Set
29
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 29-09-2016

Qualche settimana fa ho realizzato un obiettivo che mi ero posta da parecchio tempo andando  a visitare i campi di sterminio di Auschwitz e Birkenau in Polonia.

Quella di Auschwitz è sempre stata una meta particolare, con significati diversi da qualsiasi genere di viaggi fatti solo con il fine di divertirsi e staccare dalla solita routine quotidiana.

Questa tappa mi è sembrata doverosa, avendo la possibilità di concretizzarla. Come punto di appoggio per la mia trasferta ho scelto la città di Cracovia, bella ed affascinante, in cui inevitabilmente il tema della Shoah si tiene vivo in tanti dei suoi angoli, dal quartiere ebraico alla Fabbrica di Schindler attualmente adibita a museo.

Per me non è facile parlarne, anche perché ciò che ho provato varcando quei cancelli non può essere lontanamente paragonato all’esperienza  vissuta realmente da chi si è trovato a farne direttamente i conti.

Entrando nei campi di sterminio subito la cosa che ho notato è stato il silenzio, nonostante le numerose persone in visita come me. Un silenzio dotato di rispetto, forti emozioni, domande a cui non poter dare risposte, stupore per un’organizzazione tale sfruttata al solo scopo di ammazzare. Ammazzare persone senza nessuna colpa. E ti chiedi come possa l’uomo, se tale debba ritenersi, arrivare a tanta organizzata crudeltà ed efferatezza? E ancora, che senso possa avere avuto tutto questo? E forse, non avendo risposte adeguate, si può stare solo in silenzio percorrendo quei viali, quei corridoi, quelle stanze della morte per cercare di interiorizzare il più possibile quello che è successo per poi portarlo sempre con sè e, seppure nel proprio piccolo, farlo conoscere agli altri.

Mi arrabbio e mi intristisco ad osservare le foto dei prigionieri con gli sguardi persi nel vuoto dal terrore, l’incredulità, la stanchezza. Perché uno degli obiettivi dei nazisti era proprio quella di annullare le persone, la loro personalità fino a che non sarebbero arrivate a morire. Con quale falso diritto poi?

Mi sono ritrovata in un luogo agghiacciante, dove tutto è quasi inesprimibile, dove la realtà ha superato di gran lunga la drammaticità che noi immaginiamo, dove lo sterminio sia fisico che psicologico era stato “scientificamente” programmato. Dove uno degli obiettivi della “filosofia” dei lager era quella di creare una totale sottomissione dei prigionieri. E di questo ne sono testimoni i sopravvissuti, restii per lungo tempo a raccontare, a parlarne perché capivano che il resto del mondo non voleva accettare tale atrocità, ma allo stesso tempo hanno continuato a vivere intrisi di dolore e di traumi. Diversi di loro sono riusciti a darne testimonianza solo dopo anni. Altri invece hanno portato con sé l’assordante silenzio di quei ricordi.

Nonostante le mie difficoltà ho deciso di raccontare la mia visita nei campi del terrore, perché mi sembra doveroso contribuire all’imperitura memoria e perché ritengo che tutti noi dobbiamo vedere con i nostri occhi i resti di ciò che è accaduto. Perché la responsabilità è degli uomini e finchè esisterà l’uomo potrebbe esistere la possibilità che qualcosa del genere riaccada e purtroppo anche la storia contemporanea ci dimostra come alla crudeltà spesso non ci siano limiti. Parliamo di uomini che hanno deciso di calpestare e derubare altri esseri umani sotto ogni punto di vista. Carnefici,  ma pur sempre uomini, e chi mi assicura dunque che tutto quello non possa ripetersi?

Camminando su quel terreno il pensiero ricorrente è stato : “Qui le persone venivano a morire. Partivano con la speranza ingannevole di andare verso una nuova vita e trovavano il terrore della disumanità più efferata”.

Forse non potremmo capire il motivo di quell’inferno, ma almeno dobbiamo sapere di non poter abbassare la guardia, di non poterci permettere di tollerare certi tipi di comportamenti e di idee.

Spero quindi di aver dato il maggiore impegno per immergermi quanto più possibile in quell’inferno, per farlo mio, per vergognarmi e soffrire per ciò che è successo, per stamparmelo nella memoria, per poterlo raccontare (seppure con tante difficoltà), per evitare di cadere nella trappola della crudeltà, per non smettere mai di rispettare l’umanità e la libertà delle persone.

 

Set
26
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 26-09-2016

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Ci sono delle affermazioni che gli psicologi non vogliono assolutamente sentirsi dire, come se al solo udirle venisse loro una forte orticaria.

Certo, pensandoci un po’ sono cose che potrebbero far sorridere, ma sul momento non vengono affatto gradite. Ne sento spesso, ora meno perché in fin dei conti, mi concedo sempre, o quasi, di esplicitare cortesemente il mio disappunto. E mi fa sorridere come chi mi conosce bene quasi si diverta ad assistere a questi scambi.

Ora cercherò di farvi un piccolo elenco di quelle frasi che ci infastidiscono tanto.

-          “Vorrei fare una chiacchierata con lei”. Partendo dal presupposto che per chiacchierata si intenda una “conversazione prolungata tra amici, per passatempo”, se andando dallo psicologo o dal terapeuta avete la sensazione di aver vissuto ciò che avete appena letto, allora sappiate che non avete lavorato per nulla ma avete sprecato solo tempo e denaro.Infatti, nello studio di uno psicologo non si chiacchiera, ma il professionista fa uso di uno strumento molto importante ed efficace che è quello del colloquio, una tecnica di studio del comportamento umano atta a raccogliere informazioni, motivare ai fini terapeutici ed informare.

-          “Non vado dallo psicologo perché posso parlare ai miei amici o parenti”. Anche questa affermazione si lega alla prima. Il colloquio psicologico è ben lontano dalla chiacchierata con amici e parenti per i motivi che vi ho elencato sopra e perché quello con lo psicologo è un rapporto unidirezionale dove il professionista è a totale disposizione del paziente, dove tutto si svolge in funzione del suo benessere senza la minima intromissione emotiva. Fenomeno che non avviene in altri tipi di relazioni non professionali.

-          Un’altra affermazione urticante è quando una persona, che non ha nulla a che fare con il tuo lavoro, ad esempio l’amico dell’amico che ti viene presentato il sabato sera al pub, che dopo aver saputo che lavoro fai esclama ingenuamente: ”Aiuto! Adesso mi analizzi?” “Secondo te sono matto??” Mio carissimo amico del mio amico, ma secondo te il sabato sera al pub di fronte ad un drink sto pensando a lavorare o sto pensando a rilassarmi e a godermi un po’ la vita con le persone a cui voglio bene? E soprattutto, pensi che io sia dotata di bacchetta magica per capire in due secondi come tu sia fatto e quale sia il tuo disagio? Ebbene, sappi che così non è…

-          “Il tuo lavoro consiste nello stare seduta ad ascoltare i fatti della gente e non è faticoso”. Come se tutto si riducesse ai cinquanta minuti di colloquio senza nessuna preparazione al di fuori di esso.

-          Passiamo poi a “Con il tuo lavoro dovresti capirmi e accettare ciò che faccio” Si cara mia, con il lavoro che faccio dovrei capire mille cose, ma se tu provi a prendermi a pesci in faccia o a giustificare tutte le tue insensate azioni con la scusa che tanto poi capirei, io non riuscirei a  star ferma a guardare. Piuttosto sollevo i tacchi e me ne vado. Sai com’è? Con il lavoro che faccio, fortunatamente riesco a distinguere le persone negative da quelle positive e a difendermi dalle prime.

-          “Tu non hai problemi.” – In che senso, scusa?- Non è che la specializzazione in psicoterapia mi esuli dai problemi della vita, come a dire che i medici essendo tali non siano a rischio di malattia. Forse sono consapevole delle risorse che ho e riesco ad usarle, ma questo è frutto sicuramente della mia volontà e del lungo e duro lavoro di psicoterapia personale che ho affrontato in prima persona.

-          “Siamo tutti un po’ psicologi!” Questa è una delle mie preferite. Di rimando mi verrebbe da dire che sono un po’ psicologa, parrucchiera, medico, estetista e perché no, anche astronauta! Chi di noi in fondo da bambini non ha sognato almeno una volta di andare sulla luna?

E sapete perché noi psicologi non le vogliamo sentir dire tutte queste frasi che vi ho elencato? Semplicemente perché siamo esseri umani, tanto quanto le persone che le affermano. E perché il nostro mestiere è fatto di peripezie, difficoltà, grossi pregiudizi, anni di investimento economico, energetico e temporale per raggiungere un’adeguata formazione e di percorsi terapeutici individuali molto duri.

-SE TI è PIACIUTO QUESTO ARTICOLO LEGGI ANCHE PSICOTERAPIA E CHIACCHIERE.

Set
22
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 22-09-2016

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Più volte abbiamo parlato dei vittimisti patologici, senza approfondire su come potersi difendersi da loro per non venirne fagocitati, perché si sa, sono dei veri e propri vampiri emotivi.

Quelli che quando li  incontrate vi lasciano addosso un senso di stanchezza, di vuoto e, qualora si siano impegnati abbastanza, anche un cambiamento di umore  in negativo, naturalmente.

Attenzione però, il vittimista patologico può essere un falso adulatore e quindi inculcare nelle sue prede un senso di confusione che non permette loro di inquadrarlo subito come causa del malessere personale.

  • Il primo passo da fare quindi è quello di prender coscienza del suo atteggiamento e soprattutto degli sgradevoli effetti che genera.
  • Senz’altro, un’ arma a suo sfavore è la cura costante della propria autostima che permette di assorbire meno le influenze negative altrui.
  • Altro step fondamentale è quello di stabilire dei confini con questo individuo, non permettere che li varchi ed evitare di creare con lui situazioni di debito che al momento giusto potrebbe venire rinfacciato.
  • Meglio circondarsi di persone che hanno effetti benefici sulla vostra persona, quelle che tengono alla relazione in modo disinteressato e godono dei vostri successi, non dei fallimenti.
  • Non perdere troppo tempo a spiegare al vittimista che si sta auto commiserando, nella maggioranza dei casi non lo accetta e accentua ancora di più i tratti vittimisti.
  • Ignorare i suoi commenti negativi, ricordando che hanno una visione distorta della realtà.
  • Ricordarsi ogni volta che vi dirà che “voi sì che avete avuto la fortuna di…” che ciò che siete è frutto delle vostre esperienze e del vostro impegno a prendervi cura di voi stessi, non della fortuna. Questo potete anche non dirlo al vittimista, l’importante è averlo per bene a mente.

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Set
19
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 19-09-2016

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Finite le ferie si torna a lavoro e quindi ai ritmi quotidiani che impongono organizzazioni certosine del tempo, soprattutto quando si hanno figli piccoli, entrambi i genitori lavorano e non possono contare sul prezioso aiuto dei nonni.

Per tanti il dilemma è se far uso, quando necessario degli asili nido o meno?

I genitori, soprattutto le mamme, si trovano a dover affrontare il primo vero distacco dai figli dopo mesi di continuo contatto dalla loro nascita e le sensazioni sono le più differenti, dal senso di colpa per paura di abbandonarli e trascurarli all’entusiasmo di poter usufruire di un prezioso aiuto, alla voglia di riprendersi un po’ di spazio per se stessi e di aiutare il bambino ad inserirsi in un mondo che non sia solo composto da mamma, papà e persone molto vicine a loro.

Ci sono poi i dubbi se sia meglio affidarsi ad una baby sitter o ai nonni, quando disponibili.

Certo è che ognuna di queste soluzioni può avere i pro e i contro. I nonni ad esempio sono a costo zero e spesso senza limiti di tempo, ma inevitabilmente possono più o meno consapevolmente dare un’impronta educativa ai nipoti che a volte non coincide con quella dei genitori.

La baby sitter costa e può avere limiti di tempo, ma potrebbe avere un’energia maggiore di quella dei nonni e  le si può chiedere esplicitamente di rispettare certe indicazioni senza correre il rischio di creare incidenti diplomatici familiari.

Sia i nonni che la baby sitter sono poi disponibili anche quando i bambini si ammalano.

Per il nido così non è, senza contare che costituisce un vero è proprio focolaio di germi e batteri che i bambini inevitabilmente si contagiano tra loro. Per quanto riguarda il riscontro di malattie, non essendo un pediatra ritengo opportuno non esprimermi. Certo è che serve sempre avere un piano b, nel momento in cui il bambino si ammali e non possa andare al nido. Ad esempio la sicurezza di poter chiedere senza particolari problemi un congedo parentale a lavoro, oppure una baby sitter sempre reperibile o altri adulti di riferimento nel caso non ci si possa assentare dal lavoro.

Un altro svantaggio del nido potrebbe essere che un bambino molto piccolo possa sentirsi abbandonato, ma questo è un problema passeggero se ben affrontato da tutti gli adulti che hanno a che fare con questa esperienza.

La scuola inoltre potrebbe avere orari poco flessibili o applicare una chiusura festiva che spesso non coincide con le ferie dei genitori.

Il rovescio della medaglia è che favorisce il processo di autonomia dei bimbi, lo sviluppo della creatività,  della manualità e fisicità, le competenze linguistiche, la capacità ad addormentarsi da soli, non avendo l’attenzione esclusiva di un adulto, della condivisione e socializzazione con i coetanei, fortemente necessario soprattutto quando in casa si sta sempre o quasi prevalentemente con persone adulte.

Un altro vantaggio è quello che il bambino imparerà a gestire la frustrazione di non avere sempre e comunque un’attenzione esclusiva da parte di chi si prende cura di lui.

Ogni scelta ha quindi i pro e contro, bisogna capire cosa può esser meglio per i genitori e i bambini. Le situazioni personali giocano sicuramente un ruolo importante in tutte le scelte, anche in quello di questo tipo. Io, come professionista, mi sento a favore della decisione di far frequentare l’asilo nido ai bambini.

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Set
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-09-2016

Le vacanze sono sempre un periodo particolare per le coppie, il maggiore tempo passato insieme può mettere in evidenza il tipo di rapporto tra i due partner, sia in senso positivo che negativo.  Quando parliamo di relazioni dipendenti, le vacanze possono diventare una vera e propria trappola, uno specchietto per le allodole, utile a convincersi che il vero amore possa davvero concretizzarsi perché costituiscono dei momenti in cui il manipolatore, con qualche moina in più illude nuovamente la sua vittima e il clima vacanziero aiuta a contornare il tutto di una romantica cornice.

Nella dipendenza affettiva la relazione di coppia è concepita come condizione indispensabile per la propria esistenza, per cui si è disposti a far di tutto pur di mandarla avanti ed evitare la rottura, compreso il totale annullamento di sé e ci si convince in ogni modo che qualsiasi piccolo segnale di considerazione da parte dell’altro possa cancellare tutti i lunghi periodi di svalutazione e non amore subiti. Per questo motivo le vacanze possono costituire una trappola, in quanto, è più facile essere considerati quando non si ha a che fare con i soliti ritmi della quotidianità. E i manipolatori affettivi possono approfittare del clima vacanziero per illudere ulteriormente le vittime di poter concedere loro un bel rapporto.

Anche a livello terapeutico tutto ciò ha delle ripercussioni. Quando pazienti che stanno in terapia a causa di dipendenze affettive decidono di concedersi qualche giorno di vacanza con il partner tendono ad illudersi che tutto possa risolversi nel migliore dei modi e che il rapporto da “dipendente” possa diventare “sano”, senza voler ammettere che per instaurare un amore vero bisognerebbe invece cambiare se stessi e il partner.

Durante le vacanze il carnefice può essere più propenso e facilitato a muovere false lusinghe in modo tale da tenere legata a se la sua vittima e convincerla a fugare ogni tentativo di ricerca di libertà dalla relazione.

La dipendente si illude che tutti i soprusi subiti normalmente in realtà siano stati percepiti in modo esagerato e si da le colpe se qualche volta non sia stata considerata a dovere, pur di giustificare il suo carnefice e rimanere nella relazione. Allo stesso tempo, l’illusoria tregua vacanziera dove viene spesa qualche lusinga in più, convince la dipendente che il partner rimarrà di “buon umore” anche al rientro a casa e che forse serviva solo qualche giorno di relax per fargli capire fino in fondo di quale entità sia costituito il loro amore.

Quando una dipendente torna in terapia dopo un periodo del genere (se torna), il rischio è che gli sforzi fatti precedentemente per ammettere di vivere una relazione malata vacillino a causa delle false moine del suo carnefice.

C’è chi spesso si sente ad un bivio, chi invece, riesce a riprendere in mano una visione oggettiva del lavoro terapeutico, rendendosi conto che la vacanza abbia costituito una tentazione ad immergersi totalmente nelle solite patologiche dinamiche. Il terapeuta in questa fase ha l’importante ruolo di aiutare la paziente ad essere il più “lucida” possibile intanto che la vita le dimostri di non essere un’eterna vacanza e il ritorno alla quotidianità non impieghi molto tempo a ri-proiettare i suoi protagonisti nelle solite abitudini. Il carnefice, se mai davvero le abbia interrotte, riprende ad essere freddo, ambiguo, svalutante determinando nella vittima maggiori insicurezze e il crollo delle sue illusioni qualora non ricorra ai ripari nel più breve tempo possibile.

La difficile soluzione, come al solito consiste nel vedere l’altro per quello che è, ovvero un manipolatore affettivo. Solo così è possibile uscire dalla trappola e liberarsi della dipendenza costruendo relazioni più sane.

E’ vero che qualche giorno di vacanza può illudere sul tipo di relazione che si vive, ma è anche vero che riuscire a mettere se stessi al centro della propria vita è la via giusta per amarsi e farsi amare realmente.

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Set
02
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 02-09-2016

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Quando mi si è presentata davanti l’immagine di una donna con la clessidra in mano e la scritta Fertility Day inizialmente non ho colto il messaggio, poi, appena ho messo a fuoco meglio il resto delle “cartoline” che l’accompagnavano ho pensato/sperato subito fosse un fake. E invece, ahimè, così non era…

Quindi sono andata a cercare delle informazioni, per capire meglio che stesse succedendo.

Ho scoperto che con il Fertility Day il Ministero della Salute avesse come obiettivo quello di informare le persone sul pericolo della denatalità nel nostro Paese, sulla bellezza della genitorialità, sul rischio delle malattie che impediscono di diventare genitori e sull’aiuto che la Medicina può dare alle coppie che non riescono ad avere bambini. Tutti presupposti nobili, niente da dire. Io stessa, come professionista mi ritrovo spesso a dover trattare il tema in sede di colloquio e dover dare sostegno psicologico alle persone che non possono avere dei figli. E allora cosa ha scatenato l’ira degli Italiani?  Ecco, sono arrivata alla conclusione che, ripeto, nonostante possa essere una buona idea quella di dedicare una giornata all’informazione, in un contesto come quello italiano in cui il sistema familiare trova più difficoltà che altro, quella del Fertility Day sapesse proprio di presa in giro, eufemisticamente parlando. Se ci aggiungiamo poi gli slogan con cui l’evento è stato proposto allora il flop è garantito.

Forse in un paese in cui davvero venga applicata una vera politica della famiglia, dove la maggior parte dei giovani in età fertile non dipenda dai genitori e non sia disoccupata l’iniziativa avrebbe un impatto positivo. Ma in Italia, in cui il lavoro precario (quando c’è), la fa da padrone, in cui le donne con bambini piccoli non vengono assunte, in cui nei colloqui di lavoro ti si chiede se hai l’intenzione di diventare madre e tu devi mentire se vuoi davvero quel posto, in cui gli asili pubblici non coprono assolutamente il fabbisogno del paese e quindi bisogna pagare profumatamente quelli privati, in cui sei per forza costretta a scegliere tra carriera e figli o affidarti totalmente ai nonni, ecco, in un posto così, gli slogan dei Fertility Day, fanno arrabbiare.

Per la maggior parte delle persone fare figli a 25 anni significa dover rinunciare agli studi Universitari e se uno decide di laurearsi, per trovare subito un lavoro, salvo rari casi, deve emigrare all’estero e nel mentre chiedere un aiuto economico ai genitori.

Tante coppie, quando valutano di voler coscientemente e responsabilmente dei figli, avendo raggiunto  dopo lunghe peripezie la stabilità economica e magari avendo un mutuo casa alle spalle senza l’aiuto di nessuno, arrivano “troppo tardi” perché l’orologio biologico ha fatto il suo corso. Arrivano tardi non per ignoranza, ma per situazioni logistiche non favorevoli per le quali non si poteva fare altrimenti. O forse si, ma vivendo alle spalle di qualcun altro. Allora quella donna con la clessidra in mano fa arrabbiare e vivere una forte frustrazione. Senza parlare dell’ipotesi che negli anni della creatività giovanile poteva non essere presente il partner adatto con cui diventare genitori. Sapete, non mi pare un buon motivo prendersi il primo che passa per riprodursi.

Allora, a modo mio, penso di aver capito il motivo di tanta indignazione: perché l’Italia non ha una politica della Famiglia, tantomeno favorisce i giovani nuclei familiari. Ci sono da fare innumerevoli riflessioni sul Fertility Day, soprattutto sul motivo per cui si arriva sempre più tardi a fare dei figli o si decida di non diventare genitori, non perché la gente non sappia, ma semplicemente perché ha un milione di motivi personali per cui ha deciso di aspettare, anche correndo il rischio che i figli non arrivino. E poi, qualora dovesse succedere che la natura ne doni almeno uno, bisogna considerarla una sfortuna, come farebbe capire l’ennesima cartolina?

Ed infine, cerco il sito ufficiale del Fertility Day cercando un possibile motivo valido della sua esistenza ma scopro che è stato chiuso e allora mi arrendo.

Set
01
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 01-09-2016

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Quasi alla fine dell’estate tutti o o la maggior parte riprendiamo le attività routinarie. Come ogni anno ho deciso di far fare al mio blog una lunga pausa, in modo tale da non dover avere sempre il pensiero di pormi di fronte allo schermo del computer per scrivere anche nel mese dell’anno in cui riesco e voglio rallentare parecchio i miei ritmi. Per me le ferie non sono solo divertimento, mare, viaggi e scoperte di nuovi luoghi con chi amo, ma anche il lusso di rallentare il trascorrere delle giornate affrancandomi dalla preoccupazione di controllare costantemente l’orologio e o accendere il computer per scrivere le mail o rispondervi.

Ora che posso dire di aver fatto tutto questo, posso anche riprendere a scrivere i miei post e a condividerli con voi, sempre numerosi e attenti.

L’accorciarsi delle giornate, l’abbassamento delle temperature, il ritorno dei pazienti da una pausa terapeutica estiva e l’aumento delle richieste di colloqui da parte di nuove persone, mi indicano che è tornato il momento di riprendere i ritmi lavorativi e di godere dell’energia e della spensieratezza accumulata nelle scorse settimane. C’è solo una cosa che mi rende fortemente triste e mi da un enorme senso di impotenza: gli avvenimenti degli ultimi giorni che hanno messo in ginocchio gran parte dell’Italia a causa del terremoto. Posso ritenermi fortunata a vivere in una terra che non è vittima di attività sismiche, ma non posso certo non essere partecipe e commuovermi nel vedere che per tanti altri non sia così. 

Vi ringrazio per avermi “aspettata” , per esser passati di qua anche quando non erano presenti dei nuovi articoli e per aver deciso di continuare a rimanere tra le mie righe.

Buon rientro alle attività lavorative, a quelle studentesche, buone ferie a chi ancora non le ha fatte e buona vita a chi in questo momento potrebbe pensare che non esista via d’uscita al dolore.

Io sono di nuovo qui, di fronte al mio computer e nelle mie postazioni lavorative.

Caterina Steri.