Dic
04

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Ci sono persone che ti danno sicurezza e altre che ti danno strumenti di vita, voi quali preferite?

Le prime sono sicuramente quelle più “comode” perché tendono a sostituirsi a noi facendo le cose al nostro posto. Possono essere figure genitoriali, amici o partner. Sono quelle che alleggeriscono il carico della nostra vita, che spesso ci fanno trovare la “pappa pronta”, dandoci tutta una serie di grandi vantaggi. Ad esempio, i genitori che spianano la strada professionale ai figli, o i partner che non chiedono nessuna collaborazione e si prendono il peso della gestione della casa o dei bambini. Sono solo due esempi rappresentativi. Di questi tempi avere un lavoro pronto per noi è un gran privilegio, così come rientrare a casa e potersi concedere di stare sul divano a non far nulla perché la spesa, la cena e la doccia ai bambini sono già stati fatti.

Ma il rovescio della medaglia quale sarà?

Innanzi tutto, chi fa ciò che dovremmo fare noi ad un certo punto potrebbe stancarsi e smettere pur avendoci abituati per lungo tempo.

Poi, seppure tutto venga fatto in buona fede potrebbe esserci dietro anche un ricatto morale. Ovvero la fatidica frase: ”Dopo tutto quello che ho fatto per te, ti dimostri così irriconoscente?” Ed a volte, tutti i favori ricevuti in precedenza vengono più o meno velatamente richiesti indietro ad un costo che potrebbe rivelarsi molto caro.

Un altro degli svantaggi dell’avere persone che fanno tutto al nostro posto è che quando queste per un motivo o per l’altro non riescono più ad adempiere al loro operato, ci fanno sentire inadeguati a far le cose da noi. La mancanza di abitudine all’indipendenza d’azione è  di progettualità potrebbero diventare estremamente invalidanti e l’autostima potrebbe risentirne fortemente.

Dall’altro lato ci sono invece quegli individui che ci accompagnano nella quotidianità senza sostituirsi a noi, ma spronandoci all’autonomia, dandoci anche i giusti strumenti per raggiungerla. Inizialmente può essere faticoso, ma una volta appreso il meccanismo si diventa indipendenti e orgogliosi di se stessi. Ma soprattutto liberi di agire e svincolati da qualsiasi tipo di ricatto morale.

Quindi è vero che questo secondo genere di persona  ci rende la vita un po’ meno comoda rispetto alla prima, almeno apparentemente, ma pensandoci bene ci scioglie da qualsiasi senso di colpa e di inadeguatezza. Aiuta a rinforzare l’autostima e, nel momento in cui potrebbe più non essere disponibile non ci fa trovare impreparati di fronte alle difficoltà e alle sfide della vita, poiché abbiamo interiorizzato un meccanismo di problem solving tale da non farci arrendere.

Oltre a tutto, quando le persone ci fanno trovare tutto pronto, rischiamo di entrare nell’ottica che tutto ci sia dovuto, perdendo di vista ciò che possono essere le priorità della vita, facendoci vivere quelli che dovrebbero essere dei doveri come diritti per il cui raggiungimento non dovremmo fare alcuno sforzo.

Nel secondo caso invece impariamo a guadagnare con le nostre forze ciò che vogliamo e a goderne di più.

 

 

Ago
28
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 28-08-2017

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Qualche tempo fa un conoscente mi ha parlato di un libro che racconta una storia molto particolare dal titolo “Il banchiere dei poveri” di Muhammad Yunus (1988). L’autore e protagonista del racconto è il fondatore di una banca bengalese, la Grameen, che concede prestiti alle persone molto povere per aiutarle ad avviare delle piccole imprese, senza chiedere loro nessuna garanzia, se non un rapporto basato esclusivamente sulla fiducia. Il banchiere dichiara infatti che tutti abbiano delle enormi risorse, ma che allo stesso tempo per esprimerle abbiamo bisogno della fiducia altrui per credere in noi stessi e per esserne consapevoli.

Se ci riflettiamo è lo stesso meccanismo secondo cui in base alle impressioni che abbiamo di una determinata persona tendiamo sempre a cogliere i segnali che in un certo senso confermino la nostra idea iniziale.

Questo è quello che noi psicologi chiamiamo effetto  Pigmalione o Rosenthal, dal nome dello psicologo tedesco che ne parlò per primo. La prima denominazione invece si rifà alla mitologia greca  che narra di Pigmalione che dopo aver creato una scultura femminile e vedendone la sua enorme bellezza, chiese alla Dea Afrodite di trasformarla in una creatura umana. La dea accettò la richiesta da cui “nacque” Galatea che aveva esaudito le aspettative e speranze di Pigmalione. Quest’ultimo in un certo senso plasmò la personalità e le doti personali della sua sposa, credendo fortemente in esse.

Tornando alla realtà, stiamo parlando anche dell’influenza psicologica per cui gli individui hanno la tendenza a conformarsi all’immagine che gli altri hanno di loro. Un classico esempio, riprendendo gli esperimenti di Rosenthal, è che se gli insegnanti pensano che un bambino sia più o meno capace degli altri, lo tratteranno, anche inconsciamente, secondo la loro convinzione. A sua volta il bambino, facendo suo il punto di vista dell’insegnante, si comporterà in modo tale da conformarsi ad esso.

E’  un fenomeno che avviene sia in senso positivo che negativo (proprio per questo insisto sempre sul fatto che ci dobbiamo circondare di persone che riescano a credere nelle nostre risorse).

Godere della fiducia altrui, in qualsiasi ambito della nostra esistenza, equivale ad avere in mano un potente strumento per arricchirci e poter cogliere diverse opportunità di vita. La carenza di fiducia altrui invece, rende deficitaria la nostra autostima e rischia di crearci frustrazione e immobilismo.

Possiamo quindi sapere che ognuno di noi ha delle enormi risorse e che per poterle portare alla luce possiamo venire aiutati dalla fiducia e dall’incoraggiamento degli altri. Del resto, cosa ce ne faremmo delle persone che non credono in noi?

Nov
10
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 10-11-2016

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Il dipendente affettivo si prostra continuamente, mette al primo posto i bisogni altrui a discapito dei propri e va alla ricerca costante della conferma di poter essere amato. Questi aspetti inevitabilmente si ripercuotono in tutti gli ambiti della sua vita, non solo quello amoroso, ma anche nel resto delle relazioni sociali e in campo lavorativo.

A questo proposito, oggi vorrei provare a raccontare come gestisce il lavoro la persona affetta da dipendenza affettiva.

Senza dubbio è una persona altamente efficiente perché il suo bisogno di amore la spinge a impiegare grosse energie per avere l’approvazione del capo e dei colleghi che spesso considera la sua famiglia, il nido in cui trova protezione e fa di tutto per meritarsela.

Apparentemente sembra anche che voglia fare carriera, considerato quanto si impegna nella professione, ma questo in realtà cela una forte insicurezza a cui tenta di ovviare sforzandosi in ogni modo per ottenere il consenso altrui e non accettando la possibilità di fare il  minimo errore. Allo stesso tempo vive nell’angoscia più totale per paura di essere abbandonato o tradito, a volte dimostrandosi antipatico e aggressivo. Questo capita quando il suo impegno diventa scontato agli occhi altrui che per abitudine smettono di palesare le conferme e le gratificazioni. In alcuni casi gli ingrati colleghi iniziano anche a pretendere che il dipendente affettivo lavori fino allo stremo e non accettano di buon grado sue forme, anche minime, di trasgressione ai suoi soliti modi di fare.

Come ogni dipendente affettivo, quando non si sente gratificato diventa più insicuro e cerca di sforzarsi ulteriormente per ottenere una qualsiasi forma di approvazione. Per questo infatti  non riesce a costruire delle relazioni sincere.

Egli non riesce a gratificarsi da solo, a riconoscere le sue risorse, dipende dal giudizio altrui ed evita gli scontri in qualsiasi modo pur di non creare “malumori” nei suoi confronti. Non è obiettivo nemmeno nei confronti delle ingiustizie che subisce e non manifesta mai il suo disappunto proprio per non incorrere nel rischio di venire giudicato, anche quando è palesemente nel giusto.

Inoltre, ha il terrore dei cambiamenti perché li vede come minacce certe al suo status. Come di solito accade, può prendere consapevolezza del suo problema solo quando raggiunge situazioni di estremo malessere in cui ormai ciascuno sforzo che fa diventa stremante e allo stesso tempo non raggiunge lontanamente il risultato sperato. Si rende conto allora di essersi alienato da tutto il resto del mondo per impegnarsi senza sosta a lavoro.

Questo sarò il momento in cui si potrà porre di fronte alla decisione di liberarsi dalle catene della dipendenza o di far finta di nulla e andare avanti come se nulla fosse accaduto.

Per liberarsi dalla situazione patologica lavorativa deve riuscire a ridimensionare la sua attività professionale per dare spazio ad una quotidianità diversa fatta di autoaffermazioni ed impegno in altre attività e relazioni. Deve riscoprire la bellezza di fare quindi altri tipi di esperienze smettendo di compiacere gli altri e considerando in primis i propri bisogni.

Deve rendersi conto di dover piacere prima di tutto a se stesso che agli altri, pur avendo vissuto con intenti contrari per anni, proprio per questo sarebbe opportuno cercare un aiuto terapeutico.

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Set
22
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 22-09-2016

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Più volte abbiamo parlato dei vittimisti patologici, senza approfondire su come potersi difendersi da loro per non venirne fagocitati, perché si sa, sono dei veri e propri vampiri emotivi.

Quelli che quando li  incontrate vi lasciano addosso un senso di stanchezza, di vuoto e, qualora si siano impegnati abbastanza, anche un cambiamento di umore  in negativo, naturalmente.

Attenzione però, il vittimista patologico può essere un falso adulatore e quindi inculcare nelle sue prede un senso di confusione che non permette loro di inquadrarlo subito come causa del malessere personale.

  • Il primo passo da fare quindi è quello di prender coscienza del suo atteggiamento e soprattutto degli sgradevoli effetti che genera.
  • Senz’altro, un’ arma a suo sfavore è la cura costante della propria autostima che permette di assorbire meno le influenze negative altrui.
  • Altro step fondamentale è quello di stabilire dei confini con questo individuo, non permettere che li varchi ed evitare di creare con lui situazioni di debito che al momento giusto potrebbe venire rinfacciato.
  • Meglio circondarsi di persone che hanno effetti benefici sulla vostra persona, quelle che tengono alla relazione in modo disinteressato e godono dei vostri successi, non dei fallimenti.
  • Non perdere troppo tempo a spiegare al vittimista che si sta auto commiserando, nella maggioranza dei casi non lo accetta e accentua ancora di più i tratti vittimisti.
  • Ignorare i suoi commenti negativi, ricordando che hanno una visione distorta della realtà.
  • Ricordarsi ogni volta che vi dirà che “voi sì che avete avuto la fortuna di…” che ciò che siete è frutto delle vostre esperienze e del vostro impegno a prendervi cura di voi stessi, non della fortuna. Questo potete anche non dirlo al vittimista, l’importante è averlo per bene a mente.

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Lug
04

Quando in una relazione si da priorità esclusiva alla soddisfazione dei bisogni personali piuttosto che creare un equilibrio di coppia in cui vengono curate le esigenze di entrambe le parti il rischio potrebbe essere quello di creare un terreno fertile per il tradimento.

Non tutte le persone sono portate a tradire, ma alcune si e proprio queste ultime cercano un apparente consolazione fuori dal rapporto a due. Un rapporto che è venuto a mancare di significato, in cui spesso i componenti si sentono estranei l’uno nei confronti dell’altro.

Il tradimento rappresenta infatti l’espressione del disagio e della insoddisfazione della coppia, il bisogno di fuggire, di ricercare la sensazione di poter essere compatibili con un altro individuo.

Sono diversi i fattori che possono portare a tradire: intrecci tra il periodo evolutivo della coppia, la fase della vita di chi la compone e la capacità di affrontare e risolvere i problemi in modo costruttivo.

Si può essere infedeli perché incapaci di passare dalla fase dell’innamoramento a quella dell’amore, per noia oppure perché ci si è realmente innamorati di un’altra persona. Oppure c’è chi lo è per vendicarsi del partner, per mancanza di comunicazione, insoddisfazione sessuale, perché soffocati dalla gelosia dell’altro, oppure perché trascurati.

Tutte le coppie reagiscono in modo diverso alla scoperta di un tradimento, c’è chi riesce a perdonare e chi no. C’è chi si rende conto che aver tradito coincide con la fine del rapporto e lo interrompe. Chi si illude di poter andare avanti nella relazione, ma in realtà continua ad essere infedele.

Quello che è certo è che il perdono di un tradimento richiede una profonda elaborazione interiore, come quella di un lutto. In realtà il tradimento è esso stesso un lutto perché vengono a mancare la fiducia e la tranquillità di potersi affidare al partner. Viene anche a mancare l’immagine che si era fatta dell’altro e della coppia. Tutte perdite che per essere recuperate hanno sicuramente bisogno di un nuovo inizio, di una rinascita. In molti casi si prova a perdonare soprattutto per la paura della perdita dell’altro, anche se ha tradito. Non tutti però riescono a farlo, o per lo meno, sono disposti a concedere una seconda occasione.

Sta di fatto che una rinascita è sempre necessaria, anche quando si decide di interrompere la relazione. Occorre infatti una nuova nascita personale, che conceda al tradito di poter avere nuovamente fiducia negli altri, nelle relazioni e verso se stesso. Soprattutto verso se stesso perché scoprire di essere stati traditi mina fortemente l’autostima e la capacità di vedersi come persone degne di un rapporto sano e di qualità. Il tradimento inoltre causa forte rabbia e frustrazione, origine spesso di mancanza di lucidità. Tanti infatti, in preda a queste emozioni si stupiscono delle reazioni personali e delle decisioni che prendono. Perdono di vista il tentativo di riprendere in mano l’amore verso se stessi perché fagocitati da stati emotivi travolgenti.

Occorre quindi un importante lavoro interiore per capire davvero cosa si vorrebbe fare di un rapporto, superare la rabbia e il dolore e sviluppare strategie ad hoc per risolvere i momenti di crisi.

 

Giu
23
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 23-06-2016

Il poeta Osho - Immagine dal web

A proposito del discorso secondo cui l’amore non è possesso, vi vorrei riproporre le parole del poeta Osho che descrivono il concetto di possessione.

Spero facciano breccia nella vostra mente così come è successo a me.

Buona lettura.

Non essere possessivo, perché quando sei possessivo, stai solo mostrando di essere un mendicante.

Quando cerchi di possedere, mostri solo che non possiedi nulla; altrimenti non dovresti fare uno sforzo. Se sei già il padrone, perché sforzarti?

Per esempio, se ami una persona e cerchi di possederla, non la ami. Non sei neanche certo che la persona ami te. Ecco perché crei tutte quelle misure di sicurezza, la circondi di trucchi e furbizie di ogni genere, proprio perché così non potrà lasciarti. Ma così uccidi l’amore. L’amore è libertà, l’amore dà libertà, l’amore vive nella libertà. L’amore è, nel suo nucleo più essenziale, libertà.

Se ami veramente, non occorre possedere; possiedi già con tanta profondità, a che servirebbe? Non pretendi nulla, qualsiasi pretesa apparirebbe superficiale. Quando possiedi veramente, diventi non possessivo. Ma è qualcosa che devi imparare, tienilo presente. Non cercare di possedere nulla. Al massimo usa e sii grato che ti è stato permesso di usare, ma non possedere.

Il possesso è una forma di avarizia, e un avaro non può fiorire. Un avaro è sempre in uno stato di costipazione spirituale, è malato. Devi aprirti, condividere. Condividi ciò che hai e crescerà; condividi di più e crescerà. Continua a dare, e riceverai ancora. La sorgente è eterna, non essere avaro. Di qualsiasi cosa si tratti – amore, saggezza… qualsiasi cosa, condividi. Non possessività vuol dire condividere.

Dovunque tu sia, devi solo comprendere la possessività e lasciarla andare. Non c’è nulla di sbagliato nella moglie – solo non dire mia moglie. Lascia cadere il ‘mio’. Non c’è nulla di sbagliato nei bambini – sono bellissimi, figli del divino. Ti è stata data l’opportunità di servirli e di amarli: usala, ma senza dire “miei.” Sono arrivati attraverso di te ma non appartengono a te. Appartengono al futuro, appartengono al tutto. Tu sei stato un passaggio, un veicolo, ma non sei il proprietario.

Resta dove sei, resta dove sei stato posto dall’esistenza e vivi in modo non possessivo, e di colpo inizierai a fiorire. Le energie fluiranno, non sarai bloccato, diventerai un flusso. E fluire è bellissimo; vivere bloccati e congelati vuol dire essere brutti e morti.

Arriva alla purezza del centro. Quella è la meta.

Giu
20

Tante persone vivono il sesso come esperienza negativa, molti lo definiscono sporco e peccaminoso.

Altre invece lo vivono come esperienza di estremo piacere e godimento, concedendosi la realizzazione di ogni desiderio attinente ad essa.

Ma da cosa dipendono questi atteggiamenti totalmente diversi nei confronti della sessualità?

Esistono vari fattori che li causano. Ad esempio il tipo di educazione ricevuta sin da piccoli. Nonostante sia vero che ognuno è padrone di vivere la sessualità come meglio crede, è inevitabile venirne condizionati, sia positivamente che negativamente. E soprattutto, i giudici più severi diventiamo sempre noi stessi, più dei genitori e di qualsiasi altra persona.

Tanti non riconoscono che il sesso sia più della necessità biologica di dover procreare. La mancanza di questa consapevolezza fa sentire in colpa, come se la sessualità praticata per godimento andasse a perdere il suo vero significato.

Quando diventa peccaminoso, può essere fonte di ansia e di veri e propri problemi sessuali come il vaginismo, l’eiaculazione precoce, l’impotenza.

Nella mia esperienza clinica mi è capitato ad esempio di incontrare donne che riuscivano a ricevere la penetrazione del partner solo in virtù della ricerca di una gravidanza. Oppure uomini affetti da impotenza perché da piccoli i genitori dicevano loro che masturbarsi fosse un grave peccato. E’ infatti il senso di colpa nel provare piacere ad impedire di avere una attività sessuale appagante.

Esistono diverse tecniche sessuologiche che possono esser messe in pratica per affrontare i disturbi sessuali e che aiutano ad entrare nell’ottica che il piacere non sia peccaminoso ma qualcosa a cui tutti abbiamo diritto, se poi riusciamo a condividerlo in intimità con un’altra persona, esso acquisterà un valore ancora più prezioso.

Occorre smettere di doversi giustificare in continuazione quando ci troviamo a trovare piacere, o a cercare dei motivi secondari ad esso per poterlo praticare. Appropriarsi quindi di una morale libera dalla rigidità del giudizio proprio ed altrui, ma di una personale che ammetta anche l’esperienze positive.

Destrutturare il senso di colpa, che fa parte di noi fin dalla più tenera, non è affatto facile in quanto non solo porta a soffrire per qualcosa di doloroso che è successa nel passato, ma anche a bloccarsi nel presente. Oltre ai disturbi sessuali può anche determinare scarsa autostima, insicurezza, paure di diverso genere che possono evolvere in vere e proprie fobie, bisogno continuo di avere conferme e amore altrui.

Per questo spesso viene richiesto l’intervento di un sessuologo o di uno psicoterapeuta che si occupi anche di problemi sessuali, in modo tale da riuscire a risolverli nel modo più efficace possibile, attraverso il superamento dei conflitti interiori, lo sviluppo di consapevolezze e risorse nuove. Così da capire che il sesso è parte integrante e fondamentale della vita, e come tale dovrebbe essere vissuto.

 

La primavera fa venir voglia di stare all’aria aperta e di godere della rinascita dei colori tipici di questa splendida stagione. Oltre a questo, si inizia a sentire la necessità di mettersi in forma perché con l’arrivo del caldo si presentano la voglia e l’esigenza di indossare abiti sempre più leggeri che costringono a mettersi in mostra, per non parlare poi dell’arrivo della stagione marittima che porta a denudarsi quasi del tutto.

Per affrontare tutto ciò c’è chi si tiene in forma tutto l’anno e ci sono poi quelli dell’ultimo minuto, che decidono di concentrare i preparativi per la prova costume in pochissimi mesi non solo attraverso l‘attività sportiva, ma anche sottomettendosi a dure diete alimentari, a volte fai da te, per ridurre il massimo del peso nel minimo del tempo ma che possono causare più danni che altro, spesso anche più seri di quello che si vuol vedere.

Le diete, se non ben organizzate, innescano dei meccanismi sull’organismo, simili alle dipendenze da droghe. Quella  fai da te, è spesso all’origine dei disturbi dell’alimentazione come l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa che colpiscono soprattutto le donne. La prima è caratterizzata dal totale rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra di quello minimo normale, la seconda da episodi ricorrenti di “abbuffate”, uso di mezzi inadeguati per controllare il peso: il vomito autoindotto, l’uso spropositato di lassativi, diuretici, o altri farmaci, il digiuno e l’attività fisica praticata in maniera eccessiva.

L’inizio di una dieta mira a modificare il proprio corpo per migliorarlo. La perdita di peso rinforza il senso di autocontrollo e di conseguenza la convinzione di essere più brave di altri nel fare questa cosa e di valere di più. Sono questi fattori che rinforzano la volontà di dimagrire e si può arrivare a digiunare faticosamente soprattutto nei primi giorni perché i rapidi risultati compensano la fatica e rinforzano l’autostima. Per i primi tempi, le donne a “stretto regime dietetico” sentono di avere forza e capacità superiori alla norma.

Dopo poco tempo, con ulteriori ristrettezze dietetiche subentra la fase della depressione, della fobia per il cibo, della percezione errata della propria immagine corporea e la scomparsa del ciclo mestruale.

Dall’anoressia si può passare alla bulimia nelle persone con carattere più impulsivo, con minore volontà e una grossa difficoltà di autonomia dalla propria famiglia di origine.

Il passaggio da un disturbo all’altro si sviluppa quando si cede alla “tentazione” del cibo abbuffandosi in modo compulsivo ed ossessivo, poi si ricorre al vomito per rimediare.

Abbuffate, sensi di colpa, digiuni forzati e poi di nuovo abbuffate a base di cibi ipercalorici diventano un abitudinario ciclo da cui non ci si riesce a liberare. Si finisce per stare sempre a dieta ma senza vedere i risultati sulla bilancia. In entrambi i disturbi vi è la presenza di un’alterata percezione del peso e della propria immagine corporea.

Chi è affetto da rapporti di dipendenza con il cibo non tiene conto degli effetti che questo comportamento ha sulla salute. Infatti, nonostante le gravi complicazioni mediche, è molto difficile per le persone che soffrono di questi disturbi rinunciarvi.

Le rigide diete non sono l’unica causa di questi disturbi, ma potrebbero essere quelle che portano alla loro slatentizzazione. Ci sono infatti delle cause più profonde che contribuiscono al loro manifestarsi, ad esempio l’incapacità di far fronte ai cambiamenti fisici dell’adolescenza, l’idealizzazione della magrezza, tratti di personalità caratterizzati dal perfezionismo, ossessività, ansia e depressione, presenza di un modesto sovrappeso nelle persone con i tratti sopradescritti. Con queste interagiscono dei fattori sia genetici che culturali che predispongono al disturbo. Esistono altri fattori scatenanti oltre l’inizio di una dieta  (un qualsiasi trauma, un lutto, l’allontanamento dalla famiglia), che fanno precipitare una situazione, che altrimenti potrebbe rimanere latente.

Ovviamente non tutte le persone che iniziano una dieta vanno incontro ad un disturbo alimentare.

Così come dalle altre dipendenze, si può uscire anche da quelle alimentari. Occorre sicuramente cambiare modo di pensare, avere la volontà di guarire e intraprendere dei percorsi terapeutici costanti.

Per prevenirli, sarebbe bene divulgare un’educazione alimentare fin dalla tenera età e sfatare i miti basati sul binomio bellezza-magrezza. Certo, non verrebbe eliminato del tutto il problema dei disturbi alimentari, ma si darebbe un grosso impulso alla lotta contro di esso.

Suggerirei quindi di stare molto attenti alle diete, soprattutto quelle pre-estate e quelle fai da te, perché potrebbero scatenare dei disturbi a cui molti sono predisposti. Il desiderio di avere un corpo perfetto e di perdere peso quindi non è un buona e sana ragione per mettersi a dieta drasticamente.

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Oggi più che mai siamo soggetti ad icone di magrezza, in cui donne dall’aspetto quasi irreale, ci mostrano fisici tonici e snelli, anche dopo qualche giorno dal parto, che tutte vorrebbero avere. Di recente abbiamo avuto l’esempio della Canalis, prima di lei Belen Rodriguez, che si sono fatte immortalare con fisici perfetti a pochi giorni dal parto. Immagini che portano a chiedersi quale sia il confine tra una natura eccessivamente generosa, foto shop e la ricerca assidua della forma perfetta?

Il problema nasce nel momento in cui per forma perfetta intendiamo una magrezza eccessiva, è infatti inevitabile notare come tante donne, più o meno consapevolmente, sul web trasmettano questo genere di messaggio.

Pensiamo ad esempio alle  fashion blogger che aggiornano quotidianamente, o quasi, diari online su tematiche legate alla moda. Esse stesse si propongono come icone di stile che trovano riscontro nei vari likes o followers mediatici.  Sono eclatanti i casi delle due famose italiane Chiara Ferragni e Chiara Biasi per le quali pare che il successo sia aumentato di pari passo con la loro magrezza, o viceversa. I loro corpi troppo magri ad alcuni hanno scatenato atteggiamenti di rifiuto e pena perché definiti non sani, ad altri invece di imitazione, di desiderio di essere come loro, quindi immagino di  adozione di tentativi per somigliare il più possibile a queste esili figure. Certo, esistono donne esili in modo naturale, così come esistono le curvy, dice difendendosi una delle protagoniste della vicenda, ma quante donne riescono ad essere oggettive in tal senso?

Volente o nolente, esporsi sul web porta a delle conseguenze. Siamo nell’era dell’immagine e del consumismo e non tutti sono in grado di avere consapevolezza delle influenze a cui quotidianamente veniamo sottoposti e nemmeno chi si espone in prima linea le riconosce del tutto.

Da un lato il web ha permesso a tutti di poter dire la propria e questo è sicuramente un vantaggio. Il rovescio della medaglia è che può esser trasmesso di tutto senza filtri adeguati. In un contesto tale diventa ancor più rischiosa la promozione della eccessiva magrezza, sia per chi la rappresenta sia per chi l’adotta come modello di riferimento. Soprattutto per alcune categorie a rischio come le adolescenti, in quanto si trovano già in una fase della sviluppo delicata che non da pienamente loro le competenze per discernere tra uno stile di vita sano o meno.

Il messaggio che viene dato loro è che la bellezza corrisponde alla magrezza. Spesso un’estrema magrezza che va a stonare con le protesi di seni perfettamente tondi e alti incorniciati dalla visione di costole in evidenza e visi emaciati, se non rifatti anch’essi, in donne nemmeno trentenni. Risultati che dalla maggior parte vengono raggiunti con duri sacrifici e rinunce. Allenamenti intensivi fatti con il solo scopo di dimagrire,  l’imposizione di regimi dietetici troppo duri e spesso fai da te, l’uso di altri mezzi inadeguati per controllare il peso come il vomito autoindotto, l’assunzione di lassativi, diuretici, o altri farmaci. Non tutte hanno a disposizione una natura generosa, personal trainer o dietologi esperti da cui farsi seguire quotidianamente. Si possono instaurare quindi pericolosi meccanismi, simili alle dipendenze da droghe che possono portare a veri e propri disturbi dell’alimentazione.

Ci troviamo di fronte ad un fenomeno in continua espansione in cui si da più peso al senso estetico dettato da un’eccessiva magrezza, che al benessere fisico e psichico globale. Il rischio è di finire per stare sempre a dieta ma senza vedere i risultati sulla bilancia o di perdere peso in modo eccessivo con gravi conseguenze sulla psiche e sull’organismo. In entrambi i casi si sviluppano un’alterata percezione del peso e della propria immagine corporea.

Ovviamente non tutte le persone che iniziano una dieta vanno incontro ad un disturbo alimentare, ma l’idealizzazione della magrezza porta a gravi conseguenze, soprattutto se accompagnata ad altri fattori come i cambiamenti fisici dell’adolescenza, tratti di personalità caratterizzati dal perfezionismo, ossessività, ansia, depressione e presenza di un modesto sovrappeso. Se poi viene rappresentata e promossa da donne che hanno una certa visibilità il fenomeno diventa sempre più contagioso.

Per prevenirli, sarebbe bene divulgare un’educazione alimentare fin dalla tenera età e sfatare i miti basati sul binomio bellezza – solo magrezza. E’ quindi importante sia essere consapevoli del messaggio che si riceve, ma anche di quello che si da, perché può arrivare a chiunque e non tutti gli occhi che lo osservano vengono influenzati positivamente. Ed è altresì importante chiedersi il motivo per cui bisogna essere sempre più magre per sentirci più a nostro agio. Siamo sicure che la bellezza debba corrispondere solo ad un’eccessiva magrezza? Io dico di no.

 

L’esperienza della maternità può essere tanto magnifica quanto traumatica, considerata tutta una serie di fattori che la rendono travolgente e non sempre idilliaca. Lo dimostrano le notizie di cronaca di cui spesso veniamo a conoscenza in cui madri colte dal dolore e dallo smarrimento fanno del male a se stesse e alle loro creature. Colpisce ad esempio il caso di Cosenza della bambina di sette mesi uccisa dalla madre, che avrebbe pure tentato il suicidio e che soffrirebbe di depressione post partum.

Il disagio causato dalla nascita di un figlio non sempre è destinato a sfociare in episodi così tragici, occorre comunque non sottovalutare certi segnali e concedere la possibilità di un supporto in una fase così delicata e importante nella vita di una donna.

Ogni neomamma è sottoposta a svariati stravolgimenti quotidiani, da quello fisico, alla convalescenza, alla costrizione di dover orientare tutto in funzione del bebè che la investe di una forte responsabilità e da cui può scaturire un senso di inadeguatezza, a possibili imprevisti e contrasti familiari, al senso di solitudine, al pensiero del lavoro, al fatto che la realtà non corrisponda all’immaginario e alle aspettative pre-esistenti.

Dopo il parto è fisiologico vivere un periodo di stanchezza e di tristezza caratterizzato dalla tendenza al pianto, instabilità dell’umore, ansia, tristezza e scarsa concentrazione. Se il problema è passeggero si chiama baby blues, si verifica nella prima settimana dopo il parto e si risolve spontaneamente dopo circa 10 o 15 giorni. In questo caso la madre riesce a prendersi cura del neonato e prova gioia per la maternità. Non è prevista nessuna cura medica o psichiatrica, mentre è sufficiente essere informate sul problema, poter contare su un supporto psicologico e aver la possibilità di condividere il proprio stato d’animo.

In casi più gravi si può cadere nella depressione post parto che se non viene trattata può diventare cronica. I sintomi iniziano a manifestarsi durante la 3° o 4° settimana dopo il parto. Le cause possono essere molteplici (ormonali, fisiche, psicologiche, sociali, familiari) e pure la sintomatologia è svariata ( tristezza, perdita di autostima, di energia, di interessi, pessimismo e senso di inadeguatezza, difficoltà nell’allattamento, disturbi del sonno, della concentrazione, dell’appetito, ansia, incapacità di prendere decisioni, cefalea, vertigini, nausea, dolori vari, dimagrimento eccessivo). E’ preponderante il senso di colpa per non essere una buona madre che porta alla vergogna, a chiudersi in se stessa e a non concedersi di parlare con nessuno del disagio.

E’ sempre opportuna un’opera di prevenzione per la depressione post parto attraverso un’informazione e un sostegno adeguati durante la gravidanza, l’appoggio di chi sta vicino alla futura mamma, la possibilità di esprimere e condividere le proprie paure, le emozioni e le aspettative. Quando si manifesta è fondamentale chiedere l’aiuto di un esperto e, vista la tendenza delle vittime a negare e celare il problema, occorre che le persone che le circondano stiano attente a tutti i segnali di disagio che possono palesarsi.

Nei primi giorni dopo il parto può inoltre pesare l’invasione di parenti e amici sempre pronti a dire cosa sarebbe meglio fare, ma che in realtà mancano di un aiuto concreto e materiale, quello più necessario al momento.

Ancor più grave e fortunatamente più rara può essere la psicosi post parto caratterizzata dalla perdita del contatto con la realtà e con la propria identità, allucinazioni, manie, ossessioni, in cui è alto il rischio di infanticidio e suicidio.  Una psicosi a tutti gli effetti che richiede un immediato intervento psichiatrico e che può manifestarsi abbastanza precocemente, entro le prime quattro settimane dal parto.

Le cause sono quelle tipiche della depressione post parto ma potrebbe essere incisiva la familiarità con casi di schizofrenia o psicosi maniaco-depressiva.

Il problema, come per tanti disturbi psichiatrici, è che avendo perso il contatto con la realtà la mamma non si rende conto di avere un grave disturbo e rifiuta i trattamenti.

Come al solito l’ambiente familiare e sociale in cui vive la mamma possono essere degli ottimi indici di aiuto. Se riconosciuta in tempo e trattata a adeguatamente la psicosi puerperale può risolversi positivamente.

Considerato quindi che la gioia di un figlio appena arrivato non può essere data per scontata e che l’intensità della maternità possa trasformarla in qualcosa di spiacevole e traumatico, occorre realizzare più prevenzione possibile per far si che questo non accada, creare una rete supportiva intorno alla futura neomamma coinvolgendo il partner, la famiglia, gli amici e il personale sanitario che la accompagna nella gravidanza sino al parto, attraverso il coinvolgimento attivo, le chiare spiegazioni, l’empatia e l’accettazione che le difficoltà siano normali e non motivo di vergogna.