Feb
26
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 26-02-2015

In precedenza vi ho parlato dell’invidia, oggi vi parlerò di come ci si possa difendere dalle persone invidiose che, anche se sono loro le prime vittime di se stesse, potrebbero comunque influenzare negativamente chi le circonda. Infatti l’invidioso è insicuro, ha una scarsa autostima e cerca di svalutare in continuazione gli altri con l’illusione di stare un po’ meglio. Della serie: “Se riesco ad abbassare gli altri al mio livello io posso sentirmi meglio”. Per questo può cercare la competizione e talvolta lo scontro.

Un altro aspetto fondamentale dell’invidioso è che lui non si identifica come un aggressore/provocatore quando denigra e svaluta, ma si percepisce come una vittima costretta a difendersi  da coloro che ai suoi occhi ostentano le proprie doti o i propri averi. In alcuni casi è solo la presenza dell’altro a costituire essa stessa una provocazione per l’invidioso.

L’invidia rende ciechi e disabilita la capacità di giudizio critico, di distinguere quindi la realtà oggettiva da quella soggettiva.

Occorre difendersi dall’invidia sia quando siamo noi a provarla  che quando ne diventiamo l’oggetto.

ü  Se ci rendiamo conto che il senso di competizione altrui è spinto dall’invidia possiamo decidere di non lasciarci coinvolgere.

ü  Possiamo ignorare i duri commenti che l’invidioso ci fa, ad esempio la cara amica che critica in continuazione la nostra relazione.

ü  Se l’invidioso è una persona a cui siamo legati affettivamente sarebbe meglio aver presente che sia lui a soffrire più di voi per quello che prova e parlare chiaramente di ciò che vediamo  evidenziando quanto possa ferirci.

ü  In altri contesti, come quello lavorativo, non rispondere a tono e rimanere indifferenti può far capire all’altro che è inutile provare a danneggiarci.

ü  Meglio rispondere senza attaccare finchè possibile, evitando qualsiasi confidenza per  dare meno spunti possibili ed essere nuovamente attaccati.

Feb
23

Foto dal web

Tanti di voi avranno visto la puntata de Le invasioni Barbariche su LA7 il 18 febbraio scorso.

Personalmente io, e da quello che ho potuto constatare anche tanti dei miei colleghi, aggiungo fortunatamente, siamo basiti di fronte a questo “scempio”.

Allo stesso tempo sono contenta della dichiarazione fatta dall’Ordine degli Psicologi che trovate nella foto in cui si dice che “la conduttrice Daria Bignardi, non autorizzata all’esercizio della professione, utilizza impropriamente il Test di Rorschach. Visto il rischio di suscitare, dinanzi ad una vasta platea televisiva, una distorsione e una banalizzazione di uno degli strumenti tecnici della professione psicologica, il Presidente dell’Ordine Nicola Piccinini chiede al CNOP di prendere una netta e decisa posizione al riguardo”.

Dico io, meno male che l’Ordine abbia preso delle distanze da questo triste e vergognoso siparietto. Il test in questione, è un test psicologico proiettivo che serve ad indagare sulla personalità degli individui, richiede tanta formazione e altrettanta professionalità prima di poter essere somministrato, nonché interpretato.  L’Articolo 21 del Codice Deontologico degli Psicologi recita che: “ […] Sono specifici della professione di psicologo tutti gli strumenti e le tecniche conoscitive e di intervento relative a processi psichici basati sull’applicazione di principi, conoscenze, modelli o costrutti psicologici”. In altri termini, un test psicologico non può essere somministrato se non da un professionista che possiede le competenze e le conoscenze certificate e non da chiunque.

Mi chiedo allora perché i conduttori televisivi, o chiunque altro debbano sentirsi liberi di poterlo usare come un gioco?

La conduttrice inoltre, ha dichiarato di somministrare il test, ma in realtà ha usato solo alcune delle sue tavole e ha dato una minima interpretazione di ciò che la sua ospite ha rimandato.  Il Rorschach non funziona così: deve essere anche accompagnato a dei colloqui psicologici approfonditi, somministrato per intero in un contesto neutrale e interpretato secondo dei canoni ben precisi. Ergo, in situazioni diverse e improvvisate i  risultati sono assolutamente inattendibili.

Quello che mi infastidisce è il maltrattamento di uno strumento così importante e di valore e il messaggio sbagliato che viene dato ai profani del tema: tutti possono somministrate test di questo tipo? Allora a che servono gli psicologi? Studiano a vuoto su una cosa che può esser fatta da tutti?

I test psicodiagnostici, non sono stati inventati a caso, ma sono frutto di ricerche e sperimentazioni valide e ripetibili nel tempo. Allora perché vengono usati come un gioco?

Non penso di essermi svegliata particolarmente polemica, ma so bene come funziona la mia professione e che anche noi psicologi non possiamo fare tutto, ma ci specializziamo in determinati ambiti lavorativi, sia per scelta, sia perché non siamo onniscienti e non potremmo formarci su tutto quanto. Tant’è che spesso inviamo le persone ad altri colleghi più esperti di noi in determinati temi.

Quindi vi prego di inorridire pure voi alla vista di certe scene e di esser consapevoli dei confini e specializzazioni di ogni professione.

Ad ognuna la sua. Non mi sognerei mai di svegliarmi domani mattina e iniziare a condurre un talk show.

 

 

Feb
19
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 19-02-2015

Qualche giorno fa sulla mia pagina Facebook ho condiviso un post di medicitalia.it in cui si dava la notizia della sospensione di uno psicologo da parte dell’Albo perché attuava delle terapie “riparative” contro l’omosessualità.

Premettendo, come ben sapete ormai, che mi dissocio totalmente dalla linea di pensiero dell’emerito collega,  non posso però nascondere la mia sorpresa nel vedere quanta ignoranza ancora giri attorno all’argomento e chiedermi il perché di tutto questo accanimento e questa cattiveria nei suoi confronti?

Ogni giorno a lavoro non manco di assistere alle storie e alle situazioni più svariate, ma l’accanimento contro l’omosessualità proprio non smette di sorprendermi.

Questi sono i miei pensieri personali, come professionista invece posso ribadire che già Freud scrisse in una lettera che l’omosessualità “non è niente di cui vergognarsi, non è un vizio, non è degradazione, non può essere classificata come malattia,  ma come una variante della funzione sessuale”. Aggiunse ancora che il tentativo di far cambiare orientamento sessuale alle persone può solo sfociare in un fallimento.

In Italia la situazione è drammatica: pregiudizi, mancanza di interesse, di informazione e di un’educazione familiare e scolastica adeguata, movimenti religiosi che condannano il “diverso” sono la routine.

Quando avvengono eventi come quello degli scorsi giorni, si palesa la necessità di una legge o di provvedimenti contro l’omofobia, poi dopo qualche giorno tutto tace.

Ciò che mi preoccupa è che nemmeno una legge sarebbe sufficiente a marginare il problema. Sono d’accordo sul punire l’omofobia, ma mi pare urgente la prevenzione.

Perché non iniziare ad educare le giovani generazioni al rispetto di tutte le razze, le culture, le religioni e anche della natura sessuale di ognuno? Dovrei aprire un vaso di pandora affermando che il problema non sono i bambini e i ragazzi, ma gli adulti che impongono il loro pensiero sui figli. Pensiero che spesso è rigido, che non guarda al di là del proprio naso e non accetta di vedere, conoscere e accettare l’altro da se.

Se ancora ci sono persone omosessuali che ritengono di doversi nascondere è perché la società con i suoi rigidi canoni lo impone.

Vogliamo dare o no una svolta alla situazione e aprirci davvero al mondo e alla sua eterogeneità? Se esistono tante realtà un motivo ci sarà o no?

Ognuno potrebbe dare il proprio contributo: dalla scuola alla famiglia, alla cultura, al cinema, al governo, alla politica.

Immagine dal web

Sapete voi chi siano i genitori spazzaneve?

Questo termine deriva dal mondo inglese con i quali si chiamano quei genitori che spianano la strada ai figli così che nulla li vada storto e con la convinzione di nutrire la loro autostima. Ma è davvero così?

Ancora, sono quei genitori che non accettano che la prole possa sbagliare o arrivare seconda ad altri, quindi per questo si sostituiscono a lei per avere il controllo della situazione. Tutto ciò che è sbagliato viene attribuito a cause esterne e mai a responsabilità personali o dei figli.

I genitori spazzaneve rifiutano fortemente di assistere agli errori e alle crisi dei figli perché sarebbero loro i primi a non tollerarle e a non saperle gestire. L’ansia non permette di capire che in realtà stanno solo danneggiando i figli rendendoli incapaci o quasi di affrontare ciò che c’è di vero nel mondo, tra cui anche i lati negativi. Li tolgono la libertà di realizzarsi e inculcano un forte senso di competizione dovuto alla non accettazione degli errori.

Paradossalmente, più le persone vengono aiutate, nel senso che le si limita a fare e a pensare, più risulteranno incapaci di vivere: ecco perché i genitori spazzaneve possono ledere fortemente l’autostima dei figli. Il messaggio che possono dare loro è anche quello del “faccio io al tuo posto perché penso che tu non ci riesca”. Questo causa un forte senso di sfiducia nei figli riguardo alle loro capacità e competenze.

Tanti genitori preferiscono fare da spazzaneve per i motivi più svariati: perché in forte competizione con il mondo, perché ansiosi e fortemente controllanti, non accettano gli errori,  non tollerano la frustrazione di veder sbagliare le loro creature, perché terrorizzati dalla crisi economica.

Non si rendono conto che sostituirsi ai figli scegliendo per loro è un modo di invalidarli. Al contrario, tenersi a distanza e far presente di esser un punto di riferimento li spinge ad andare avanti, a permettersi di rischiare, ad accettare che anche gli errori fanno parte della natura umana e che da essi si possa trarne importanti insegnamenti.

Se ti è piaciuto l’articolo leggi anche gli altri inerenti il tema della genitorialità.

 

 

 

Feb
09
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 09-02-2015

Considerato che dalla scorsa estate non ho fatto nessuna pausa, nella corrente settimana dal 9 al 14 febbraio ho deciso di sospendere tutte le attività lavorative.

Ogni lavoro richiede una pausa, soprattutto perché la vita non è fatta solo di fatiche ma anche di momenti in cui potersi rigenerare e garantire una qualità di vita personale e professionale sempre alta.

Potete comunque chiamare per fissare degli appuntamenti e nel caso non troviate immediata risposta, verrete ricontattati il prima possibile.

Vi ricordo inoltre di non mandarmi messaggi ne comunicazioni in chat perché non verranno considerati. Potete invece inviarmi delle e-mail per avere qualsiasi informazione sui colloqui.

L’attività lavorativa  e la pubblicazione di nuovo post sul blog riprenderanno a pieno ritmo a partire da lunedì 16 febbraio.

Buona giornata a tutti.

 

Feb
05
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 05-02-2015

Immagine dal web

Con il post di oggi vorrei rispondere ad alcune domande che mi sono state rivolte tramite commenti sulla pagina di Facebook, riguardanti il rapporto tra terapeuta e pazienti e sul perché il terapeuta non si leghi amichevolmente ai suoi assistiti.

  • Innanzi tutto c’è da dire, così come dichiara l’articolo 28 del Codice Deontologico degli psicologi che “Lo psicologo evita commistioni tra il ruolo professionale e vita privata che possano interferire con l’attività professionale o comunque arrecare nocumento all’immagine sociale della professione. Costituisce grave violazione deontologica effettuare interventi diagnostici, di sostegno psicologico o di psicoterapia rivolti a persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale. Parimenti costituisce grave violazione deontologica instaurare le suddette relazioni nel corso del rapporto professionale. Allo psicologo è vietata qualsiasi attività che, in ragione del rapporto professionale, possa produrre per lui indebiti vantaggi diretti o indiretti di carattere patrimoniale o non patrimoniale, ad esclusione del compenso pattuito” […]

Avere a che fare con pazienti “conosciuti”, ancora peggio se stretti da un legame affettivo, non solo sarebbe controproducente ai fini della terapia, ma dannoso. Si potrebbe andare incontro a pregiudizi, giudizi, critiche e influenze dettate dal cuore o da altri motivi personali. Lo studio del terapeuta è e deve essere privo di  considerazioni personali e giudizi morali. Ciò che viene messo al centro di tutto è il paziente, le sue problematiche e i suoi vissuti.

  • I buoni ingredienti di una terapia efficace si basano anche sul tipo di relazione che intercorre tra terapeuta e paziente che deve innanzi tutto vertere su una totale fiducia e la disponibilità a risolvere i problemi. So che può sembrare paradossale e che molti di voi si stiano chiedendo come ci si possa fidare totalmente di un estraneo, ma nella relazione terapeutica l’obiettivo  comune è il benessere del paziente, solo ed esclusivamente quello. Ecco perché devono essere totalmente aboliti dei legami affettivi come quelli amicali, ad esempio, in cui la relazione è reciproca e conta il bene di entrambi.

Quella terapeutica è una relazione talmente particolare che raramente si presenta in altri tipi di contesti  umani. Essa da la possibilità al paziente di godere di uno spazio totalmente unico e personale e di esplorare i propri vissuti con un’intensità tale da essere  quasi impossibile poterla raccontare e spiegare a terzi.

Inoltre, se ci si fida del terapeuta si capisce di poter parlare  con maggiore libertà rispetto a quella che si potrebbe raggiungere con un amico o un qualsiasi conoscente: lo specialista è lì solo per lui, non giudica ed è tenuto per legge al segreto professionale.

La terapia non è un apprendimento passivo in cui il terapeuta insegna al paziente ad essere un uomo migliore, ma un contesto in cui vengono attivate le risorse delle persone creando dei cambiamenti e nuovi equilibri psicologici. Proprio per questo il terapeuta si pone totalmente al servizio del suo paziente, non potendo permettersi di incorrere in questioni emotive che potrebbero offuscare la sua oggettività e il suo far da specchio all’altro o travolgerlo e ferirlo così da non poter più proteggere lo scopo terapeutico.

Il terapeuta non può legarsi affettivamente ai pazienti, perché non è un amico (anche se alcuni colleghi fanno credere il contrario), lui offre un servizio professionale (tanto è che per questo viene pagato), circoscritto da regole ben precise che richiedono il rispetto da entrambe le parti.

Tutti questi sono i motivi che servono a tutelare il paziente, ma ce ne sono altri che servono anche a proteggere il terapeuta.

  • Avete mai pensato ad esempio che un terapeuta quotidianamente può ricevere nel suo studio airca sei/sette pazienti, se non di più? Immaginate se dovesse farsi coinvolgere emotivamente da tutti cosa gli succederebbe? Non avrebbe più una vita privata perché “porterebbe a casa” tutti i casi che segue e relativi dolori, traumi, soddisfazioni. Rischierebbe di rinunciare alla propria di vita per quella degli altri.

Fortunatamente, durante i periodi di formazione ci viene insegnato a non fare questo e anche da professionisti abbiamo la possibilità di farci aiutare da un supervisore laddove da soli non riusciamo a trovare soluzioni adeguate.

Certo è che prima di esser specialisti siamo persone e ci dispiacciamo se i nostri pazienti stanno male e gioiamo con loro quando stanno bene. Ma i cambiamenti in positivo non potrebbero avvenire se la relazione terapeutica non venisse protetta da un grado di “distacco” tale da render tutto più obiettivo.

Ricordatevi quindi che il terapeuta non è solo un professionista, ma prima di tutto una persona in carne ed ossa, che come voi si è rivolto ad altri terapeuti.

E ricordate pure che la relazione con il vostro terapeuta, per quanto non possa avere connotazioni amicali sarà sempre unica, intima ed indescrivibile. Parola di terapeuta e di paziente.

 

 

 

Feb
02
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 02-02-2015

La copertina della rivista Sposi in Sardegna

Buongiorno a tutti,

da qualche anno a questa parte la redattrice della rivista Sposi in Sardegna, la Dott.ssa Ilaria Nesi, mi propone di scrivere un articolo da inserire tra le pagine del suo lavoro.

Sposi in Sardegna è l’esempio di un progetto imprenditoriale giovanile, tutto al femminile, dedicato al tema del matrimonio e a tutto ciò che c’è da sapere per organizzarlo.

Mi fa sempre piacere rispondere positivamente all’invito della redazione e anche quest’anno vi annuncio l’uscita del nuovo numero della rivista che potrete trovare gratuitamente in vari punti del territorio regionale.

Quest’anno ho deciso di parlare della resilienza di coppia, ovvero la capacità di superare le difficoltà e di uscirne rafforzati, di cui ogni persona può farne esperienza, così come ogni coppia, ogni famiglia e gruppo.

Per conoscere meglio il progetto di Sposi in Sardegna e sapere dove ritirare la coppia gratuita della rivista potete visitare il sito ufficiale  http://www.sposinsardegna.it/ o la pagina Facebook che porta il suo nome.

Ringrazio in modo particolare Ilaria per avermi invitata anche quest’anno alla stesura del suo lavoro e le auguro un ottimo lavoro e delle importanti gratificazioni professionali.

Caterina Steri.