Ogni anno succede che con l’arrivo della calda stagione aumentino i problemi di ansia e gli attacchi di panico. Essi sono assolutamente curabili in diversi modi tra cui la psicoterapia. In alcuni casi i medici prescrivono una terapia farmacologica per tenere sotto controllo i sintomi. Ma se i farmaci non vengono associati ad un percorso psicoterapeutico che aiuti il paziente a gestire concretamente il problema e quindi a non averlo più, una volta che si smette di assumerli l’ansia nella maggior parte dei casi fa di nuovo capolino.

E’ come quando si ha mal di denti a causa di una carie. Se prendiamo ogni giorno gli antidolorifici potremo evitare di sentire dolore, ma se non togliamo il problema alla radice, appena finirà l’effetto dei farmaci il dolore tornerà. Se si decide di togliere la carie e curare per bene il dente, il problema passerà e non si avrà più bisogno dei farmaci; se invece si decide di tenere la carie, si è costretti ad aumentare le dosi degli antidolorifici e a diventarne schiavi.

Nei casi più gravi i disturbi d’ansia possono diventare invalidanti. Tanti ad esempio non riescono ad uscire più da casa, a stare soli oppure in mezzo alla folla o nei luoghi “chiusi”. L’evitamento di tutte queste situazioni non fa altro che aumentare e fomentare il disturbo che in questo modo si autoalimenta. Più ci si comporta da malati, più si diventa malati.

Tutto questo può già causare un’ansia anticipatoria (la paura di avere un attacco di ansia, che è spesso costituisce di per sé lo scatenarsi dell’ansia stessa).

Non è casuale che in questo periodo ci sia un aumento dei disturbi di ansia in quanto le condizioni climatiche estive (afa, umidità e in alcuni casi anche l’inquinamento), contribuiscono alla creazione di situazioni che possono essere facilmente scambiate con i sintomi tipici dell’ansia: eccessiva sudorazione, capogiri, spossatezza, sensazione di respirare male, di soffocamento, fame d’aria, svenimento, debolezza, tachicardia, sensazione di testa vuota, sbandamento.

Se non riconosciuti come effetti tipici della calura estiva, questi disturbi possono fomentare un circolo vizioso che alimenta lo svilupparsi della sintomatologia ansiosa.

Ne sono vittime più di tutte le persone già predisposte a questo genere di disturbo, ma in alcuni casi anche quelle che non hanno mai avuto esperienze di questo genere.

Quando ci si rende conto di non riuscire a gestire l’ansia o la paura che si presenti è meglio chiedere l’aiuto di un terapeuta così da imparare a riprendere il controllo sulla propria vita.

L’ideale sarebbe farlo prima di raggiungere situazioni di estremo malessere e paura, ma spesso le persone sottovalutano i fenomeni ansiosi pensando di poterli risolvere da sole e ritenendo superfluo e poco “dignitoso” richiedere l’aiuto altrui oppure pensano che una cura psicologica non sia altrettanto importante quanto una di carattere prettamente medico.

La guarigione dipende molto dalla gravità e durata del problema e dalle esperienze di vita che hanno contribuito a scatenarlo, ma in ogni caso può essere risolta.

 

Apr
10
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 10-04-2017

Come tutti gli anni, in questo periodo, accompagnato dal cambiamento climatico e dall’aumento delle temperature posso registrare un aumento di prime visite in studio. Tra le persone che richiedono un aiuto non mancano quelle in preda a forti crisi diansia e veri e propri attacchi di panico.

Diverse sono le storie di ogni persona e i problemi con cui hanno a che fare: relazionali, sessuali,  molti disturbi d’ansia tra cui gli attacchi di panico, tanto improvvisi quanto spaventosi, per i quali si finisce al pronto soccorso dell’ospedale più vicino perché convinti di poter morire da un momento all’altro.

Ma quando poi i medici escludono qualsiasi tipo di malattia organica e diagnosticano l’attacco di panico cosa si può fare?

Alcune volte gli attacchi di panico possono non ripresentarsi più, ma nella maggior parte delle situazioni tornano puntuali associandosi ad eventi ben precisi. Chi ne soffre infatti tenta di evitarli accuratamente, rischiando di entrare in un regime quotidiano invalidante. Sta di fatto che per risolverli c’è bisogno di un aiuto professionale anche perché, come già detto, la sola paura che possano ripresentarsi può diventare fagocitante.

Ecco allora che si può chiedere un aiuto psicologico. I soli farmaci aiutano a controllare i sintomi, ma non lavorano sulle loro cause e quindi non risolvono fino in fondo il problema.

Non subito vengono riconosciuti, soprattutto le prime volte che si presentano e perché i sintomi possono essere molteplici e senza cause apparenti. E’ necessario sapere quindi quali siano le caratteristiche salienti:

  • aumento della frequenza cardiaca o palpitazioni
  • cefalea
  • dolori al petto
  • difficoltà di respirazione (dispnea), e affanno
  • rossore al viso e al petto
  • mani e piedi freddi e sudati
  • sudorazione generale
  • confusione mentale
  • formicolio o intorpidimento
  • paura e sensazione di svenire
  • sensazione di lingua e bocca asciutta e sapore metallico in bocca
  • tremori
  • vampate di calore o brividi di freddo
  • vertigini, stordimento, nausea, conati di vomito, senso di sbandamento
  • grida  e pianto
  • incapacità di comunicare ciò che si sta vivendo durante l’attacco
  • nodo alla gola
  • sensazioni di sogno o distorsione percettiva della realtà
  • percezione che non si è connessi al corpo o che si è disconnessi dal tempo e dallo spazio
  • sensazione che stia per accadere qualcosa di orribile e senso di impotenza per prevenirlo
  • paura di perdere il controllo e fare qualcosa di imbarazzante o di diventare matti
  • sensazione di morte imminente
  • sensazioni di rivissuto (deja-vu)

Durante l’attacco di panico il corpo passa attraverso gli stessi processi fisici di quando si trova in una situazione di reale pericolo, la differenza è che non è questo il caso.

Le conseguenze dell’attacco di panico sono molto pesanti e rendono la vita un vero inferno associandola a  depressione, forte senso di impotenza, frustrazione e paura che possa accadere.

Una volta riconosciuto occorre quindi ricorrere ai ripari lavorando su se stessi in modo tale da liberarsene totalmente, nonostante molti si convincano che non possano essere curati.

Anche la Psicoterapia Strategica Integrata è adatta al trattamento di questi disturbi. Occorre aiutare il paziente a spezzare le dinamiche che hanno dato vita all’attacco di panico rendendolo attivo nel suo percorso terapeutico. La guarigione dipende molto dalla gravità e durata del problema ma soprattutto dalla volontà del paziente di far fronte al problema.

Nov
24
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 24-11-2016

Immagine dal web

La dipendenza da lavoro o work addiction è molto difficile da riconoscere come problema in quanto soddisfa il bisogno di produttività legato ai canoni sociali. Inoltre, quando si abusa di qualcosa per diverso tempo si instaurano dei meccanismi patologici molto difficili non solo da riconoscere ma anche da combattere, soprattutto quelli che vengono approvati dalla società.

Come in tutte le dipendenze “non da stupefacenti”, anche in quella in cui l’attività professionale diventa l’oggetto della dipendenza, possiamo trovare dei punti in comune con quelle da sostanze.

Il lavoratore dipendente, ad esempio lavora a ritmi molto duri e quando è costretto ad interrompere l’attività viene preso da irritabilità, sintomi ansiosi e depressivi:  una vera e propria crisi di astinenza  che lo costringe a riprendere il lavoro per sentirsi meglio.

Il dipendente da lavoro passa la sua maggior parte del tempo a lavorare, pur non avendo delle esigenze oggettive e anche nei momenti di pausa non riesce a pensare ad altro. Si fa prendere dalle preoccupazioni in modo ossessivo. Tanto è che non riesce a dormire bene e presenta altri sintomi tipici per il forte stress come disturbi gastrointestinali o emicranie.

Il suo disagio naturalmente si riflette anche nell’ambiente circostante, come la famiglia o la rete sociale per i quali spesso è assente, disinteressato. Spesso, non riuscendo a farsi coinvolgere emotivamente si mostra cinico e svalutante, incapace di empatia. Molto giudicante nei confronti di chi invece non fa del lavoro la propria vita.

Per combattere la stanchezza si da alla caffeina, farmaci eccitanti, bevande stimolanti, a volte abusando anche di queste.

Qualcuno di loro, ma non tanti, arriva nello studio di uno psicoterapeuta, quando i sintomi per il forte stress sono incontrollabili e insopportabili, soprattutto l’ansia. Naturalmente essi non vengono attribuiti dal paziente al lavoro.

Se si ha la volontà di farsi aiutare all’inizio si mira a far sparire la sintomatologia ed in concomitanza si scava sulle ragioni che hanno portato ad uno stato di forte malessere. Spesso si scopre di essere arrivati ad abusare del lavoro per rifugiarsi in qualcosa che non fosse una routine quotidiana non soddisfacente.

Il lavoro del resto viene accettato socialmente e chi si rifugia in esso può essere figlio di uno stile educativo rigido in cui si veniva premiati perché produttivi e non in altri modi. Ad esempio i figli che portano un buon voto da scuola se vengono rinforzati positivamente solo in queste situazioni cresceranno convincendosi che per essere apprezzati bisogna “produrre”. In campo lavorativo ciò si traduce in un’attività lavorativa compulsiva che mira per forza all’ascesa “carri eristica” per dimostrarsi di poter valere, a discapito di tante altre variabili della vita.

Chi è insoddisfatto della sua vita personale può rifugiarsi quindi in quella professionale anche per avere una sorta di rivalsa su tutte quelle che possono essere le insicurezze dettate dalle giornate che non concedono altri tipi di soddisfazioni.

Anche la psicoterapia strategica integrata si presta alla cura della dipendenza da lavoro. Una volta stabiliti i meccanismi tipici, il terapeuta di tale approccio stimola il paziente a  cambiare il suo punto di vista, aiutandolo a riorganizzarsi la vita considerando non solo il lavoro, ma anche la vita sociale, familiare, ma soprattutto mettendosi al centro della propria quotidianità, dando spazio ai bisogni e ai piaceri personali che per lungo tempo sono stati messi da parte, convincendosi che l’unico piacere possibile fosse quello derivante da un’attività lavorativa ossessiva.

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Ott
10
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 10-10-2016

Immagine dal web

Solitamente alla fine dell’estate mi capita che più persone mi chiamino per iniziare una nuova terapia. Settembre per molti è il mese dei nuovi propositi e della ricerca di cambiamenti in positivo, tra cui anche la decisione di affidarsi ad uno psicoterapeuta.

Diverse sono le storie di ogni persona e i problemi con cui ha a che fare: problemi relazionali, sessuali,  molti disturbi d’ansia tra cui gli attacchi di panico, tanto improvvisi quanto spaventosi, per i quali si finisce al pronto soccorso dell’ospedale più vicino perché convinti di poter morire da un momento all’altro.

Quando poi i medici escludono qualsiasi tipo di malattia organica e diagnosticano l’attacco di panico cosa si può fare?

Alcune volte gli attacchi di panico possono non ripresentarsi più, ma nella maggior parte delle situazioni tornano puntuali associandosi ad eventi ben precisi. Chi ne soffre infatti tenta di evitarli accuratamente, rischiando di entrare in un regime quotidiano invalidante. Sta di fatto che per risolverli c’è bisogno di un aiuto professionale anche perché, come già detto, la sola paura che possano ripresentarsi può diventare fagocitante.

Ecco allora che si può chiedere un aiuto psicologico. I soli farmaci aiutano a controllare i sintomi, ma non lavorano sulle loro cause e quindi non risolvono fino in fondo il problema.

Non subito vengono riconosciuti, soprattutto le prime volte che si presentano e perché i sintomi possono essere molteplici e senza cause apparenti. E’ necessario sapere quindi quali siano le caratteristiche salienti:

  • aumento della frequenza cardiaca o palpitazioni
  • cefalea
  • dolori al petto
  • difficoltà di respirazione (dispnea), affanno
  • rossore al viso e al petto
  • mani e piedi freddi e sudati
  • sudorazione generale
  • confusione mentale
  • formicolio o intorpidimento
  • paura e sensazione di svenire
  • sensazione di lingua e bocca asciutta e sapore metallico in bocca
  • tremori
  • vampate di calore o brividi di freddo
  • vertigini, stordimento, nausea, conati di vomito, senso di sbandamento
  • grida  e pianto
  • incapacità di comunicare ciò che si sta vivendo durante l’attacco
  • nodo alla gola
  • sensazioni di sogno o distorsione percettiva della realtà
  • percezione che non si è connessi al corpo o che si è disconnessi dal tempo e dallo spazio
  • sensazione che stia per accadere qualcosa di orribile e senso di impotenza per prevenirlo
  • paura di perdere il controllo e fare qualcosa di imbarazzante o di diventare matti
  • sensazione di morte imminente
  • sensazioni di rivissuto (deja-vu)

Durante l’attacco di panico il corpo passa attraverso gli stessi processi fisici di quando si trova in una situazione di reale pericolo, la differenza è che non è questo il caso.

Le conseguenze dell’attacco di panico sono molto pesanti rendendo la vita un vero inferno: depressione, forte senso di impotenza, frustrazione e paura che possa accadere.

Una volta riconosciuto occorre quindi ricorrere ai ripari lavorando su se stessi in modo tale da liberarsene totalmente, nonostante molti si convincano che non possano essere curati.

Anche la Psicoterapia Strategica Integrata è adatta al trattamento di questi disturbi. Occorre aiutare il paziente a spezzare le dinamiche che hanno dato vita all’attacco di panico rendendolo attivo nel suo percorso terapeutico. La guarigione dipende molto dalla gravità e durata del problema ma soprattutto dalla volontà del paziente di far fronte al problema.

Giu
20

Tante persone vivono il sesso come esperienza negativa, molti lo definiscono sporco e peccaminoso.

Altre invece lo vivono come esperienza di estremo piacere e godimento, concedendosi la realizzazione di ogni desiderio attinente ad essa.

Ma da cosa dipendono questi atteggiamenti totalmente diversi nei confronti della sessualità?

Esistono vari fattori che li causano. Ad esempio il tipo di educazione ricevuta sin da piccoli. Nonostante sia vero che ognuno è padrone di vivere la sessualità come meglio crede, è inevitabile venirne condizionati, sia positivamente che negativamente. E soprattutto, i giudici più severi diventiamo sempre noi stessi, più dei genitori e di qualsiasi altra persona.

Tanti non riconoscono che il sesso sia più della necessità biologica di dover procreare. La mancanza di questa consapevolezza fa sentire in colpa, come se la sessualità praticata per godimento andasse a perdere il suo vero significato.

Quando diventa peccaminoso, può essere fonte di ansia e di veri e propri problemi sessuali come il vaginismo, l’eiaculazione precoce, l’impotenza.

Nella mia esperienza clinica mi è capitato ad esempio di incontrare donne che riuscivano a ricevere la penetrazione del partner solo in virtù della ricerca di una gravidanza. Oppure uomini affetti da impotenza perché da piccoli i genitori dicevano loro che masturbarsi fosse un grave peccato. E’ infatti il senso di colpa nel provare piacere ad impedire di avere una attività sessuale appagante.

Esistono diverse tecniche sessuologiche che possono esser messe in pratica per affrontare i disturbi sessuali e che aiutano ad entrare nell’ottica che il piacere non sia peccaminoso ma qualcosa a cui tutti abbiamo diritto, se poi riusciamo a condividerlo in intimità con un’altra persona, esso acquisterà un valore ancora più prezioso.

Occorre smettere di doversi giustificare in continuazione quando ci troviamo a trovare piacere, o a cercare dei motivi secondari ad esso per poterlo praticare. Appropriarsi quindi di una morale libera dalla rigidità del giudizio proprio ed altrui, ma di una personale che ammetta anche l’esperienze positive.

Destrutturare il senso di colpa, che fa parte di noi fin dalla più tenera, non è affatto facile in quanto non solo porta a soffrire per qualcosa di doloroso che è successa nel passato, ma anche a bloccarsi nel presente. Oltre ai disturbi sessuali può anche determinare scarsa autostima, insicurezza, paure di diverso genere che possono evolvere in vere e proprie fobie, bisogno continuo di avere conferme e amore altrui.

Per questo spesso viene richiesto l’intervento di un sessuologo o di uno psicoterapeuta che si occupi anche di problemi sessuali, in modo tale da riuscire a risolverli nel modo più efficace possibile, attraverso il superamento dei conflitti interiori, lo sviluppo di consapevolezze e risorse nuove. Così da capire che il sesso è parte integrante e fondamentale della vita, e come tale dovrebbe essere vissuto.

 

Mar
14

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Per ogni persona il cibo ha un valore molto più importante rispetto al solo piacere che esso da e alla soddisfazione della fame, bisogno primario degli esseri viventi.

Il cibo è anche significato di condivisione, interazione, potere. Ha un’importanza sociale fondamentale, significativo è il detto secondo cui “le decisioni più importanti vengono prese a tavola.”ecisioni

Quando si scopre di avere delle patologie legate al consumo di cibo questo può causare disagi psicologici veri e propri, dati dal rapporto con esso e sul significato che gli si attribuisce. Parliamo ad esempio della celiachia, una patologia autoimmune che può comparire ad ogni età, in cui l’intestino del celiaco non riesce ad assimilare il glutine, presente in alcuni cereali come grano, farro, orzo, segale, avena ed in tutti i prodotti derivati.

La terapia possibile per questa patologia non è di carattere farmacologico ma è la dieta priva di glutine, stando attenti anche ad eventuali contaminazioni mentre si cucina.

Nonostante la dieta “terapeutica” permetta al celiaco di stare bene fisicamente, essa stessa potrebbe causare dei problemi a livello psicologico. Ad esempio, può diventare molto difficile l’accettazione della malattia e di tutte le rigidità alimentari a cui essa  costringe, in cui anche al nucleo familiare viene richiesta un’attenzione e partecipazione attive rispetto a ciò che viene consumato ogni giorno a tavola.

I bambini ad esempio possono non comprendere a fondo il divieto di mangiare alcuni cibi, soprattutto quando si ritrovano in mezzo ai coetanei liberi di consumare tutto.

Occorre aiutarli ad avere un quadro chiaro della situazione, abituarli a capire cosa possono mangiare e cosa no, chiedendo anche l’aiuto di tutte le figure di riferimento che ruotano attorno ad essi.

Anche gli adolescenti possono vivere male la diagnosi di celiachia, perché tendono a voler essere uguali al gruppo di coetanei e la ristrettezza alimentare potrebbe minare il loro senso di inclusione. E’ anche un periodo dello sviluppo molto delicato in cui si fanno passi enormi nei confronti della autonomia e gestirsi una dieta priva di glutine fuori da casa potrebbe risultare difficile. Anche se fortunatamente esistono sempre più aziende alimentari che stanno attente a creare prodotti privi di glutine, o luoghi pubblici dove vengono proposti menù glutenfree.

Così come il bambino, anche l’adolescente ha bisogno del supporto e della responsabilizzazione da parte dei genitori. Questi ultimi possono vivere a loro volta il disagio dei figli, diventando ansiosi e iperprotettivi e hanno bisogno di qualcuno che possa aiutarli a contenere le paure e le preoccupazioni.

Chiunque debba avere la possibilità di parlarne liberamente perché aiuta ad affrontare le paure e le insicurezze.

La non accettazione della diagnosi e della costretta abitudine alimentare può causare il senso di inadeguatezza che spinge a volte a rinunciare ad alcuni aspetti della vita sociale, per non trovarsi di fronte alle differenze con gli altri o a spingere, soprattutto nel caso di adolescenti a consumare i cibi “proibiti”.

In diversi casi la diagnosi della malattia cronica, e non mi riferisco solo alla celiachia ma ad esempio anche al diabete, può creare ansie, preoccupazioni, bisogno di trovare nuovi equilibri che a volte da soli non si riesce a fare per i motivi più svariati. Proprio per questo sarebbe utile, come per qualsiasi disagio psicologico che non si riesca a risolvere da soli, chiedere un aiuto professionale che possa far emergere le varie difficoltà per affrontarle nel modo migliore possibile.

Giu
04
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 04-06-2015

Già da qualche giorno pare che sia arrivata la bella stagione. Con essa nel mio studio, e penso anche in quelli dei miei colleghi, aumentano le persone che hanno bisogno di risolvere il problema di ansia.

Tutti si chiedono come mai questo sia il periodo di esplosione dell’ansia? Che ha a che fare con l’aumento delle temperature? Già tempo fa ve ne parlai, ma considerato l’importanza del fenomeno mi è parso giusto metterlo di nuovo in prima pagina.

Le condizioni climatiche estive (afa, umidità e in alcuni casi anche l’inquinamento), contribuiscono alla creazione di situazioni che possono essere facilmente scambiate con i sintomi tipici dell’ansia: eccessiva sudorazione, capogiri, spossatezza, sensazione di respirare male, di soffocamento, fame d’aria, svenimento, debolezza, tachicardia, sensazione di testa vuota, sbandamento.

Se non riconosciuti come effetti tipici della calura estiva, questi disturbi possono fomentare un circolo vizioso che alimenta lo svilupparsi della sintomatologia ansiosa.

Ne sono vittime più di tutte le persone già predisposte all’ansia, ma in alcuni casi anche quelle che non hanno mai avuto esperienze di questo genere. La maggior parte di queste ultime si rende conto che i disturbi fisici sopra elencati non sono altro che conseguenza del tipico clima estivo e li vive come fattori disturbanti e fastidiosi, senza farsi prendere dalla paura e dall’agitazione.

E’ parecchio a rischio chi frequenta luoghi chiusi come le metropolitane, uffici molto affollati, mezzi di trasporto non ben arieggiati. In queste condizioni si presenta spesso il timore di svenire, perdere il controllo, a volte di subire un infarto o addirittura di morire.

In sostanza, anche solo la paura di subire l’ansia o un attacco di panico agita e fa stare male.

Una sensazione corporea alterata può venire interpretata come una concreta prova che stia per accadere qualcosa di grave. Vengono messe in atto quindi tutta una serie di dinamiche per cercare di evitare l’ansia e gli attacchi di panico. Ci si rinchiude in casa, si evitano i posti affollati, vengono controllate in continuazione le previsioni metereologiche, ci si concentra ossessivamente a qualsiasi percezione corporea. Ciò può già causare un’ansia anticipatoria (la paura di avere un attacco di ansia, che è spesso costituisce di per sé lo scatenarsi dell’ansia stessa).

Questo naturalmente può venire evitato perché è possibile controllare l’ansia senza farsi fagocitare da essa.

Le dinamiche di evitamento delle situazioni a rischio possono non essere efficaci poiché rischiano di diventare invalidanti e di non permette alle persone di vivere serenamente e liberamente le proprie giornate.

Quando ci si rende conto di non riuscire a gestire l’ansia o la paura che si presenti è meglio chiedere l’aiuto di un terapeuta così da imparare a riprendere il controllo sulla propria vita.

L’ideale sarebbe farlo prima di raggiungere situazioni di estremo malessere e paura, ma spesso le persone sottovalutano i fenomeni ansiosi pensando di poterli risolvere da sole e ritenendo superfluo e poco “orgoglioso” richiedere l’aiuto altrui oppure pensano che una cura psicologica non sia altrettanto importante quanto una di carattere prettamente medico.

Se vuoi saperne di più sull’ansia clicca quì.

 

Nov
03

Più o meno tutti nella vita siamo competitivi.

In giuste quantità la competizione, ovvero la spinta a raggiungere un risultato migliore nei confronti di altri individui, aiuta ad andare avanti nella vita professionale, sportiva, privata. Ma quando diventa eccessiva ed è l’unico meccanismo che si mette in atto per vivere, qualcosa non va.

In questo caso la sensazione è quella di dover fare sempre di più, che non basti mai, che il risultato di domani dovrà esser sempre migliore rispetto a quello di oggi, che a sua volta non è ritenuto abbastanza soddisfacente.  Vi è una propensione estrema alla perfezione ed è proprio qui che si rimane incastrati, nel senso che la perfezione non esiste ed è inutile cercare di raggiungerla. Finchè questo non verrà riconosciuto e soprattutto accettato, non ci si potrà liberare dalla morsa della competizione ossessiva.

Come mai si cade in questi contorti e spesso dolorosi meccanismi?

Forse la necessità di dover provare sempre qualcosa e di ottenere risultati ottimi deriva dal fatto che non si è così sicuri come si vorrebbe dimostrare, ma occorre ogni volta avere i risultati migliori per potersi dire di valere qualcosa.

O forse si è stati abituati sin da piccoli che ciò che si faceva non bastava mai e allora per dimostrare agli altri di valere occorreva prefissarsi esiti sempre più alti, ma che purtroppo non risultavano mai sufficientemente apprezzati: da ciò la spinta a dare ed ottenere sempre di più.

O ancora, i risultati medi non venivano contemplati perchè espressione di mediocrità.

Mi pare che derivi anche da un senso di insoddisfazione personale dovuta all’importanza che si da al giudizio altrui. Siamo troppo abituati ad essere giudicati per i risultati “visibili” che otteniamo, piuttosto che per ciò che siamo veramente e forse siamo i primi ad adottare questo meccanismo su di noi.

Queste possono essere solo alcune delle cause della competizione ossessiva. Sta di fatto che le conseguenze potrebbero essere quelle di non riuscire mai a godere di ciò che si fa perché troppo orientati sui risultati e non anche sul percorso che facciamo per raggiungerli. Un meccanismo che origina forti ansie e stress, ma che potrebbe essere risolto attuando dei cambiamenti nel modo di pensare ed agire.

Ad esempio, iniziare a pensare all’opportunità che, anziché dover sempre competere con gli altri, si potrebbe iniziare a collaborare, laddove sia possibile.

Accettare l’idea che esistano delle persone più brave di noi ma che allo stesso tempo non annullano il nostro valore.

Ancora, che possiamo ritenerci soddisfatti anche smettendola di confrontarci sempre con qualcun altro. Riuscire ad entrare in quest’ottica permette di fare le cose con meno ansia e tensione.

Non sono cambiamenti facili da attuare, soprattutto perché dovremmo scardinare modi di pensare ed agire con i quali conviviamo da anni. Nonostante questa “abitudine”, se ci rendessimo conto che la competitività in noi è fagocitante e limitante dovremmo seriamente pensare di cambiare rotta e “rilassarci un po’”.

Laddove non sia possibile farlo da soli, per iniziare, potremmo chiedere l’aiuto di una persona più esperta di noi accettando l’idea che non abbiamo le competenze e le capacità di fare tutto, ma non per questo siamo meno apprezzabili degli altri.

 

 

 

Ciò che vedo quotidianamente nel mio lavoro è questo: i figli da un lato che non hanno nessuna intenzione di lasciare il nido familiare e, dall’altro i genitori che non hanno nessuna intenzione di stimolare la prole a prender la propria strada.

Tutto questo può causare fondamentalmente due cose:

  • far passare gli anni nella più totale incoscienza di ciò che sta accadendo con la scusa che c’è la crisi economica, che i genitori sono anziani, che uno dei due è vedovo e non lo si può “abbandonare” e tante altre spiegazioni;
  • tanta sofferenza perché consapevoli che si sta rinunciando alla propria vita pur di alimentare una simbiosi che pare l’unica possibilità.

Penso che sia vero che la crisi economica abbia un peso importante e severo sulla nostra quotidianità, ad esempio, l’età in cui ci si sposa oggi è più grande di 10 anni rispetto a quella dei nostri genitori, se non di più. Questo accade anche grazie al fatto che molti più ragazzi scelgono la strada dell’università e per forza non riescono a convolare a nozze prestissimo.

Vedo anche l’esigenza da parte di alcuni di defilarsi da legami simbiotici familiari, ma il processo è molto doloroso, proprio per questo alcuni rinunciano: il senso di colpa non permette di andare contro corrente.

Tempo fa mi è capitato il caso di un adolescente pieno di ansie e di paure e senza amici, che non essendo mai stato abituato a ad agire senza i genitori non riesce a definirsi come individuo e persona a se rispetto a loro: una situazione talmente invischiata tanto che tutti e tre dormono nella stessa stanza. Una delle cose più eclatanti è che mentre il ragazzino, lavorando su di se, è riuscito a far dei passi in avanti verso un processo di individualizzazione, la madre ha iniziato ad avere crisi di ansia. Segnale importante di come vengano respinti i progressi terapeutici del figlio che si è trovato a doversi preoccupare delle ansie materne e a decidere se andare avanti o riprendere in toto la vita simbiotica con essa.

Così come nelle relazioni amorose e amicali, anche in quelle familiari è assolutamente distruttivo avere delle situazioni simbiotiche. Il meccanismo di queste si basa sul fatto che il vuoto di ognuno deve per forza essere colmato dalla presenza costante dell’altro.

Per questo non vengono contemplate, tanto meno accettate opinioni diverse, sembra apparentemente che tutti vadano d’accordo, non si verificano discussioni o liti perché tutti la pensano allo stesso modo o meglio, così deve essere. Nel momento in cui uno dei componenti presenta la volontà di uscire fuori dal nido, gli altri irrimediabilmente gli vanno contro e lo sabotano in modi più o meno espliciti, ai quali seguono sempre grosse difficoltà nello spezzare il cordone ombelicale. Si cerca di far sentire in colpa l’altro, di aggravarlo di responsabilità e compiti che non sono suoi.

Tutti pensano di non essere in grado di vivere senza gli altri componenti familiari, per questo li rendono responsabili  del proprio benessere o meno.

Sono questi meccanismi molto difficili da riconoscere ed accettare che siano malsani, è altrettanto difficile provare a venirne fuori. Occorre sicuramente rafforzare l’autostima per rendersi conto di potercela fare anche al di fuori della casa natìa e per accettare l’idea che costruirsi una propria vita non è reato nei confronti di chi rifiuta di farlo e che la libertà e la felicità personali vengono prima di tutto.

 

 

La fobia  sociale è un disturbo ansioso il cui esordio avviene solitamente in età adolescenziale o nella prima età adulta e si caratterizza per la paura di comportarsi in modo imbarazzante ed inadeguato agli occhi altrui ed essere di conseguenza giudicati e derisi.

L’ansia scaturisce dalla convinzione che ci si troverà in situazioni di forte imbarazzo e umiliazione se le proprie prestazioni non saranno adeguate.  Proprio per questo si tende ad adottare comportamenti evitanti nei confronti di condizioni di vario tipo in cui ci si potrebbe trovare a disagio. Quando si è costretti ad affrontarle lo si fa con enorme sofferenza, tanto quanto la paura di essere giudicati.

Vi è proprio una continuità tra il desiderio di fare un’impressione positiva sugli altri e il senso di non potercela fare.

Può presentarsi in specifiche situazioni (ad esempio, quando si deve svolgere una particolare attività in pubblico, affrontare un esame, mangiare in compagnia, condurre una riunione, affrontare un colloquio di lavoro…), o nei casi più gravi esser generalizzata a tutte le occasioni di interazioni con altri. In alcuni di questi casi si parla di disturbo evitante di personalità.

Chi è vittima della fobia sociale soffre di ansia anticipatoria (la quale si presenta quando si immagina la situazione tanto temuta con  vergogna, senso di inadeguatezza, fallimento, umiliazione), che può evolversi in attacco di panico.

La previsione del fallimento inevitabilmente porta a predisporsi in modo tale da raggiungerlo e aumenta l’ansia. Quando poi l’insuccesso arriva davvero ci si concentra su di esso aumentando la paura di affrontare ulteriormente le situazioni e cercando di evitarle in ogni modo. E’ una condizione che se non viene risolta adeguatamente tende a cronicizzarsi.

Una delle cause del disturbo potrebbe essere un’influenza negativa sull’autostima e sulla percezione di se.

Essendo una fobia parliamo di una paura irrazionale, che in alcuni momenti può essere riconosciuta come tale, ma che non si riesce comunque a controllare.

D’altra parte, esperienze sociali traumatiche come il bullismo, la derisione, il rifiuto possono slatentizzare e/o aggravare le paure.

In base alla gravità della paura, risulta molto difficile anche chiedere aiuto sempre per il solito timore di far brutta figura ed essere giudicati.

Come tutte le fobie, anche quella sociale può essere curata attraverso un percorso di psicoterapia che miri a prendere il controllo dell’ansia eliminandola con il tempo, ad assumere una maggiore sicurezza in se stessi e ad avere le competenze tali per affrontare le situazioni sociali tanto temute.