Feb
19

In passato ho scritto degli effetti psicologici della diagnosi di celiachia. Come questa patologia esistono varie malattie croniche (d

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iabete, sclerosi multipla, artrite reumatoide, fibrosi cistica, malattie cardiocircolatorie, HIV), con diagnosi diverse, ma alcune delle quali, se ben curate e supportate permettono di condurre una vita serena. Ciò nonostante è inevitabile doversi scontrare con gli effetti psicologici di tali patologie.  Spesso infatti vi è la necessità di dover riorganizzare una nuova identità sia psicologica che sociale integrandole alle richieste e ai limiti della malattia in corso che entra a far parte della quotidianità del paziente e delle persone che lo supportano.

Identità psicologica perché l’autostima, l’autoefficacia e l’immagine corporea possono subire danneggiamenti dovuti alla diagnosi e alla crisi che ne consegue.

Identità sociale perché i cambiamenti nella percezione di se stessi e nella quotidianità si ripercuotono inevitabilmente nelle relazioni con l’ambiente esterno.

C’è poi la necessità di riorganizzare le aspettative e l’immaginario sul futuro.

Le malattie croniche mettono gli essere umani di fronte alla limitatezza della loro natura e hanno un impatto fondamentale sulla loro vita che spesso, non riuscendo ad affrontare l’evento critico con la giusta resilienza e motivazione si ritrovano a fare i conti con gli effetti secondari, come un rifiuto a seguire le cure, un pesante abbassamento del tono dell’umore, la tendenza ad isolarsi o a ritenersi più grave di quanto non lo si sia effettivamente, un aumento del rischio di mortalità e di richieste di prestazioni assistenziali.

Non è casuale quindi che come psicoterapeuta riceva richieste di aiuto dai familiari di questi pazienti e da loro stessi che decidono di sottoporsi ad un percorso terapeutico che per essere efficace deve mirare all’acquisizione di una adeguata consapevolezza della malattia, nonchè all’accettazione della nuova situazione,  all’elaborazione della rabbia, tristezza o paura che spesso accompagnano la nuova diagnosi, al contenimento  della sofferenza psicologica,  alla modificazione dei comportamenti che potrebbero essere dannosi per il paziente stesso (ad esempio il rifiuto dei farmaci).

La psicoterapia quindi è sempre un valido aiuto nell’affrontare situazioni esistenziali legate alla diagnosi di malattie croniche in quanto, in base alle varie evidenze scientifiche, è sempre più necessaria l’integrazione di essa con le cure strettamente mediche poiché “agisce direttamente sul cervello, producendo un vero e proprio mutamento dei circuiti neuronali […] ma è anche in grado di rinnovare i processi di pensiero e, dunque, di mutare i circuiti neurobiologici del cervello (Gabbard, G.O., 2000)”.

 

Feb
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-02-2018

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Il tradimento all’interno di una coppia è un grosso cambiamento, una grossa frattura e la sua elaborazione e assolutamente paragonabile a quella di un lutto.

Non è impossibile perdonare un tradimento, anche se c’è bisogno di un’enorme forza d’animo e un abbondante dose di volontà per ristabilire un rapporto di fiducia inevitabilmente spezzato. Può essere fatto solo se entrambi i componenti sono convinti di voler continuare a stare in un coppia vittima di un’importante lacerazione e che dovrebbe trovare un equilibrio totalmente nuovo.

E’inevitabile passare attraverso fasi di rabbia e di delusione però. Non si può non affrontare tali situazione e far finta di nulla. Così facendo si cascherebbe in una trappola di ipocrisia e ipercontrollo nei confronti del “traditore”.

 Il tradimento spesso è il sintomo di problematiche di coppia e la presa di coscienza di questo aspetto può essere molto scomodo e allo stesso tempo costruttivo. Questo non esclude che l’infedele debba prendersi le sue responsabilità, considerando di aver introdotto una terza persona nel sistema di coppia.

Per non tutti è possibile perdonare un tradimento, sia ben chiaro. Alcuni lo escludono a priori, altri ci provano ma solo per paura di rimanere soli e pur sapendo che il partner sia propenso a ripetere l’esperienza. Proprio per questo il perdono rischia di essere confuso con la sopportazione e il soffocamento delle proprie esigenze, facendo mentire a se stessi e vedere solo ciò che si vuole. Meccanismo molto più dannoso di quello che porta invece alla netta rottura della relazione.

Per capire se possiamo perdonare un tradimento, dobbiamo certo chiederci se ripensando all’evento in futuro potremmo riuscire a non sentirci morire dentro rinfacciando ogni volta l’accaduto.

E’ necessario poi mettere in discussione tutto ciò che ha portato ad esso e chiedersi se possa valerne la pena provare a farlo, cercando di ricucire le ferite, pur sapendo che le cicatrici rimarranno.

Molte coppie ferite chiedono l’aiuto di un terapeuta, sia a due che singolarmente. Io, quando capita, faccio presente che l’obiettivo terapeutico non deve irrigidirsi solo sulla necessità assoluta di stare insieme, ma su cosa possa davvero valer la pena di fare.

 

Feb
05

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Una delle paure ricorrenti di tante persone che conosco è quello di venir abbandonate dal proprio partner. Da un lato può essere fisiologica come cosa, considerato che non è il caso di dare sempre per scontate certe situazioni relazionali. Dall’altro, se non tenuta a bada, il rischio è di trasformare tale paura in un vero e proprio stile di vita, convertendola in una profezia che si autorealizza che porta ad agire in modo tale da attirare persone che sono di per sé propense all’abbandono. Tutto viene vissuto in una sorta di ottica “complottista” secondo cui, ciò che viene fatto dall’altro per forza viene vissuto nella prospettiva di un possibile abbandono. Questo crea insicurezza e mina fortemente l’autostima. Può dar adito a gelosie eccessive e atteggiamenti controllanti che si trasformano in tensione relazionale. Vengono adottati dei comportamenti tali per cui il partner, per sfinimento o istinto di sopravvivenza, è per forza portato ad interrompere la relazione, quindi a concretizzare ciò che l’altro temeva insistentemente. Senza contare che tutto questo meccanismo crea profonda sfiducia anche verso ipotetiche relazioni future naturalmente. Ogni giorno verrà preso come una sorta di conferma per la costruzione di un futuro relazionale fallimentare.

Ma come mai ci si comporta così? Alcuni sono pessimisti di natura, altri hanno avuto dei modelli relazionali non felici (ad esempio dei genitori che non andavano d’accordo fra loro), altri sono fortemente convinti che le relazioni felici possano esistere solo nelle favole. Per altri invece è molto più facile piangersi addosso pensando di essere sfortunati che fare concretamente qualcosa per avere un rapporto felice. Quindi, ci si convince che bisogna accontentarsi del primo che passa, o che tanto prima o poi le relazioni finiscano. Ora non voglio entrare nel merito di tutte queste dinamiche. Quello che mi preme dire è che ci si può staccare da simili visioni, smettere di costruirsi perennemente un futuro tragico e decidere di investire in relazioni per cui possa valer la pena farlo e dove la ricerca della felicità è qualcosa di reciproco e condiviso. Uno dei primi passi da affrontare è legato all’autostima, ovvero, bisogna imparare a darsi un valore positivo per ritenersi meritevoli di una relazione felice e non accontentarsi di quelle mediocri.

Imparando a nutrire la propria autostima, si riesce quindi a circondarsi di persone che a loro volta riescono ad apprezzare e a valorizzare ulteriormente l’espressione della parte migliore di sé. Una sorta di do ut des, che può esprimersi anche al contrario. Ovvero, se non ci si apprezza, inevitabilmente ci si lega a chi a sua volta non lo fa, andando a creare un circolo vizioso destinato ad originare relazioni non sane, tanto meno stimolanti.

E’ vero che quando iniziamo una nuova relazione non possiamo essere certi di come possa svolgersi, ma esistono sempre le basi adatte per imparare ad identificare quelle che potrebbero sbocciare come fiori e quelle invece che sono destinate a creare frustrazioni e sofferenze. Insomma, risolvere il problema della paura dell’abbandono aiuta a vivere felicemente la vita di coppia sia presente che futura.