Nov
30
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 30-11-2015

Solitamente la conclusione di un percorso terapeutico viene suggellato da un abbraccio, quello che io chiamo l’abbraccio terapeutico.

Durante la terapia si lavora rispettando a dovere confini ben precisi, ad esempio quello di non dover comunicare tramite messaggi o chat o di non parlare della vita privata del terapeuta. Tutto è incentrato sul paziente che si trova a dover affrontare in seduta i suoi più intimi pensieri e vissuti che non rivelerebbe a nessun altro, a volte nemmeno a se stesso, se non adeguatamente supportato dal suo terapeuta di riferimento.

L’abbraccio conclusivo non è un abbraccio tra amici, innamorati o parenti. E’ una stretta in cui viene condiviso tutto ciò che si è spartito fino a quel momento, sapendo che il lavoro si è concluso, che non si sa se ci si rincontrerà, ma qualora dovesse riaccadere, si potrà riprendere da dove si è interrotto, nel solito clima di totale fiducia. E’ anche un abbraccio di affetto, di quell’affetto particolare ed esclusivo che si instaura tra terapeuta e paziente.

La chiusura di una terapia apre a nuovi significati nella vita di una persona: l’avvenuta acquisizione di consapevolezza di tutte le risorse personali e la loro sperimentazione, la capacità di aver fiducia in se stessi e la convinzione di riuscire ad andare avanti con le proprie forze. Come ben tanti sanno la psicoterapia non toglie i problemi della vita, quello sarebbe più un miracolo, ma dota le persone di uno spirito nuovo per affrontarle.

E’ una chiusura relativa, nel senso che apre a nuovi orizzonti, permette di chiudere il cerchio sulle problematiche iniziali che hanno spinto a chiedere aiuto e contemporaneamente lascia aperta la possibilità futura di crearsi un nuovo spazio terapeutico qualora fosse necessario.

Capita spesso che qualche paziente dopo mesi o anni torni in studio, non con la necessità di dover iniziare daccapo una terapia, ma di risolvere nuove questioni, di snodare certi cavilli che da sole non riescono a gestire. In questa fase possono bastare poche sedute consulenziali per risolvere poiché sono sempre presenti le fondamenta della precedente psicoterapia e gli effetti a lungo termine.

Tornando alla fase conclusiva della psicoterapia Strategica integrata, essa non è decisa all’improvviso, ma programmata da diverso tempo, in modo tale che entrambi le parti la condividano, che tutti i cambiamenti vengano ben consolidati e che il paziente si senta sereno al suo pensiero.

E’ una chiusura che racchiude forti emozioni, importanti ricordi, preziose e ben consolidate consapevolezze.

Tutta una serie di significati che vengono ben descritti dalle testimonianze dei pazienti al loro ultimo colloquio. Ma per questo vi rimando ad uno dei prossimi post.

Se vuoi sapere di più sulla psicoterapia Strategica Integrata clicca qui.

Nov
25

Oggi, mercoledì 25 novembre si celebra  la giornata internazionale contro la violenza sulle donne: evento istituito nel 1999 dall’ONU per dare  voce  ad un dramma  mondiale, che si consuma sempre più spesso fuori e dentro le mura domestiche, senza distinzione di età, ceto sociale e origini.

Trovo quindi doveroso parlarne, sia come professionista che come donna.

Parlare per ricordare che la violenza non è solo fisica, ma anche psicologica. Per ricordare quanto e cosa accade all’interno di tante mura domestiche che, dietro finte spoglie perbeniste, a volte nascondono veri e propri mostri.

Parlarne per denunciare e per riconoscere la violenza subita. Spesso le vittime di violenze giustificano i loro carnefici, o addirittura pensano di meritare maltrattamenti e soprusi. Sono donne che possono essere affette da dipendenze affettive e quindi intrappolate nella rete di tutto quello che tale fenomeno implica. Donne cresciute in un ambiente familiare ostile, carenti d’affetto, abituate alla svalutazione e a toni autoritari che stentano a riconoscere l’esistenza di modelli relazionali diversi basati sull’amore e sul rispetto.

Sono donne che mentre passeggiano per strada vengono molestate e violentate. E credetemi, una minigonna o un’importante scollatura non giustificano affatto queste barbarie.

Sono anche quelle innocenti bambine che vengono date in sposa a uomini adulti che a tutto pensano, tranne che ad amarle. E sarebbero tanti altri i casi da menzionare.

L’ISTAT ci dice che in Italia una donna su tre è vittima di violenza, soprattutto domestica e una ricerca Eures-Ansa del 2010 ha rivelato che le violenze familiari sono la prima causa di morte nel nostro paese e le donne sono le vittime nel 70,7% dei casi.

Per non dimenticare, per far sì che la voce di queste donne non venga ascoltata solo in un giorno “ufficiale” all’anno possiamo continuare a parlarne, a diffondere il senso di rispetto nei loro confronti (e delle persone in generale), aiutare chi sappiamo che subisce violenze e soprusi, denunciando e convincendole che nessuno merita di essere maltrattato e a chiedere aiuto.

Per approfondire l’argomento leggi anche Donne prigioniere a casa propria e gli altri articoli sulle dipendenze affettive.

Nov
23
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 23-11-2015

Essere lasciati fa male, ma anche lasciare può essere molto difficile, nonostante porre fine ad una relazione infelice possa essere occasione di rinascita e nuove opportunità.  Ciò non toglie che la paura del cambiamento annebbi spesso tale concezione rispetto alla fine della relazione a due.

Come visto in uno degli articoli precedenti il solo rendersi conto  di dover chiudere con il partner è molto difficile e il concretizzarlo può esserlo ancora di più.

A volte, per mancanza di coraggio nel dare un taglio netto e avere la certezza che l’altro manchi davvero si chiede un periodo di pausa di riflessione. Ma questo è solo un modo per rendere agonizzante una scelta che in realtà è già stata presa. Sarebbe un po’ come giocare al gatto con il topo quello di chiedere all’altro di aspettare per vedere cosa possa succedere.

Meglio non attendere l’occasione giusta per farlo. Questa non arriverà mai da sola, senza la personale volontà. Ogni momento potrebbe essere giusto o sbagliato, dipende dalla prospettiva da cui lo si osserva.

Le emozioni possono prendere il sopravvento, ma se la relazione finisce perché viene a mancare l’amore e quindi non in modo conflittuale, è sempre meglio trovarsi in una situazione equilibrata, di rispetto e pacifica per limitare la sofferenza e rendere definitiva la separazione.

Proprio per questo sarebbe meglio non chiudere d’impulso dopo un litigio, ad esempio, ma che la decisione a farlo venga ben ponderata. La rabbia potrebbe far mancare di lucidità e dire o fare cose di cui poi ci si potrebbe pentire.

Anche se l’istinto dice il contrario, sarebbe meglio non parlare di colpe, ma concentrarsi sul fatto che quella vita a due sia diventata infelice.

Una volta comunicata la decisione di separarsi, meglio non farsi sentire con messaggi di buongiorno/buonanotte o come stai? Contatti che vengono tenuti solo per pietà, senso di colpa, affetto o perché si ritiene di dover aiutare l’altro in qualche modo.

Meglio riflettere invece sul rispetto del dolore altrui  e sul concedergli l’occasione di avere il tempo e lo spazio per viversi appieno la situazione. Non può essere chi lascia ad aiutare l’ex, se ci pensate, poiché potrebbe essere vissuto come la causa del dolore. Lo so, è pesante sentirselo dire, ma in realtà è ciò che spesso rispecchia il pensiero di chi viene lasciato.

Tenere contatti può inoltre dare la speranza che si possa recuperare il rapporto, fomentando false aspettative. Il silenzio infatti può essere una delle migliori armi per chiudere una relazione.

Va bene dare delle spiegazioni quando si lascia una persona, ma nel caso è meglio mostrarsi convinti di ciò che si dice, altrimenti l’altro nutrirà sempre delle speranze e difficilmente farà andare via senza repliche.

Il senso di colpa o di fallimento spesso possono essere forti, si tende a pensare che tutto il tempo passato sia stato sprecato, o che se non si è riusciti a tenere in piedi la relazione, non sarà possibile farlo nemmeno in futuro. In realtà non è così. Se una relazione è finita è perché ci sono stati vari motivi per non farla andare bene, ciò non deve escludere la possibilità che succeda con un’altra persona.

Quando si riuscirà a vedere in modo più oggettivo la situazione, ci si renderà conto di aver fatto un favore a se stessi per aver attuato un cambiamento così forte nella propria vita, ma anche all’altro che è stato liberato dalle catene di una relazione infelice. E prima o poi se ne renderà conto pure lui.

 

Nov
19
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 19-11-2015

Vi siete mai chiesti se siete dei genitori che svalutano i figli, o al contrario che li rinforzano in modo positivo?

Svalutare i figli significa criticarli in continuazione, giudicarli, non riconoscerne i meriti, non considerarli abbastanza per quello che fanno e per l’ impegno che impiegano.

Ad esempio, vostro figlio porta un bel voto da scuola e voi gli dite che avrebbe potuto fare di più, oppure, si cimenta ai fornelli e criticate il piatto da lui cucinato, magari aggiungendo che a voi viene molto meglio. Oppure fate i paragoni con amici, cugini, fratelli, sottolineando quanto loro siano più bravi e meritevoli. Nei casi più gravi lo denigrate apertamente.

Il rinforzo positivo è invece tutto il contrario di quello che vi ho appena descritto. Ovvero, se vostro figlio rientra da scuola con un buon voto gli rimandate quanto sia stato bravo e quanto apprezziate il suo impegno, e se invece il voto non è sufficiente, vi chiedete come mai possa essere accaduto e ne discutete apertamente con lui.

Ci sono insomma diversi modi con cui rapportarsi ai figli, è quindi importante considerare quali possano essere le conseguenze.

Un figlio costantemente svalutato è una persona la cui autostima viene seriamente minata. Perché sentendosi dire ripetutamente quanto sia inadeguata nel fare le cose, prima o poi si convincerà che sia questa la verità e si comporterà in modo da indossare tutte le etichette che le vengono date.

Mi capita in continuazione di lavorare con persone che  non hanno avuto l’appoggio dei genitori, (seppure questi non abbiano agito intenzionalmente), che si trovano a lottare ogni giorno con il senso di inadeguatezza e sfiducia che è stato loro trasmesso. Descrivono un’ombra da cui si sentono ricoperte fatta di tristezza e a volte di rabbia.

Si accompagnano ad un interiorizzato senso di incapacità e alla tendenza a demolire a priori tutto ciò che vorrebbero costruire, o che hanno già costruito, contribuendo a screditare anche se stessi.

Anche i genitori avranno probabilmente subito un atteggiamento simile, ma è mio dovere rimandare ai figli, che non per questo debbano pagare il peso di altre generazioni e che hanno la possibilità di affrancarsi da certe malsane dinamiche e dal dolore da loro trasmesso.

I figli che invece si sentono rinforzati e appoggiati dai genitori saranno più propensi a sviluppare un’autostima tale da potersi sentire adeguati. Le figure genitoriali sono determinanti nell’aiutare la formazione della personalità dei figli, comunicare efficacemente con loro li aiuta a vivere meglio la realtà di tutti i giorni.

Non è una passeggiata, ma è possibile.  Occorre  averne la consapevolezza e lavorare su di se per curare la propria autostima e dimostrarsi di essere validi, senza dover insistentemente aver bisogno dell’approvazione altrui. Certo, se ci fosse sarebbe meglio, ma siccome non è possibile cambiare gli altri, si può decidere di cambiare stessi.

Ad esempio, attraverso un percorso terapeutico si lavora per capire che dentro di se ci sono delle sane risorse e motivazioni che permettono di superare le difficoltà della vita, piccole o grandi che siano.

 

 

 

 

Nov
16
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 16-11-2015

Lo scorso sabato mattina mi sono svegliata con le notizie degli attentati di Parigi. Mi ha ferito e preoccupata profondamente vedere le immagini di una delle città più belle al mondo messa così in crisi e leggere i titoli delle testate mediatiche che dichiarano che “il terrorismo sia dentro casa nostra”.

Aprendo Facebook ho letto vari commenti di condanna, rabbia, disgusto nei confronti di questo gesto. Ahimè, ho letto anche di chi condanna l’integrazione dei popoli e  addirittura dichiara che si stava meglio nel periodo nazi-fascista.

Senza contare chi ha iniziato, sottolineando naturalmente di non essere razzista, a prendersela contro i rifugiati arrivati da noi sfidando la morte in ogni istante del loro viaggio e dichiarando che sarebbe stato meglio che ognuno fosse rimasto a casa propria. Peccato che per queste persone la loro casa, qualora ne avessero una, non fosse un luogo sicuro. E peccato che se avessero potuto scegliere la maggior parte di loro a casa propria ci sarebbe rimasto molto volentieri.

Sinceramente e/o ignorantemente mi sono chiesta cosa potessero  c’entrare tali dichiarazioni con gli atti di terrorismo a Parigi o di tutti gli altri accaduti? Cosa c’entrano i rifugiati con i terroristi? Domande che invadono la mente ancor di più dopo aver scoperto che i terroristi di Parigi fossero nati tutti in Europa.

Ho provato a darmi alcune risposte e nel mio piccolo, sono arrivata a ricordarmi che l’integrazione, già per definizione sia “l’incorporazione di una certa entità etnica in una società, con l’esclusione di qualsiasi discriminazione razziale e riguardi l’inserimento dell’individuo all’interno di una collettività, attraverso il processo di socializzazione”. E allora mi pare che l’integrazione vada ben oltre la discriminazione razziale, quindi immagino respinga in toto gli atti di violenza e di razzismo.

Così, di fronte a certi commenti, con rammarico ed enorme preoccupazione penso  che il terrorismo stia raggiungendo il suo vero obiettivo, che non riguarda solo quello di creare danni dal punto di vista logistico all’economia e allo sviluppo dei paesi, ma anche quelli di incutere nelle persone la paura, l’inibizione sociale, la sottomissione, la chiusura mentale, la mancanza di libertà di pensiero e di parola. E questo si che mi fa paura, mi terrorizza appunto, perché la violenza e la paura sono sempre state usate come tecniche di oppressione sulle popolazioni vittime per condizionare la quotidianità e il pensiero delle menti umane.

Vedo il terrorismo raggiungere il suo obiettivo quando aumentano la diffidenza e l’ostilità verso tutto ciò che non fa parte della propria quotidianità che spesso sfociano in ulteriore violenza, intolleranza e xenofobia. Un circolo vizioso che se consolidato diviene poi molto difficile da smantellare.

Cadere nell’intolleranza razziale, nell’ostilità all’integrazione significa per me darla vinta al terrorismo, permettergli di farci chiudere in noi stessi in un’ottusa rigidità che porta per forza alla sottomissione da parte dei più forti. E quelli più forti in questo caso sono i cattivi.

Per questo condanno fortemente ogni atto terroristico e allo stesso tempo condanno la chiusura mentale di chi di fronte a certi atti cade nell’intolleranza verso qualsiasi forma di integrazione sociale e culturale.

 

Nov
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-11-2015

Buongiorno a tutto il mondo di Gocce di psicoterapia

Autunno ormai è ben avanzato e con esso tutte le attività lavorative del periodo.

Ultimamente sto ricevendo diverse richieste per avere un colloquio psicologico in una delle mie sedi lavorative. Ci sono dei casi più o meno urgenti e per cercare di accoglierli al meglio possibile il tempo massimo di attesa, tranne qualche eccezione è di due settimane, non di più.

Inserire degli appuntamenti il giorno stesso della richiesta è molto difficile, in quanto solitamente le giornate sono già tutte programmate.

Ricordo che la modalità di richiesta dei colloqui può avvenire solo ed esclusivamente attraverso una chiamata telefonica al 3207297686 a cui ci si può rivolgere dal lunedì al sabato (festivi esclusi).  I messaggi non avranno nessun tipo di risposta.

Inoltre, dovrà essere direttamente la persona interessata a fissare un appuntamento e non terzi, fatta eccezione per i minorenni per i quali è obbligatorio avere  il consenso di entrambi i genitori.

Per qualsiasi informazione potete scrivere anche al mio indirizzo e-mail caterina.steri@tiscali.it o un messaggio privato nella pagina Facebook Gocce di Psicoterapia.

Buona giornata a tutti voi,

Caterina Steri.

Nov
09
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 09-11-2015

La decisione di chiudere definitivamente una relazione non viene mai presa di impulso, c’è sempre un periodo  più o meno lungo di valutazione dei motivi per cui lo si dovrebbe fare, che posti sulla bilancia risultano più pesanti di quelli che spingerebbero a perpetrarla.

Anche quando si comprende che la cosa giusta da fare è chiudere con il partner non è mai facile passare all’azione.

Non esistono manuali di istruzioni al riguardo, ma motivazioni e vissuti personali che portano a stare male e a desiderare di liberarsi da un legame che ci si rende conto sia sbagliato.

  • Uno di essi è il desiderio di cambiare l’altro perché in realtà così com’è non va bene e non manca occasione perché risulti fastidioso, irritante e non viene sopportata la sua presenza quando si sta in compagnia di altre persone.
  • Si fantastica spesso, con un senso di liberazione, su una vita senza il partner senza immaginare un futuro felice insieme a lui. Anzi, non si vuole proprio immaginarlo un futuro insieme.
  • Ci si rende conto che vi è uno sforzo ad amare l’altra persona, senza tener conto che  ai sentimenti non si comanda.
  • Si viene continuamente svalutati dal partner, che priva del giusto spazio e libertà personali, talvolta pure del rispetto. Soprattutto in queste situazioni bisogna far molta attenzione, perché il confine con i soprusi è molto labile.
  • Mancano l’attrazione e l’intesa sessuale.
  • Si risponde alle richieste del partner con un senso di costrizione e non con spontaneità e piacere.
  • Non si sente la sua mancanza quando non è presente.
  • E’ ricorrente il pensiero di tradirlo, o il tradimento è un fatto reale.
  • Non esistono più i sentimenti d’amore di una volta anche da parte dell’altro.
  • Ci si rende conto che la relazione è unidirezionale, ovvero che è solo uno che si impegna a mandarla avanti, mentre l’altro non è per nulla collaborativo e motivato a farlo.

Ci sarebbe un numero enorme di segnali da considerare, tutti vertono sicuramente sulla mancanza di sentimenti, di condivisione, di intimità, di progettualità e sull’esistenza di un’insofferenza verso l’altro.

Se dopo tutte queste riflessioni si è veramente convinti di voler chiudere, meglio non rimandare per paura di ferirlo, di deludere le rispettive famiglie, perché si avvicina una ricorrenza particolare come il suo compleanno, Natale o l’anniversario.  Sono tutte queste delle scuse più o meno consapevoli che ostacolano la volontà di voler riprendere in mano la propria vita per paura di rimanere soli, di trovarsi in situazioni sconosciute o di perdere gli amici in comune.

La fine di una relazione è sempre molto difficile, può essere vissuta come un fallimento o un lutto, anche quando si lascia. Ma occorre rendersi conto che quando l’amore con una persona finisce o non nasce nemmeno, non significa che fuori non ci sia qualcun altro con cui potrebbe funzionare. Se non c’è amore con il vostro partner attuale non significa che non possa esserci con un’altro.

Se tutto ciò sembra troppo per essere sostenuto da soli, si può comunque chiedere l’aiuto di un esperto che sostenga nel momento in cui si ha bisogno di affrontare con più lucidità la situazione.

 

Nov
05
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 05-11-2015

Siamo ormai a novembre e quasi tutti i cultori dello sport hanno ripreso le loro attività, bambini compresi.

I vantaggi del praticare l’attività sportiva, come detto più volte, sono numerosi, non solo per il fisico ma anche per il benessere mentale. E il discorso che vale per gli adulti, è estensibile anche ai bambini, senza contare quanto sia importante l’attività sportiva per il loro sviluppo.

Lo sport aiuta a dar sfogo alle energie, a coordinare i movimenti e l’attività mentale, a seguire le regole, ad apprendere la condivisione, a coltivare una sana vita sociale e a concentrarsi meglio nello studio.

I bambini tengono tanto allo sport e questo i genitori lo sanno, tant’è che una delle punizioni più frequenti che danno ai figli quando si comportano in maniera non adeguata o prendono un brutto voto a scuola è quello di vietare loro di allenarsi, ritenendo che la sospensione di un’attività gradita in automatico li obbligherà ad impegnarsi di più nelle altre per poterla ottenere nuovamente.

Ma siamo sicuri che questa sia una soluzione efficace e non un inasprimento di alcuni comportamenti o malesseri?

Non sempre infatti il risultato ambito è quello che viene ottenuto. Il bambino inasprirà il proprio umore e la demotivazione “a far bene” che non lo aiuterà a concentrarsi nello studio, anzi sarà ancora più frustrato di prima.

L’attività sportiva non deve essere un ostacolo per le altre, come lo studio, ma concepita come uno strumento in più per avere maggiore consapevolezza delle proprie capacità. Ricordiamoci infatti che lo sport non è solo un aiuto per il benessere fisico, ma anche per quello mentale: aiuta infatti il bambino ad organizzarsi meglio, apre la sua mente alla ricerca di soluzioni ai problemi che gli vengono posti e allena la sua concentrazione.

E’ vero che il meccanismo di togliere qualcosa di piacevole per far rendere meglio in altro potrebbe funzionare una volta, ma poi? In che modo il bambino avrà la possibilità di scaricare le proprie energie e la frustrazione dovuta alla punizione?

Quindi, prima di punire, chiediamoci come mai si sono comportati in un determinato modo o non hanno reso abbastanza a scuola, poi vedremo come agire di conseguenza.

 

Nov
02
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 02-11-2015

Continuando il discorso intrapreso nell’articolo riguardo al motivo per cui capita di legarsi a persone che desideriamo cambiare, oggi vorrei parlarvi delle modalità con cui ci si può salvare da tale meccanismo di dipendenza relazionale.

Premetto che non esiste un manuale di istruzioni uguale per tutte le persone, essendo tutte diverse. Ma ci sono varie caratteristiche da cui esse possono essere accomunate e per questo ho cercato di spiegare come potrebbero presentarsi i punti principali da prendere in considerazione per liberarsi da certi tipi di catene relazionali.

  • Innanzi tutto bisogna riconoscere il problema. Partiamo infatti dal presupposto che non potete risolvere qualcosa che non “vedete”.
  • Occorre poi nutrire la propria autostima e capire di valere al punto tale di aver diritto ad essere felici. Un’alta autostima vi porterà a pretendere la felicità e a circondarvi di persone che vi faranno stare bene, non di quelle che in fin dei conto del vostro bene non hanno alcun interesse.
  • Un altro punto importante è comprendere che la felicità non è solo un diritto, ma che la sua ricerca dev’essere fatta attivamente ogni giorno e  in modo doveroso prendendosi cura di sè.
  • E’ necessario capire che l’amore, quello sano e vero, è fatto di gioie, di spontaneità e non deve essere preteso da persone che in realtà non ce lo possono dare, tantomeno può essere “forzato”.
  • Bisogna imparare a darsi la possibilità di scegliere chi frequentare, non legandovi al primo che capita ma ascoltando le vostre esigenze e i vostri gusti.
  • Ancora, consentitevi di non dover per forza assumere la responsabilità dei problemi altrui: prima pensate a risolvere i vostri. E’ questo un discorso egoistico, ma di un egoismo sano, che vi permetterà di non legarvi a persone che in fin dei conti i loro problemi non vogliono risolverli, anzi li usano come alibi per creare incastri di dipendenza.
  • Non pretendete che siano gli altri a prendersi cura di voi se non lo fate per primi.
  • Se le avete provate tutte per liberarvi da incastri relazionali tali ma non avete raggiunto nessun risultato sperato chiedete l’aiuto di un esperto, di chi con i rapporti di dipendenza ha a che fare quotidianamente e ha le giuste competenze per accompagnarvi in un cammino di liberazione da esse.

In una relazione sana è sempre positivo cercare nuovi stimoli e cambiamenti, ma quelli tali da migliorare la vita sentimentale. Quando vi sentite di volere una persona che sarebbe perfetta per voi se cambiasse, allora in realtà non l’amate, è solo l’unico modo che conoscete per dimostrarvi di valere qualcosa. In realtà la conferma del vostro “valore” la potete cercare dentro voi, non in chi fa tutto per farvi soffrire e vivere di sacrifici.

CLICCANDO SUI NOMI IN VIOLA PUOI CONTINUARE A LEGGERE GLI ARTICOLI SULL’AUTOSTIMA, LE DIPENDENZE AFFETTIVE E CONOSCERE LA PSICOTERAPIA STRATEGICA INTEGRATA.