Gen
30
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 30-01-2017

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Proprio nel giorno della memoria, mi sono ritrovata a scoprire la cosiddetta “legge sugli schiaffi” nel sito di repubblica.it

La “”legge sugli schiaffi, a Mosca, passerà per il Senato e poi sotto le mani del presidente Putin.

Questa mira a declassare “le percosse in famiglia ad un illecito amministrativo punibile con un’ammenda tra i corrispettivi 80 e 470 euro e l’arresto da 10 a 15 giorni o qualche ora di Servizio Civile”. Inoltre la violenza domestica resterà punibile con il carcere per un massimo di due anni, se ripetuta più volte nello stesso anno o motivata da odio e teppismo.

La motivazione di odio e teppismo vorrei che qualcuno venisse a spiegarmela.

Tutto questo accade basandosi su una tesi di fondo secondo cui che ciò che succede dentro le mura domestiche non sia affare dello Stato, nonostante le statistiche ufficiali dimostrino che il 40% di tutti i crimini violenti avvenga tra le pareti domestiche.

Che dire?

Sinceramente sono rimasta senza parole, forse perché soffocate dal senso di orrida inciviltà che subito mi ha travolto.

Siamo ancora così? Nel 2017 dobbiamo ancora trovare un modo per giustificare le violenze ed i soprusi?

La storia non insegna nulla?

Mi sento sconfortata e delusa per quanto il genere umano possa cadere in basso. Per quanto si convinca di progredire attraverso l’ostentazione del potere.

Mi sento delusa dal fatto che i carnefici esistano e debbano essere giustificati. E le vittime che fine fanno?

Come possiamo trovare un progresso nel genere umano se facciamo della violenza la normalità? Oggi sarà normale dare schiaffi alla moglie (purchè non lascino segni evidenti) e domani cosa diventerà normale e scontato?

Non abbiamo ancora capito che il progresso passa anche per il rispetto dell’altro, non solo per le industrie, tanto meno per le armi atomiche?

Per questo mi viene da pensare alle parole di Primo Levi: “Perché la memoria del male non riesce a cambiare l’umanità? A che serve la memoria?”

I mali più grossi non nascono dal nulla, ma da menti abituate a convivere con quelli più “piccoli”, quelli meno visibili agli occhi altrui che danno vita ad episodi sempre più violenti.

Allora non abituiamoci alla violenza, non diamola per normale e non permettiamo che, anche se Mosca sia lontana fisicamente, che quel tipo di pensiero arrivi fino a noi.

 

 

Gen
27
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 27-01-2017

Oggi 27 gennaio è la giornata della memoria in commemorazione delle vittime dell’Olocausto. E’ stato scelto il 27 gennaio perché nel  1945 le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz, mostrando al mondo intero non solo molti testimoni della tragedia, ma anche gli strumenti di tortura e di annientamento utilizzati in quel lager nazista. Doveroso quindi parlarne e ricordare. Personalmente rimango sempre colpita e sorpresa di quanta crudeltà sia stato capace l’uomo in quell’occasione e ho il terrore che tutto possa ripetersi o si stia ripetendo. Ricordo qualche mese fa, quando mi sono recata direttamente ad Auschwitz e Birkenau. Ricordo il silenzio, le capanne, i forni crematori, le forche… Immagino l’odore della carne umana bruciata… Percorro a piedi quei lunghi binari e quasi sento il fischio dei treni che portavano le persone a morire. Ricordo l’angoscia di quei passi. E non oso nemmeno immaginare di capire lontanamente ciò che è stato vissuto lì dentro. Seppure mi impegni  ogni giorno  a tener presente tutto quello di cui sono a conoscenza perché non voglio sentirmi complice di crimini tali. Vedo dei fiori appoggiati sui binari della morte e penso che non voglio far parte di quella parte dell’umanità violenta, crudele, ma di quella che rende omaggio alla vita, alla sua preziosità, al diritto di tutti di viverla. Allora, in memoria degli eventi passati ed in onore della vita, anche quest’anno ricordo con queste righe quel giorno, cercando anche di chiedere scusa, per quanto possa servire, della bassezza che spesso la razza umana è in grado di raggiungere. Caterina Steri.

Gen
23

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I nostri desideri non sempre si avverano come e quando vorremmo e questo ci pone di fronte a continui sforzi e tentativi per cercare di concretizzarli. Tra questi è compresa la nascita di un figlio.

Sono diversi i casi con cui mi ritrovo a lavorare ogni giorno e quello che vedo emergere di più è un forte senso di frustrazione. Coppie e soprattutto donne che si guardano attorno, vedono altre coppie con figli al seguito, alcuni nemmeno programmati e si chiedono il perché a loro una tale esperienza venga negata.

E sono frequenti i casi in cui non vengono evidenziate delle cause organiche specifiche all’impedimento di una fecondazione ma che vengono denotati come infertilità di coppia. Da un lato sanno che è un bene, perché vuol dire che si è sani, dall’altro appare un forte senso di spaesamento e la ricerca di un’ipotetica causa da spiegarsi.

Ci sono coppie che accettano di buon grado questa condizione, pensando che non sia destino, che Dio abbia deciso così. Si danno delle spiegazioni metafisiche e continuano ad andare avanti nella loro vita senza sentirne ossessivamente il peso e godendo comunque della situazione familiare a due.

Altre invece non riescono a ragionare in tal modo. Pensano di subire una punizione divina, si frustrano, si arrabbiano e si disperano. Continuano a fare indagini diagnostiche, si pongono ininterrottamente domande a cui non hanno risposte esaustive.

Spesso, soprattutto tra quest’ultimo genere di coppia, ci sono quelle che decidono di passare all’aiuto della medicina, ad esempio con stimolazioni ormonali specifiche o la FIVET (Fertilizzazione in Vitro con Embryo Transfer), ovvero la fecondazione in vitro dell’ovulo con il successivo trasferimento dell’embrione così formato nell’utero della donna. Oppure, c’è chi decide per l’adozione.

Queste soluzioni possono richiedere tempi molto lunghi e spesso costosi. Per la FIVET purtroppo non è detto che la gravidanza vada in porto al primo tentativo, per l’adozione ci si trova a dover affrontare iter burocratici lunghi, frustranti e dall’esito incerto. Serve quindi una forte motivazione per mandare avanti entrambe le ipotesi e una forte complicità nella coppia per affrontare tutto lo stress contingente in modo costruttivo.

Sono le donne in genere a risentirne di più perché si trovano a fare i conti con l’età i cui effetti sono più rilevanti che negli uomini. Inoltre tendono a manifestare un vuoto vissuto come incolmabile, forse dovuto al fatto che la natura ha incaricato loro di mandare avanti una gravidanza e anche perché gli uomini, hanno statisticamente molte più possibilità di procreare rispetto ad esse.

I casi di infertilità di coppia, soprattutto quelli in cui non ci sono cause organiche evidenti, possono mettere in crisi le coppie e se non sono ben coese e mature purtroppo possono portare a conseguenze molto forti. La ricerca della gravidanza in questi casi può diventare una vera e propria crociata, l’elemento centrale della vita di coppia organizzata tra visite mediche, burocrazia, ricerche e spese continue.

Le coppie che si trovano a dover fare i conti con situazioni del genere spesso perdono tanto del piacere dello stare insieme. La stessa sessualità rischia di essere praticata solo in funzione di una possibile gravidanza.

Sono coppie o donne, raramente succede al singolo uomo, che richiedono anche un aiuto psicologico per affrontare tutto questo. A volte la richiesta è anche quella di un aiuto psicologico a non vivere la situazione come un’ossessione di cui si è diventati schiavi consapevoli.

L’obiettivo di un lavoro psicologico del genere è quello di aiutare a far convivere la ricerca di una gravidanza con tutto ciò che di buono e positivo c’è nella quotidianità, che spesso viene perso di vista e messo in secondo piano. Un altro scopo è quello di aiutare a sentirsi o risentirsi una famiglia a due e riscoprire il motivo per cui la coppia è nata.

Non è facile affrontare situazioni tali, non rimanere incastrati nella rete della frustrazione e della ricerca ossessiva della gravidanza, per questo occorre non perdere di vista la coppia, le sue risorse e la possibilità di progetti futuri che non siano solo quelli della genitorialità.

Senza contare che spesso, quando si da spazio ad altro il figlio inaspettatamente arriva.

Gen
16
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 16-01-2017

Immagine dal webSono sempre più frequenti le coppie che decidono di sperimentare una convivenza prima di convolare a nozze. Fino a qualche anno fa da tanti non veniva nemmeno presa in considerazione, anzi, era il matrimonio celebrato in età molto giovane, l’unico modo per iniziare una vera vita a due.

Ora la tendenza è ben diversa, si può quasi dire che si stia invertendo. C’è chi preferisce la convivenza al matrimonio e chi saggiamente ne fa una tappa intermedia prima delle nozze,  una naturale prova il cui obiettivo è il matrimonio stesso. Ad altri invece viene un po’ imposto perché uno dei due non è d’accordo con il matrimonio.

Qualunque siano le motivazioni per cui si decide di vivere sotto lo stesso tetto, quella della convivenza, è un passo molto importante per una coppia, quello dove veramente ci si può conoscere e sperimentare il più possibile.

Andare a convivere significa uscire dalla fase dell’eterna “vacanza” in cui gli incontri sono fatti sostanzialmente di questioni più o meno programmate, dove ci si vede soprattutto per piacere e ci si concentra sul cercare di dare il meglio di se, dal trucco, al vestiario, al luogo…

Vivere sotto lo stesso tetto invece, implica stare insieme in tutte le situazioni, anche quelle in cui siamo meno curati, alla condivisione dello stesso bagno, dello stesso spazio nel momento in cui si litiga. Significa anche potersi addormentare e risvegliare insieme all’altro, mettersi in gioco e godere dell’altro nella quotidianità.

Ma quando una coppia decide di andare a convivere?

E’ essenziale non forzare il raggiungimento di questa tappa, ma cercare di essere pronti in due per farlo. Essere decisi a conoscere ogni lato dell’altro, ma non solo, decisi anche a far conoscere ogni nostro lato e a mostrarci in tutte le situazione della quotidianità. La convivenza permette di vivere il partner e di avere o no la conferma di voler stare davvero con lui. Ci possono essere infatti tante sorprese nella convivenza, sia positive che negative.

Attualmente si decide di convivere per mancanza di disponibilità economica da dedicare ai festeggiamenti matrimoniali e perché la precarietà economica spesso impedisce alle persone di sentirsi stabili anche da un punto di vista sentimentale. Organizzare un matrimonio costa parecchio, se lo si vuole fare in un certo modo, e tanti preferiscono convivere direttamente piuttosto che indebitarsi.

Inoltre dividere la stessa casa può costituire un vantaggio economico, piuttosto che dover affrontare le spese di due dimore diverse.

Ho sempre pensato che la convivenza prematrimoniale possa essere una sorta di paracadute per la coppia. Prima di convolare a nozze, sempre meglio fare le prove generali.

Molti si chiedono anche se sia giusto andare a convivere, soprattutto per questioni di carattere morale e religioso.

Certo è che la convivenza non esclude il matrimonio, per molti esso è irrinunciabile, ma può portare al suo compimento con le idee più chiare. E’ anche vero che il matrimonio può essere reversibile, ma è meglio arrivarci senza brutte sorprese. Nonostante la convivenza non ci esuli da eventuali rotture in futuro, essa aiuta a capire a cosa stiamo andando davvero incontro nella vita a due. Anche perché uno dei lati negativi del matrimonio è che è molto difficile e dispendioso porvi fine.

So che diverse persone possono non essere d’accordo con me, perché pensano che la convivenza sia un modo per non prendersi la responsabilità della vita a due, mentre il matrimonio viene vissuto come la casa dell’amore, della famiglia.

Tuttavia, la convivenza può essere vissuta allo stesso modo. Fa la differenza il modo di essere in coppia. Si può essere famiglia anche non convolando a nozze.

Gen
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-01-2017

Immagine dal webAncora una volta assistiamo (impotenti, mi chiedo io?), agli ennesimi episodi di violenza sulle donne.

Purtroppo i casi di cronaca continuano a raccontarcene altri, come quelli della ventiduenne ustionata e della ventottenne aggredita con l’acido.

Continuano a chiamarli amori, “troppo amore”,  “amori esagerati”. Ho sentito addirittura parlare di “amore incontenibile”.

Ecco, io non sono affatto d’accordo con queste definizioni, mi rifiuto di associare la parola amore ad atti di violenza. E penso che fino a che lo si farà, tutte le violenze verranno giustificate in nome di un amore che pare trovi la sua più grande espressione in atti così eclatanti e disumani. Tanto è che le vittime, non avendo mezzi e supporti adeguati, arrivano a giustificare la rivalsa di possesso nei loro confronti come la manifestazione dell’unico modo di amare del proprio carnefice.

Mi costa ammetterlo, ma purtroppo siamo ben lontani dal non sentire più fatti di cronaca tali. A volte penso che manchino proprio le basi affinchè tutto ciò si concretizzi.

Sicuramente fa tanto un approccio culturale sbagliato in cui l’amore è sacrificio, sopportazione, sottomissione, possesso. L’amore non è così, è tutto il contrario di ciò che ho appena scritto e fino a che non entrerà nella testa di ognuno di noi, allora continueranno ad esistere persone che tratteranno i partner come loro oggetti, su cui cercheranno di sfogare le proprie frustrazioni, convinti che l’altro le debba subire in silenzio proprio per amore. Ed esisteranno vittime convinte di non poter pretendere rispetto, di non poter far valere le proprie esigenze, la propria autonomia e libertà, di non poter avere un semplice amore felice.

E allora cosa possiamo fare? Ci sarebbe tanto da dire, ma oggi  mi voglio concentrare non su ciò che dobbiamo evitare, ma su ciò che dovremmo imparare a coltivare: la felicità.

Viviamo la felicità, godiamone, cerchiamo di dirci ogni giorno che ognuno di noi ne ha diritto e ha il dovere di fare di tutto per tenersela stretta, nel rispetto di se stessi e degli altri.

Insegnamola agli altri, soprattutto ai più piccoli, non facciamone un’eccezione, cerchiamo di coglierla in ogni singolo momento, anche quelli che apparentemente possono essere più scontati e banali. Abituiamoci ad essa così da difenderla in ogni modo e da non poterne fare a meno.

Contagiamola e circondiamoci di chi riesce ad apprezzarla e che la tenga preziosamente in considerazione.

Ecco, non ho assolutamente risolto il tema sulle violenze, ma penso di aver piantato un piccolo semino che avevo necessità di dividere con voi.

Caterina Steri.

 

Gen
09
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 09-01-2017

Quest’anno ho deciso di iniziarlo con un viaggio nella mia amata Roma. Una città che ogni volta mi regala tanto non solo per la sua bellezza, ma anche perché è stata parte fondamentale nel mio percorso di formazione e perché con esso ho avuto modo di instaurare dei rapporti di amicizia davvero profondi.

Devo dire che non avrei potuto chiedere di meglio per il passaggio da un anno all’altro.

Come già sapete, i viaggi per me sono fondamentali. Sono un investimento per la mia mente e il mio cuore. Mi permettono ogni volta di sorprendermi , anche in mete viste innumerevoli volte come quelli della Capitale. Mi danno l’occasione di condividere con chi mi accompagna emozioni  ed esperienze talmente profonde che sono pure difficili da raccontare.

La vita è un viaggio, a volte tortuoso, altre volte colmo di felicità e soddisfazioni. Cercare di vivere il più possibile con chi amo il mondo in cui ci troviamo mi pare un onore alla fortuna che si ha di essere in vita ed in salute. E ringrazio di poter fare un lavoro che mi soddisfa e mi permette di concretizzare questa mia passione.

Per quale motivo condivido tutto questo con voi? Perché quando frequentavo la Scuola di Specializzazione una delle mie care docenti ci disse di cercare di vedere il più possibile del mondo, di conoscere i luoghi e le culture diverse rispetto a quelli a cui siamo abituati perché il nostro lavoro non è fatto solo di formazione sui libri, ma dobbiamo andare oltre, capire le persone per quello che sono, anche per le loro credenze e i loro modi di vivere. Per essere quindi dei terapeuti a 360° e fare questo mestiere liberi da pregiudizi e da importanti “buchi” di ignoranza. E’ vero che non possiamo essere tuttologi, ma è vero che possiamo ogni giorno avere delle conoscenze in più. E questo conoscendo, contemplando e rispettando anche tutto ciò che è diverso da noi.

Ecco, la mia ultima visita a Roma mi ha fatto pensare alle parole di quella mia docente che ancora mi è cara, quindi ho deciso di condividerle con voi.

E allora, questo arricchimento personale in più regalatomi dal mio ultimo viaggio “capitolino”, sono pronta ad investirlo anche nella mia professione e con i miei pazienti.

Caterina Steri.