Accade spesso che delle coppie di genitori si rivolgano a me, in fase soprattutto di emergenza perché in crisi nella gestione dei figli. Ad esempio il minore che di punto in bianco si rifiuta di andare a scuola, non mangia o fa le scenate in pubblico. La coppia genitoriale chiede a noi professionisti di risolvere il problema della prole, identificandolo appunto come esclusivo. In realtà, spesso i figli (non sempre), non fanno altro che portare o rappresentare il sintomo del malessere del nucleo familiare. Ad esempio si rifiutano di andare a scuola perché preoccupati per i genitori che litigano spesso di fronte a loro, oppure di recente il padre ha perso il lavoro e il nervosismo e la preoccupazione in casa si respirano a pieni polmoni. Giusto per citare due esempi.

In questi casi e in tanti altri, va bene anche non portare il bambino in studio, ma aiutare direttamente i genitori ad attuare dei cambiamenti. Qui entra in campo uno degli aspetti del mio lavoro che mi affascina maggiormente, il sostegno alla genitorialità. Con questo termine non intendo solo un intervento destinato a famiglie che attraversano crisi molto importanti come separazione, divorzio, lutti e alta conflittualità. E’ infatti destinato a tutte le famiglie, anche quelle non fortemente critiche e “sane”. Nuclei in cui, per un motivo o per l’altro risulta difficile centrare il nodo della problematica presente e in cui l’aiuto di un esperto può aiutare a prenderne consapevolezza e a risolverlo. Un processo che permette di far emergere le risorse della famiglia come sistema e dei singoli individui che ne fanno parte. Sostiene quindi il nucleo nel vivere e risolvere un periodo critico. Riguarda tutte le famiglie proprio perché, in modo più o meno gravoso, ognuna nella propria storia può ritrovarsi a vivere delle criticità che non sempre riesce a risolvere da sola. Ciò non è indice di debolezza o deficit, ma a volte di mancanza di obiettività, (la famiglia, soprattutto i figli, sono le persone che emotivamente condizionano di più), e di strumenti adeguati e nuovi da utilizzare. Pensiamo ad esempio a tutti i cambiamenti che concerne la nascita di un figlio.

Nei momenti critici si è costretti ad affrontare uno spostamento di equilibri già consolidati e il bisogno di creare una nuova situazione può essere difficile da accettare e organizzare. Uno psicoterapeuta che si occupi di sostegno alla genitorialità può rappresentare proprio quegli strumenti necessari alla evoluzione del nucleo familiare inquadrando oggettivamente la situazione critica e aiutando a trovare le risorse per superarla. Il tutto spesso senza nemmeno dover incontrare direttamente i figli, ma lavorando direttamente sulla coppia genitoriale.

Gen
22
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 22-01-2018

Qualche giorno fa ho dovuto eliminare dalla bacheca della mia pagina Facebook a cui il mio blog da il nome un commento che denominava in senso negativo (che non sto qui a ripetere) una signora Rumena.

Raramente capitano queste cose, ma tengo assolutamente a ribadire che nei miei social non sono assolutamente accettati commenti denigranti e offensivi nei confronti di chicchessia.

Ho sempre avuto l’idea di voler condividere il mio operatore professionale e di dare la possibilità a tutti di intervenire rispetto agli argomenti trattati, negli assoluti rispetto e tolleranza del pensiero, credo, nazionalità e orientamento sessuale.

Per questo chiedo vivamente a tutti quelli che lo desiderano di scrivermi sui social ma rispettando tutto e tutti.

Vi ringrazio in anticipo,

Caterina Steri.

Gen
15
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 15-01-2018

La locandina del film

Di recente ho visto il film dal titolo “Mamma o papà” con Antonio Albanese e Paola Cortellesi in cui i due protagonisti dopo anni di matrimonio decidono di separarsi con i migliori presupposti per non finire in una guerra legale. Una serie di vicissitudini invece li porta a guerreggiare in tal senso e a lottare per non ottenere l’affidamento dei figli e fare di tutto perché questi scelgano l’altro genitore.

Nella realtà solitamente chi si separa fa di tutto per tenersi la prole e soprattutto metterla contro l’ex. In comune tra le due situazioni c’è il modo in cui gli adulti, in nome delle loro battaglie e dei loro desideri usino spudoratamente i figli come armi contro gli altri genitori, portando fuori il peggio di se stessi.

E mentre perdono tempo ed energie in cruente lotte non si rendono conto che a pagare le spese per volere non proprio sono i figli. Coloro che non solo hanno a che fare con il dispiacere di non poter vedere una coppia genitoriale in armonia, ma devono subirne gli aspetti più negativi, a volte infimi, della loro personalità, a suon di avvocati, alienazione parentale, sensi di colpa instillati spudoratamente.

E allora si, cari genitori, mettetevi una mano sulla coscienza. Siate sinceri con voi stessi dicendo ad alta voce che in alcuni casi non è per il bene dei vostri figli che lottate ma perché avete diverse difficoltà ad elaborare il fatto che la vostra relazione sia andata male. Lo so, fa male sentirselo dire, ma a volte un po’ di schiettezza è sempre meglio di una scusa.

Detto questo, spero proprio di non dover sentire più dire ad un genitore di essere disposto ad usare il figlio per ferire l’ex coniuge. I figli sono persone, non frecce di un arco.

Gen
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-01-2018

Guerra e amore, due concetti che potrebbe non aver senso affiancare, considerato che lottare per amore nella maggior parte dei casi sia un paradosso. Forse vale la pena lottare quando due persone si amano e il mondo esterno va contro quest’unione, pensiamo ad esempio alla distanza fisica, a due che lavorano in posti lontani. Allora in questo senso si può combattere per congiungersi e poter godere appieno della relazione.

Ma quando l’ostacolo è uno dei due, allora che senso ha? Parlo ad esempio di casi in cui la persona che vorremmo pone troppi ostacoli alla relazione e la sua conquista diventa una vera e propria missione di vita ossessiva.

Mi chiedo dove possa collocarsi il confine tra  la lotta e la conquista per soddisfare il proprio senso del possesso, quello di sfida, quello che insegue un sogno idealizzato e non la realtà e l’amore che non persegue alcuno scopo se non essere felice con la persona amata?

Non vale la pena lottare quando a farlo è solo uno. Sono queste relazioni tormentate, quindi anche malate. In cui ci si logora e ci si spegne reciprocamente. Relazioni in cui molto difficilmente possiamo parlare di vero amore.

Un tempo, soprattutto le donne, in nome del loro amore erano convinte di dover sopportare di tutto. Ora pare che le cose stiano un po’ cambiando, ma non è ancora sufficiente. Ci sono quelle situazioni infatti in cui si soffre per anni e ci si accontenta delle briciole, tipiche delle dipendenze affettive, per paura di stare soli, per la speranza che prima o poi l’altro si accorga dei vari sforzi fatti e si sciolga di fronte a tutto l’impegno e le attenzioni ricevute dal partner, che lotta e si dimena facendo di tutto pur di farsi notare seriamente.

Ma questo non è amore.

Per fortuna ci sono quei casi in cui ci si rende conto che oltre ad una certa soglia ci si può solo annullare e perdersi e quindi non si è disposti ad oltrepassarla. Anche se a volte prima di prenderne veramente coscienza possono passare gli anni.

Non ha senso quindi sottoporsi a cose che quotidianamente ci fanno male.

L’amore non è guerra, ne fatica. E’ spontaneità e serenità. Non dover sudare e sputare sangue per avere l’altro con sé. E’ volersi e prendersi spontaneamente senza troppe rincorse. L’amore è riuscire a giocare con l’altro, fare del divertimento un’abitudine, non un’eccezione. Perché quando arrivano i momenti in cui davvero bisogna sacrificarsi allora bisogna riuscire ad unire le proprie forze, non a metterle in contrasto tra loro.

Forse si può lottare per ciò che vale la pena avere.

E a volte il sentimento d’amore (se di questo davvero si tratta), può non essere sufficiente. Ha bisogno di essere accompagnato e coltivato da entrambe le parti e reciprocamente.