L’esperienza della maternità può essere tanto magnifica quanto traumatica, considerata tutta una serie di fattori che la rendono travolgente e non sempre idilliaca. Lo dimostrano le notizie di cronaca di cui spesso veniamo a conoscenza in cui madri colte dal dolore e dallo smarrimento fanno del male a se stesse e alle loro creature. Colpisce ad esempio il caso di Cosenza della bambina di sette mesi uccisa dalla madre, che avrebbe pure tentato il suicidio e che soffrirebbe di depressione post partum.

Il disagio causato dalla nascita di un figlio non sempre è destinato a sfociare in episodi così tragici, occorre comunque non sottovalutare certi segnali e concedere la possibilità di un supporto in una fase così delicata e importante nella vita di una donna.

Ogni neomamma è sottoposta a svariati stravolgimenti quotidiani, da quello fisico, alla convalescenza, alla costrizione di dover orientare tutto in funzione del bebè che la investe di una forte responsabilità e da cui può scaturire un senso di inadeguatezza, a possibili imprevisti e contrasti familiari, al senso di solitudine, al pensiero del lavoro, al fatto che la realtà non corrisponda all’immaginario e alle aspettative pre-esistenti.

Dopo il parto è fisiologico vivere un periodo di stanchezza e di tristezza caratterizzato dalla tendenza al pianto, instabilità dell’umore, ansia, tristezza e scarsa concentrazione. Se il problema è passeggero si chiama baby blues, si verifica nella prima settimana dopo il parto e si risolve spontaneamente dopo circa 10 o 15 giorni. In questo caso la madre riesce a prendersi cura del neonato e prova gioia per la maternità. Non è prevista nessuna cura medica o psichiatrica, mentre è sufficiente essere informate sul problema, poter contare su un supporto psicologico e aver la possibilità di condividere il proprio stato d’animo.

In casi più gravi si può cadere nella depressione post parto che se non viene trattata può diventare cronica. I sintomi iniziano a manifestarsi durante la 3° o 4° settimana dopo il parto. Le cause possono essere molteplici (ormonali, fisiche, psicologiche, sociali, familiari) e pure la sintomatologia è svariata ( tristezza, perdita di autostima, di energia, di interessi, pessimismo e senso di inadeguatezza, difficoltà nell’allattamento, disturbi del sonno, della concentrazione, dell’appetito, ansia, incapacità di prendere decisioni, cefalea, vertigini, nausea, dolori vari, dimagrimento eccessivo). E’ preponderante il senso di colpa per non essere una buona madre che porta alla vergogna, a chiudersi in se stessa e a non concedersi di parlare con nessuno del disagio.

E’ sempre opportuna un’opera di prevenzione per la depressione post parto attraverso un’informazione e un sostegno adeguati durante la gravidanza, l’appoggio di chi sta vicino alla futura mamma, la possibilità di esprimere e condividere le proprie paure, le emozioni e le aspettative. Quando si manifesta è fondamentale chiedere l’aiuto di un esperto e, vista la tendenza delle vittime a negare e celare il problema, occorre che le persone che le circondano stiano attente a tutti i segnali di disagio che possono palesarsi.

Nei primi giorni dopo il parto può inoltre pesare l’invasione di parenti e amici sempre pronti a dire cosa sarebbe meglio fare, ma che in realtà mancano di un aiuto concreto e materiale, quello più necessario al momento.

Ancor più grave e fortunatamente più rara può essere la psicosi post parto caratterizzata dalla perdita del contatto con la realtà e con la propria identità, allucinazioni, manie, ossessioni, in cui è alto il rischio di infanticidio e suicidio.  Una psicosi a tutti gli effetti che richiede un immediato intervento psichiatrico e che può manifestarsi abbastanza precocemente, entro le prime quattro settimane dal parto.

Le cause sono quelle tipiche della depressione post parto ma potrebbe essere incisiva la familiarità con casi di schizofrenia o psicosi maniaco-depressiva.

Il problema, come per tanti disturbi psichiatrici, è che avendo perso il contatto con la realtà la mamma non si rende conto di avere un grave disturbo e rifiuta i trattamenti.

Come al solito l’ambiente familiare e sociale in cui vive la mamma possono essere degli ottimi indici di aiuto. Se riconosciuta in tempo e trattata a adeguatamente la psicosi puerperale può risolversi positivamente.

Considerato quindi che la gioia di un figlio appena arrivato non può essere data per scontata e che l’intensità della maternità possa trasformarla in qualcosa di spiacevole e traumatico, occorre realizzare più prevenzione possibile per far si che questo non accada, creare una rete supportiva intorno alla futura neomamma coinvolgendo il partner, la famiglia, gli amici e il personale sanitario che la accompagna nella gravidanza sino al parto, attraverso il coinvolgimento attivo, le chiare spiegazioni, l’empatia e l’accettazione che le difficoltà siano normali e non motivo di vergogna.

 

Mag
02
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 02-05-2014

Per continuare ad approfondire l’argomento sul diventare mamma, oggi vi parlerò del fenomeno più grave (ma fortunatamente molto raro) del post parto, la psicosi post parto o puerperale, la cui incidenza oscilla  tra lo 0,1 e lo 0,2 %.

Può manifestarsi abbastanza precocemente, entro le prime quattro settimane dal parto.

La mamma in questo caso perde il contatto con la realtà e con la propria identità. Sviluppa sintomi tipici della psicosi, gravi oscillazioni del tono dell’umore, angoscia e incapacità di accudire il bambino, allucinazioni, pensiero disorganizzato, deliri vari (tipico quello di possessione demoniaca del neonato), i quali possono far scattare il rischio di suicidio e/o infanticidio.

Le cause sono quelle tipiche della depressione post parto ma potrebbe essere incisiva la familiarità con casi di schizofrenia o psicosi maniaco-depressiva.

Inoltre, secondo alcuni Autori, la presenza di eventi traumatici nel corso dell’anno precedente al parto, uno scarso supporto ambientale, una situazione conflittuale con il partner, il parto cesareo sembrano aumentare la possibilità d’insorgenza di una psicosi (Asch S., 1992).

Per essere trattata con successo deve essere riconosciuta in tempo e sostenuta con ricoveri ospedalieri e trattamenti medici mirati. Il problema, come per tanti disturbi psichiatrici, è che avendo perso il contatto con la realtà la mamma non si rende conto di avere un grave disturbo e rifiuta i trattamenti.

Come al solito l’ambiente familiare e sociale in cui vive la mamma possono essere degli ottimi indici di aiuto.

Se riconosciuta in tempo e trattata a adeguatamente la psicosi puerperale può risolversi positivamente.

Ho voluto dedicare più articoli all’argomento post parto perché è vero che la nascita di un figlio può essere l’esperienza migliore che una donna può avere, ma la sua intensità e l’irruenza possono trasformarla in qualcosa di spiacevole e traumatico. Occorre quindi realizzare più informazione possibile per far si che questo non accada, creare una rete supportiva intorno alla futura neomamma coinvolgendo il partner, la famiglia, gli amici e il personale sanitario che la accompagna dalla notizia della gravidanza sino al parto. Far sentire la donna protagonista adeguata di questa esperienza spetta anche a loro attraverso il coinvolgimento attivo, le chiare spiegazioni, l’empatia e la confutazione dei dubbi.

Negli articoli in cui ho trattato l’esperienza di diventare mamma non ho considerato il ruolo del padre e l’impatto emotivo che possa avere su di lui la paternità non perché non lo ritenga importante, ma perché penso sia doveroso dedicare un articolo a parte per poterlo considerare in modo più approfondito. Vi chiedo quindi di aspettare ad uno dei prossimi articoli a cui verrà dedicato a questo argomento.

 Se ti interessa l’argomento continua la lettura con gli altri articoli inerenti a questo cliccando quì.

Apr
22
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 22-04-2014

Come già scritto in Diventare mamma (1), il fenomeno del Baby bluesl’esperienza della maternità può essere tanto magnifica, quanto traumatica. Tra le complicazioni che ci possono essere molto importante e seria è la depressione post parto, che non è il fenomeno del baby blues, ne tanto meno la psicosi post parto (o psicosi puerpuerale), i cui casi fortunatamente sono abbastanza rari.

La depressione post parto è una vera e propria patologia che se non viene trattata può diventare cronica.

Solitamente i sintomi iniziano a manifestarsi durante la 3° o 4° settimana dopo il parto e si evidenziano come problema manifesto dopo 3 o 6 mesi dalla sua comparsa prolungandosi, a volte, per oltre un anno.

Alla base ci sono molteplici cause:

  • ormonali;
  • fisiche, come la stanchezza causata dal ritmo del bambino e dalla necessità di conciliarli con gli altri aspetti della quotidianità;
  • psicologiche e sociali quali giovane età, inesperienza e mancanza di aiuto e sostegno. Un evento traumatico come un lutto, la separazione, un rapporto problematico con il partner, il licenziamento, la solitudine, l’isolamento culturale (soprattutto per mamme di origine straniera), condizioni economiche molto difficili, precedenti fasi depressive, nevrosi, scarsa autostima;
  • problemi di natura psicologica preesistenti che possono ristabilirsi nell’inconscio della donna, dovuti ad esempio a difficoltà nei rapporti con i propri genitori.

Anche la sintomatologia può essere varia e andare dalla tristezza, alla perdita di autostima, di energia, di interessi, al pessimismo e senso di inadeguatezza come madre, difficoltà nell’allattare il piccolo e nel contatto fisico con lui verso il quale si può provare senso di colpa e fastidio perché ritenuto troppo impegnativo. Ancora, disturbi del sonno, della concentrazione, dell’appetito, ansia, incapacità di prendere decisioni, cefalea, vertigini, nausea, dolori vari, dimagrimento eccessivo.

Considerati i problemi nel rapportarsi al bambino (che non viene visto solo come una gioia), la madre vive un forte senso di colpa che la porta a vergognarsi e chiudersi in se stessa. Non si concede di chiedere aiuto ma cerca di celare i sintomi depressivi, a volte attraverso una cura eccessiva e ansiosa nei confronti del neonato.

Nelle società in cui la diade madre-bambino viene supportata e protetta potrebbe esserci una minore incidenza del fenomeno. Nella nostra purtroppo, il senso di protezione viene a mancare sempre più. Soprattutto per le madri lavoratrici che spesso si trovano costrette a scegliere tra lavoro e maternità. Quest’ultima quindi può essere vissuta come ostacolo all’emancipazione, all’indipendenza economica e alla carriera professionale.

Per prevenire la depressione post parto sarebbe opportuna un’informazione e un sostegno adeguati durante la gravidanza, l’appoggio di chi sta vicino alla futura mamma, la cura del contatto e della comunicazione con il bambino che si porta in grembo. La possibilità di poter esprimere e condividere le proprie paure, le emozioni, le aspettative.

Nei primi giorni dopo il parto meglio evitare l’invasione di parenti e amici, ma cercare solo l’aiuto materiale di chi non si intrometta troppo nel rapporto fra mamma e neonato con consigli e opinioni non richiesti.

In caso di depressione post parto è fondamentale chiedere l’aiuto di un esperto e vista la tendenza delle vittime a negare e celare il problema, occorre che le persone che le circondano stiano attente che non venga compromessa troppo la loro funzionalità psico-fisica e sociale.

Ancor più grave della depressione post parto è la psicosi post parto fortunatamente molto rara, caratterizzata dalla perdita del contatto con la realtà e con la propria identità, allucinazioni, manie, ossessioni, in cui è alto il rischio di infanticidio e suicidio.  Una psicosi a tutti gli effetti che richiede un immediato intervento psichiatrico. Ma per saperne di più vi rimando al prossimo articolo riguardante l’esperienza di diventare mamma.

Se ti interessa approfondire l’argomento sulla genitorialità clicca quì.

Nov
14
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 14-11-2013

Da un po’ di tempo a questa parte mi sono dedicata allo studio e alla formazione sulle tecniche ipnotiche.

Spesso la nostra coscienza non è a conoscenza di ciò che accade nella nostra mente inconscia ed è per questo, che attraverso le tecniche di induzione alla trance ipnotica si possono attivare dei cambiamenti  che vengono usati nel trattamento di problemi psicologici, di dolori acuti e cronici e nell’ambito della ricerca.

Per la legge italiana solo il personale sanitario può esercitare l’ipnosi  all’interno di un contesto di cura o di ricerca scientifica.

La trance ipnotica è una modificazione dello stato di coscienza  in cui l’attenzione viene spesso assorbita da eventi immaginati e si impegna meno a controllare quello che accade nell’ambiente “reale”. E’ insomma uno stato psicofisico caratterizzato da una diminuzione della capacità razionale. Infatti, viene sospeso il modo solito di considerare le situazioni e incrementando la creatività sorgono  nuovi punti di vista, nuove soluzioni e di nuovi comportamenti, emozioni e sensazioni.

Il soggetto in trance mostra le eventuali difese e le resistenze al cambiamento, così come le caratteristiche del problema stesso.

Ognuno fa esperienza di trance quotidianamente. Ad esempio, quando si guida la macchina si arriva alla meta desiderata senza nemmeno accorgersi perché si è presi da altri pensieri, oppure quando si è totalmente assorbiti dalla lettura di un libro o dalla visione di un film. Sono queste esperienze di trance quotidiane autoindotte di cui non ci si rende conto.

Quando la trance viene indotta da personale specialistico è perché vi sono degli obiettivi ben specifici.

Non ha nulla di magico e le persone in trance non fanno niente contro la propria volontà. La persona non può essere indotta dalla malignità dell’ipnotista (come succede ad esempio a Woody Allen in  La maledizione dello scorpione di Giada), a commettere comportamenti immorali o contrari ala propria volontà.

Tutti possono essere ipnotizzati, ma non allo stesso modo e con tempi uguali. E’ inoltre necessario instaurare un rapporto di fiducia con l’ipnotista.

La semplice induzione ipnotica (Ipnosi neutra),  ovvero quella senza nessuna indicazione terapeutica, ha di per se un valore terapeutico in quanto capace di indurre nel tempo importanti e significativi cambiamenti. La parte inconscia della mente è infatti piena di risorse di cui spesso le persone non si rendono conto. L’entrare in contatto con essa e imparare a comunicarvi non può che portare a galla in modo più o meno esplicito le varie qualità per imparare a trarre benefici da esse.

Le applicazioni cliniche sono svariate:

  • Dermatologia
  • Cardiologia
  • Apparato respiratorio
  • Ansia, fobie, depressioni, scarsa autostima, elaborazione di traumi
  • Terapia del dolore
  • Gravidanza
  • Sessualità
  • Immunologia
  • Tecniche di potenziamento (ad esempio in casi di handicap o nello sport)

Qualora abbiate bisogno di ulteriori delucidazioni sulle tecniche ipnotiche potete mettervi in contatto con me tramite la mia e-mail o il mio recapito telefonico o fissare direttamente un appuntamento.

 

 

Ott
28

Nell’era del web, troviamo magicamente tutte le risposte alle nostre domande semplicemente con un click, a volte dando per scontato che tutto ciò che leggiamo corrisponda alla verità o cercando conferma alle ipotesi che abbiamo fatto.

La maggior parte delle notizie sono attendibili, soprattutto se ricavate da siti web ad hoc, ma la loro interpretazione può portare a travisarle e a causare preoccupazioni spesso eccessive ed errate. Facile poi concentrarsi su ciò che ci aspettiamo accada.

Il rovescio della medaglia dell’era del tutto e subito via web è che chi non accetta di stare nell’indecisione e soffre ad esempio di ipocondria si può trovare a ricercare in modo ossessivo e compulsivo la conferma della paura di essere malato dando origine a quella che viene denominata cybercondria (termine derivante da dall’unione delle parole cyber ed ipocondria).

Le indagini di sintomatologie, di siti che pretendono di fare virtualmente delle diagnosi, la lettura di blog di persone che raccontano la lotta contro varie malattie, non fanno altro che contribuire ad alimentare l’ipocondria, quindi l’ansia, la depressione e la preoccupazione per il proprio stato di salute. Si può dire insomma che la cybercondria sia la versione moderna della classica ipocondria che viene alimentata dall’uso smodato di internet.

Nel caso della ricerca di diagnosi ai propri disturbi invece tutte le notizie devono necessariamente essere contestualizzate attraverso la raccolta di dati anamnestici precisi e di esami medici approfonditi che solo figure esperte possono fare.

Chi è affetto da ipocondria si ritrova a sottoporsi ad un numero esagerato di esami clinici e spesso quando vengono smentite scientificamente le sue preoccupazioni, tende a non credere a ciò che viene rimandato dai medici. Decide quindi di continuare la ricerca sul web per arrivare a confermare le ipotesi diagnostiche.

Il rapporto con i professionisti in carne ed ossa rischia di essere inficiato e pur di confermare le proprie paure si preferisce passare da un medico all’altro a volte “sventolando” il frutto della ricerca sul web.

A lungo andare, lo stress della continua ricerca della diagnosi ai propri mali non fa altro che peggiorare lo stato di salute della persona perché le energie e il tempo spesi stancano e le preoccupazioni non fanno altro che  fomentare l’ansia, la depressione, disturbi del sonno o dell’appetito o dare origine a somatizzazioni particolari che a loro volta, alimenteranno la convinzione di essere malati. Insomma si cade in un circolo vizioso di mali che si autoalimenta.

Senza contare che chi soffre di cybercondria (come il classico ipocondriaco), svolgendo esami clinici inutili e in quantità elevata va a gravare anche sui costi del Sistema Sanitario.

Cosa si può fare per rimediare e spezzare questo circolo?

Innanzitutto la presa di coscienza del problema è il passo essenziale per uscirne. Rendersi conto che la ricerca spasmodica di sintomi e la paura di avere delle malattie è una questione del tutto psicologica e che può essere risolta attraverso un lavoro su se stesso nello studio di uno psicoterapeuta.

Tutto ciò può essere fatto una volta che i medici abbiano escluso effettivamente la presenza di malattie organiche.

La psicoterapia strategica integrata ad esempio attraverso una serie di sedute basate su specifiche tecniche già testate su diversi pazienti porta alla risoluzione del problema in brevi periodi.

Detto ciò non voglio arrivare alla conclusione che non sia assolutamente il caso di informarsi su internet, ma semplicemente dire che devono essere sempre le persone specializzate ad avere l’ultima parola su eventuali diagnosi da fare.

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Set
09
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 09-09-2013

Dopo tre mesi di pausa, gli orari più flessibili, le giornate passate a giocare, il rientro a scuola potrebbe risultare pesante sia per i bambini che per i genitori che dovranno gestirli durante i momenti di stanchezza e di tensione nel riprendere in mano i libri.

Così come è difficile per gli adulti rientrare al lavoro dopo le ferie, stesso discorso vale per gli studenti che rischiano di dover affrontare il mal di scuola: stanchezza, mal di testa, disturbi del sonno.

Oltre ad una forte componente psicologica del mal di scuola e della sindrome da rientro vacanziero, ne esiste anche una fisiologica. Infatti, durante le vacanze, anche le ghiandole che producono gli ormoni dello stress “riposano” grazie al rallentamento degli stili di vita. Occorre quindi un loro riadattamento alle giornate a pieno ritmo che viene percepito dalle persone attraverso i sintomi tipici di cui sopra vi ho accennato.

Già dopo una settimana dal rientro a scuola è normale essere più attivi. Solo nei casi più gravi, i sintomi non scompaiono ma sfociano in ansia o depressione.

Per non perdere il sorriso anche in questa situazione, si possono seguire delle strategie ben definite.

  • Il primo passo da fare è sicuramente quello di infondere nei bambini la voglia di rientrare a scuola, ad esempio ricordando i bei momenti da trascorrere con gli amici, le maestre, le gite, i giochi fatti durante l’attività.
  • Coinvolgerli nell’acquisto del materiale scolastico.
  • Il rientro ai ritmi della scuola non deve essere brusco, effettuato da un giorno all’altro, ma bisognerebbe riabituare i bambini già da qualche tempo prima. Ad esempio,iniziando nuovamente a mandarli a letto presto la sera e facendoli dormire tutte le ore necessarie affinchè si possano risvegliare sufficientemente riposati.
  • Far fare un’abbondante colazione e dedicare alcune ore della giornata alla lettura o alla compilazione dei libri estivi che solitamente vengono consigliati dalle insegnanti.
  • Far preparare lo zaino per la scuola.
  • Decidere insieme che tipo di merenda portare per la ricreazione.
  • Rimettere i bambini in contatto, se durante la pausa estiva non c’è stata occasione, con i compagni di classe.
  • Non pretendere e non far pesare ai bambini di non essere pienamente in forma sin dal primo giorno di scuola, tanto meno confrontarli agli altri che sono più “svegli”.
  • Meglio spronarli, ma con le giuste dosi.
  • Capire quando i loro sintomi da rientro sono veri e quando invece sfociano nei capricci è molto utile per non colludere con essi.

So che quando si parla di capricci il tema è angusto e ignorarli diventa difficile, ma pensate di agire sempre secondo il bene dei vostri bambini.

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Mar
25
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 25-03-2013

Troppo spesso sentiamo parlare di gravi fatti di cronaca di omicidi e  suicidi legati alla crisi economica.

Ci sono quei periodi in cui pare che dall’uno ne nasca un altro quasi a richiamare eventi di emulazione. Ad esempio, la tragedia di San Felice, nel segratese, o l’altrettanto terrificante evento avvenuto nella sede della Regione Umbria, entrambi verificatisi nel giro di pochi giorni qualche settimana fa.

Mi chiedo se siano tutti episodi connessi direttamente alla disastrosa economica che il Paese sta attraversando, o se essa sia stata la goccia -portatrice di disagi psicologici e mancanza di risorse per affrontarli- che poi ha fatto platealmente traboccare il vaso?

Non penso che sarò io a trovare la giusta riposta a queste domande, ma tanti sono i dubbi che mi affliggono.

Leggendo un po’ di articoli, ciò che mi spaventa è che subito la maggior parte di essi descrive un fenomeno in aumento direttamente proporzionale alla decadente situazione economica.

A quanto pare le persone sono sempre più esposte ad episodi depressivi che portano alla perdita di lucidità, piuttosto che di volontà necessaria ad affrontare una qualsivoglia crisi. Persone più fragili rispetto ad altre che trovandosi alle prese con un’intricata storia economica non trovano altra soluzione che in un risvolto tragico.

La depressione sì, ma anche una rabbia accecante e forse la frustrazione di una mancata soluzione ai propri problemi.

Erano episodi che si potevano evitare? Se non ci fosse stata la crisi economica, qualcos’altro avrebbe potuto scatenare la furia omicida/suicida di queste persone? Sicuramente sono domande che si stanno ponendo soprattutto coloro che hanno avuto a che fare con le persone coinvolte.

Certo, una sana situazione nazionale potrebbe risparmiare tanti disagi.

Da psicologa, mi vien subito da pensare al senso di solitudine che si prova nell’essere costretti ad affrontare certe condizioni e che arriva a prevalere su tutto ciò che è vita e voglia di reagire positivamente.

E’ un senso di solitudine che davvero non può essere colmato?

Non voglio giustificare la furia omicida che porta a dover decidere della vita altrui. Per togliermi un pensiero scomodo, preferirei pensare che chi ha premuto il grilletto contro degli innocenti sia stato davvero incapace di intendere e di volere, ma non posso averne la certezza. Forse la crisi economica potrebbe essere il motivo ufficiale di drammatici gesti a cui invece si arriva in seguito ad altri generi di cause concatenate.

Contro chi dovremmo prendercela?

Contro lo Stato che per tutta una serie di questioni si trova in una situazione di caduta libera in cui i cittadini si sentono soffocati e la cui conseguente mancanza di ossigeno fa perdere il senno?

Contro il fatto che i cittadini non si sentano ancora liberi di chiedere un supporto psicologico adeguato?

Contro le istituzioni che spesso non sono in grado di offrirglielo?

Spesso mi sento dire che siccome i problemi riguardano delle questioni materiali, non si possa trarre vantaggio da un adeguato supporto psicologico. Dispiace molto sapere che ancora esiste il pregiudizio secondo cui non si può essere aiutati a cercare delle soluzioni psichiche ed emotive per affrontare le varie crisi.

E’ pur vero che la situazione economica in cui versano gli individui condizionano prepotentemente e inevitabilmente la loro vita, ma è anche vero che la tutela della salute mentale dovrebbe essere una delle priorità sociali e i cittadini dovrebbero avere la possibilità di palesare il disagio psicologico per essere curato e prevenire così delle tragedie.

 

 

Mar
07
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 07-03-2013

Buongiorno a tutti,

come ogni tanto capita, pure oggi vi segnalo un articolo pubblicato sul sito di Repubblica qualche giorno fa.

Uno studio dell’Istituto Giapponese di Scienze Radiologiche illustra come la convinzione di essere superiori sia frutto dell’interazione tra due regioni cerebrali ben specifiche. Le persone depresse non sarebbero coinvolte da questo meccanismo, ragion per cui, tendono ad essere più realiste rispetto a quelle sane.

Specifica l’artefice nipponico della scoperta, Yamada, che “I depressi hanno una visione più realista di se stessi e quando sono depressi gravi, hanno una visione pessimista”.

Questa scoperta potrebbe essere quindi una chiave di volta per la cura della depressione!

Per leggere l’articolo cliccate quì.

Intanto vi auguro una buona giornata,

Caterina Steri

Se ti interessa leggere ancora i miei post sulla depressione clicca quì.

Feb
21
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 21-02-2013

La depressione reattiva è una forma depressiva che si sviluppa nelle persone in seguito ad una esperienza vissuta come perdita. Ad esempio la fine di una relazione o un lutto, un licenziamento. La persona colpita reagisce all’evento doloroso in modo esagerato e patologico con veri sintomi depressivi perdendo la capacità di reagire.

La sintomatologia può risolversi in tempi brevi oppure avere un decorso più lungo che potrebbe sfociare in una vera depressione endogena e cronicizzarsi.

Può insorgere in qualsiasi età, più frequentemente durante l’adolescenza e la vecchiaia. Le donne solitamente sono più a rischio rispetto agli uomini.

I sintomi si sviluppano nell’arco di alcune settimane in seguito all’evento doloroso. Tra i più comuni si hanno:

  • riduzione dell’attività fisica, svogliatezza e eccessiva stanchezza
  • tristezza, melanconia e sensazione che da un momento all’altro possa accadere un altro evento doloroso
  • disturbi gastrici e ormonali
  • disturbi del sonno
  • propensione a piangere spesso e senso di disperazione
  • scarso o eccessivo appetito

 

Di norma i farmaci vengono usati molto poco nel trattamento della depressione reattiva. Il trattamento principale è la psicoterapia che ha come scopo quello di aiutare il paziente a ridimensionare il proprio vissuto rispetto all’evento che ha portato allo scatenarsi della patologia.

Personalmente, in casi del genere ritengo importante lavorare sul concetto di resilienza, ovvero sull’aiutare la persona ad assumere degli strumenti tali utili ad affrontare le crisi che la vita più o meno spesso ci riserva.

Il paziente impara a sentirsi più sicuro e a credere in se stesso.

Solitamente la prognosi è favorevole, anche se in alcuni casi è recidivante. Infatti è fondamentale eseguire un efficace lavoro di psicoterapia.

Leggi anche gli altri articoli che parlano della depressione e sulla resilienza.

Per ulteriori informazioni sulla depressione invitiamo i lettori a visitare la seguente pagina
http://www.capireladepressione.it/la_depressione.html.

Feb
07
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 07-02-2013

Buongiorno a tutti,

nei giorni precedenti ho scoperto quest’articolo che parla di come il Governo Inglese finanzi la psicoterapia e dei vantaggi di questa manovra sia sulla salute dei cittadini che sull’economia del Paese.

Sarebbe proprio bello che anche in Italia venisse fatto lo stesso e che la Psicoterapia venisse considerata per l’importanza che veramente rappresenta.

Voi che ne pensate?

Intanto cliccate quì per leggere l’articolo e fatemi sapere la vostra opinione.

Buona giornata a tutti,

Caterina Steri.