Giu
26
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 26-06-2017

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Ultimamente ho diminuito le pubblicazioni sul blog a causa di vari impegni di lavoro e trasferte a Roma per continuare la mia formazione professionale. Senza contare i vari cambiamenti a livello personale degli ultimi mesi.

Mi manca molto poter dedicare più tempo a questo spazio, ma mi rendo conto che pur volendo, non possiamo fare tutto nello stesso tempo. E’ quindi, anche se ammetto che a volte mi costa dover “rallentare” nel fare tutto ciò che vorrei in tempi ristretti, ho capito che in questo momento è meglio così. Anche perché, con il giusto aiuto, ho capito che a volte il termine “rallentare”, non ha solo un’accezione negativa in se, ma  significa “autoregolarsi” sulla base di quelle che possono essere le situazioni di vita che vengono a presentarsi in certi periodi. Ci sono momenti in cui alcune priorità si sostituiscono ad altre e sarebbe quindi una forzatura ignorarle per seguire forzatamente i soliti schemi a cui siamo abituati. Lo so, è difficile farlo, ma forse per riuscirci potremmo considerare come nostra priorità principale ed assoluta il nostro benessere personale, per raggiungere il quale spesso dobbiamo passare attraverso strade diverse. Strade nuove, a cui non siamo abituati ma che sono necessarie per stare bene. Perché a volte quelle solite, che sono state altamente funzionali in passato e magari lo saranno anche in futuro, nel nostro presente potrebbero essere più di intralcio che altro. Non ha senso quindi ostinarci a volerle perseguire. E non ha nemmeno senso lasciarle con l’idea di aver fallito.

Allora, preparandomi a prender sempre più confidenza con le mie nuove priorità, invito anche voi a farlo. Potrebbe essere un processo che intimorisce, ma come si dice, il nostro benessere e la realizzazione dei nostri desideri risiedono sempre dietro alle nostre paure.

Mag
29
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 29-05-2017

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Finita una relazione che si fa? C’è chi decide di non volerne sapere per un bel po’ perché troppo sfiduciato e provato dalla rottura, c’è chi spera in un ritorno di fiamma e chi va alla ricerca immediata di un’altra storia perché non sopporta la solitudine.

Come sempre, siamo tutti diversi e tutti affrontiamo le situazioni in modo totalmente personali. Ma quando possiamo dire di essere davvero pronti per vivere serenamente una nuova relazione senza avere il patema d’animo della solitudine?

Non c’è sicuramente un periodo di tempo preciso, forse però delle condizioni personali da considerare. Affronto quotidianamente con i miei pazienti tematiche del genere, soprattutto perché si chiedono il motivo per cui tendano a stare con persone da cui non ottengono soddisfazioni relazionali? Dal mio punto di vista non sono situazioni casuali, ma frutto di dinamiche personali e comportamentali reiterate nel tempo che, in fin dei conti, portano a stare con persone che hanno più o meno sempre le solite caratteristiche. Ecco svelato il mistero del “perché succede sempre a me?”

Forse il momento ideale per iniziare una relazione felice è quando si sta bene da soli, quando non si sente il bisogno di avere una persona affianco per colmare i vuoti personali ma per avere qualcosa in più rispetto a quello che già si è e che da soddisfazione di se stessi. Quando si è liberi dalla paura della solitudine e quando si apprezzano e si ricercano i momenti per stare soli.  La capacità di stare con se stessi è indice di  quanto ci si apprezzi e del non bisogno di elemosinare la compagnia altrui.

Questo fa si che si possano instaurare relazioni, non solo amorose, ma anche amicali, con persone che si trovano in sintonia con questo nuovo modo di essere in cui la libertà e lo spazio individuale vengono rispettati. E porta a rifuggire da chi non condivide questo aspetto e magari tende a volere relazioni simbiotiche.

Quando ci si accinge a conoscere una nuova persona, meglio chiedersi dunque se questa vi piace davvero o vi state accontentando?

Se quando non state insieme, vi manca perché l’altro in realtà vi fa stare bene o perché non riuscite a stare soli?

Se state con qualcuno che non vi piace fino in fondo e sperate che prima o poi le cose cambino?

Ecco, se avete risposto affermativamente alle seconde opzioni delle prime due domande e in modo positivo alla terza, sappiate che frequentate quella persona non per il piacere di starci insieme ma perché state semplicemente cercando una strategia (disfunzionale) per evitare di rimanere soli.

Esistono delle semplici domande da farvi che hanno la capacità di aprirvi un mondo di consapevolezze. Domande a cui bisogna avere il coraggio di rispondere con estrema sincerità. Perché non basta solo farsele, ma anche rispondere ad esse nel modo più sincero possibile. Cosa a cui spesso si rinuncia pur di non rimanere soli o al contrario, pur di evitare di immergersi in una storia che potrebbe avere le basi per fiorire in qualcosa di sano e meraviglioso.

Si dice che la realizzazione di noi stessi e dei nostri desideri stia proprio dietro alle nostre paure, vale quindi la pena affacciarsi e vedere cosa si celi dietro ad esse, qualsiasi sia la strada che poi dovremmo percorrere per raggiungere la felicità.

 

Mag
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-05-2017

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Facciamo sempre di tutto per difendere le nostre abitudini, anche quelle più dannose. E nonostante capiti di prendere coscienza della loro tossicità, continuiamo imperterriti a seguirle. Anche a costo della nostra felicità.

Scrivo queste righe perché reduce da una giornata di colloqui, dove per coincidenza, o proprio perché atteggiamenti del genere siano tanto diffusi, il tema in questione è stato una sorta di filo conduttore.

E’ proprio vero che siamo “tossici” e dipendenti dalle nostre abitudini. Da un lato, ben vengano quelle che ci recano piacere, quelle che ci spingono ad amarci, ad amare, a rispettarci. Ma quando così non è che succede? Perché hanno così tanto potere su di noi? Ebbene si, le abitudini creano dipendenza, sono conosciute, prevedibili, proprio per questo costituiscono una confort-zone a cui è difficilissimo rinunciare.

Pensiamo ad esempio a quelle tante coppie che stanno assieme pur non amandosi, pur non soddisfandosi, ma accontentadosi dell’abitudine dello stare insieme. Di quei rituali che spesso non sopportano, ma che sono talmente conosciuti e prevedibili che nonostante tutto è meglio tenerseli. E questo perché? Perché spaventa non sapere cosa ci potrebbe essere al loro posto, spaventa l’ignoto. E diciamola, spesso spaventa dover rimettersi in gioco per creare un’alternativa, il cui esito non è assicurato. Senza ammettere che per alcune abitudini, qualsiasi alternativa sarebbe migliore.

Le abitudini ci danno dipendenza, ci assuefano e quando vengono spezzate, inizialmente possiamo stare male, solo perché entriamo in un processo di astinenza che ci rende insicuri e dubbiosi, ma una volta che questa fase viene superata, possiamo reputarci liberi.

Non abituiamoci quindi alle cose conosciute, o meglio, non accontentiamoci di esse solo perché tali. Anzi, proprio perché sappiamo che non ci possono soddisfare  e rendere felici, non adagiamoci su di esse, ma diamoci sempre un’alternativa migliore, per quanto faticoso possa sembrare il suo raggiungimento.

E per rispondere a chi a volte mi chiede che si fa in psicoterapia, oggi posso rispondere dicendo che essa serve per non accontentarsi di essere infelici, solo perché ne siamo abituati, ma ci aiuta a fare di tutto per raggiungere la felicità. Per vivere la vita da attori protagonisti, non per subirla passivamente illudendosi che esista solo un modo per stare sulla terra.

Mag
04
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 04-05-2017

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Sono questi anni in cui matrimoni e relazioni finiscono al capolinea e da entrambe le parti ci si riorganizza la vita assieme ad altri partner. Tutto nella norma. Anzi, lo vedo come un passo importante quello di riconcedersi un’ulteriore chance relazionale, anziché gridare alla sfiducia cosmica nei confronti del genere umano e di se stessi. Ma quando ci sono figli di mezzo, che succede? Ci si chiede spesso quando e se esista il momento giusto per presentare alla prole il novo partner di mamma o di papà. C’è chi lo fa troppo frettolosamente e chi invece rinuncia a vivere la nuova relazione alla luce del sole per paura di causare danni irreversibili. Sia nell’una che nell’altra situazione gli effetti negativi possono essere sempre dietro l’angolo.

Esiste davvero un momento giusto? Sicuramente non abbiamo un rigido protocollo a cui rifarci, perché ogni situazione è talmente personale che sarebbe riduttivo non adattare ad ognuno una modalità personalizzata.

Bisogna innanzi tutto lasciare il tempo ai figli e anche a se stessi (ma questo è un altro discorso), di elaborare la nuova situazione in casa. Ovvero, i bambini/ragazzi hanno bisogno di una fase di adattamento in cui devono avere il tempo di accettare il cambiamento dovuto ad una separazione genitoriale o alla morte di uno dei due. L’elaborazione di un lutto può richiedere anche qualche anno.

I tempi possono venir condizionati anche dalla natura della separazione genitoriale: violenta o pacifica, per esempio.

I figli hanno assoluto bisogno di stabilità e di sapere che i loro genitori siano presenti e collaborativi tra loro. Inserire improvvisamente una persona dentro casa, soprattutto quando i tempi possono non essere maturi può creare una forte crepa nella loro quotidianità. Anche perché hanno dei tempi di adattamento diversi da quelli degli adulti e sopratutto perché nella maggior parte delle volte loro non avrebbero voluto una separazione della coppia genitoriale.

Prima di decidere di presentare il nuovo partner alla prole è importante capire se la relazione è qualcosa che può protrarsi nel tempo o se passeggera, perché i bambini tendono ad affezionarsi e far entrare e poi riuscire dalla loro vita un persona di passaggio può essere ulteriormente destabilizzante.

Ricordiamoci inoltre che i figli non sono amici a cui poter confidare le proprie esperienze amorose, tanto meno a cui chiedere consigli al riguardo. Per quello appunto, ci sono gli amici.

Prima di imporre una nuova presenza dentro casa, meglio spiegare cosa stia succedendo, adattando il discorso alle età in questione e capire quali siano i vissuti e le reazioni al riguardo.

Sarebbe inoltre importante introdurre a piccole dosi la nuova figura per non far percepire un senso di invasione. Non esistono tempi canonici di adattamento, c’è chi lo fa con più o meno difficoltà.

E’ fondamentale che i figli non abbiano l’impressione che il nuovo arrivato voglia sostituire quella genitoriale che non abita più con loro. Tenere i ruoli ben definiti è fondamentale per non creare confusione e senso di smarrimento.

Se il processo avviene gradualmente e nel rispetto delle esigenze e delle tempistiche di tutti, i figli possono arrivare ad instaurare un ottimo rapporto con il nuovo partner.

In quest’ottica il nucleo familiare può andare incontro ad una vera a propria evoluzione.

Una situazione ideale in caso di separazione e ricostituzione della nuova coppia, innanzi tutto è che la coppia genitoriale riesca a mantenere un ruolo equilibrato. Ma ripeto, questa spesso è una situazione ideale, perché è molto più facile farsi sopraffare dal dolore e dal rancore e cercare di distruggere l’immagine dell’altro agli occhi dei figli. Figuriamoci quanto può essere dannoso l’introduzione di un’altra persona in situazioni tali.

Il nuovo partner deve essere ben consapevole che non sta instaurando una relazione solo con il partner, ma anche con il suo contesto familiare, stando attento a non oscillare tra il volersi sostituire al genitore nel rapporto con i “figliastri” ad un ruolo di totale marginalità ed indifferenza.

Gen
30
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 30-01-2017

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Proprio nel giorno della memoria, mi sono ritrovata a scoprire la cosiddetta “legge sugli schiaffi” nel sito di repubblica.it

La “”legge sugli schiaffi, a Mosca, passerà per il Senato e poi sotto le mani del presidente Putin.

Questa mira a declassare “le percosse in famiglia ad un illecito amministrativo punibile con un’ammenda tra i corrispettivi 80 e 470 euro e l’arresto da 10 a 15 giorni o qualche ora di Servizio Civile”. Inoltre la violenza domestica resterà punibile con il carcere per un massimo di due anni, se ripetuta più volte nello stesso anno o motivata da odio e teppismo.

La motivazione di odio e teppismo vorrei che qualcuno venisse a spiegarmela.

Tutto questo accade basandosi su una tesi di fondo secondo cui che ciò che succede dentro le mura domestiche non sia affare dello Stato, nonostante le statistiche ufficiali dimostrino che il 40% di tutti i crimini violenti avvenga tra le pareti domestiche.

Che dire?

Sinceramente sono rimasta senza parole, forse perché soffocate dal senso di orrida inciviltà che subito mi ha travolto.

Siamo ancora così? Nel 2017 dobbiamo ancora trovare un modo per giustificare le violenze ed i soprusi?

La storia non insegna nulla?

Mi sento sconfortata e delusa per quanto il genere umano possa cadere in basso. Per quanto si convinca di progredire attraverso l’ostentazione del potere.

Mi sento delusa dal fatto che i carnefici esistano e debbano essere giustificati. E le vittime che fine fanno?

Come possiamo trovare un progresso nel genere umano se facciamo della violenza la normalità? Oggi sarà normale dare schiaffi alla moglie (purchè non lascino segni evidenti) e domani cosa diventerà normale e scontato?

Non abbiamo ancora capito che il progresso passa anche per il rispetto dell’altro, non solo per le industrie, tanto meno per le armi atomiche?

Per questo mi viene da pensare alle parole di Primo Levi: “Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?”

I mali più grossi non nascono dal nulla, ma da menti abituate a convivere con quelli più “piccoli”, quelli meno visibili agli occhi altrui che danno vita ad episodi sempre più violenti.

Allora non abituiamoci alla violenza, non diamola per normale e non permettiamo che, anche se Mosca sia lontana fisicamente, che quel tipo di pensiero arrivi fino a noi.

 

 

Gen
16
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 16-01-2017

Immagine dal webSono sempre più frequenti le coppie che decidono di sperimentare una convivenza prima di convolare a nozze. Fino a qualche anno fa da tanti non veniva nemmeno presa in considerazione, anzi, era il matrimonio celebrato in età molto giovane, l’unico modo per iniziare una vera vita a due.

Ora la tendenza è ben diversa, si può quasi dire che si stia invertendo. C’è chi preferisce la convivenza al matrimonio e chi saggiamente ne fa una tappa intermedia prima delle nozze,  una naturale prova il cui obiettivo è il matrimonio stesso. Ad altri invece viene un po’ imposto perché uno dei due non è d’accordo con il matrimonio.

Qualunque siano le motivazioni per cui si decide di vivere sotto lo stesso tetto, quella della convivenza, è un passo molto importante per una coppia, quello dove veramente ci si può conoscere e sperimentare il più possibile.

Andare a convivere significa uscire dalla fase dell’eterna “vacanza” in cui gli incontri sono fatti sostanzialmente di questioni più o meno programmate, dove ci si vede soprattutto per piacere e ci si concentra sul cercare di dare il meglio di se, dal trucco, al vestiario, al luogo…

Vivere sotto lo stesso tetto invece, implica stare insieme in tutte le situazioni, anche quelle in cui siamo meno curati, alla condivisione dello stesso bagno, dello stesso spazio nel momento in cui si litiga. Significa anche potersi addormentare e risvegliare insieme all’altro, mettersi in gioco e godere dell’altro nella quotidianità.

Ma quando una coppia decide di andare a convivere?

E’ essenziale non forzare il raggiungimento di questa tappa, ma cercare di essere pronti in due per farlo. Essere decisi a conoscere ogni lato dell’altro, ma non solo, decisi anche a far conoscere ogni nostro lato e a mostrarci in tutte le situazione della quotidianità. La convivenza permette di vivere il partner e di avere o no la conferma di voler stare davvero con lui. Ci possono essere infatti tante sorprese nella convivenza, sia positive che negative.

Attualmente si decide di convivere per mancanza di disponibilità economica da dedicare ai festeggiamenti matrimoniali e perché la precarietà economica spesso impedisce alle persone di sentirsi stabili anche da un punto di vista sentimentale. Organizzare un matrimonio costa parecchio, se lo si vuole fare in un certo modo, e tanti preferiscono convivere direttamente piuttosto che indebitarsi.

Inoltre dividere la stessa casa può costituire un vantaggio economico, piuttosto che dover affrontare le spese di due dimore diverse.

Ho sempre pensato che la convivenza prematrimoniale possa essere una sorta di paracadute per la coppia. Prima di convolare a nozze, sempre meglio fare le prove generali.

Molti si chiedono anche se sia giusto andare a convivere, soprattutto per questioni di carattere morale e religioso.

Certo è che la convivenza non esclude il matrimonio, per molti esso è irrinunciabile, ma può portare al suo compimento con le idee più chiare. E’ anche vero che il matrimonio può essere reversibile, ma è meglio arrivarci senza brutte sorprese. Nonostante la convivenza non ci esuli da eventuali rotture in futuro, essa aiuta a capire a cosa stiamo andando davvero incontro nella vita a due. Anche perché uno dei lati negativi del matrimonio è che è molto difficile e dispendioso porvi fine.

So che diverse persone possono non essere d’accordo con me, perché pensano che la convivenza sia un modo per non prendersi la responsabilità della vita a due, mentre il matrimonio viene vissuto come la casa dell’amore, della famiglia.

Tuttavia, la convivenza può essere vissuta allo stesso modo. Fa la differenza il modo di essere in coppia. Si può essere famiglia anche non convolando a nozze.

Dic
19
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 19-12-2016

Quando una coppia decide di iniziare un percorso di terapia è perché si rende conto di non riuscire da sola a prendere una direzione condivisa e di benessere da parte di chi la forma.

Così come ogni singolo individuo, anche la coppia è sempre in continua evoluzione e necessita di cambiamenti concreti, a volte inaspettati. Problemi economici, l’inizio di una convivenza, la nascita di un figlio, il trasferimento in un’altra città, i rapporti con i nuclei di origine.

All’inizio può sembrare tutto magico, ma con l’avanzare del tempo e la quotidianità, si possono aprire delle crepe nel rapporto che se non “curate” da subito possono portare a problemi più grossi.

In base alla mia esperienza è quasi sempre la donna a proporre una terapia di coppia al partner, e quando lo fa è già abbastanza informata su cosa implichi e ha già identificato un terapeuta di riferimento.

Nella maggior parte dei casi la coppia arriva quando sente la minaccia di una rottura, ad esempio in seguito alla scoperta di un tradimento o all’insorgere di problematiche sessuali.

Nei casi meno gravi, è possibile che venga richiesto un lavoro del genere per migliorare ad esempio la comunicazione, prevenire i conflitti e gestirli al meglio nel momento in cui si presentano, imparare ad educare i figli in maniera armoniosa, garantirsi un futuro duraturo ed armonioso.

In base alla problematica potrebbero essere sufficienti poche sedute per risolverla o tempi più lunghi.

Certo è che bisogna avere una forte motivazione da parte di entrambi per compiere un percorso del genere.

Vengono analizzati i problemi per capirne la loro natura e vengono prospettati dei cambiamenti, dove necessario e possibile per raggiungere livelli di benessere migliori.

Se non vi è un impegno da parte di entrambi la terapia di coppia è destinata a fallire e spesso intraprende una terapia personale chi veramente vuole risolvere i problemi.

Naturalmente è imprescindibile una totale fiducia nel terapeuta a cui ci si rivolge.

Nonostante la specificità di tutti i problemi che una coppia possa avere, esistono degli obiettivi generali della terapia a due, ovvero il miglioramento della comunicazione, acquisizione della consapevolezza degli schemi mentali e comportamenti che vengono messi in atto, la capacità di risolvere i problemi, la definizione dei ruoli nella coppia e del sistema in cui vive, il rispetto reciproco, l’accettazione dei cambiamenti, l’acquisizione di atteggiamenti costruttivi e non distruttivi e giudicanti.

Sarebbe meglio iniziare una terapia prima che i problemi diventino troppo grossi.

 

 

 

Dic
05
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 05-12-2016

Questo per me è un periodo lavorativo di cambiamenti.

Per cercare di rendere al meglio nel mio lavoro ho dovuto fare delle scelte, combattendo tra il desiderio di avere il tempo per poter fare tutto e la consapevolezza che una giornata di ventiquattro ore a volte non mi sia sufficiente per concludere ciò che mi sono prefissata, se non a caro prezzo. Ovvero, se non arrivando alla sera consumata dalla giornata di lavoro.

Ad un certo punto mi sono ritrovata di fronte ad un conflitto interiore. Da un lato mi sentivo di non dover mollare, dall’altro avevo voglia di “rispettare” me stessa e la mia vita personale. Quindi, nonostante la difficoltà, ho deciso di tagliare su alcune attività e concedermi un po’ più di tempo per viverlo con maggiore qualità.

Da quando sono riuscita a mettere in pratica la mia decisione ho dedicato più tempo di qualità al mio blog, alla mia formazione e a me stessa.

Penso che tutto questo si stia ripercuotendo positivamente anche sui lavori fatti con i miei pazienti perché le energie da dedicare loro sono maggiori. Allora si, posso dirmi che a volte rallentare un po’ non è male e che ci guadagnano tanti aspetti della nostra vita.

Dove ho imparato tutto questo? Sicuramente dalla mia psicoterapia personale, i cui effetti, seppure conclusasi da parecchio tempo, mi accompagnano quotidianamente. L’ho imparato dalla mia formazione che non mi permette di aiutare gli altri se non riesco ad aiutare me stessa, ma soprattutto lo imparo ogni giorno dai colloqui con i miei pazienti, dal continuo scambio con loro, dalla loro contagiosa voglia di vivere una vita migliore.

Per questi motivi ho voluto condividere con voi questi miei pensieri perché tante volte mi ritrovo a dover aiutare le persone ad organizzare una vita di qualità e nel clima di questo progetto mi rendo conto che sia sempre difficile lasciare andare un po’ di cose perché non si ha la certezza che possano arrivarne altre, e non ci si rende conto che quelle “altre” in realtà sbocciano nel momento in cui rallentiamo e liberiamo la mente lasciando spazio a nuove iniziative.

Questo non sempre è possibile, ma il più delle volte abbiamo solo bisogno di concederci qualche piccolo cambiamento rispetto ai soliti ritmi quotidiani per aprirci a mondi che mai avremmo contemplato nel caos delle nostre giornate.

Ott
17

Il sesso per alcune coppie può essere qualcosa di molto semplice, donatore di piacere, godimento, maggiore intimità e condivisione. Per altre può essere qualcosa di doveroso, da fare a scadenze precise, uno sforzo continuo per cercare di tenere vivo il rapporto fatto di automatismi e gesti meccanici.

La sessualità può quindi avere diversi risvolti in base a chi la vive. Essa non passa solo attraverso il corpo, ma allo stesso modo coinvolge la mente.

Nelle relazioni il sesso può venire influenzato da diversi fattori, non solo dall’eccitazione fisica: il tempo a disposizione, la salute, la qualità del rapporto, l’intimità.  Proprio per il coinvolgimento di tutti questi fattori non si riduce solo all’atto in sè, ma a tutta una serie di situazioni di cui questo sarà il culmine: dal corteggiamento, agli sguardi, al sentir l’odore dell’altro, ai giochi che lo precedono, ai sentimenti di ognuno e alla comunicazione relazionale.

La sessualità è un forte indice della qualità della coppia, importante ingrediente della vita a due. E quando questa trova dei problemi il rapporto ne risente, anche se il disagio può non venire riconosciuto ne esplicitato. Permette infatti una continua riflessione sulla vita individuale che di coppia e da notizia della storia personale e relazionale di chi la vive.

Per tenerla al meglio si può imparare a parlarne esplicitamente, ad “esplorare” l’uno il corpo dell’altro cercando di raggiungere non solo il proprio piacere ma anche quello del partner.

Bisogna cercare di non ridurla al solo atto, ma attribuirle una cornice che si caratterizzi con il corteggiamento, i preliminari, i momenti di intimità quotidiani e la libertà sia mentale che fisica.

E se dovesse esserci un calo del desiderio è importante esserne coscienti e parlarne affinchè  le cose cambino e trovino una soluzione adeguata.

Perché oggi mi sto concentrando su questo discorso? Perché mi piace l’idea di contribuire a far sì che l’aspetto della sessualità non venga relegato al ruolo di contorno nella vita di una coppia, ma gli venga data fondamentale importanza per misurarne la qualità. La mia esperienza formativa e lavorativa mi insegnano che esso sia uno degli argomenti fondamentali nel rapporto a due e come tale debba essere trattato.

Ragion per cui, qualora dovessero esserci dei disagi nella vita sessuale sarebbe sempre meglio esplicitarli al partner in modo da dare inizio ad un eventuale cambiamento e quando necessario chiedere un aiuto professionale per trovare una soluzione adeguata.

 

Ott
13

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Una relazione non si chiude dall’oggi al domani, se non in rari casi, ma dopo periodi di riflessioni, bilanci, dubbi attanaglianti che fanno vacillare sulla decisone da prendere. Se non meno importante, ci si mette anche la paura di un futuro totalmente nuovo che non si sa cosa riservi.

Ci si sente confusi e diventa faticoso mettere ordine ai pensieri e alle priorità. Per questi motivi si rischia di protrarre la decisione fino a data da destinarsi, senza considerare il tempo perduto a stare male che scorre inesorabilmente.

Ma quando è meglio chiudere una relazione?

Nonostante le difficoltà a riconoscerli, ma soprattutto ad accettarli, ci sono dei segnali ben precisi che possono aiutare a capire che la vostra relazione non vada più bene e, nonostante le abbiate provate tutte, vi suggeriscono chiaramente di chiuderla. Proverò quindi ad elencarne alcuni.

  • Non vi considerate più come una volta. Ovvero, non avete più voglia di rendere partecipe l’altro della vostra vita e non siete più stimolati a fargli le coccole o essere dolce nei suoi riguardi.
  • A volte vi sentite infastiditi dalla presenza dell’altro o percepite che la cosa sia reciproca. E tutto ciò che viene fatto o detto non viene più tollerato come una volta.
  • Manca l’attrazione fisica da parte di uno dei due o di entrambi.
  • Quello che provate per l’altro non è più l’amore di una volta, o forse non lo è mai stato veramente.
  • State  con l’altro sperando che prima o poi cambi, nonostante vogliate negare che questa dannata illusione duri già da troppo tempo.
  • La vostra è una rincorsa continua nei confronti del partner, quasi un’elemosinare attenzioni e affetto.
  • Ogni volta che l’uno fa una proposta l’altro accetta controvoglia.
  • I momenti di gioia e condivisione sono solo un ricordo e la realtà ha lasciato spazio alla noia,  a continue discussioni o a interminabili silenzi.

Questi possono essere solo alcuni dei segnali, ma ne potrebbero esistere tanti altri.

Forse una domanda fondamentale da farsi, oltre a quella su quali siano davvero i sentimenti che provate, è quella sul motivo che vi spinge a continuare imperterriti la relazione nonostante siate infelici.

So quanto faccia male chiudere una rapporto, quanto spesso un evento tale venga vissuto come un fallimento, soprattutto dopo diverso tempo in cui si è cercato di investire parecchio su di esso, ma trascorrere del tempo infelici potrebbe solo aumentare la frustrazione e il fastidio nei confronti dell’altro. A lungo andare potrebbe diventare estremamente logorante. Come altrettanto logorante potrebbe divenire il dubbio su cos’altro vi sarete negati nella vita.

E’ vero, tante sono le paure, i dubbi, le sensazioni di fare un salto nel buio, la paura di stare soli, ma invece di badare a cosa state rinunciando potete iniziare dal concentrarvi su cosa potreste guadagnare. Ad esempio la vostra totale libertà ma soprattutto la possibilità di poter iniziare davvero a coltivare la vera felicità.

Uscire infatti da una relazione infelice significa porre il seme della felicità nella vostra vita.