Gen
22
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 22-01-2018 e taggato ,

Qualche giorno fa ho dovuto eliminare dalla bacheca della mia pagina Facebook a cui il mio blog da il nome un commento che denominava in senso negativo (che non sto qui a ripetere) una signora Rumena.

Raramente capitano queste cose, ma tengo assolutamente a ribadire che nei miei social non sono assolutamente accettati commenti denigranti e offensivi nei confronti di chicchessia.

Ho sempre avuto l’idea di voler condividere il mio operatore professionale e di dare la possibilità a tutti di intervenire rispetto agli argomenti trattati, negli assoluti rispetto e tolleranza del pensiero, credo, nazionalità e orientamento sessuale.

Per questo chiedo vivamente a tutti quelli che lo desiderano di scrivermi sui social ma rispettando tutto e tutti.

Vi ringrazio in anticipo,

Caterina Steri.

Gen
15

La locandina del film

Di recente ho visto il film dal titolo “Mamma o papà” con Antonio Albanese e Paola Cortellesi in cui i due protagonisti dopo anni di matrimonio decidono di separarsi con i migliori presupposti per non finire in una guerra legale. Una serie di vicissitudini invece li porta a guerreggiare in tal senso e a lottare per non ottenere l’affidamento dei figli e fare di tutto perché questi scelgano l’altro genitore.

Nella realtà solitamente chi si separa fa di tutto per tenersi la prole e soprattutto metterla contro l’ex. In comune tra le due situazioni c’è il modo in cui gli adulti, in nome delle loro battaglie e dei loro desideri usino spudoratamente i figli come armi contro gli altri genitori, portando fuori il peggio di se stessi.

E mentre perdono tempo ed energie in cruente lotte non si rendono conto che a pagare le spese per volere non proprio sono i figli. Coloro che non solo hanno a che fare con il dispiacere di non poter vedere una coppia genitoriale in armonia, ma devono subirne gli aspetti più negativi, a volte infimi, della loro personalità, a suon di avvocati, alienazione parentale, sensi di colpa instillati spudoratamente.

E allora si, cari genitori, mettetevi una mano sulla coscienza. Siate sinceri con voi stessi dicendo ad alta voce che in alcuni casi non è per il bene dei vostri figli che lottate ma perché avete diverse difficoltà ad elaborare il fatto che la vostra relazione sia andata male. Lo so, fa male sentirselo dire, ma a volte un po’ di schiettezza è sempre meglio di una scusa.

Detto questo, spero proprio di non dover sentire più dire ad un genitore di essere disposto ad usare il figlio per ferire l’ex coniuge. I figli sono persone, non frecce di un arco.

Gen
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-01-2018 e taggato , , ,

Guerra e amore, due concetti che potrebbe non aver senso affiancare, considerato che lottare per amore nella maggior parte dei casi sia un paradosso. Forse vale la pena lottare quando due persone si amano e il mondo esterno va contro quest’unione, pensiamo ad esempio alla distanza fisica, a due che lavorano in posti lontani. Allora in questo senso si può combattere per congiungersi e poter godere appieno della relazione.

Ma quando l’ostacolo è uno dei due, allora che senso ha? Parlo ad esempio di casi in cui la persona che vorremmo pone troppi ostacoli alla relazione e la sua conquista diventa una vera e propria missione di vita ossessiva.

Mi chiedo dove possa collocarsi il confine tra  la lotta e la conquista per soddisfare il proprio senso del possesso, quello di sfida, quello che insegue un sogno idealizzato e non la realtà e l’amore che non persegue alcuno scopo se non essere felice con la persona amata?

Non vale la pena lottare quando a farlo è solo uno. Sono queste relazioni tormentate, quindi anche malate. In cui ci si logora e ci si spegne reciprocamente. Relazioni in cui molto difficilmente possiamo parlare di vero amore.

Un tempo, soprattutto le donne, in nome del loro amore erano convinte di dover sopportare di tutto. Ora pare che le cose stiano un po’ cambiando, ma non è ancora sufficiente. Ci sono quelle situazioni infatti in cui si soffre per anni e ci si accontenta delle briciole, tipiche delle dipendenze affettive, per paura di stare soli, per la speranza che prima o poi l’altro si accorga dei vari sforzi fatti e si sciolga di fronte a tutto l’impegno e le attenzioni ricevute dal partner, che lotta e si dimena facendo di tutto pur di farsi notare seriamente.

Ma questo non è amore.

Per fortuna ci sono quei casi in cui ci si rende conto che oltre ad una certa soglia ci si può solo annullare e perdersi e quindi non si è disposti ad oltrepassarla. Anche se a volte prima di prenderne veramente coscienza possono passare gli anni.

Non ha senso quindi sottoporsi a cose che quotidianamente ci fanno male.

L’amore non è guerra, ne fatica. E’ spontaneità e serenità. Non dover sudare e sputare sangue per avere l’altro con sé. E’ volersi e prendersi spontaneamente senza troppe rincorse. L’amore è riuscire a giocare con l’altro, fare del divertimento un’abitudine, non un’eccezione. Perché quando arrivano i momenti in cui davvero bisogna sacrificarsi allora bisogna riuscire ad unire le proprie forze, non a metterle in contrasto tra loro.

Forse si può lottare per ciò che vale la pena avere.

E a volte il sentimento d’amore (se di questo davvero si tratta), può non essere sufficiente. Ha bisogno di essere accompagnato e coltivato da entrambe le parti e reciprocamente.

Dic
23
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 23-12-2017 e taggato , ,

Cari tanti auguri per il ritorno delle festività natalizie e per l’arrivo del nuovo anno a tutti, nessuno escluso. A tutti quelli che adorano questo periodo e a chi meno. A chi lo vive con uno spirito religioso e a chi no.

Comunque sia, non fa mai male augurare un sorriso, la realizzazione di se stessi e dei propri desideri.

Che ognuno quindi possa vivere questi miei auguri come meglio crede.

Ed intanto vi ringrazio per la vostra sempre costante e numerosa presenza qui nel web e in studio a ricordarmi quanto mi piaccia il mio lavoro, il riscontro che quotidianamente mi date e quanto possa continuare a fare per cercare di migliorarlo ancora.

Buone feste e buon anno a tutti!!

Caterina Steri.

Ogni tanto mi piace segnalare sul mio blog qualche libro che trovo particolarmente interessante e che mi colpisce. Oggi vorrei parlarvi di un testo che tanto  mi intriga dal titolo Storie della buonanotte per bambine ribelli di Elena Favilli e Francesca Cavallo.

Spesso e volentieri ho ribadito come il problema delle dipendenze affettive può trovare le sue radici nella convinzione che le donne debbano per forza “venire salvate da un principe azzurro per poter vivere felici e contente”. Sono messaggi che abbiamo ricevuto sin dalla più tenera età, se ci pensate bene. Dopo le favole classiche ci è anche stato detto che l’amore non è tale se non fatto di sofferenza e sacrifici. E a furia di sentircelo dire la maggior parte di noi ci ha creduto e ha cercato inevitabilmente quel tipo di relazione sofferente, in alcuni casi drammatica.

Per fortuna le cose negli ultimi anni stanno cambiando e alle classiche storie del principe azzurro senza le quali siamo destinate a vivere recluse su una torre assediata da un drago o a lavare pavimenti per persone crudeli, si accompagnano quelle in cui le donne hanno tutta la possibilità di riscattarsi nella vita, permettendosi anche di innamorarsi, non per essere salvate, ma semplicemente per vivere felicemente il sentimento dell’amore.

Storie della buonanotte per bambine ribelli è un libro che ha fatto discutere parecchio in cui si racconta di  “100 vite di donne straordinarie” raccontate in versione semplificata, come fossero storie della buonanotte. Io personalmente la trovo un’idea ammirevole, forse non perfetta visto le varie discussioni contrarie scaturite, ma pur sempre un tentativo di cambiamento rispetto al solito, che non fa mai male.

Fa discutere perché vuole affrontare la differenza di genere in chiave femminista. Un po’ paradossale, sicuramente. E molti si sono proprio chiesti perché sia dedicato esplicitamente solo alle bambine e non anche ai bambini?

Un’altra critica molto forte è che tra le cento donne di cui si parla ci sia anche Margaret Thatcher descritta come “ammirevole”, nonostante le sue scelte abbiano pesato gravemente sul suo paese.

La nota positiva è che il successo delle vendite di questo libro sia dovuto al tentativo di superare dei pregiudizi, luoghi comuni, discriminazioni.

Per carità, può essere discutibile per alcuni, per altri molto riduttivo, ma il tentativo penso sia un progetto assolutamente positivo.

Oltre a tutto non è scritto da nessuna parte che anche i maschietti non possano usufruire di queste storie. E ricordiamoci poi che con una mediazione accurata da parte di noi adulti possono esser date ai bambini tante e sensate spiegazioni. I bambini sono soliti fare mille domande e un libro del genere non può altro che stimolare la loro curiosità e aprire le loro menti. La cosa fondamentale è imparare ad accompagnarli in questo percorso quotidiano.

 

 

 


Dic
11
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 11-12-2017 e taggato , ,

Immagine dal web

Imparare a stare soli e a scegliere di farlo è la via principale per conoscersi  e relazionarsi con gli altri nel migliore dei modi. Nonostante la società spesso ci suggerisca che la solitudine sia sinonimo di isolamento e di conseguenza faccia paura e crei imbarazzo.

Ma come mai impaurisce così tanto? Perché diciamolo, per usare un termine poco ortodosso, agli occhi altrui la solitudine è da sfigati. Perché apparentemente è molto meglio accompagnarsi a delle relazioni superficiali e insoddisfacenti ma dimostrare quanto stiamo bene in gruppo che non quanto possiamo costituire noi la nostra miglior compagnia. Stare soli inoltre ci costringe a fare i conti con i nostri limiti, che per alcuni sono più invadenti rispetto alle risorse.

Certo, l’uomo è un animale sociale e ha sicuramente bisogno di interagire con gli altri. Ma ciò che ci frega è che pur di non stare con noi stessi alla fine rischiamo di accontentarci di chiunque.

Manca infatti nel pensare comune la concezione secondo cui stare soli non significhi essere deficitari di qualcosa, ma persone complete e capaci di stringere relazioni che arricchiscono, non che colmino vuoti.

Ma abbiamo mai pensato seriamente a quali siano davvero i vantaggi del riuscire a stare soli?

Ci sono diversi modi per vivere bene la solitudine, ad esempio passando dei momenti a leggere, dedicandosi ad attività che appassionano, viaggiando, intraprendendo qualsiasi attività che corrisponda ad un prendersi cura di se stessi dando benessere mentale e fisico.

Chi non riesce a tenere spazi di solitaria autonomia è destinato a legarsi agli altri come se fossero delle stampelle.

La solitudine diventa dolorosa nel momento in cui ci riteniamo incapaci di prenderci cura di noi stessi, quando ci convinciamo che gli altri siano migliori nell’aderire a questo compito.

E’ vero che avere qualcuno accanto dà sicurezza, ma la maggior fonte di tale sicurezza dovremmo essere noi.

Teniamo dunque presente che esiste una grossa differenza tra stare soli e sentirsi soli.

Sentirsi soli è una condizione intima che rattrista e spesso viene vissuta senza speranza poichè non si allevia nemmeno in presenza di altri. La miglior cura contro il senso di solitudine è imparare a stare soli in una vera e profonda relazione con se stessi, che spesso, pure in mezzo ai frenetici ritmi quotidiani, porti alla ricerca di una solitudine positiva, che in realtà può rivelarsi come la migliore delle compagnie.

Se quindi diamo un’accezione negativa alla solitudine, rischiamo di viverla male, di subirla e temerla, a volte al tal punto da respingerla totalmente. Questo spesso è il preludio per andare alla ricerca di compagnie compensatorie e non sane che possono sfociare in relazioni dipendenti alimentando sensi di inadeguatezza e vuoto.

Ricordiamoci infatti che l’unica persona che starà sempre in nostra compagnia siamo noi, dall’inizio alla fine, proprio per questo credo tanto nel piacere e dovere di  coltivare la capacità di stare soli.

 

Dic
04

Immagine dal web

Ci sono persone che ti danno sicurezza e altre che ti danno strumenti di vita, voi quali preferite?

Le prime sono sicuramente quelle più “comode” perché tendono a sostituirsi a noi facendo le cose al nostro posto. Possono essere figure genitoriali, amici o partner. Sono quelle che alleggeriscono il carico della nostra vita, che spesso ci fanno trovare la “pappa pronta”, dandoci tutta una serie di grandi vantaggi. Ad esempio, i genitori che spianano la strada professionale ai figli, o i partner che non chiedono nessuna collaborazione e si prendono il peso della gestione della casa o dei bambini. Sono solo due esempi rappresentativi. Di questi tempi avere un lavoro pronto per noi è un gran privilegio, così come rientrare a casa e potersi concedere di stare sul divano a non far nulla perché la spesa, la cena e la doccia ai bambini sono già stati fatti.

Ma il rovescio della medaglia quale sarà?

Innanzi tutto, chi fa ciò che dovremmo fare noi ad un certo punto potrebbe stancarsi e smettere pur avendoci abituati per lungo tempo.

Poi, seppure tutto venga fatto in buona fede potrebbe esserci dietro anche un ricatto morale. Ovvero la fatidica frase: ”Dopo tutto quello che ho fatto per te, ti dimostri così irriconoscente?” Ed a volte, tutti i favori ricevuti in precedenza vengono più o meno velatamente richiesti indietro ad un costo che potrebbe rivelarsi molto caro.

Un altro degli svantaggi dell’avere persone che fanno tutto al nostro posto è che quando queste per un motivo o per l’altro non riescono più ad adempiere al loro operato, ci fanno sentire inadeguati a far le cose da noi. La mancanza di abitudine all’indipendenza d’azione è  di progettualità potrebbero diventare estremamente invalidanti e l’autostima potrebbe risentirne fortemente.

Dall’altro lato ci sono invece quegli individui che ci accompagnano nella quotidianità senza sostituirsi a noi, ma spronandoci all’autonomia, dandoci anche i giusti strumenti per raggiungerla. Inizialmente può essere faticoso, ma una volta appreso il meccanismo si diventa indipendenti e orgogliosi di se stessi. Ma soprattutto liberi di agire e svincolati da qualsiasi tipo di ricatto morale.

Quindi è vero che questo secondo genere di persona  ci rende la vita un po’ meno comoda rispetto alla prima, almeno apparentemente, ma pensandoci bene ci scioglie da qualsiasi senso di colpa e di inadeguatezza. Aiuta a rinforzare l’autostima e, nel momento in cui potrebbe più non essere disponibile non ci fa trovare impreparati di fronte alle difficoltà e alle sfide della vita, poiché abbiamo interiorizzato un meccanismo di problem solving tale da non farci arrendere.

Oltre a tutto, quando le persone ci fanno trovare tutto pronto, rischiamo di entrare nell’ottica che tutto ci sia dovuto, perdendo di vista ciò che possono essere le priorità della vita, facendoci vivere quelli che dovrebbero essere dei doveri come diritti per il cui raggiungimento non dovremmo fare alcuno sforzo.

Nel secondo caso invece impariamo a guadagnare con le nostre forze ciò che vogliamo e a goderne di più.

 

 

Nov
20
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 20-11-2017 e taggato , , ,

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Cari lettori,

vi invito a guardare il trailer del documentario di Sandro Baldoni “La botta grossa” che racconta cosa è accaduto dopo il terremoto del 30 ottobre 2016 che ha nuovamente colpito il Centro Italia, dopo il sisma di Amatrice.

Anche lAssociazione e la terapia EMDR sono state incluse in alcuni passaggi del documentario dando un forte contributo alla comprensione dell’esperienza del trattamento in situazioni altamente traumatiche.

Il documentario parteciperà e verrà proiettato in vari festival di cinema nei prossimi mesi. Per questo vi invito ad informarvi su dove e quando poterlo vedere nella sua completezza e in presenza del regista.

Intanto vi segnalo di seguito alcune città, sale e date dove viene proiettato il documentario in questo primo periodo:

12 Nov ROMA Nuovo Sacher ore 11. Presentazione con Nanni Moretti e Sandro Baldoni

20 Nov FERMO Sala degli Artisti ore 21 e 30. A Fermo rimane in sala una settimana.

21 Nov a ROMA Farnese ore 20, 30, anteprima col regista. A Roma al Farnese rimane in sala minimo 3 giorni: 21, 22, 23.Â

22 Nov a SPOLETO Pegasus ore 21, 30

23 Nov a PERUGIA Posmodernissimo ore 21,30 + Gubbio ore 21,15

20-21-22 Nov a ASCOLI PICENO Delle Stelle (no presentazione regista)

24 Nov a ASCOLI PICENO Piceno ore 21,15 (si presentazione regista)

25 Nov a PESARO Metropolis 21, 00

27 Nov a MILANO Mexico ore 21,15

28 Nov a FIRENZE Sala Della Compagnia ore 19,00

29 Nov MACERATA Sala Italia ore 21,00

30 Nov a CIVITANOVA MARCHEÂ Teatro ore 18 e 0re 20,30

2 dic a GENOVA Sala Cappuccini ore 18,00

4 dic ad ANCONA Sala Azzurro ore 21

5 dic ad URBINOÂ Sala Ducale 0re 21, 15

12 dic a BOLOGNA Sala Europa Ore 21, 15

Buona giornata e buon fine settimana a tutti voi,

Caterina Steri.

Per vedere il trailer del documentario clicca qui. 

Nov
13
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 13-11-2017 e taggato , ,

Immagine dal web

“I giovani sono molto bravi ad utilizzare i dispositivi che hanno a disposizione, ma hanno difficoltà a proiettare nel futuro e oltre lo spazio della loro camera, del telefono o del pc le conseguenze di ciò che fanno — conferma Nunzia Ciardi, direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni —. Invece devono sapere, al di là del caso specifico, che le foto di una minorenne nuda sono materiale pedopornografico: è un reato sia scaricarle che diffonderle. E una volta finite online, anche se su un gruppo chiuso che illude di controllarle, possono essere diffuse all’infinito”. (Tiscali Notizie)

Risuona fortemente la notizia delle liceali emiliane che hanno costituito un archivio di loro foto e video hot che inevitabilmente poco tempo fa è finito in rete. E personalmente mi colpiscono in particolar modo proprio le parole del direttore del Servizio Polizia Postale e delle Comunicazioni riportate sopra, che spiega come i giovani non riescano a proiettare nel futuro la responsabilità delle proprie azioni. Allora la domanda inevitabile da porsi è “dove stiamo sbagliando”? E’ possibile che ancora oggi non siamo stati efficaci ed efficienti nel formare le giovani leve al mondo in cui tutti noi adulti quotidianamente le sottoponiamo?

Abbiamo messo loro in mano strumenti così potenti come il web e tutto ciò che esso comprende, senza far capire seriamente di cosa si tratti e di quali siano le implicazioni.

Le abbiamo protette, pure troppo, lasciandole in campane di vetro, apparentemente irriducibili, fino a che ci siamo illusi che un semplice smartphone usato in camera loro potesse costituire un semplice diversivo.

Insomma, un po’ per comodità, un po’ per avere l’illusione di tenerle sotto controllo, non ci siamo resi conto di averli infilati in un bosco incantato, dai confini invisibili, non solo abitato da fate e gnomi, ma anche da streghe e orchi.

E questo dispiace, parecchio pure. Fa sentire impotenti, fa aumentare da un lato l’esigenza di maggiore attenzione e azione preventiva, dall’altro però ci porta a dover lavorare (mi riferisco agli esperti del settore), spesso in fase di emergenza, in cui il danno è già stato fatto e non resta che raccoglierne i cocci cercando di ricomporli alla bene e meglio.

Ma stiamo parlando di giovani vite, che più volte si sono spezzate definitivamente.  E allora, faccio un appello, non aspettiamo l’emergenza, abituiamo sin dalla più giovane età i bambini a prendersi la responsabilità delle proprie azioni, a cercare di capire che qualsiasi cosa facciano, nel bene e nel male, abbia delle conseguenze. Aiutiamoli al rispetto degli altri, ma soprattutto di se stessi. Perché delle ragazzine che mettono a disposizione in un archivio il proprio corpo non hanno capito che stanno mancando di quel rispetto lì.

Non cresciamoli con la convinzione che tutto sia scontato e dovuto, facciamo capire loro il vero valore delle cose.

Lo so, la mia sembra una paternale, ma in realtà è da un lato uno sfogo e dall’altro un appello ad una maggiore collaborazione tra famiglie, scuole e servizi per crescere generazioni più consapevoli e rispettose di se stesse.

Il web è solo una delle trappole a cui quotidianamente ognuno di noi è esposto, non per questo non possiamo permetterci di non conoscerlo o di prenderlo sotto gamba.

Immagine dal web

Impazza negli ultimi giorni la notizia riguardo alla legge che impone di accompagnare i figli a scuola fino ai quattordici anni di età. Ne parla la ministra dell’Istruzione, Valeria Fedeli, in seguito alla recente sentenza della Cassazione, che condanna lo Stato al risarcimento dei genitori di un bambino morto circa 15 anni fa mentre tornava – da solo – dall’istituto scolastico che frequentava.

La giurisprudenza italiana infatti, ritiene che fino a 14 anni un individuo non è abbastanza indipendente e autonomo e  gli insegnanti rimangono suoi responsabili anche nel tragitto tra casa e scuola.

Sincerante non riesco proprio a condividere questa decisione sia come professionista che come donna.

Mi chiedo dove sia finito lo sviluppo all’autonomia dei minori? Gli adolescenti infatti perderebbero così un’importante occasione di autonomia e responsabilizzazione, così come i loro genitori.

Al di là di questa importante argomentazione pedagogica ed educativa, ci sono poi dei forti problemi logistici che ogni nucleo familiare è costretto ad affrontare.

Dice la Ministra: “Se per i genitori è un problema, mandate i nonni perché per loro è un gran piacere andare a prendere i nipotini”.

Cara ministra, mi permetto di dirle che a volte i nonni stessi hanno bisogno di assistenza e non tutti i figli possono permettersi di assumere delle badanti a tempo pieno, nonostante stiano lavorando.

Poi ci sono anche quei nonni che lavorano a loro volta, o che vivono  lontani o che magari avrebbero anche voglia di fare altro, ma pur di supportare figli e nipoti si trovano quasi costretti a prendersi  ugualmente l’impegno.

Quando quindi i nonni non possono essere disponibili, i genitori che lavorano (perché si spera abbiano un impiego), non possono assolutamente permettersi di chiedere dei permessi per accompagnare/prendere i figli da scuola. Senza contare che spesso per lo stipendio si trovano obbligati a fare quotidianamente chilometri di strada che li porta lontani da casa.

L’arrivo alle scuole medie inoltre, potrebbe equivalere per le famiglie ad un alleggerimento nella gestione dei figli, e non sto parlando di menefreghismo da parte della coppia genitoriale, quanto della possibilità di sperimentare una gestione più elastica della vita domestica e di essere meno dipendenti dalle baby sitter (a pagamento).

Ci si lamenta che in Italia si fanno sempre meno figli, ma chiediamoci quale sia uno dei motivi principali? Forse uno di questi è la mancanza di veri e propri servizi e lavori assenti o sempre più “strozzanti” che mettono in crisi anche le coppie più volenterose, che si ritrovano costrette a dover obbedire a sentenze che non lasciano loro la libertà di creare una gestione familiare un po’ libera da certe imposizioni, soprattutto quelle che potrebbero essere risparmiate. Non sarebbe forse più utile creare maggiori competenze rispetto ad esempio al Codice stradale, creare dei tragitti a piedi o servizi pubblici ad hoc per gli studenti opromuovere l’uso della bicicletta investendo sulle piste ciclabili? Qualcosa insomma che li renda più sicuri durante il tragitto da scuola a casa, e non solo.

Stiamo comunque parlando di adolescenti, persone che da un lato hanno bisogno di accudimento, ma che dall’altro necessitano di sperimentarsi in esperienze di autonomia ed indipendenza per diventare validi adulti. E la scuola in stretta connessione con le famiglie ha questo genere di compito nei loro confronti.

Spero quindi vivamente che questa legge venga modificata il prima possibile, intanto continua a far pensare quanto possa essere distante il pensiero di chi  governa dalla vita quotidiana della gente.