Gen
28
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 28-01-2016

Guarire dal vittimismo patologico non è facile, considerato anche alla base una scarsa autostima e fiducia in se.

Occorre innanzi tutto prendere coscienza della situazione, ammettere che il proprio atteggiamento sia una strategia consolidata per tenere in pugno gli altri e per evitare di affrontare in modo maturo le relazioni.

E’ frequente che in terapia arrivino delle persone affette dalla cosiddetta Sindrome di Calimero e per aiutarle è necessario capire quali siano le cause della loro costante posizione da vittime (ad esempio, se è un comportamento appreso da altri o se veramente da piccoli si sono subite ingiustizie, violenze o se si è stati trascurati dalla famiglia di origine),  e un intervento mirato per far emergere l’autostima, la fiducia in se e negli altri.

L’atteggiamento vittimistico infatti può diventare una vera e propria prigione di se stessi, dalla quale uscire è molto pericoloso perché il mondo esterno viene vissuto come dannoso e pieno di ingiustizie. Questo è infatti un buon motivo per non fare niente e crogiolarsi nell’atteggiamento da vittimista.

Non è facile guarire, in quanto si parla di schemi mentali e comportamentali ben appresi e radicati, ma non per questo è impossibile attuare importanti cambiamenti in merito. Un buon lavoro di psicoterapia aiuta in tal senso e a seguire dei passi ben precisi per liberarsi dalla prigione.

Un secondo elemento assolutamente necessario è quello dell’autocritica, in modo tale da capire che si è diventati più vittime di se stessi che del mondo circostante, individuando una quota di responsabilità personale in ciò che succede.

Altro passo da fare è smettere di accusare gli altri o il destino. Nonostante alla base ci sia stato oggettivamente un torto subito, ciò non vuol dire che tutto il mondo è ingiusto nei propri confronti.

Smettere di fare paragoni, perché si sa, che l’erba del vicino è sempre più verde, soprattutto per chi è abituato a ragionare così.

Evitare di parlarne in continuazione. Le persone ci trattano come noi ci mostriamo ad esse e alimentano gli aspetti che condividiamo con loro. Parlarne in continuazione fomenta anche il senso di colpa negli altri e questo li farebbe agire a loro volta in modo tale da alimentare il vittimismo.

E’ infatti molto più efficace affrontare il problema in terapia, dove viene garantito sì uno spazio di ascolto totale, ma allo stesso tempo scevro da coinvolgimenti emotivi e proiezioni di vissuti personali che potrebbero fomentare la posizione del vittimismo. E’ infatti uno spazio dove si prende coscienza di se, del problema, dei propri funzionamenti, di nuovi modi di vedere la vita e di cambiamenti funzionali ad essa.

Il percorso terapeutico aiuta inoltre a depotenziare le emozioni negative, a trovare un maggiore equilibrio interiore e ad attuare un cambiamento di prospettiva che rivela un mondo positivo e stimolante.

Aiuta inoltre a stare in contatto con il dolore, che non è un’esperienza positiva, ma sicuramente necessaria, poichè è l’unico modo per elaborare seriamente e definitivamente ciò che accade.

Occorre infine imparare a porsi nelle relazioni in modo adulto, considerandosi alla pari rispetto agli altri e comportandosi come tali.

In questo modo Calimero può togliersi il suo capello e apprezzarsi per come è.

 

Gen
25

Immagine presa dal web.Sabato 23 gennaio 2016 in più di ottanta piazze italiane ci sono state delle manifestazioni civili, accompagnate anche da flash mob, per inviare un messaggio forte al Governo sul tema dei diritti civili aperto dallo slogan “È ora di essere civili”.

Una data non casuale per la manifestazione perchè  organizzata a pochi giorni dalla discussione in Parlamento sul disegno di legge ‘Cirinnà’ (che sarà in Senato martedì 28 gennaio) per sollecitare l’approvazione di una forma giuridica per le unioni civili tra persone non sposate e quelle dello stesso sesso.

Ancora oggi infatti, l’Italia nonostante molte proposte siano state presentate negli anni, è uno dei pochi paesi europei a non riconoscere alcun legame giuridico tra le coppie che vivono insieme senza contrarre matrimonio e non prevede nessun riconoscimento giuridico per le coppie dello stesso sesso. Sono queste  persone che pur pagando le tasse come tutti, non godono delle stesse opportunità degli altri cittadini italiani. A mio avviso e non solo, è questa una grave discriminazione  priva di giustificazioni.

E’ stata quella di sabato una richiesta esplicita e concreta da parte di un numero elevato di persone per permettere a tanti cittadini di vivere con gli stessi diritti, spesso dati per scontati, ma che non sono affatto garantiti a tutti. Mi riferisco ad esempio, al poter dare reciproca assistenza in caso di malattia, avere la possibilità di decidere per il partner in caso di ricovero o di intervento sanitario urgente, accedere ai diritti ereditari in caso di morte prematura di uno dei due.

Come donna e professionista mi rendo partecipe di questa richiesta e la condivido pubblicamente in questo blog, anche per cercare di sensibilizzare maggiormente le persone a questo problema, in modo tale che si decida anche per il pieno riconoscimento dei diritti per i bambini figli di due mamme o di due papà.

Che si decida insomma per l’uguaglianza per tutti, perché la vera famiglia è quella dove regna l’amore.

Gen
18
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 18-01-2016

Capita a tutti, almeno una volta nella vita di sentirsi vittime di circostanze negative, di sentirsi per una volta come Calimero, il pulcino protagonista di un cartone animato degli anni settanta che alla fine di ogni puntata si ritrova solo e sconsolato. Quando la sensazione di essere costantemente vittime di soprusi e ingiustizie e di sfiducia negli altri e nella vita perdura nel tempo e diventa un’abitudine, se non uno stile di vita, possiamo parlare di sindrome di Calimero o vittimismo patologico. Le cause possono originare da diverse situazioni tra cui:  modalità apprese in famiglia, continue svalutazioni, violenza fisica o psicologica subita da piccoli.

Esiste una chiara differenza tra vittima e vittimista. Entrambe possono aver subito (per il vittimista non è detto),   ingiustizie e disgrazie, ma la prima non usa ciò che è successo per manipolare gli altri, anzi, tenta di risolverlo in silenzio. Al vittimista invece non interessa risolvere tanto l’ingiustizia, quanto usarla per manipolare  in modo immaturo e tirannico le relazioni.

Sono queste persone eternamente insoddisfatte che non fanno altro che ripetere: “ Capitano tutte a me. Pago sempre io per gli altri. Sapevo che sarebbe andata a finire così. Sono sempre sfortunato.” In questo modo la realtà viene vissuta in modo distorto, per non sentire il dolore, la frustrazione o il senso di impotenza.

Ciò che non vedono i vittimisti cronici è che sono proprio loro a fungere in un certo senso da catalizzatori delle avversità con il proprio atteggiamento, così come Calimero nel ritenersi piccolo (e quindi indifeso e bisognoso) e nero (più sfortunato e meno dotato degli altri).

Sono anche individui permalosi che alla minima critica, frase non gradita o battuta ironica accentuano e manifestano anche con scene teatrali la loro posizione vittimistica. Questo atteggiamento si innesca quando, più o meno inconsciamente, si ritiene di non essere alla pari degli altri e ci si pone in modo immaturo nei loro confronti.

Ma qual è il vantaggio del vittimismo patologico?

Con questo modo di porsi, in modo più o meno subdolo si può diventare tiranni. Cioè, tenere in pugno le persone che per senso di colpa o compatimento tendono ad assecondare la “vittima” in tutte le sue richieste. E’ proprio questo infatti il vantaggio: ottenere in modo tirannico ascolto, protezione e indulgenza altrui.

Il vittimismo patologico ricorda alcuni aspetti del narcisismo patologico. E’ infatti uno dei meccanismi che serve ad attirare e tenere legate a se le vittime.

Il vittimista patologico tende a vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto, mai quello pieno. Mostra una tendenza a non volersi liberare veramente dalla sofferenza, facendo di essa uno schema difensivo patologico utile a tenere su di se l’attenzione altrui che viene pretesa in modo più o meno esplicito. E quando dall’altra parte non arriva la “giusta” attenzione, allora il vittimista diventa aggressivo, colpevolizzando gli altri in modo efferato, aumentando la percezione di tradimento subita per l’ennesima volta. Non riconosce infatti le sue responsabilità e farglielo notare fomenta a sua volta la posizione da vittima. Calimero vive per questo sempre infelice e incompreso.

Naturalmente è possibile svincolarsi dall’atteggiamento vittimistico, ma per questo vi rimando ad uno dei prossimi post.

 

 

Gen
14
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 14-01-2016

So che questo titolo può essere in un certo senso provocatorio, ma partendo dal presupposto che il concetto di “sano” sia separato da quella “patologico” da un labile confine, per persone “sane” in questo caso intendo chi ha voglia di affrontare i problemi, di mettersi in gioco, nutrire la propria anima e di non accontentarsi.

Come mi disse tempo fa una persona di mia conoscenza: “La sua professione non è un gioco e nonostante tutti i pregiudizi ancora presenti, mi rendo conto che sono le persone “sane” che si rivolgono agli psicologi. Quelle persone che vogliono fare un lavoro approfondito su se stesse mettendosi in gioco, avendo la capacità di essere umili e di accettare di avere dei limiti. Solo chi ha un certo tipo di consapevolezza di se può arrivare a fare tutte queste cose, senza vergognarsi e senza considerarsi un pazzo!” E’ questo quindi il concetto di persone “sane” a cui mi riferisco nel titolo del post.

Di contro c’è chi dichiara di non andare dallo psicologo perché non sta bene ma forse lo farà una volta che le cose si risolveranno.

Tale affermazione sembra più una scusa per non prendere di petto la problematica, nonchè il frutto di pregiudizi secondo cui bisogna risolvere tutto da soli e un estraneo non può far nulla per aiutarci. Per molti infatti è segno di debolezza o di pazzia chiedere aiuto e rivolgersi allo psicologo.

Tanti sperano che il malessere si risolva da se, altri tentano delle soluzioni da autodidatti, a volte aggravando ancor di più la situazione: tentate soluzioni che non fanno altro che fomentare il malessere.

Come detto più volte, chiedere aiuto ad uno psicologo non è segnale di debolezza, ma di forza che stimola a riconoscere il problema, a decidere di affrontarlo e ad impegnarsi per superarlo.

Significa anche ammettere che non sempre i tentativi che mettiamo in pratica siano così efficaci come crediamo (altrimenti il problema si risolverebbe), e riconoscere che esistono professionisti esperti riguardo alla soluzione dei disagi psicologici, in grado di mettere in pratica tecniche e strategie la cui efficacia è ben dimostrata.

Rivolgersi allo psicologo dimostra ancora che non possiamo avere il controllo su tutto e che occorre darsi la possibilità di risolvere i problemi in modo più leggero, perché in collaborazione con un esperto che lavora per raggiungere il bene del suo paziente. Così come fanno i medici, che mirano alla salute delle persone con i loro strumenti e le loro conoscenze, così fanno gli psicologi e gli psicoterapeuti.

Con l’aiuto di questi ultimi si riesce a trovare delle originali chiavi di lettura delle situazioni che daranno nuova luce alla parte di se stessi di cui non si è pienamente consapevoli.

Tanti hanno paura del cambiamento e per questo si preferisce rimanere incastrati nella situazione di malessere che è ben conosciuta, piuttosto che sperimentarne una nuova, sconosciuta ma che porterebbe seriamente a stare meglio.

Un esempio eclatante è quello di una persona che, nonostante si renda conto di stare male assieme ad un’altra, non fa nulla per liberarsene perché non saprebbe come starebbe senza. La paura dell’ignoto diventa in questo caso e in tanti altri fortemente limitante.

 

 

 

Gen
11
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 11-01-2016

Il periodo “caldo” natalizio è passato. Sono finite le corse agli acquisti, la ricerca dei menù più adatti alla feste e riprende lenta la quotidianità dell’inverno.

C’è chi è contento di questo, chi avrebbe aspettato ancora qualche giorno e chi si gode gli ultimi scampoli di ferie.

C’è anche chi con il passaggio da un anno all’altro si è posto nuovi propositi, tanti obiettivi personali e professionali.

In cuor mio, spero non sia mancato uno degli obiettivi più importanti, quello di essere felici. Perché per essere felici a volte ci vuole un po’ di fortuna, ma soprattutto occorre un impegno quotidiano che ci aiuti a diventarlo.

Occorre fare dell’ottimismo, della pazienza e della costanza strumenti utili e potenti per essere felici e per contagiare di felicità chi ci circonda.

La ricerca della felicità non ci rende immuni dai problemi della vita, ci da un grosso insegnamento per affrontarli e superarli, perché ricercarla potrebbe essere più forte di qualsiasi problema, anche quelli che ci sembrano più difficili.

Non è facile trovarla, a volte sarebbe più comodo arrendersi e abbandonarsi alla tristezza, o accontentarsi di mediocri situazioni, ma sarebbe come vivere a metà. Mi ripeto sempre quanto sia meglio sudare e viverla tutta questa vita, che alcuni giorni può sembrare lunga e lenta, ma in fin dei conti è più breve di quanto ci possiamo render conto. E allora, anche per coloro che avrebbero voluto viverla al massimo ma non ne hanno avuto la possibilità, dobbiamo obbligatoriamente impegnarci a rispettarla e a goderla il più possibile.

Ecco, questo è il mio proposito per il nuovo anno, che in realtà era anche quello dello scorso e di quello prima ancora… Forse il fatto che si ripresenti puntualmente significa che in fin dei conti valga la pena perseguirlo, che pur essendo molto faticoso, ogni giorno possa concretizzarlo almeno un po’e che anche solo la fatica impiegata contribuisca a farmi sentire viva.

Buon anno a voi.