Ogni anno succede che con l’arrivo della calda stagione aumentino i problemi di ansia e gli attacchi di panico. Essi sono assolutamente curabili in diversi modi tra cui la psicoterapia. In alcuni casi i medici prescrivono una terapia farmacologica per tenere sotto controllo i sintomi. Ma se i farmaci non vengono associati ad un percorso psicoterapeutico che aiuti il paziente a gestire concretamente il problema e quindi a non averlo più, una volta che si smette di assumerli l’ansia nella maggior parte dei casi fa di nuovo capolino.

E’ come quando si ha mal di denti a causa di una carie. Se prendiamo ogni giorno gli antidolorifici potremo evitare di sentire dolore, ma se non togliamo il problema alla radice, appena finirà l’effetto dei farmaci il dolore tornerà. Se si decide di togliere la carie e curare per bene il dente, il problema passerà e non si avrà più bisogno dei farmaci; se invece si decide di tenere la carie, si è costretti ad aumentare le dosi degli antidolorifici e a diventarne schiavi.

Nei casi più gravi i disturbi d’ansia possono diventare invalidanti. Tanti ad esempio non riescono ad uscire più da casa, a stare soli oppure in mezzo alla folla o nei luoghi “chiusi”. L’evitamento di tutte queste situazioni non fa altro che aumentare e fomentare il disturbo che in questo modo si autoalimenta. Più ci si comporta da malati, più si diventa malati.

Tutto questo può già causare un’ansia anticipatoria (la paura di avere un attacco di ansia, che è spesso costituisce di per sé lo scatenarsi dell’ansia stessa).

Non è casuale che in questo periodo ci sia un aumento dei disturbi di ansia in quanto le condizioni climatiche estive (afa, umidità e in alcuni casi anche l’inquinamento), contribuiscono alla creazione di situazioni che possono essere facilmente scambiate con i sintomi tipici dell’ansia: eccessiva sudorazione, capogiri, spossatezza, sensazione di respirare male, di soffocamento, fame d’aria, svenimento, debolezza, tachicardia, sensazione di testa vuota, sbandamento.

Se non riconosciuti come effetti tipici della calura estiva, questi disturbi possono fomentare un circolo vizioso che alimenta lo svilupparsi della sintomatologia ansiosa.

Ne sono vittime più di tutte le persone già predisposte a questo genere di disturbo, ma in alcuni casi anche quelle che non hanno mai avuto esperienze di questo genere.

Quando ci si rende conto di non riuscire a gestire l’ansia o la paura che si presenti è meglio chiedere l’aiuto di un terapeuta così da imparare a riprendere il controllo sulla propria vita.

L’ideale sarebbe farlo prima di raggiungere situazioni di estremo malessere e paura, ma spesso le persone sottovalutano i fenomeni ansiosi pensando di poterli risolvere da sole e ritenendo superfluo e poco “dignitoso” richiedere l’aiuto altrui oppure pensano che una cura psicologica non sia altrettanto importante quanto una di carattere prettamente medico.

La guarigione dipende molto dalla gravità e durata del problema e dalle esperienze di vita che hanno contribuito a scatenarlo, ma in ogni caso può essere risolta.

 

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Finita una relazione che si fa? C’è chi decide di non volerne sapere per un bel po’ perché troppo sfiduciato e provato dalla rottura, c’è chi spera in un ritorno di fiamma e chi va alla ricerca immediata di un’altra storia perché non sopporta la solitudine.

Come sempre, siamo tutti diversi e tutti affrontiamo le situazioni in modo totalmente personali. Ma quando possiamo dire di essere davvero pronti per vivere serenamente una nuova relazione senza avere il patema d’animo della solitudine?

Non c’è sicuramente un periodo di tempo preciso, forse però delle condizioni personali da considerare. Affronto quotidianamente con i miei pazienti tematiche del genere, soprattutto perché si chiedono il motivo per cui tendano a stare con persone da cui non ottengono soddisfazioni relazionali? Dal mio punto di vista non sono situazioni casuali, ma frutto di dinamiche personali e comportamentali reiterate nel tempo che, in fin dei conti, portano a stare con persone che hanno più o meno sempre le solite caratteristiche. Ecco svelato il mistero del “perché succede sempre a me?”

Forse il momento ideale per iniziare una relazione felice è quando si sta bene da soli, quando non si sente il bisogno di avere una persona affianco per colmare i vuoti personali ma per avere qualcosa in più rispetto a quello che già si è e che da soddisfazione di se stessi. Quando si è liberi dalla paura della solitudine e quando si apprezzano e si ricercano i momenti per stare soli.  La capacità di stare con se stessi è indice di  quanto ci si apprezzi e del non bisogno di elemosinare la compagnia altrui.

Questo fa si che si possano instaurare relazioni, non solo amorose, ma anche amicali, con persone che si trovano in sintonia con questo nuovo modo di essere in cui la libertà e lo spazio individuale vengono rispettati. E porta a rifuggire da chi non condivide questo aspetto e magari tende a volere relazioni simbiotiche.

Quando ci si accinge a conoscere una nuova persona, meglio chiedersi dunque se questa vi piace davvero o vi state accontentando?

Se quando non state insieme, vi manca perché l’altro in realtà vi fa stare bene o perché non riuscite a stare soli?

Se state con qualcuno che non vi piace fino in fondo e sperate che prima o poi le cose cambino?

Ecco, se avete risposto affermativamente alle seconde opzioni delle prime due domande e in modo positivo alla terza, sappiate che frequentate quella persona non per il piacere di starci insieme ma perché state semplicemente cercando una strategia (disfunzionale) per evitare di rimanere soli.

Esistono delle semplici domande da farvi che hanno la capacità di aprirvi un mondo di consapevolezze. Domande a cui bisogna avere il coraggio di rispondere con estrema sincerità. Perché non basta solo farsele, ma anche rispondere ad esse nel modo più sincero possibile. Cosa a cui spesso si rinuncia pur di non rimanere soli o al contrario, pur di evitare di immergersi in una storia che potrebbe avere le basi per fiorire in qualcosa di sano e meraviglioso.

Si dice che la realizzazione di noi stessi e dei nostri desideri stia proprio dietro alle nostre paure, vale quindi la pena affacciarsi e vedere cosa si celi dietro ad esse, qualsiasi sia la strada che poi dovremmo percorrere per raggiungere la felicità.

 

Mag
22

Vi propongo oggi la poesia di Veronica Shoffstall che uno dei miei pazienti ha voluto condividere  durante il colloquio dei giorni scorsi. “Parole di consapevolezza ed emozioni che aiutano a slegarsi da rapporti di dipendenza” così mi ha presentato questa poesia e io ne sono veramente orgogliosa.

Buona lettura a voi.

Dopo un po’ impari la sottile differenza
tra tenere una mano e incatenare un’anima.
E impari che l’amore non è appoggiarsi a qualcuno
e la compagnia non è sicurezza.
E inizi a imparare che i baci non sono contratti
e i doni non sono promesse.
E incominci ad accettare le tue sconfitte a testa alta
e con gli occhi aperti con la grazia di un adulto
non con il dolore di un bambino.
Ed impari a costruire tutte le strade oggi
perché il terreno di domani
è troppo incerto per fare piani.
Dopo un po’ impari che il sole scotta, se ne prendi troppo.
Perciò pianti il tuo giardino e decori la tua anima,
invece di aspettare che qualcuno ti porti i fiori.
E impari che puoi davvero sopportare,
che sei davvero forte, e che vali davvero.
E impari e impari e impari. Con ogni addio impari.

(Veronica Shoffstall)

Mag
15
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Lavorando con gli adolescenti spesso capita che richiedano un colloquio psicologico a causa di un forte senso di smarrimento vissuto a casa perché i genitori hanno deciso di separarsi e loro non solo si sono trovati costretti a subire la situazione, ma ancor più grave, a sentirsi responsabili e a prendersi cura delle loro figure parentali.

L’adolescenza è di per se una fase della vita estremamente complicata, se poi i ragazzi vengono a trovarsi in situazioni di separazione e/o conflitto parentale tutto si aggrava. Questo naturalmente vale anche per i genitori, anche se spesso dimenticano di essere loro gli adulti e i fautori di determinate situazioni.

La rabbia, la frustrazione, il senso di fallimento e il conflitto che si respirano in casa fanno si che i figli vivano un forte senso di inadeguatezza perché da un lato vorrebbero vivere la loro età, dall’altro non sanno se poterselo concedere. In tali situazioni la necessità di dialogare e trovare un accordo educativo nei confronti dei figli diviene ancora più importante, considerata la fragilità del contesto.

Solitamente, a differenza dei bambini, gli adolescenti cercano un colpevole tra i genitori e si schierano cercando di proteggere chi ai loro occhi “ha subito il torto che avrebbe portato alla rottura coniugale”. Proprio per slegarli da questo senso di responsabilità occorre spronarli maggiormente nel loro processo di autonomia e identificazione personale.

Bisognerebbe mettersi lo scrupolo di dare troppi particolari degli avvenimenti, perché, se pur vero che una separazione coniugale coinvolge tutta la famiglia, è altrettanto vero che riguarda in primis la coppia e che figli non sono degli amici, anche se gli adolescenti pensano di avere il diritto di sapere tutto. Ciò non vuol dire che bisogna mentire. I figli hanno bisogno di potersi fidare, di avere la loro autonomia, ma anche l’appoggio dei genitori. Questa è la grande ambivalenza della fase adolescenziale.

Molti possono perdere la fiducia nell’amore e nei rapporti duraturi sopratutto quando i genitori si fanno la guerra e si mancano palesemente di rispetto di fronte agli occhi della prole.

Quando non riescono ad esprimeere chiaramente il loro malessere i ragazzi possono presentare segnali di disagio chè è giusto considerare. Un esempio sono le difficoltà scolastiche, quelle nel rapporto con i pari,  le manifestazioni di disagio eccessivo nei confronti del cambiamento del proprio corpo ed eccessi emotivi apparentemente privi di una plausibile ragione che possono portare anche ad abuso di sostanze, alcol e manifestazione di comportamenti antisociali.

E’ sempre vero che la fase adolescenziale è particolarmente delicata e che i problemi di cui sopra possono sempre essere dietro l’angolo. E’ anche vero però, che in situazioni di crisi familiare, causate ad esempio dalla rottura della coppia coniugale, tutto può essere enfatizzato, soprattutto il malessere psicologico e fisico.

Ciò non vuol dire che sarebbe meglio non separarsi in nome del benessere della prole (alcuni figli pagherebbero per porre fine a certe coppie coniugali), ma occorre avere sempre un occhio di riguardo verso tutti i componenti della famiglia. E nonostante la coppia coniugale non esista più, occorre garantire ai figli la durata di quella genitoriale.

 

 

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Facciamo sempre di tutto per difendere le nostre abitudini, anche quelle più dannose. E nonostante capiti di prendere coscienza della loro tossicità, continuiamo imperterriti a seguirle. Anche a costo della nostra felicità.

Scrivo queste righe perché reduce da una giornata di colloqui, dove per coincidenza, o proprio perché atteggiamenti del genere siano tanto diffusi, il tema in questione è stato una sorta di filo conduttore.

E’ proprio vero che siamo “tossici” e dipendenti dalle nostre abitudini. Da un lato, ben vengano quelle che ci recano piacere, quelle che ci spingono ad amarci, ad amare, a rispettarci. Ma quando così non è che succede? Perché hanno così tanto potere su di noi? Ebbene si, le abitudini creano dipendenza, sono conosciute, prevedibili, proprio per questo costituiscono una confort-zone a cui è difficilissimo rinunciare.

Pensiamo ad esempio a quelle tante coppie che stanno assieme pur non amandosi, pur non soddisfandosi, ma accontentadosi dell’abitudine dello stare insieme. Di quei rituali che spesso non sopportano, ma che sono talmente conosciuti e prevedibili che nonostante tutto è meglio tenerseli. E questo perché? Perché spaventa non sapere cosa ci potrebbe essere al loro posto, spaventa l’ignoto. E diciamola, spesso spaventa dover rimettersi in gioco per creare un’alternativa, il cui esito non è assicurato. Senza ammettere che per alcune abitudini, qualsiasi alternativa sarebbe migliore.

Le abitudini ci danno dipendenza, ci assuefano e quando vengono spezzate, inizialmente possiamo stare male, solo perché entriamo in un processo di astinenza che ci rende insicuri e dubbiosi, ma una volta che questa fase viene superata, possiamo reputarci liberi.

Non abituiamoci quindi alle cose conosciute, o meglio, non accontentiamoci di esse solo perché tali. Anzi, proprio perché sappiamo che non ci possono soddisfare  e rendere felici, non adagiamoci su di esse, ma diamoci sempre un’alternativa migliore, per quanto faticoso possa sembrare il suo raggiungimento.

E per rispondere a chi a volte mi chiede che si fa in psicoterapia, oggi posso rispondere dicendo che essa serve per non accontentarsi di essere infelici, solo perché ne siamo abituati, ma ci aiuta a fare di tutto per raggiungere la felicità. Per vivere la vita da attori protagonisti, non per subirla passivamente illudendosi che esista solo un modo per stare sulla terra.

Mag
04

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Sono questi anni in cui matrimoni e relazioni finiscono al capolinea e da entrambe le parti ci si riorganizza la vita assieme ad altri partner. Tutto nella norma. Anzi, lo vedo come un passo importante quello di riconcedersi un’ulteriore chance relazionale, anziché gridare alla sfiducia cosmica nei confronti del genere umano e di se stessi. Ma quando ci sono figli di mezzo, che succede? Ci si chiede spesso quando e se esista il momento giusto per presentare alla prole il novo partner di mamma o di papà. C’è chi lo fa troppo frettolosamente e chi invece rinuncia a vivere la nuova relazione alla luce del sole per paura di causare danni irreversibili. Sia nell’una che nell’altra situazione gli effetti negativi possono essere sempre dietro l’angolo.

Esiste davvero un momento giusto? Sicuramente non abbiamo un rigido protocollo a cui rifarci, perché ogni situazione è talmente personale che sarebbe riduttivo non adattare ad ognuno una modalità personalizzata.

Bisogna innanzi tutto lasciare il tempo ai figli e anche a se stessi (ma questo è un altro discorso), di elaborare la nuova situazione in casa. Ovvero, i bambini/ragazzi hanno bisogno di una fase di adattamento in cui devono avere il tempo di accettare il cambiamento dovuto ad una separazione genitoriale o alla morte di uno dei due. L’elaborazione di un lutto può richiedere anche qualche anno.

I tempi possono venir condizionati anche dalla natura della separazione genitoriale: violenta o pacifica, per esempio.

I figli hanno assoluto bisogno di stabilità e di sapere che i loro genitori siano presenti e collaborativi tra loro. Inserire improvvisamente una persona dentro casa, soprattutto quando i tempi possono non essere maturi può creare una forte crepa nella loro quotidianità. Anche perché hanno dei tempi di adattamento diversi da quelli degli adulti e sopratutto perché nella maggior parte delle volte loro non avrebbero voluto una separazione della coppia genitoriale.

Prima di decidere di presentare il nuovo partner alla prole è importante capire se la relazione è qualcosa che può protrarsi nel tempo o se passeggera, perché i bambini tendono ad affezionarsi e far entrare e poi riuscire dalla loro vita un persona di passaggio può essere ulteriormente destabilizzante.

Ricordiamoci inoltre che i figli non sono amici a cui poter confidare le proprie esperienze amorose, tanto meno a cui chiedere consigli al riguardo. Per quello appunto, ci sono gli amici.

Prima di imporre una nuova presenza dentro casa, meglio spiegare cosa stia succedendo, adattando il discorso alle età in questione e capire quali siano i vissuti e le reazioni al riguardo.

Sarebbe inoltre importante introdurre a piccole dosi la nuova figura per non far percepire un senso di invasione. Non esistono tempi canonici di adattamento, c’è chi lo fa con più o meno difficoltà.

E’ fondamentale che i figli non abbiano l’impressione che il nuovo arrivato voglia sostituire quella genitoriale che non abita più con loro. Tenere i ruoli ben definiti è fondamentale per non creare confusione e senso di smarrimento.

Se il processo avviene gradualmente e nel rispetto delle esigenze e delle tempistiche di tutti, i figli possono arrivare ad instaurare un ottimo rapporto con il nuovo partner.

In quest’ottica il nucleo familiare può andare incontro ad una vera a propria evoluzione.

Una situazione ideale in caso di separazione e ricostituzione della nuova coppia, innanzi tutto è che la coppia genitoriale riesca a mantenere un ruolo equilibrato. Ma ripeto, questa spesso è una situazione ideale, perché è molto più facile farsi sopraffare dal dolore e dal rancore e cercare di distruggere l’immagine dell’altro agli occhi dei figli. Figuriamoci quanto può essere dannoso l’introduzione di un’altra persona in situazioni tali.

Il nuovo partner deve essere ben consapevole che non sta instaurando una relazione solo con il partner, ma anche con il suo contesto familiare, stando attento a non oscillare tra il volersi sostituire al genitore nel rapporto con i “figliastri” ad un ruolo di totale marginalità ed indifferenza.

Apr
24
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 24-04-2017 e taggato , ,

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Molte persone accettano di tenere il ruolo di amante per periodi davvero lunghi, pur essendo consapevoli del fatto che la maggior parte delle volte saranno destinate a soffrire e a mettere a repentaglio la propria autostima.

Facendo un’analisi dei casi, ho potuto notare che chi finisce ad avere costantemente un tale ruolo  parte da una situazione di solitudine che il più delle volte è destinata ad aumentare insieme alla delusione delle aspettative.

Essere amante di qualcuno significa condividere con esso solo momenti rubati, momenti che antecedono il ritorno a casa alla propria vita “ufficiale”. A molti può star bene così, sopratutto a chi, per vari motivi non è motivato ad instaurare dei legami “completi” e il ruolo di amante li preserva da questo. Può quindi essere una situazione di comodo in cui si è disposti a ricevere poco, perché si da altrettanto poco. Altri invece si accontentano delle briciole di affetto, sperando che prima o poi la situazione cambi a proprio favore.

La maggior parte degli amanti cerca di prendersi il meglio in quegli incontri rubati perché l’obiettivo è di staccare dalla reale quotidianità fatta di problemi, solitudine e apparenze impegnandosi a vivere in essi la migliore spensieratezza possibile.

Quando subentrano le delusioni, il rischio è anche quello di entrare in un circolo vizioso in cui si perde fiducia nelle persone. Da poco mi è capitato il caso di una donna che è stata l’amante di un uomo che quando ha lasciato la moglie per costruire qualcosa di più profondo con lei, non è riuscita a fidarsi di lui come suo compagno di vita. E’ questo è solo un esempio.

Decidere di essere l’amante è a volte una scelta non programmata, ci si arriva per tutta una serie di motivi che inizialmente possono non essere riconosciuti se non quando ormai il rapporto è già stato instaurato, quando ci si è fatti trascinare dalla passione e da situazioni ambigue non ben esplicitate. Ognuno può trovarsi nel ruolo del traditore, del tradito e dell’amante, a volte senza neanche rendersene troppo conto e, al di là di qualsiasi giudizio, si accettano soluzioni dolorose più per motivazioni irrazionali. C’è ad esempio chi parla di “troppo amore”, che per noi del mestiere il più delle volte si traduce in dipendenza affettiva.

C’èchi in un certo senso vuole avere una rivalsa rispetto a situazioni deludenti del passato. Chi non crede poi nell’amore vero, quello alla luce del sole, perché ha avuto dei modelli di riferimento tali da averlo convinto di questo.

Ancora, chi si ritrova a non rendersi conto di quanto il tempo scorra veloce nella speranza che il proprio lui/lei scelga davvero come prima opzione senza dirsi che in realtà potrebbe mai non essere così. Ancora, chi se ne rende conto e dopo un po’ non ci sta più e chi invece trova i suoi desideri realizzati.

Quello tra le persone è sempre un legame complicato. Quando bisogna nasconderlo può esserlo ancora di più, anche se tanti pensano che sia totalmente libero da intralci legati alla quotidianità. Ma quando anche il ruolo di amante diventa quotidiano, cosa può succedere? Siamo sicuri di poter adottare con serenità tale incarico?

 

 

 

Apr
14
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 14-04-2017 e taggato , ,

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Buongiorno a tutti!

Uso questo spazio per rispondere a chi mi ha chiesto se per il periodo di Pasqua e i vari ponti festivi di aprile farò una pausa lavorativa.

Gli studi di Cagliari e Nuoro rimarranno aperti sia per chi volesse  fissare un primo colloquio (chiamando al 3207297686), sia per i pazienti che hanno già iniziato i loro percorsi.

La chiusura riguarderà solo i giorni festivi canonici.

Intanto che proseguo con il mio lavoro, AUGURO A TUTTI DELLE BUONE FESTE!

Caterina Steri.

Come tutti gli anni, in questo periodo, accompagnato dal cambiamento climatico e dall’aumento delle temperature posso registrare un aumento di prime visite in studio. Tra le persone che richiedono un aiuto non mancano quelle in preda a forti crisi diansia e veri e propri attacchi di panico.

Diverse sono le storie di ogni persona e i problemi con cui hanno a che fare: relazionali, sessuali,  molti disturbi d’ansia tra cui gli attacchi di panico, tanto improvvisi quanto spaventosi, per i quali si finisce al pronto soccorso dell’ospedale più vicino perché convinti di poter morire da un momento all’altro.

Ma quando poi i medici escludono qualsiasi tipo di malattia organica e diagnosticano l’attacco di panico cosa si può fare?

Alcune volte gli attacchi di panico possono non ripresentarsi più, ma nella maggior parte delle situazioni tornano puntuali associandosi ad eventi ben precisi. Chi ne soffre infatti tenta di evitarli accuratamente, rischiando di entrare in un regime quotidiano invalidante. Sta di fatto che per risolverli c’è bisogno di un aiuto professionale anche perché, come già detto, la sola paura che possano ripresentarsi può diventare fagocitante.

Ecco allora che si può chiedere un aiuto psicologico. I soli farmaci aiutano a controllare i sintomi, ma non lavorano sulle loro cause e quindi non risolvono fino in fondo il problema.

Non subito vengono riconosciuti, soprattutto le prime volte che si presentano e perché i sintomi possono essere molteplici e senza cause apparenti. E’ necessario sapere quindi quali siano le caratteristiche salienti:

  • aumento della frequenza cardiaca o palpitazioni
  • cefalea
  • dolori al petto
  • difficoltà di respirazione (dispnea), e affanno
  • rossore al viso e al petto
  • mani e piedi freddi e sudati
  • sudorazione generale
  • confusione mentale
  • formicolio o intorpidimento
  • paura e sensazione di svenire
  • sensazione di lingua e bocca asciutta e sapore metallico in bocca
  • tremori
  • vampate di calore o brividi di freddo
  • vertigini, stordimento, nausea, conati di vomito, senso di sbandamento
  • grida  e pianto
  • incapacità di comunicare ciò che si sta vivendo durante l’attacco
  • nodo alla gola
  • sensazioni di sogno o distorsione percettiva della realtà
  • percezione che non si è connessi al corpo o che si è disconnessi dal tempo e dallo spazio
  • sensazione che stia per accadere qualcosa di orribile e senso di impotenza per prevenirlo
  • paura di perdere il controllo e fare qualcosa di imbarazzante o di diventare matti
  • sensazione di morte imminente
  • sensazioni di rivissuto (deja-vu)

Durante l’attacco di panico il corpo passa attraverso gli stessi processi fisici di quando si trova in una situazione di reale pericolo, la differenza è che non è questo il caso.

Le conseguenze dell’attacco di panico sono molto pesanti e rendono la vita un vero inferno associandola a  depressione, forte senso di impotenza, frustrazione e paura che possa accadere.

Una volta riconosciuto occorre quindi ricorrere ai ripari lavorando su se stessi in modo tale da liberarsene totalmente, nonostante molti si convincano che non possano essere curati.

Anche la Psicoterapia Strategica Integrata è adatta al trattamento di questi disturbi. Occorre aiutare il paziente a spezzare le dinamiche che hanno dato vita all’attacco di panico rendendolo attivo nel suo percorso terapeutico. La guarigione dipende molto dalla gravità e durata del problema ma soprattutto dalla volontà del paziente di far fronte al problema.

Ultimamente sono stata molto impegnata nel coltivare una nuova esperienza professionale, che già da anni mi ha affascinato ma che per un motivo o per l’altro ho dovuto sempre rimandare.

Mi riferisco al metodo dell’EMDR (dall’inglese Eye Movement Desensitization and Reprocessing), basato sulla desensibilizzazione e rielaborazione degli eventi traumatici attraverso i movimenti oculari.

Nato a fine degli anni ’80 l’EMDR è stato utilizzato per il trattamento del trauma e poi esteso anche alle problematiche legate allo stress: la depressione, l’ansia, le fobie, il lutto, i sintomi somatici e le dipendenze.

E’ un metodo scientificamente provato applicabile a tutte le fasce di età, che attualmente viene usato da terapeuti sparsi in tutto il mondo, me compresa, e documentato attraverso vari studi neurofisiologici. Anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha riconosciuto in modo ufficiale l’EMDR come un trattamento efficace per il trattamento di traumi psicologici e del disturbo post traumatico da stress.

Esistono diversi tipi di trauma, da quelli maggiori come una violenza subita, lutti improvvisi, attentati, terremoti e altri che possiamo patire senza nemmeno renderci conto che siano tali, ad esempio un’umiliazione subita o delle brusche relazioni con delle persone significative durante l’infanzia.

Tutte le persone reagiscono a modo loro ad eventi del genere, anche dopo anni, spesso sviluppando sintomi di diversa natura, perché il ricordo del trauma viene immagazzinato in memoria in modo disfunzionale, dando appunto delle conseguenze disagianti e patologiche,come ad esempio crisi di ansia. Tali sintomatologie non vengono sempre attribuite a quei traumi “antichi”, ma a delle situazioni precipitanti che hanno fatto esplodere il malessere. Ad esempio, la fine di una relazione, il licenziamento, un’esperienza sessuale andata a male possono dare il via ai sintomi, che sicuramente trovano le loro radici in tempi passati.

E’ stato dimostrato scientificamente, oltre che a livello emotivo e fisico (il classico nodo alla gola, nausea continua, mal di stomaco, rush cutanei, disturbi sessuali), che le conseguenze di ricordi traumatici immagazzinati nella memoria in modo disfunzionale possono manifestarsi anche a livello cerebrale attraverso un volume ridotto sia dell’ippocampo che dell’amigdala.

Gli eventi traumatici non elaborati in modo adattivo condizionano negativamente nel tempo la quotidianità delle persone perché rimangono intrappolati nel cervello senza potersi integrare con i vissuti positivi di cui la persona ha fatto esperienza.

Con l’ausilio dell’EMDR lo psicoterapeuta individua i ricordi o le  immagini traumatici, effettuando su di essi uno specifico lavoro di rielaborazione attraverso l’uso di specifici protocolli ad hoc che si basano sulla stimolazione bilaterale dei lobi cerebrali: un movimento delle dita da seguire con gli occhi o un tamburellamento sulle mani o ginocchia del paziente.

Da esami specifici si può vedere come “intervenire direttamente sull’elaborazione di questi eventi traumatici abbia un effetto anche nella neurobiologia del nostro cervello” (emdr.it) Infatti le ricerche dimostrano che “prima del trattamento EMDR nel cervello si attivano durante la rievocazione del trauma le aree limbico emozionali, mentre dopo il trattamento si attivano le aree cognitive” facendo si che il ricordo traumatico venga vissuto in modo più distaccato e senza lo stravolgimento emotivo di cui era caratterizzato fino al momento del trattamento.

L’EMDR accompagna la psicoterapia, è uno strumento in più, proprio per questo deve essere usato da personale specializzato.

Per maggiori informazioni vi rimando al sito ufficiale dell’EMDR in Italia, www.emdr.it in cui potete documentarvi ampliamente e trovare l’elenco degli psicoterapeuti a cui potete rivolgervi qualora crediate che possa aiutarvi un lavoro specifico con questo metodo.