parte che anche i maschietti non possano usufruire di queste storie. E ricordiamoci poi che con una mediazione accurata da parte di noi adulti possono esser date ai bambini tante e sensate spiegazioni. I bambini sono soliti fare mille domande e un libro del genere non può altro che stimolare la loro curiosità e aprire le loro menti. La cosa fondamentale è imparare ad accompagnarli in questo percorso quotidiano.

 

 

 


Dic
11
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 11-12-2017

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Imparare a stare soli e a scegliere di farlo è la via principale per conoscersi  e relazionarsi con gli altri nel migliore dei modi. Nonostante la società spesso ci suggerisca che la solitudine sia sinonimo di isolamento e di conseguenza faccia paura e crei imbarazzo.

Ma come mai impaurisce così tanto? Perché diciamolo, per usare un termine poco ortodosso, agli occhi altrui la solitudine è da sfigati. Perché apparentemente è molto meglio accompagnarsi a delle relazioni superficiali e insoddisfacenti ma dimostrare quanto stiamo bene in gruppo che non quanto possiamo costituire noi la nostra miglior compagnia. Stare soli inoltre ci costringe a fare i conti con i nostri limiti, che per alcuni sono più invadenti rispetto alle risorse.

Certo, l’uomo è un animale sociale e ha sicuramente bisogno di interagire con gli altri. Ma ciò che ci frega è che pur di non stare con noi stessi alla fine rischiamo di accontentarci di chiunque.

Manca infatti nel pensare comune la concezione secondo cui stare soli non significhi essere deficitari di qualcosa, ma persone complete e capaci di stringere relazioni che arricchiscono, non che colmino vuoti.

Ma abbiamo mai pensato seriamente a quali siano davvero i vantaggi del riuscire a stare soli?

Ci sono diversi modi per vivere bene la solitudine, ad esempio passando dei momenti a leggere, dedicandosi ad attività che appassionano, viaggiando, intraprendendo qualsiasi attività che corrisponda ad un prendersi cura di se stessi dando benessere mentale e fisico.

Chi non riesce a tenere spazi di solitaria autonomia è destinato a legarsi agli altri come se fossero delle stampelle.

La solitudine diventa dolorosa nel momento in cui ci riteniamo incapaci di prenderci cura di noi stessi, quando ci convinciamo che gli altri siano migliori nell’aderire a questo compito.

E’ vero che avere qualcuno accanto dà sicurezza, ma la maggior fonte di tale sicurezza dovremmo essere noi.

Teniamo dunque presente che esiste una grossa differenza tra stare soli e sentirsi soli.

Sentirsi soli è una condizione intima che rattrista e spesso viene vissuta senza speranza poichè non si allevia nemmeno in presenza di altri. La miglior cura contro il senso di solitudine è imparare a stare soli in una vera e profonda relazione con se stessi, che spesso, pure in mezzo ai frenetici ritmi quotidiani, porti alla ricerca di una solitudine positiva, che in realtà può rivelarsi come la migliore delle compagnie.

Se quindi diamo un’accezione negativa alla solitudine, rischiamo di viverla male, di subirla e temerla, a volte al tal punto da respingerla totalmente. Questo spesso è il preludio per andare alla ricerca di compagnie compensatorie e non sane che possono sfociare in relazioni dipendenti alimentando sensi di inadeguatezza e vuoto.

Ricordiamoci infatti che l’unica persona che starà sempre in nostra compagnia siamo noi, dall’inizio alla fine, proprio per questo credo tanto nel piacere e dovere di  coltivare la capacità di stare soli.

 

Set
11
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 11-09-2017

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Purtroppo le violenze sulle donne, e non solo, fanno parte delle notizie quotidiane.

Sono troppi tutti questi episodi e sembra sempre troppo poco ciò che si fa per prevenirli, anche perché la maggior parte delle volte se ne parla a tragedia avvenuta. Oltre a tutto, mi pare di notare una sorta di clima di assuefazione e di polemiche spesso troppo poco costruttive e tanto meno preventive.

La violenza sulle donne, parlo di questa perché è sicuramente più diffusa e può coinvolgere qualsiasi categoria del genere femminile, assume diverse modalità, più o meno esplicite. Ne abbiamo testimonianza tramite i media e i racconti che ci vengono fatti direttamente o no da chi ne è coinvolto in prima persona.

Tra le varie modalità con cui può manifestarsi la violenza abbiamo quella fisica in cui le azioni sono rivolte intenzionalmente a fare del male fisico alla vittima.

La violenza psicologica è quella che danneggia l’identità della donna. Può essere veramente difficile da riconoscere e facile da scambiare con la semplice normalità. Ad esempio quando un marito svaluta e denigra costantemente la moglie non sta facendo altro che attuare una violenza psicologica su di essa, ma in molti contesti familiari si può essere talmente abituati a questa modalità da considerarla “normale”.

Abbiamo poi quella sessuale che comprende l’imposizione di pratiche o rapporti sessuali indesiderati che ledono non solo il corpo, ma anche la mente e la dignità delle vittime che si sentono enormemente umiliate.

Lo stalking, che avviene come forma di controllo nei confronti di una vittima da cui si è stati rifiutati, che può essere più o meno esplicito, ma che se non fermato in tempo può sfociare in tragedia.

Esiste anche una violenza economica. Anch’essa può risultare difficile da identificare perché ad esempio, è scontato che la gestione delle finanze familiari venga gestita e conosciuta solo dagli uomini e alle donne venga negato o limitato l’accesso alle finanze del nucleo. Soprattutto quando l’unico introito economico deriva dal marito, che abitualmente si oppone all’autonomia e alla carriera della consorte.

Nonostante le notizie parlino molto di violenze da parte di stranieri nel territorio italiano, non bisogna trascurare che la maggior parte di esse avviene all’interno delle mura domestiche e che non tutte vengono denunciate per motivi che vanno dalla vergogna, alla rassegnazione, al non riconoscimento, all’isolamento familiare e sociale imposto.

Un’altra forma di violenza che aggiungerei a questo discorso, e che non si limita solo alle donne, ma a tutto ciò che è “diverso”, è quella che viene esercitata sui Social Network, sia verso chi non è conosciuto, sia verso persone famose. A proposito di queste, mi vengono in mente due casi molto noti in cui sono rimaste vittime l’opinionista e blogger Selvaggia Lucarelli e la Presidente della Camera Laura Boldrini. Parlo di questi per citarne due, ma penso che la lista sarebbe davvero lunga.

Spaventa la facilità con cui, rispetto al pensiero di qualcuno, ci si accanisca fortemente e crudelmente, augurandogli il peggio delle violenze con messaggi ed insulti in cui si spera che venga stuprato, picchiato, abusato nella maniera più becera possibile.

Il tutto perché? Secondo me, non solo perché non si è d’accordo con il pensiero altrui, ma perché si è convinti di poter dire di tutto grazie alla copertura dello schermo di uno smartphone o un di un pc. E la cosa che mi colpisce è che nella mischia non troviamo solo uomini codardi e malvagi, perché di questo si tratta, ma anche donne. Le donne che per anni hanno subito le insidie peggiori della crudeltà maschile per conquistare i loro stessi diritti e che ancora non sono riuscite appieno nell’intento. Quelle donne capaci di dare alla luce altre vite e che si scagliano così furiosamente verso altre donne.

So bene che poi, allo scoperto, senza la mediazione dei social, la maggior parte di questi individui non avrebbe alcun coraggio (se di questo possiamo parlare) a scrivere certe crudeltà. Lo ha provato ad esempio la stessa Lucarelli intercettando telefonicamente i suoi aggressori telematici, che a voce hanno provato a ritrattare tutto quanto.

Quindi si, dobbiamo assolutamente condannare gli stranieri che stuprano le donne al parco o in spiaggia, i mariti che abusano delle mogli, gli stalker. Ma non dimentichiamoci di condannare anche quelli che si prendono impropriamente il diritto di insultare in modo efferato augurando il peggio a qualsiasi donna o persona in genere solo perché si illude di averne il potere dietro ad uno schermo. E solo perché in quelle occasioni non capisce che sarebbe meglio il silenzio che riempirsi la bocca di tali crudeltà. Se non cercassimo di spegnere questi avvenimenti in ogni modo possibile allora il rischio sarebbe di diventare anche noi complici di queste violenze.

 

Mag
29
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 29-05-2017

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Finita una relazione che si fa? C’è chi decide di non volerne sapere per un bel po’ perché troppo sfiduciato e provato dalla rottura, c’è chi spera in un ritorno di fiamma e chi va alla ricerca immediata di un’altra storia perché non sopporta la solitudine.

Come sempre, siamo tutti diversi e tutti affrontiamo le situazioni in modo totalmente personali. Ma quando possiamo dire di essere davvero pronti per vivere serenamente una nuova relazione senza avere il patema d’animo della solitudine?

Non c’è sicuramente un periodo di tempo preciso, forse però delle condizioni personali da considerare. Affronto quotidianamente con i miei pazienti tematiche del genere, soprattutto perché si chiedono il motivo per cui tendano a stare con persone da cui non ottengono soddisfazioni relazionali? Dal mio punto di vista non sono situazioni casuali, ma frutto di dinamiche personali e comportamentali reiterate nel tempo che, in fin dei conti, portano a stare con persone che hanno più o meno sempre le solite caratteristiche. Ecco svelato il mistero del “perché succede sempre a me?”

Forse il momento ideale per iniziare una relazione felice è quando si sta bene da soli, quando non si sente il bisogno di avere una persona affianco per colmare i vuoti personali ma per avere qualcosa in più rispetto a quello che già si è e che da soddisfazione di se stessi. Quando si è liberi dalla paura della solitudine e quando si apprezzano e si ricercano i momenti per stare soli.  La capacità di stare con se stessi è indice di  quanto ci si apprezzi e del non bisogno di elemosinare la compagnia altrui.

Questo fa si che si possano instaurare relazioni, non solo amorose, ma anche amicali, con persone che si trovano in sintonia con questo nuovo modo di essere in cui la libertà e lo spazio individuale vengono rispettati. E porta a rifuggire da chi non condivide questo aspetto e magari tende a volere relazioni simbiotiche.

Quando ci si accinge a conoscere una nuova persona, meglio chiedersi dunque se questa vi piace davvero o vi state accontentando?

Se quando non state insieme, vi manca perché l’altro in realtà vi fa stare bene o perché non riuscite a stare soli?

Se state con qualcuno che non vi piace fino in fondo e sperate che prima o poi le cose cambino?

Ecco, se avete risposto affermativamente alle seconde opzioni delle prime due domande e in modo positivo alla terza, sappiate che frequentate quella persona non per il piacere di starci insieme ma perché state semplicemente cercando una strategia (disfunzionale) per evitare di rimanere soli.

Esistono delle semplici domande da farvi che hanno la capacità di aprirvi un mondo di consapevolezze. Domande a cui bisogna avere il coraggio di rispondere con estrema sincerità. Perché non basta solo farsele, ma anche rispondere ad esse nel modo più sincero possibile. Cosa a cui spesso si rinuncia pur di non rimanere soli o al contrario, pur di evitare di immergersi in una storia che potrebbe avere le basi per fiorire in qualcosa di sano e meraviglioso.

Si dice che la realizzazione di noi stessi e dei nostri desideri stia proprio dietro alle nostre paure, vale quindi la pena affacciarsi e vedere cosa si celi dietro ad esse, qualsiasi sia la strada che poi dovremmo percorrere per raggiungere la felicità.

 

Mag
22
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 22-05-2017

Vi propongo oggi la poesia di Veronica Shoffstall che uno dei miei pazienti ha voluto condividere  durante il colloquio dei giorni scorsi. “Parole di consapevolezza ed emozioni che aiutano a slegarsi da rapporti di dipendenza” così mi ha presentato questa poesia e io ne sono veramente orgogliosa.

Buona lettura a voi.

Dopo un po’ impari la sottile differenza
tra tenere una mano e incatenare un’anima.
E impari che l’amore non è appoggiarsi a qualcuno
e la compagnia non è sicurezza.
E inizi a imparare che i baci non sono contratti
e i doni non sono promesse.
E incominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta
e con gli occhi aperti con la grazia di un adulto
non con il dolore di un bambino.
Ed impari a costruire tutte le strade oggi
perché il terreno di domani
è troppo incerto per fare piani.
Dopo un po’ impari che il sole scotta, se ne prendi troppo.
Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima,
invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori.
E impari che puoi davvero sopportare,
che sei davvero forte, e che vali davvero.
E impari e impari e impari. Con ogni addio impari.

(Veronica Shoffstall)

Mag
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-05-2017

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Facciamo sempre di tutto per difendere le nostre abitudini, anche quelle più dannose. E nonostante capiti di prendere coscienza della loro tossicità, continuiamo imperterriti a seguirle. Anche a costo della nostra felicità.

Scrivo queste righe perché reduce da una giornata di colloqui, dove per coincidenza, o proprio perché atteggiamenti del genere siano tanto diffusi, il tema in questione è stato una sorta di filo conduttore.

E’ proprio vero che siamo “tossici” e dipendenti dalle nostre abitudini. Da un lato, ben vengano quelle che ci recano piacere, quelle che ci spingono ad amarci, ad amare, a rispettarci. Ma quando così non è che succede? Perché hanno così tanto potere su di noi? Ebbene si, le abitudini creano dipendenza, sono conosciute, prevedibili, proprio per questo costituiscono una confort-zone a cui è difficilissimo rinunciare.

Pensiamo ad esempio a quelle tante coppie che stanno assieme pur non amandosi, pur non soddisfandosi, ma accontentadosi dell’abitudine dello stare insieme. Di quei rituali che spesso non sopportano, ma che sono talmente conosciuti e prevedibili che nonostante tutto è meglio tenerseli. E questo perché? Perché spaventa non sapere cosa ci potrebbe essere al loro posto, spaventa l’ignoto. E diciamola, spesso spaventa dover rimettersi in gioco per creare un’alternativa, il cui esito non è assicurato. Senza ammettere che per alcune abitudini, qualsiasi alternativa sarebbe migliore.

Le abitudini ci danno dipendenza, ci assuefano e quando vengono spezzate, inizialmente possiamo stare male, solo perché entriamo in un processo di astinenza che ci rende insicuri e dubbiosi, ma una volta che questa fase viene superata, possiamo reputarci liberi.

Non abituiamoci quindi alle cose conosciute, o meglio, non accontentiamoci di esse solo perché tali. Anzi, proprio perché sappiamo che non ci possono soddisfare  e rendere felici, non adagiamoci su di esse, ma diamoci sempre un’alternativa migliore, per quanto faticoso possa sembrare il suo raggiungimento.

E per rispondere a chi a volte mi chiede che si fa in psicoterapia, oggi posso rispondere dicendo che essa serve per non accontentarsi di essere infelici, solo perché ne siamo abituati, ma ci aiuta a fare di tutto per raggiungere la felicità. Per vivere la vita da attori protagonisti, non per subirla passivamente illudendosi che esista solo un modo per stare sulla terra.

Apr
24
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 24-04-2017

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Molte persone accettano di tenere il ruolo di amante per periodi davvero lunghi, pur essendo consapevoli del fatto che la maggior parte delle volte saranno destinate a soffrire e a mettere a repentaglio la propria autostima.

Facendo un’analisi dei casi, ho potuto notare che chi finisce ad avere costantemente un tale ruolo  parte da una situazione di solitudine che il più delle volte è destinata ad aumentare insieme alla delusione delle aspettative.

Essere amante di qualcuno significa condividere con esso solo momenti rubati, momenti che antecedono il ritorno a casa alla propria vita “ufficiale”. A molti può star bene così, sopratutto a chi, per vari motivi non è motivato ad instaurare dei legami “completi” e il ruolo di amante li preserva da questo. Può quindi essere una situazione di comodo in cui si è disposti a ricevere poco, perché si da altrettanto poco. Altri invece si accontentano delle briciole di affetto, sperando che prima o poi la situazione cambi a proprio favore.

La maggior parte degli amanti cerca di prendersi il meglio in quegli incontri rubati perché l’obiettivo è di staccare dalla reale quotidianità fatta di problemi, solitudine e apparenze impegnandosi a vivere in essi la migliore spensieratezza possibile.

Quando subentrano le delusioni, il rischio è anche quello di entrare in un circolo vizioso in cui si perde fiducia nelle persone. Da poco mi è capitato il caso di una donna che è stata l’amante di un uomo che quando ha lasciato la moglie per costruire qualcosa di più profondo con lei, non è riuscita a fidarsi di lui come suo compagno di vita. E’ questo è solo un esempio.

Decidere di essere l’amante è a volte una scelta non programmata, ci si arriva per tutta una serie di motivi che inizialmente possono non essere riconosciuti se non quando ormai il rapporto è già stato instaurato, quando ci si è fatti trascinare dalla passione e da situazioni ambigue non ben esplicitate. Ognuno può trovarsi nel ruolo del traditore, del tradito e dell’amante, a volte senza neanche rendersene troppo conto e, al di là di qualsiasi giudizio, si accettano soluzioni dolorose più per motivazioni irrazionali. C’è ad esempio chi parla di “troppo amore”, che per noi del mestiere il più delle volte si traduce in dipendenza affettiva.

C’èchi in un certo senso vuole avere una rivalsa rispetto a situazioni deludenti del passato. Chi non crede poi nell’amore vero, quello alla luce del sole, perché ha avuto dei modelli di riferimento tali da averlo convinto di questo.

Ancora, chi si ritrova a non rendersi conto di quanto il tempo scorra veloce nella speranza che il proprio lui/lei scelga davvero come prima opzione senza dirsi che in realtà potrebbe mai non essere così. Ancora, chi se ne rende conto e dopo un po’ non ci sta più e chi invece trova i suoi desideri realizzati.

Quello tra le persone è sempre un legame complicato. Quando bisogna nasconderlo può esserlo ancora di più, anche se tanti pensano che sia totalmente libero da intralci legati alla quotidianità. Ma quando anche il ruolo di amante diventa quotidiano, cosa può succedere? Siamo sicuri di poter adottare con serenità tale incarico?

 

 

 

Feb
06
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 06-02-2017

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Spesso capita di rimanere incastrati in relazione “amorose” anche per anni, se non una vita, pur non essendo felici e nonostante si siano susseguiti dei chiari campanelli di allarme che per motivi più o meno consapevoli si è deciso di ignorare.

Uno dei primi ad esempio è la sensazione che all’inizio quella persona a cui siamo legati non ci piaceva, ma proprio perché ormai la relazione era iniziata, per senso di colpa, mancanza di coraggio nel lasciare qualcuno, speranza che prima o poi le cose potessero cambiare, non siamo riusciti ad esularci da quella storia a due.  O al contrario può essere capitato che l’altro abbia cercato più volte di scappare da noi, ma con delle manovre certosine, siamo riusciti a tenerlo legato perché ormai avevamo perso la testa.

Quando una relazione non deve andare bene, sin da subito quindi ci possono essere dei segnali molto forti che possiamo decidere o meno di trascurare.

Un altro di essi è la mancanza di intesa sessuale. Parte fondamentale nella vita di coppia che tanti invece non considerano tale.

Ci sono quindi degli amori (paradossalmente li chiamiamo così), talmente impossibili che non possono avere mezze misure: o decidiamo di starci pur soffrendo, oppure li portiamo a termine.

Apparentemente la prima soluzione sembra la più facile perché è quella conosciuta e perché, nonostante le sofferenze,  la mancanza di lucidità, di fiducia in se stessi e nel futuro non permette di prospettare delle alternative.

La seconda soluzione invece richiede determinazione, coraggio e amore per se stessi. E’ difficile da praticare, ma è quella che porta alla libertà, alla rinascita.

Tanti vengono in studio da me, quasi chiedendo a bassa voce come sarebbe possibile liberarsi delle relazioni infelici e soprattutto come trovare il coraggio per farlo?

Una delle prime cose da fare naturalmente è credere in se stessi e nella capacità personale di riuscire a stare soli. O meglio, in compagnia di se stessi e non di qualcuno che ci illude di stare con noi.

Altro passo da effettuare è quello di smettere di idealizzare l’altro e conferirgli capacità che in realtà abbiamo noi ma, che per tante motivazioni, abbiamo smesso di usare delegandole perché convinti di essere dipendenti dal partner.

Nel caso contrario può invece accadere di pensare che siccome l’altro non riesce, dobbiamo per forza prendercene cura noi. Proprio per questo, mettere da parte i sensi di colpa è fondamentale.

Questa è solo una parte della teoria, la pratica potrebbe essere molto difficile da mettere in atto e richiede spesso un totale stravolgimento e riorganizzazione nella quotidianità delle persone.

Bisogna mettere se stessi al centro del proprio mondo. E questa, sembra una delle cose più difficili che la maggior parte degli umani possa fare.

Specie per quelli che sono cresciuti con la convinzione di doversi sempre sacrificare per gli altri o che non sia possibile andare avanti con le sole forze personali.

E’ vero che abbiamo bisogno delle altre persone per vivere perché siamo animali sociali. D’altro canto esiste una differenza tra vivere per stare bene e sopravvivere. Nel senso che per stare bene abbiamo bisogno di credere in noi stessi, di amarci e di circondarci di persone con le quali possiamo sentirci felici. Persone che ci amano e che noi amiamo. Persone alle quali non dobbiamo elemosinare affetto e attenzioni. Persone con le quali possiamo esprimerci per come siamo veramente e che aiutano a migliorarci e a sentirci vivi, non ad accontentarci per la paura di stare soli.