Mag
04

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Sono questi anni in cui matrimoni e relazioni finiscono al capolinea e da entrambe le parti ci si riorganizza la vita assieme ad altri partner. Tutto nella norma. Anzi, lo vedo come un passo importante quello di riconcedersi un’ulteriore chance relazionale, anziché gridare alla sfiducia cosmica nei confronti del genere umano e di se stessi. Ma quando ci sono figli di mezzo, che succede? Ci si chiede spesso quando e se esista il momento giusto per presentare alla prole il novo partner di mamma o di papà. C’è chi lo fa troppo frettolosamente e chi invece rinuncia a vivere la nuova relazione alla luce del sole per paura di causare danni irreversibili. Sia nell’una che nell’altra situazione gli effetti negativi possono essere sempre dietro l’angolo.

Esiste davvero un momento giusto? Sicuramente non abbiamo un rigido protocollo a cui rifarci, perché ogni situazione è talmente personale che sarebbe riduttivo non adattare ad ognuno una modalità personalizzata.

Bisogna innanzi tutto lasciare il tempo ai figli e anche a se stessi (ma questo è un altro discorso), di elaborare la nuova situazione in casa. Ovvero, i bambini/ragazzi hanno bisogno di una fase di adattamento in cui devono avere il tempo di accettare il cambiamento dovuto ad una separazione genitoriale o alla morte di uno dei due. L’elaborazione di un lutto può richiedere anche qualche anno.

I tempi possono venir condizionati anche dalla natura della separazione genitoriale: violenta o pacifica, per esempio.

I figli hanno assoluto bisogno di stabilità e di sapere che i loro genitori siano presenti e collaborativi tra loro. Inserire improvvisamente una persona dentro casa, soprattutto quando i tempi possono non essere maturi può creare una forte crepa nella loro quotidianità. Anche perché hanno dei tempi di adattamento diversi da quelli degli adulti e sopratutto perché nella maggior parte delle volte loro non avrebbero voluto una separazione della coppia genitoriale.

Prima di decidere di presentare il nuovo partner alla prole è importante capire se la relazione è qualcosa che può protrarsi nel tempo o se passeggera, perché i bambini tendono ad affezionarsi e far entrare e poi riuscire dalla loro vita un persona di passaggio può essere ulteriormente destabilizzante.

Ricordiamoci inoltre che i figli non sono amici a cui poter confidare le proprie esperienze amorose, tanto meno a cui chiedere consigli al riguardo. Per quello appunto, ci sono gli amici.

Prima di imporre una nuova presenza dentro casa, meglio spiegare cosa stia succedendo, adattando il discorso alle età in questione e capire quali siano i vissuti e le reazioni al riguardo.

Sarebbe inoltre importante introdurre a piccole dosi la nuova figura per non far percepire un senso di invasione. Non esistono tempi canonici di adattamento, c’è chi lo fa con più o meno difficoltà.

E’ fondamentale che i figli non abbiano l’impressione che il nuovo arrivato voglia sostituire quella genitoriale che non abita più con loro. Tenere i ruoli ben definiti è fondamentale per non creare confusione e senso di smarrimento.

Se il processo avviene gradualmente e nel rispetto delle esigenze e delle tempistiche di tutti, i figli possono arrivare ad instaurare un ottimo rapporto con il nuovo partner.

In quest’ottica il nucleo familiare può andare incontro ad una vera a propria evoluzione.

Una situazione ideale in caso di separazione e ricostituzione della nuova coppia, innanzi tutto è che la coppia genitoriale riesca a mantenere un ruolo equilibrato. Ma ripeto, questa spesso è una situazione ideale, perché è molto più facile farsi sopraffare dal dolore e dal rancore e cercare di distruggere l’immagine dell’altro agli occhi dei figli. Figuriamoci quanto può essere dannoso l’introduzione di un’altra persona in situazioni tali.

Il nuovo partner deve essere ben consapevole che non sta instaurando una relazione solo con il partner, ma anche con il suo contesto familiare, stando attento a non oscillare tra il volersi sostituire al genitore nel rapporto con i “figliastri” ad un ruolo di totale marginalità ed indifferenza.

Apr
24
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 24-04-2017 e taggato , ,

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Molte persone accettano di tenere il ruolo di amante per periodi davvero lunghi, pur essendo consapevoli del fatto che la maggior parte delle volte saranno destinate a soffrire e a mettere a repentaglio la propria autostima.

Facendo un’analisi dei casi, ho potuto notare che chi finisce ad avere costantemente un tale ruolo  parte da una situazione di solitudine che il più delle volte è destinata ad aumentare insieme alla delusione delle aspettative.

Essere amante di qualcuno significa condividere con esso solo momenti rubati, momenti che antecedono il ritorno a casa alla propria vita “ufficiale”. A molti può star bene così, sopratutto a chi, per vari motivi non è motivato ad instaurare dei legami “completi” e il ruolo di amante li preserva da questo. Può quindi essere una situazione di comodo in cui si è disposti a ricevere poco, perché si da altrettanto poco. Altri invece si accontentano delle briciole di affetto, sperando che prima o poi la situazione cambi a proprio favore.

La maggior parte degli amanti cerca di prendersi il meglio in quegli incontri rubati perché l’obiettivo è di staccare dalla reale quotidianità fatta di problemi, solitudine e apparenze impegnandosi a vivere in essi la migliore spensieratezza possibile.

Quando subentrano le delusioni, il rischio è anche quello di entrare in un circolo vizioso in cui si perde fiducia nelle persone. Da poco mi è capitato il caso di una donna che è stata l’amante di un uomo che quando ha lasciato la moglie per costruire qualcosa di più profondo con lei, non è riuscita a fidarsi di lui come suo compagno di vita. E’ questo è solo un esempio.

Decidere di essere l’amante è a volte una scelta non programmata, ci si arriva per tutta una serie di motivi che inizialmente possono non essere riconosciuti se non quando ormai il rapporto è già stato instaurato, quando ci si è fatti trascinare dalla passione e da situazioni ambigue non ben esplicitate. Ognuno può trovarsi nel ruolo del traditore, del tradito e dell’amante, a volte senza neanche rendersene troppo conto e, al di là di qualsiasi giudizio, si accettano soluzioni dolorose più per motivazioni irrazionali. C’è ad esempio chi parla di “troppo amore”, che per noi del mestiere il più delle volte si traduce in dipendenza affettiva.

C’èchi in un certo senso vuole avere una rivalsa rispetto a situazioni deludenti del passato. Chi non crede poi nell’amore vero, quello alla luce del sole, perché ha avuto dei modelli di riferimento tali da averlo convinto di questo.

Ancora, chi si ritrova a non rendersi conto di quanto il tempo scorra veloce nella speranza che il proprio lui/lei scelga davvero come prima opzione senza dirsi che in realtà potrebbe mai non essere così. Ancora, chi se ne rende conto e dopo un po’ non ci sta più e chi invece trova i suoi desideri realizzati.

Quello tra le persone è sempre un legame complicato. Quando bisogna nasconderlo può esserlo ancora di più, anche se tanti pensano che sia totalmente libero da intralci legati alla quotidianità. Ma quando anche il ruolo di amante diventa quotidiano, cosa può succedere? Siamo sicuri di poter adottare con serenità tale incarico?

 

 

 

Apr
14
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 14-04-2017 e taggato , ,

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Buongiorno a tutti!

Uso questo spazio per rispondere a chi mi ha chiesto se per il periodo di Pasqua e i vari ponti festivi di aprile farò una pausa lavorativa.

Gli studi di Cagliari e Nuoro rimarranno aperti sia per chi volesse  fissare un primo colloquio (chiamando al 3207297686), sia per i pazienti che hanno già iniziato i loro percorsi.

La chiusura riguarderà solo i giorni festivi canonici.

Intanto che proseguo con il mio lavoro, AUGURO A TUTTI DELLE BUONE FESTE!

Caterina Steri.

Come tutti gli anni, in questo periodo, accompagnato dal cambiamento climatico e dall’aumento delle temperature posso registrare un aumento di prime visite in studio. Tra le persone che richiedono un aiuto non mancano quelle in preda a forti crisi diansia e veri e propri attacchi di panico.

Diverse sono le storie di ogni persona e i problemi con cui hanno a che fare: relazionali, sessuali,  molti disturbi d’ansia tra cui gli attacchi di panico, tanto improvvisi quanto spaventosi, per i quali si finisce al pronto soccorso dell’ospedale più vicino perché convinti di poter morire da un momento all’altro.

Ma quando poi i medici escludono qualsiasi tipo di malattia organica e diagnosticano l’attacco di panico cosa si può fare?

Alcune volte gli attacchi di panico possono non ripresentarsi più, ma nella maggior parte delle situazioni tornano puntuali associandosi ad eventi ben precisi. Chi ne soffre infatti tenta di evitarli accuratamente, rischiando di entrare in un regime quotidiano invalidante. Sta di fatto che per risolverli c’è bisogno di un aiuto professionale anche perché, come già detto, la sola paura che possano ripresentarsi può diventare fagocitante.

Ecco allora che si può chiedere un aiuto psicologico. I soli farmaci aiutano a controllare i sintomi, ma non lavorano sulle loro cause e quindi non risolvono fino in fondo il problema.

Non subito vengono riconosciuti, soprattutto le prime volte che si presentano e perché i sintomi possono essere molteplici e senza cause apparenti. E’ necessario sapere quindi quali siano le caratteristiche salienti:

  • aumento della frequenza cardiaca o palpitazioni
  • cefalea
  • dolori al petto
  • difficoltà di respirazione (dispnea), e affanno
  • rossore al viso e al petto
  • mani e piedi freddi e sudati
  • sudorazione generale
  • confusione mentale
  • formicolio o intorpidimento
  • paura e sensazione di svenire
  • sensazione di lingua e bocca asciutta e sapore metallico in bocca
  • tremori
  • vampate di calore o brividi di freddo
  • vertigini, stordimento, nausea, conati di vomito, senso di sbandamento
  • grida  e pianto
  • incapacità di comunicare ciò che si sta vivendo durante l’attacco
  • nodo alla gola
  • sensazioni di sogno o distorsione percettiva della realtà
  • percezione che non si è connessi al corpo o che si è disconnessi dal tempo e dallo spazio
  • sensazione che stia per accadere qualcosa di orribile e senso di impotenza per prevenirlo
  • paura di perdere il controllo e fare qualcosa di imbarazzante o di diventare matti
  • sensazione di morte imminente
  • sensazioni di rivissuto (deja-vu)

Durante l’attacco di panico il corpo passa attraverso gli stessi processi fisici di quando si trova in una situazione di reale pericolo, la differenza è che non è questo il caso.

Le conseguenze dell’attacco di panico sono molto pesanti e rendono la vita un vero inferno associandola a  depressione, forte senso di impotenza, frustrazione e paura che possa accadere.

Una volta riconosciuto occorre quindi ricorrere ai ripari lavorando su se stessi in modo tale da liberarsene totalmente, nonostante molti si convincano che non possano essere curati.

Anche la Psicoterapia Strategica Integrata è adatta al trattamento di questi disturbi. Occorre aiutare il paziente a spezzare le dinamiche che hanno dato vita all’attacco di panico rendendolo attivo nel suo percorso terapeutico. La guarigione dipende molto dalla gravità e durata del problema ma soprattutto dalla volontà del paziente di far fronte al problema.

Ultimamente sono stata molto impegnata nel coltivare una nuova esperienza professionale, che già da anni mi ha affascinato ma che per un motivo o per l’altro ho dovuto sempre rimandare.

Mi riferisco al metodo dell’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing), basato sulla desensibilizzazione e rielaborazione degli eventi traumatici attraverso i movimenti oculari.

Nato a fine degli anni ’80 l’EMDR è stato utilizzato per il trattamento del trauma e poi esteso anche alle problematiche legate allo stress: la depressione, l’ansia, le fobie, il lutto, i sintomi somatici e le dipendenze.

E’ un metodo scientificamente provato applicabile a tutte le fasce di età, che attualmente viene usato da terapeuti sparsi in tutto il mondo, me compresa, e documentato attraverso vari studi neurofisiologici. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto in modo ufficiale l’EMDR come un trattamento efficace per il trattamento di traumi psicologici e del disturbo post traumatico da stress.

Esistono diversi tipi di trauma, da quelli maggiori come una violenza subita, lutti improvvisi, attentati, terremoti e altri che possiamo patire senza nemmeno renderci conto che siano tali, ad esempio un’umiliazione subita o delle brusche relazioni con delle persone significative durante l’infanzia.

Tutte le persone reagiscono a modo loro ad eventi del genere, anche dopo anni, spesso sviluppando sintomi di diversa natura, perché il ricordo del trauma viene immagazzinato in memoria in modo disfunzionale, dando appunto delle conseguenze disagianti e patologiche,come ad esempio crisi di ansia. Tali sintomatologie non vengono sempre attribuite a quei traumi “antichi”, ma a delle situazioni precipitanti che hanno fatto esplodere il malessere. Ad esempio, la fine di una relazione, il licenziamento, un’esperienza sessuale andata a male possono dare il via ai sintomi, che sicuramente trovano le loro radici in tempi passati.

E’ stato dimostrato scientificamente, oltre che a livello emotivo e fisico (il classico nodo alla gola, nausea continua, mal di stomaco, rush cutanei, disturbi sessuali), che le conseguenze di ricordi traumatici immagazzinati nella memoria in modo disfunzionale possono manifestarsi anche a livello cerebrale attraverso un volume ridotto sia dell’ippocampo che dell’amigdala.

Gli eventi traumatici non elaborati in modo adattivo condizionano negativamente nel tempo la quotidianità delle persone perché rimangono intrappolati nel cervello senza potersi integrare con i vissuti positivi di cui la persona ha fatto esperienza.

Con l’ausilio dell’EMDR lo psicoterapeuta individua i ricordi o le  immagini traumatici, effettuando su di essi uno specifico lavoro di rielaborazione attraverso l’uso di specifici protocolli ad hoc che si basano sulla stimolazione bilaterale dei lobi cerebrali: un movimento delle dita da seguire con gli occhi o un tamburellamento sulle mani o ginocchia del paziente.

Da esami specifici si può vedere come “intervenire direttamente sull’elaborazione di questi eventi traumatici abbia un effetto anche nella neurobiologia del nostro cervello” (emdr.it) Infatti le ricerche dimostrano che “prima del trattamento EMDR nel cervello si attivano durante la rievocazione del trauma le aree limbico emozionali, mentre dopo il trattamento si attivano le aree cognitive” facendo si che il ricordo traumatico venga vissuto in modo più distaccato e senza lo stravolgimento emotivo di cui era caratterizzato fino al momento del trattamento.

L’EMDR accompagna la psicoterapia, è uno strumento in più, proprio per questo deve essere usato da personale specializzato.

Per maggiori informazioni vi rimando al sito ufficiale dell’EMDR in Italia, www.emdr.it in cui potete documentarvi ampliamente e trovare l’elenco degli psicoterapeuti a cui potete rivolgervi qualora crediate che possa aiutarvi un lavoro specifico con questo metodo.

 

Mar
27
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 27-03-2017 e taggato ,

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Di recente ho letto che un amore vero è fatto di equilibri e non equilibrismi. Ho adorato subito questa affermazione di  poche parole capaci di spiegare un universo di situazioni chiuse nella relazione a due.

Il vero amore ti rende migliore e una persona speciale. Cioè l’altro ti aiuta  ad esprimerti nei tuoi lati migliori. Non perché tu da solo non ne sia capace, ma perché il partner, dando benessere stimola ad esprimere il meglio di sé.

Infatti uno degli indizi principali che ci confermano come l’amore sia sano ed equilibrato è una costante presenza di miglioramento emotivo e di benessere generale che porta ad essere più attivi ed intraprendenti. Una concentrazione di energia di cui spesso si è ignari di avere.

Un amore sano si costruisce quotidianamente con impegno, propensione  al cambiamento e delle volte anche un po’di fatica emotiva. Ci sono situazioni in cui sarebbe più facile cedere alla gelosia, all’egoismo, alla convinzione secondo cui l’altro sia una proprietà, cedendo al bisogno di controllarlo in ogni sua mossa.

Un amore equilibrato invece è un’interazione costante del rapporto a due e dei vissuti personali di ognuno in cui vengono definiti dei chiari confini nel rispetto reciproco e nessuno è più importante rispetto all’altro.

Un tale rapporto è quello in cui si preferisce affrontare le divergenze in modo costruttivo, facendo di questo momento una fase di crescita sia personale che relazionale.

E’ un amore equilibrato quando, anche dopo anni, ci si corteggia, si mantiene la passione, ci si sorprende ancora. Dove la voglia di prendersi cura reciprocamente non smette di esistere. Dove persistono anche la complicità e l’esclusività di quel rapporto, ovvero l’impossibilità di ricrearlo allo stesso modo con un’altra persona.

Chi forma una coppia sana sono persone che starebbero bene anche sole. Chi invece sente di non poter stare solo rischia di perdersi in relazioni incastranti perché troppo timoroso della solitudine e del senso di inadeguatezza che prova rispetto a se stesso.

Anche per questo è necessario coltivare interessi personali, pur essendo diversi da quelli del partner, per coltivare la propria autonomia ed evitare di essere totalmente dipendenti dall’altro.

Le coppie equilibrate sono anche quelle che, di fronte al cambiamento dei propri sentimenti, riescono a dirselo chiaramente, a volte anche a costo di rompere la relazione andando incontro a dure sofferenze, ma pur sempre rispettando le esigenze personali. Perché anche le coppie equilibrate non sono esuli dalla probabilità che la relazione possa finire. Sono infatti quelle che periodicamente si immergono in un bagno di realtà e tirano le somme del legame, anche se spesso non coincidono con ciò che si vorrebbe.

 

Mar
20
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 20-03-2017 e taggato ,

“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come un’infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e in coordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager.” (primo Levi, Se questo è un uomo)

Ultimamente ho ripreso a leggere “Se questo è un uomo”, libro già letto e studiato quando ancora mi trovavo dietro ai banchi di scuola. Ora, ho avuto il desiderio di riprenderlo in mano e sinceramente mi chiedo quanto sia labile il confine tra ciò che è successo allora e la situazione che la storia contemporanea ci mostra?

Mar
13

Una delle domande più frequenti che mi viene rivolta dai pazienti è quella che indaga su come io riesca a non portarmi a casa tutti i problemi delle persone che seguo.
Tutto questo crea molta sorpresa ai loro occhi.
In realtà, anche noi terapeuti veniamo colti da stanchezza e assorbiti dai casi che seguiamo, soprattutto quelli che possono “riportarci” mentalmente ed emotivamente a questioni personali.
Ma in realtà, per essere bravi professionisti e per arrivare a tollerare quotidianamente diverse storie, abbiamo alle spalle anni di formazione professionale e di addestramento molto duri. Per non parlare del percorso di psicoterapia individuale e di supervisione passati e a cui periodicamente possiamo far ricorso.
Non siamo macchine, ma allo stesso tempo non siamo nemmeno spugne e “vomitatoi” nei quali le persone possano riversare tutto i loro dolori per farceli assorbire passivamente.
Una vera professionalità si basa non solo nel riuscire a lavorare sugli altri (obiettivo principale del nostro lavoro), ma anche sul riuscire a confinare vita lavorativa da quella privata. Sarebbe un vero e proprio dramma non riuscire a farlo perché il rischio maggiore diventerebbe proprio quello di non vivere a pieno la propria vita che sarebbe caratterizzata da una mancanza di confini e una contaminazione totale tra i suoi diversi ambiti.
Noi psicoterapeuti ci alleniamo quindi a riconoscere i nostri sentimenti in modo tale che l’atteggiamento del paziente sia trattato ai fini del suo benessere e non dei nostri vissuti. Tutto ciò attraverso un intervento neutrale.
Se perdiamo di vista il tipo di dinamica che si instaura con i pazienti rischiamo un vero e proprio contagio emotivo. Ciò non si traduce nel fatto che ci viene prescritto di non vivere emotivamente ciò che ci viene riportato, ma deve essere fatto in modo empatico, ovvero mettendolo sempre al servizio dell’altro.
Proprio per questo abbiamo il dovere di conoscere il più possibile noi stessi e di stare costantemente a contatto con i nostri vissuti. Allo stesso tempo, dobbiamo saper distaccarcene per mettere a disposizione le nostre risorse intellettuali nel modo più professionale possibile.
Allora che dire a chi mi chiede se il mio lavoro “mi ansia” o meno?
Dico che non è facile stare quotidianamente a contatto con vissuti problematici, ma so di poggiarmi su fondamenta professionali e personali che permettono di schermarmi dai dolori altrui e di lavorarci su con il massimo dell’oggettività possibile. Aggiungo anche quanto sia fonte di orgoglio ed ispirazione vedere come i disagi altrui possano convergere in situazioni positive e di benessere e sapere che il cambiamento in tal senso sia frutto dell’interazione tra la mia professionalità e la volontà delle persone di prendere in mano attivamente la vita rendendola migliore.
Aggiungerei infine che il fatto di fare un lavoro che mi appassiona lo rende molto meno difficile di quello che a tanti potrebbe apparire.

Mar
06

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Di recente gli studenti di una scuola del cagliaritano sono stati puniti a causa di comportamenti poco ortodossi all’interno dell’Istituto.

Alcuni genitori dei ragazzi hanno preso poco bene la situazione perché non avvisati per tempo dalla dirigenza scolastica del fatto che i figli non siano potuti rincasare da scuola al solito orario, accusando addirittura di sequestro di persone.

Quello tra genitori e scuola è uno dei tanti scontri a cui spesso si assiste, soprattutto gli operatori del sociale ne sono abituali spettatori.

A volte la ragione sta da una parte, altre volte dall’altra. Ma oggi non è questo il punto. Ovvero, oggi il punto non è capire chi ha ragione tra le due parti, ma quale sia il messaggio che viene trasmesso agli studenti. Soprattutto quelli che fanno da pubblico a vere e proprie crociate da parte degli adulti. Quegli adulti che dovrebbero essere il loro punto di riferimento.

Una delle prime cose che possiamo notare noi operatori è la confusione causata da una continua lotta svalutante tra casa e scuola in cui la comunicazione efficace non viene assolutamente contemplata.

Non so se possa consolare, ma questa non è solo la situazione in Italia.

Ad esempio, già da qualche anno “I responsabili della Sandwood Primary School di Glasgow hanno deciso di definire una regola così perentoria – ovvero che i genitori non comunicassero con i docenti se non previo appuntamento – dopo l’aumento degli incidenti avvenuti nel cortile dell’istituto, con padri e madri che gridavano contro i docenti e usavano un linguaggio offensivo”. (Corriere.it 2008)

E’ come se tutti fossero i diventati nemici di tutti. Mentre in passato esisteva una collaborazione tra famiglia e scuola e il rispetto dei ruoli di ognuno, oggi sembra che l’obiettivo sia quello di esercitare la propria forza sugli altri, facendo respirare profondamente quest’astio ai ragazzi che inevitabilmente in modo difficile riescono ad avere fiducia nelle istituzioni, nelle regole e nel loro rispetto.

Il tutto può venire aggravato se genitori ed insegnanti decidono di comunicare via chat. Nella realtà milanese “[…] molti presidi hanno invitato i genitori a non usare chat di classe, anche se non sarà facile. Intanto, però, agli insegnanti di alcune scuole è stato vietato partecipare alle conversazioni di gruppo via smartphone. Le direttive sono chiare: l’unico canale consentito e obbligatorio per le comunicazioni tra insegnanti e genitori è il diario dell’alunno e lo scambio di telefono cellulare ed e-mail è consentito solo tra i docenti e i rappresentanti dei genitori, esclusivamente per le comunicazioni più urgenti”. (ilmessaggero.it, ottobre 2016)

Fa pensare come ci sia la forte necessità di confinare e dare regole ferree agli adulti, per questioni che spesso i ragazzi risolverebbero tra loro, senza nemmeno farle sfociare in problemi.

D’altro canto, quando ci sarebbe bisogno di una punizione, ci vuole da parte di qualche adulto una bella faccia tosta per esercitarla, dal momento che il modello a cui hanno fatto riferimento i ragazzi sono proprio loro.

Come possiamo quindi pretendere di crescere ragazzi educati, rispettosi ed equilibrati se i loro modelli sono tutt’altro?

Feb
27
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Conoscete Napalm51, uno degli ultimi personaggi interpretati da Maurizio Crozza?

Io sinceramente lo trovo geniale! E ahimè, altrettanto vero!

Napalm51 è una sorta di vendicatore del web (secondo lui!), che invece non vede al di là del suo naso. Un uomo che passa la vita davanti ad uno schermo e si “costruisce” realtà totalmente sue.

Uno che vede il complotto ovunque ed è talmente convinto di quello che dice da ipotizzare addirittura di smascherare chissà chi.. di “fregare il sistema”, per riprendere le sue parole.

E’ quello che si lamenta di tutto, ma mai di se stesso, perché sono gli altri la causa delle oscenità della vita, lui non ne è responsabile, anzi… ma intanto non fa nulla per cambiare. Recita quotidianamente “stavo per..” ma si giustifica con qualche fattore esterno gli impedirebbe di andare avanti, di provarci davvero, di mettersi in gioco.

Ed intanto vive ancora a casa della madre malata, ovviamente a spese della signora, non dandole una mano di aiuto, ma pretendendo dall’anziana invalida di esser servito e riverito. In fondo glielo deve, considerato che lui passa le giornate a salvare il mondo e a smascherare soprusi.

Napalm51 è uno che giudica e commenta in continuazione, naturalmente protetto dal suo nickname e dallo schermo del pc.

Sono proprio alcune sue caratteristiche che mi fanno pensare a quanto questo personaggio possa essere la caircatura più o meno marcata della gran parte delle persone.

Siamo un po’ tutti Napalm51 perché è diventato troppo facile poter commentare tutto quanto e immaginare realtà ad hoc da dietro un computer.

Forse, prima di avere tutta questa disponibilità eravamo costretti a pensare di più alle conseguenze di quello che poteva uscire dalla nostra bocca, perché rischiavamo di trovarci di fronte a qualcuno più bravo, più sapiente, più capace di noi.

Ora sul web e grazie alla sua immediata fruibilità, diciamola tutta, ci sentiamo più sicuri e in diritto (forse anche in dovere), di metter bocca su qualsiasi tema. E allora tutti sappiamo come distruggere il terrorismo, risolvere i problemi sull’immigrazione, sappiamo di politica, economia, per non parlare della medicina. Pensiamo ad esempio alle propagande che vengono fatte contro le vaccinazioni. Insomma, tutti gli esperti, quelli veri, quelli che certe cose le fanno per professione dopo anni di studio e formazione, in tanti casi vengono equiparati a chi in realtà di formazione non ne ha, ma è davvero bravo a cercare sul web!

Del resto, milioni di persone si sono trovate a navigare senza avere la minima idea di cosa fosse il web, di quello che potesse rappresentare, tanto meno senza nessun manuale di istruzioni.

E il non dover mettere direttamente la faccia, talvolta aiuta e legittima a portare fuori il peggio di sé.

Siamo tutti Napalm51, ad esempio quando pubblichiamo tutto e il contrario di tutto. Relativamente da poco ho visto nella bacheca della stessa persona post commoventi sul giorno della memoria e poco sotto foto di profughi annegati con su scritto “E’ giusto che se li tenga il mare”. Quasi mi viene da arrendermi alla vista di tutto questo.

Si, è vero che siamo tutti Napalm51, ma forse è anche vero che dal vivo non siamo così male. Basti riflettere sul fatto che  certe cose che condividiamo sui social non le diremmo a voce alta. Pensiamo allora ad essere più concreti e realisti che virtuali. Per quanto bello e utile sia il web, non ce lo prescrive il medico il doverlo usare per far venire fuori il peggio di noi.