Mar
27
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 27-03-2017

Immagine dal web

Di recente ho letto che un amore vero è fatto di equilibri e non equilibrismi. Ho adorato subito questa affermazione di  poche parole capaci di spiegare un universo di situazioni chiuse nella relazione a due.

Il vero amore ti rende migliore e una persona speciale. Cioè l’altro ti aiuta  ad esprimerti nei tuoi lati migliori. Non perché tu da solo non ne sia capace, ma perché il partner, dando benessere stimola ad esprimere il meglio di sé.

Infatti uno degli indizi principali che ci confermano come l’amore sia sano ed equilibrato è una costante presenza di miglioramento emotivo e di benessere generale che porta ad essere più attivi ed intraprendenti. Una concentrazione di energia di cui spesso si è ignari di avere.

Un amore sano si costruisce quotidianamente con impegno, propensione  al cambiamento e delle volte anche un po’di fatica emotiva. Ci sono situazioni in cui sarebbe più facile cedere alla gelosia, all’egoismo, alla convinzione secondo cui l’altro sia una proprietà, cedendo al bisogno di controllarlo in ogni sua mossa.

Un amore equilibrato invece è un’interazione costante del rapporto a due e dei vissuti personali di ognuno in cui vengono definiti dei chiari confini nel rispetto reciproco e nessuno è più importante rispetto all’altro.

Un tale rapporto è quello in cui si preferisce affrontare le divergenze in modo costruttivo, facendo di questo momento una fase di crescita sia personale che relazionale.

E’ un amore equilibrato quando, anche dopo anni, ci si corteggia, si mantiene la passione, ci si sorprende ancora. Dove la voglia di prendersi cura reciprocamente non smette di esistere. Dove persistono anche la complicità e l’esclusività di quel rapporto, ovvero l’impossibilità di ricrearlo allo stesso modo con un’altra persona.

Chi forma una coppia sana sono persone che starebbero bene anche sole. Chi invece sente di non poter stare solo rischia di perdersi in relazioni incastranti perché troppo timoroso della solitudine e del senso di inadeguatezza che prova rispetto a se stesso.

Anche per questo è necessario coltivare interessi personali, pur essendo diversi da quelli del partner, per coltivare la propria autonomia ed evitare di essere totalmente dipendenti dall’altro.

Le coppie equilibrate sono anche quelle che, di fronte al cambiamento dei propri sentimenti, riescono a dirselo chiaramente, a volte anche a costo di rompere la relazione andando incontro a dure sofferenze, ma pur sempre rispettando le esigenze personali. Perché anche le coppie equilibrate non sono esuli dalla probabilità che la relazione possa finire. Sono infatti quelle che periodicamente si immergono in un bagno di realtà e tirano le somme del legame, anche se spesso non coincidono con ciò che si vorrebbe.

 

Mar
20
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 20-03-2017

“A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che “ogni straniero è nemico”. Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come un’infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e in coordinati, e non sta all’origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager.” (primo Levi, Se questo è un uomo)

Ultimamente ho ripreso a leggere “Se questo è un uomo”, libro già letto e studiato quando ancora mi trovavo dietro ai banchi di scuola. Ora, ho avuto il desiderio di riprenderlo in mano e sinceramente mi chiedo quanto sia labile il confine tra ciò che è successo allora e la situazione che la storia contemporanea ci mostra?

Mar
13
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 13-03-2017

Una delle domande più frequenti che mi viene rivolta dai pazienti è quella che indaga su come io riesca a non portarmi a casa tutti i problemi delle persone che seguo.
Tutto questo crea molta sorpresa ai loro occhi.
In realtà, anche noi terapeuti veniamo colti da stanchezza e assorbiti dai casi che seguiamo, soprattutto quelli che possono “riportarci” mentalmente ed emotivamente a questioni personali.
Ma in realtà, per essere bravi professionisti e per arrivare a tollerare quotidianamente diverse storie, abbiamo alle spalle anni di formazione professionale e di addestramento molto duri. Per non parlare del percorso di psicoterapia individuale e di supervisione passati e a cui periodicamente possiamo far ricorso.
Non siamo macchine, ma allo stesso tempo non siamo nemmeno spugne e “vomitatoi” nei quali le persone possano riversare tutto i loro dolori per farceli assorbire passivamente.
Una vera professionalità si basa non solo nel riuscire a lavorare sugli altri (obiettivo principale del nostro lavoro), ma anche sul riuscire a confinare vita lavorativa da quella privata. Sarebbe un vero e proprio dramma non riuscire a farlo perché il rischio maggiore diventerebbe proprio quello di non vivere a pieno la propria vita che sarebbe caratterizzata da una mancanza di confini e una contaminazione totale tra i suoi diversi ambiti.
Noi psicoterapeuti ci alleniamo quindi a riconoscere i nostri sentimenti in modo tale che l’atteggiamento del paziente sia trattato ai fini del suo benessere e non dei nostri vissuti. Tutto ciò attraverso un intervento neutrale.
Se perdiamo di vista il tipo di dinamica che si instaura con i pazienti rischiamo un vero e proprio contagio emotivo. Ciò non si traduce nel fatto che ci viene prescritto di non vivere emotivamente ciò che ci viene riportato, ma deve essere fatto in modo empatico, ovvero mettendolo sempre al servizio dell’altro.
Proprio per questo abbiamo il dovere di conoscere il più possibile noi stessi e di stare costantemente a contatto con i nostri vissuti. Allo stesso tempo, dobbiamo saper distaccarcene per mettere a disposizione le nostre risorse intellettuali nel modo più professionale possibile.
Allora che dire a chi mi chiede se il mio lavoro “mi ansia” o meno?
Dico che non è facile stare quotidianamente a contatto con vissuti problematici, ma so di poggiarmi su fondamenta professionali e personali che permettono di schermarmi dai dolori altrui e di lavorarci su con il massimo dell’oggettività possibile. Aggiungo anche quanto sia fonte di orgoglio ed ispirazione vedere come i disagi altrui possano convergere in situazioni positive e di benessere e sapere che il cambiamento in tal senso sia frutto dell’interazione tra la mia professionalità e la volontà delle persone di prendere in mano attivamente la vita rendendola migliore.
Aggiungerei infine che il fatto di fare un lavoro che mi appassiona lo rende molto meno difficile di quello che a tanti potrebbe apparire.

Mar
06
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 06-03-2017

Immagine dal web

Di recente gli studenti di una scuola del cagliaritano sono stati puniti a causa di comportamenti poco ortodossi all’interno dell’Istituto.

Alcuni genitori dei ragazzi hanno preso poco bene la situazione perché non avvisati per tempo dalla dirigenza scolastica del fatto che i figli non siano potuti rincasare da scuola al solito orario, accusando addirittura di sequestro di persone.

Quello tra genitori e scuola è uno dei tanti scontri a cui spesso si assiste, soprattutto gli operatori del sociale ne sono abituali spettatori.

A volte la ragione sta da una parte, altre volte dall’altra. Ma oggi non è questo il punto. Ovvero, oggi il punto non è capire chi ha ragione tra le due parti, ma quale sia il messaggio che viene trasmesso agli studenti. Soprattutto quelli che fanno da pubblico a vere e proprie crociate da parte degli adulti. Quegli adulti che dovrebbero essere il loro punto di riferimento.

Una delle prime cose che possiamo notare noi operatori è la confusione causata da una continua lotta svalutante tra casa e scuola in cui la comunicazione efficace non viene assolutamente contemplata.

Non so se possa consolare, ma questa non è solo la situazione in Italia.

Ad esempio, già da qualche anno “I responsabili della Sandwood Primary School di Glasgow hanno deciso di definire una regola così perentoria – ovvero che i genitori non comunicassero con i docenti se non previo appuntamento – dopo l’aumento degli incidenti avvenuti nel cortile dell’istituto, con padri e madri che gridavano contro i docenti e usavano un linguaggio offensivo”. (Corriere.it 2008)

E’ come se tutti fossero i diventati nemici di tutti. Mentre in passato esisteva una collaborazione tra famiglia e scuola e il rispetto dei ruoli di ognuno, oggi sembra che l’obiettivo sia quello di esercitare la propria forza sugli altri, facendo respirare profondamente quest’astio ai ragazzi che inevitabilmente in modo difficile riescono ad avere fiducia nelle istituzioni, nelle regole e nel loro rispetto.

Il tutto può venire aggravato se genitori ed insegnanti decidono di comunicare via chat. Nella realtà milanese “[…] molti presidi hanno invitato i genitori a non usare chat di classe, anche se non sarà facile. Intanto, però, agli insegnanti di alcune scuole è stato vietato partecipare alle conversazioni di gruppo via smartphone. Le direttive sono chiare: l’unico canale consentito e obbligatorio per le comunicazioni tra insegnanti e genitori è il diario dell’alunno e lo scambio di telefono cellulare ed e-mail è consentito solo tra i docenti e i rappresentanti dei genitori, esclusivamente per le comunicazioni più urgenti”. (ilmessaggero.it, ottobre 2016)

Fa pensare come ci sia la forte necessità di confinare e dare regole ferree agli adulti, per questioni che spesso i ragazzi risolverebbero tra loro, senza nemmeno farle sfociare in problemi.

D’altro canto, quando ci sarebbe bisogno di una punizione, ci vuole da parte di qualche adulto una bella faccia tosta per esercitarla, dal momento che il modello a cui hanno fatto riferimento i ragazzi sono proprio loro.

Come possiamo quindi pretendere di crescere ragazzi educati, rispettosi ed equilibrati se i loro modelli sono tutt’altro?