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Oggi più che mai siamo soggetti ad icone di magrezza, in cui donne dall’aspetto quasi irreale, ci mostrano fisici tonici e snelli, anche dopo qualche giorno dal parto, che tutte vorrebbero avere. Di recente abbiamo avuto l’esempio della Canalis, prima di lei Belen Rodriguez, che si sono fatte immortalare con fisici perfetti a pochi giorni dal parto. Immagini che portano a chiedersi quale sia il confine tra una natura eccessivamente generosa, foto shop e la ricerca assidua della forma perfetta?

Il problema nasce nel momento in cui per forma perfetta intendiamo una magrezza eccessiva, è infatti inevitabile notare come tante donne, più o meno consapevolmente, sul web trasmettano questo genere di messaggio.

Pensiamo ad esempio alle  fashion blogger che aggiornano quotidianamente, o quasi, diari online su tematiche legate alla moda. Esse stesse si propongono come icone di stile che trovano riscontro nei vari likes o followers mediatici.  Sono eclatanti i casi delle due famose italiane Chiara Ferragni e Chiara Biasi per le quali pare che il successo sia aumentato di pari passo con la loro magrezza, o viceversa. I loro corpi troppo magri ad alcuni hanno scatenato atteggiamenti di rifiuto e pena perché definiti non sani, ad altri invece di imitazione, di desiderio di essere come loro, quindi immagino di  adozione di tentativi per somigliare il più possibile a queste esili figure. Certo, esistono donne esili in modo naturale, così come esistono le curvy, dice difendendosi una delle protagoniste della vicenda, ma quante donne riescono ad essere oggettive in tal senso?

Volente o nolente, esporsi sul web porta a delle conseguenze. Siamo nell’era dell’immagine e del consumismo e non tutti sono in grado di avere consapevolezza delle influenze a cui quotidianamente veniamo sottoposti e nemmeno chi si espone in prima linea le riconosce del tutto.

Da un lato il web ha permesso a tutti di poter dire la propria e questo è sicuramente un vantaggio. Il rovescio della medaglia è che può esser trasmesso di tutto senza filtri adeguati. In un contesto tale diventa ancor più rischiosa la promozione della eccessiva magrezza, sia per chi la rappresenta sia per chi l’adotta come modello di riferimento. Soprattutto per alcune categorie a rischio come le adolescenti, in quanto si trovano già in una fase della sviluppo delicata che non da pienamente loro le competenze per discernere tra uno stile di vita sano o meno.

Il messaggio che viene dato loro è che la bellezza corrisponde alla magrezza. Spesso un’estrema magrezza che va a stonare con le protesi di seni perfettamente tondi e alti incorniciati dalla visione di costole in evidenza e visi emaciati, se non rifatti anch’essi, in donne nemmeno trentenni. Risultati che dalla maggior parte vengono raggiunti con duri sacrifici e rinunce. Allenamenti intensivi fatti con il solo scopo di dimagrire,  l’imposizione di regimi dietetici troppo duri e spesso fai da te, l’uso di altri mezzi inadeguati per controllare il peso come il vomito autoindotto, l’assunzione di lassativi, diuretici, o altri farmaci. Non tutte hanno a disposizione una natura generosa, personal trainer o dietologi esperti da cui farsi seguire quotidianamente. Si possono instaurare quindi pericolosi meccanismi, simili alle dipendenze da droghe che possono portare a veri e propri disturbi dell’alimentazione.

Ci troviamo di fronte ad un fenomeno in continua espansione in cui si da più peso al senso estetico dettato da un’eccessiva magrezza, che al benessere fisico e psichico globale. Il rischio è di finire per stare sempre a dieta ma senza vedere i risultati sulla bilancia o di perdere peso in modo eccessivo con gravi conseguenze sulla psiche e sull’organismo. In entrambi i casi si sviluppano un’alterata percezione del peso e della propria immagine corporea.

Ovviamente non tutte le persone che iniziano una dieta vanno incontro ad un disturbo alimentare, ma l’idealizzazione della magrezza porta a gravi conseguenze, soprattutto se accompagnata ad altri fattori come i cambiamenti fisici dell’adolescenza, tratti di personalità caratterizzati dal perfezionismo, ossessività, ansia, depressione e presenza di un modesto sovrappeso. Se poi viene rappresentata e promossa da donne che hanno una certa visibilità il fenomeno diventa sempre più contagioso.

Per prevenirli, sarebbe bene divulgare un’educazione alimentare fin dalla tenera età e sfatare i miti basati sul binomio bellezza – solo magrezza. E’ quindi importante sia essere consapevoli del messaggio che si riceve, ma anche di quello che si da, perché può arrivare a chiunque e non tutti gli occhi che lo osservano vengono influenzati positivamente. Ed è altresì importante chiedersi il motivo per cui bisogna essere sempre più magre per sentirci più a nostro agio. Siamo sicure che la bellezza debba corrispondere solo ad un’eccessiva magrezza? Io dico di no.

 

Apr
18
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 18-04-2016

La copertina del nuovo numero di Sposi in Sardegna

Anche quest’anno ho avuto il piacere di essere ospite con uno dei miei articoli sulla rivista Sposi in Sardegna, prodotta e diretta dalla imprenditrice e wedding planner Ilaria Nesi che ringrazio di cuore per la sua ospitalità e la fiducia.

Sposi in Sardegna da il nome sia al periodico che al sito www.sposinsardegna.it il cui tema principalmente affrontato appunto è quello del matrimonio e della sua organizzazione in tutte le sue sfaccettature. Ed io, come psicologa, ogni anno parlo di alcuni aspetti psicologici riguardanti le nozze e le coppie che si stanno preparando ad esse.

Quest’anno ho deciso di scrivere sul passaggio tra l’innamoramento e l’amore, che spesso vengono scambiati come sinonimi, e di come possa accompagnare la coppia in una nuova fase di crescita e maturazione.

Potete trovare la rivista in diversi punti vendita della Sardegna a cui ci si rivolge per organizzare le nozze, oppure direttamente sul sito ufficiale.

Di seguito, per leggere il mio articolo, potete cliccare direttamente sul link.

http://www.sposinsardegna.it/psicologia-matrimonio-il-passaggio-dall-innamoramento-all-amore-e-la-crescita-della-coppia

Buona lettura a tutti e grazie ancora ad Ilaria Nesi.

 

Apr
14
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 14-04-2016

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Dopo avervi parlato qualche giorno fa del cyberbullismo, ovvero l’evoluzione tecnologica del bullismo, vi invito a leggere un articolo del 24 marzo scorso del portale di Tiscali in cui si parla del fatto che il cyberbullismo potrebbe diventare reato penale.

Recita così: “Il cyberbullismo potrebbe presto diventare un reato specifico, con pene da sei mesi a cinque anni di carcere, se commesso da un maggiorenne, mentre potrebbe condurre al sequestro dello smartphone del “bullo” se questi è un minore. E’ quanto prevedono alcuni emendamenti della presidente della Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, sottoscritti da tutto il gruppo Dem della stessa commissione, al ddl sul cyberbullismo giunto dal Senato.”

Stanno iniziando quindi ad essere messi in prativa duri provvedimenti per chi si macchia di un reato del genere.

Per saperne di più, vi rimando direttamente all’articolo che potrete consultare integralmente cliccando qui.

Apr
11
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 11-04-2016

Rientro in casa da una breve trasferta del fine settimana e dando uno sguardo alla mia pagina Facebook  vedo il like numero 1800 e gli ingressi nel blog sempre più numerosi.

Il primo trimestre annuale è trascorso senza quasi rendermi conto, assorbita dai tanti impegni lavorativi e non posso che fare un bilancio più che positivo.

Quello primaverile è di norma un periodo pieno di lavoro, di nuove idee e interessanti proposte da mettere in atto. Non so se sia un caso o se in primavera, mia stagione preferita insieme a quella estiva, mi ritrovi più propensa ed entusiasta per i nuovi progetti e casi professionali.

Allo stesso tempo, anche le persone con l’arrivo della primavera tendono a volersi prender più cura di se stesse, non solo dal punto di vista fisico, ma anche mentale. Perch, si sa, mente e corpo sono strettamente connesse e prendersi cura di una significa prendersi cura anche dell’altro e viceversa.

Quindi, tra il lavoro, le giornate dedicate allo sport, alle escursioni e alle “gite fuori porta”, invito ognuno a prendersi cura di se considerando sia il corpo che la mente, dimostrando di volersi bene e cercando di stare sempre al meglio. Il benessere di ognuno infatti è sì un diritto, ma anche un dovere da ricercare quotidianamente.

Buona settimana a voi tutti.

 

Apr
07
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 07-04-2016

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Una persona si sente frustrata quando non riesce a soddisfare i  propri bisogni, desideri e obiettivi. E’ il contrario dell’appagamento.

Le cause possono essere molteplici e sin dalla più tenera età si può  farne esperienza, ad esempio, dove stili genitoriali troppo rigidi e proibitivi, trascuranti o, d’altra parte, troppo protettivi e ansiosi, costringono i figli a rinunciare in un certo senso alla soddisfazione dei propri bisogni per trovarsi meglio integrati all’interno del nucleo.

Ci sono poi degli eventi della vita che di per se fanno vivere la frustrazione, come ad esempio la nascita di un fratello, che scalza il primogenito dalla esclusività del rapporto con i genitori.

Oppure la fase adolescenziale dove è importante il contrasto tra il desiderio di indipendenza e quello di protezione da parte delle figure adulte di riferimento.

Tempo fa qualcuno mi disse che la frustrazione fosse il sale della vita poichè viene sperimentata sin dalla più tenera età e inevitabilmente ognuno di noi prima o poi deve farci i conti. Essendo quindi una costante compagna di vita, occorre imparare a gestirla e a viverla in modo tale da potersi dare ulteriormente la possibilità di riprovare a soddisfare i propri bisogni quando non si è riusciti al primo tentativo.

Chi non ha mai avuto ostacoli nella soddisfazione delle proprie necessità, potrebbe bloccarsi qualora ciò  accada, perché del tutto scevro dall’esperienza della frustrazione, in cui il senso della delusione viene tollerato molto difficilmente.

Da un lato è scomodo sentire la frustrazione, appunto è frustrante, dall’altro ci da la possibilità di creare soluzioni alternative, se vissuta in modo sano. Se però diventa costante e non si trova il modo giusto per farvi fronte, finisce per trasformarsi in uno stato di impotenza derivata dalla perdita della speranza e da un ingigantimento della percezione degli ostacoli da superare che se persiste conduce alla convinzione che non ci possa essere soluzione al problema.

Alla frustrazione infatti, si può reagire in diversi modi, dal totale rifiuto, all’aggressività, al tentare in tutti i modi di risolverla in modo costruttivo. Tanto dipende dalla predisposizione personale e dal contesto in cui si vive che può essere più o meno stimolante in tal senso. Occorre sicuramente imparare ad acquisire un certo grado di tolleranza alle frustrazioni e accettare che spesso i propri bisogni non coincidono con quelli altrui e non sia scontato che vengano soddisfatti istantaneamente e in automatico.

Capire inoltre che non possiamo tenere tutto sotto controllo, ma occorre uno spirito resiliente che spinga a risolvere le situazioni non a subirle passivamente con la convinzione di non poterle cambiare e che stimoli quindi alla risoluzione del problema e alla ricerca di una soluzione alternativa, qualora la prima non funzioni.

 

 

L’esperienza della maternità può essere tanto magnifica quanto traumatica, considerata tutta una serie di fattori che la rendono travolgente e non sempre idilliaca. Lo dimostrano le notizie di cronaca di cui spesso veniamo a conoscenza in cui madri colte dal dolore e dallo smarrimento fanno del male a se stesse e alle loro creature. Colpisce ad esempio il caso di Cosenza della bambina di sette mesi uccisa dalla madre, che avrebbe pure tentato il suicidio e che soffrirebbe di depressione post partum.

Il disagio causato dalla nascita di un figlio non sempre è destinato a sfociare in episodi così tragici, occorre comunque non sottovalutare certi segnali e concedere la possibilità di un supporto in una fase così delicata e importante nella vita di una donna.

Ogni neomamma è sottoposta a svariati stravolgimenti quotidiani, da quello fisico, alla convalescenza, alla costrizione di dover orientare tutto in funzione del bebè che la investe di una forte responsabilità e da cui può scaturire un senso di inadeguatezza, a possibili imprevisti e contrasti familiari, al senso di solitudine, al pensiero del lavoro, al fatto che la realtà non corrisponda all’immaginario e alle aspettative pre-esistenti.

Dopo il parto è fisiologico vivere un periodo di stanchezza e di tristezza caratterizzato dalla tendenza al pianto, instabilità dell’umore, ansia, tristezza e scarsa concentrazione. Se il problema è passeggero si chiama baby blues, si verifica nella prima settimana dopo il parto e si risolve spontaneamente dopo circa 10 o 15 giorni. In questo caso la madre riesce a prendersi cura del neonato e prova gioia per la maternità. Non è prevista nessuna cura medica o psichiatrica, mentre è sufficiente essere informate sul problema, poter contare su un supporto psicologico e aver la possibilità di condividere il proprio stato d’animo.

In casi più gravi si può cadere nella depressione post parto che se non viene trattata può diventare cronica. I sintomi iniziano a manifestarsi durante la 3° o 4° settimana dopo il parto. Le cause possono essere molteplici (ormonali, fisiche, psicologiche, sociali, familiari) e pure la sintomatologia è svariata ( tristezza, perdita di autostima, di energia, di interessi, pessimismo e senso di inadeguatezza, difficoltà nell’allattamento, disturbi del sonno, della concentrazione, dell’appetito, ansia, incapacità di prendere decisioni, cefalea, vertigini, nausea, dolori vari, dimagrimento eccessivo). E’ preponderante il senso di colpa per non essere una buona madre che porta alla vergogna, a chiudersi in se stessa e a non concedersi di parlare con nessuno del disagio.

E’ sempre opportuna un’opera di prevenzione per la depressione post parto attraverso un’informazione e un sostegno adeguati durante la gravidanza, l’appoggio di chi sta vicino alla futura mamma, la possibilità di esprimere e condividere le proprie paure, le emozioni e le aspettative. Quando si manifesta è fondamentale chiedere l’aiuto di un esperto e, vista la tendenza delle vittime a negare e celare il problema, occorre che le persone che le circondano stiano attente a tutti i segnali di disagio che possono palesarsi.

Nei primi giorni dopo il parto può inoltre pesare l’invasione di parenti e amici sempre pronti a dire cosa sarebbe meglio fare, ma che in realtà mancano di un aiuto concreto e materiale, quello più necessario al momento.

Ancor più grave e fortunatamente più rara può essere la psicosi post parto caratterizzata dalla perdita del contatto con la realtà e con la propria identità, allucinazioni, manie, ossessioni, in cui è alto il rischio di infanticidio e suicidio.  Una psicosi a tutti gli effetti che richiede un immediato intervento psichiatrico e che può manifestarsi abbastanza precocemente, entro le prime quattro settimane dal parto.

Le cause sono quelle tipiche della depressione post parto ma potrebbe essere incisiva la familiarità con casi di schizofrenia o psicosi maniaco-depressiva.

Il problema, come per tanti disturbi psichiatrici, è che avendo perso il contatto con la realtà la mamma non si rende conto di avere un grave disturbo e rifiuta i trattamenti.

Come al solito l’ambiente familiare e sociale in cui vive la mamma possono essere degli ottimi indici di aiuto. Se riconosciuta in tempo e trattata a adeguatamente la psicosi puerperale può risolversi positivamente.

Considerato quindi che la gioia di un figlio appena arrivato non può essere data per scontata e che l’intensità della maternità possa trasformarla in qualcosa di spiacevole e traumatico, occorre realizzare più prevenzione possibile per far si che questo non accada, creare una rete supportiva intorno alla futura neomamma coinvolgendo il partner, la famiglia, gli amici e il personale sanitario che la accompagna nella gravidanza sino al parto, attraverso il coinvolgimento attivo, le chiare spiegazioni, l’empatia e l’accettazione che le difficoltà siano normali e non motivo di vergogna.