Nov
24
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 24-11-2014

La copertina del libro

Come avrete visto dalla mia pagina Facebook, in questi giorni ho ricevuto un bellissimo regalo, il libro Quello che non ho mai detto di Federico de Rosa.

Federico è un ragazzo di circa 20 anni affetto dall’autismo, importante malattia che lo ha reso incapace di parlare e costruire le relazioni con le persone, costringendolo a chiudersi in se stesso (o almeno, ci ha provato, fino a che non ha trovato il modo per comunicare con il resto del mondo).

Federico chiama l’autismo prigione, vive a Roma circondato da una numerosa famiglia e da una preziosa rete sociale. Nel libro descrive come l’aiuto di chi lo ama e la sua enorme forza di volontà lo abbiano spinto giorno dopo giorno a ribellarsi alla sua prigione, permettendogli di diplomarsi a pieni voti al liceo scientifico e di scrivere la sua storia.

La chiave di volta l’ha avuta quando ha imparato a scrivere al computer ed ha capito che quello fosse il suo canale di comunicazione con il mondo esterno.

Sono rimasta fortemente sorpresa di come ci si possa ribellare ad una malattia come l’autismo, il cui più grande problema penso sia l’incapacità di instaurare delle relazioni sociali. Invece proprio Federico è riuscito a superare lo scoglio comunicativo e a condividere con gli altri i suoi vissuti.

Non nego di essermi commossa mentre leggevo queste pagine. Ho avuto la conferma che molte malattie, con diagnosi precoce e supporti adeguati e amorevoli, possano essere fortemente contrastate per dare vita nuova a chi ne è affetto.

Federico si è reso subito conto di non poter guarire, ma ha trovato il modo per “raggirare” la sua malattia e concedersi di poter uscire dalla sua prigione. Si chiede sempre come mai sia capitato proprio a lui e penso abbia ragione a farlo, anche se spesso non si hanno risposte a certe domande. Però personalmente mi sento di ringraziarlo per esser riuscito a condividere le sue gioie e i suoi dolori.

Ringrazio anche chi mi ha regalato il suo libro chiudendo con le parole di Federico: “Liberi dall’attaccamento alle cose si può amare. Se io cerco la felicità nel possesso delle cose non posso cercarla nel donarmi agli altri. Ciascuno sceglie in che direzione cercare di realizzarsi”.

Nov
20
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 20-11-2014

In precedenza vi ho parlato di come comunicare ad un bambino la morte di una persona cara, oggi vi parlerò delle diverse possibilità che si hanno per poterlo aiutare ad elaborare il lutto.

Solitamente si cerca di non affrontare certi argomenti con i bambini, come quelli della malattia e delle perdite, augurandoci che non debbano mai farne esperienza o pensando che sia meglio così. In realtà, può accadere che più un argomento sia tabù, più si abbiano difficoltà per affrontarlo qualora si concretizzi.

Quando accade che i bambini subiscono un lutto, è meglio raccontare loro la verità (vedi Come comunicare ad un bambino la morte di una persona cara?)), e tranquillizzarli sul fatto che siano liberi di poter esprimere il proprio dolore.

Non ci sono delle regole rigide da applicare, anche perché ognuno vive le esperienze a modo proprio. Dipende dall’età, dal contesto socio culturale, dal rapporto che si aveva con la persona mancata.

Si possono vivere esperienze di delusione, rabbia, depressione, impotenza, senso di colpa, inadeguatezza.

Il lutto è un processo che avviene con tempi anche abbastanza lunghi. Dare al bambino la possibilità di viverlo in modo sano lo preparerà anche per le esperienze di perdite future.

Un passo fondamentale che gli adulti possono fare per aiutare i bambini è condividere con loro il dolore, in modo tale che non si sentano soli e che capiscano che sia lecito e normale poterlo fare. So quanto possa essere difficile e a volte imbarazzante, ma aiuta a potersi sentire “normali e adeguati”.

A volte alcune morti sono già annunciate, e non improvvise. In questi casi è meglio dare ai bambini (in base alla loro età), la possibilità di salutare la persona cara e di esser partecipe alla fine della vita del caro, finchè lo riterranno necessario e affinchè comprendano che le esperienze non sono infinite ma, nonostante le perdite, che si  possa andare avanti. Se questo non gli venisse concesso potrebbero sentirsi esclusi o in colpa perché non si riterrebbero all’altezza della situazione.

Quando il lutto è invece improvviso, diminuiscono le possibilità di far avvicinare i bambini al tema in modo graduale.

Spesso in studio mi ritrovo a dover lavorare con adulti (genitori e zii, soprattutto), che si trovano in difficoltà a gestire e comunicare con i bambini che hanno subito un lutto. Prima perché anche loro si trovano a dover fare i conti con la perdita, poi perché hanno scarsa consapevolezza delle loro difficoltà. Ammettere ad esempio che non riescono a parlare con i bambini anziché pensare di non farlo solo per proteggerli, è già un grosso passo in avanti.

Occorre lavorare, oltre che sulle difficoltà, anche su come comunicare con i bambini e condividere con loro le esperienze di perdita in modo tale da non creare un isolamento da entrambe le parti.

I bambini si esprimono soprattutto con il gioco e meno con la parola, possiamo quindi stare attenti ai questi speciali stili comunicativi. Ad esempio, i piccoli hanno bisogno di esser contenuti e rassicurati fisicamente: un abbraccio può esser molto più prezioso e intimo di tante parole.

Succede poi che debbano essere coinvolti anche gli insegnanti e le altre figure di riferimento. Seguire una linea comune in cui venga consentita la libertà di espressione del dolore è un altro fondamentale passo da fare.

Bisogna considerare attentamente i possibili episodi depressivi dopo la perdita, o quelli di iperattività o di ribellione valutandone la gravità e la durata.

Così come per gli adulti, anche per i bambini, se non gli si da la possibilità di affrontare un lutto o una perdita, a lungo andare si potrebbero manifestare dei disagi o dei disturbi di carattere emotivo, comportamentale o dello sviluppo.

Quando ci si rende conto delle difficoltà è sempre meglio chiedere un supporto psicologico, in modo tale da esser aiutati  in modo professionale.

 

 

 

 

 

 

Nov
17
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 17-11-2014

Se lo spirito di competizione è sano e funzionale in contesti lavorativi e sportivi, potrebbe non esserlo in altri, come quello di coppia. Spesso non lo si riconosce, ma è molto più diffuso di quanto non si creda.

Esser competitivi nella coppia all’inizio potrebbe costituire quasi un gioco, creando eccitazione e divertimento, ma come dice un vecchio detto “il gioco è bello quando dura poco”.

Se la competizione diventa eccessiva, il rischio è di diventare troppo sfuggenti, di viver sempre in una corsa continua in cui a prevalere è l’”io” e mai il “noi”.

Se il vostro scopo nella coppia è dimostrare in continuazione di esser sempre i più bravi, di guadagnare di più, di controllare la vita di tutti, allora non volete il bene della coppia, tanto meno quello del vostro partner.

In alcune coppie può innescarsi un rapporto di competizione esagerata tra i due componenti per diversi motivi:

  • mancanza di una comunicazione chiara
  • intolleranza alla frustrazione (ovvero la non accettare di non poter soddisfare tutti i propri desideri)
  • convinzione di dare più forza al legame se l’altro è più debole di noi (ad esempio dal punto di vista economico o della salute), perché lo rende più dipendente
  • non accettare che l’altro sia autonomo perché concepito come una proprietà
  • timore che l’altro scappi se non gli facciamo sentire continuamente di aver bisogno di noi
  • aver paura di non esser mai all’altezza delle situazioni.

Una competizione esagerata potrebbe anche danneggiare l’altro creando invidie, rabbia, risentimenti e tentativi di punizione che possono sfociare in vere e proprie violenze.

Nelle coppie che funzionano, si coopera per raggiungere obiettivi comuni mettendo a disposizione le proprie risorse, si sostiene l’altro nel raggiungimento di risultati propri.

Non è da tutti raggiungere una vero e proprio spirito collaborativo. Bisogna saper metter da parte le insicurezze e gli egoismi e riuscire a godere anche dei successi altrui, non solo dei propri.

La qualità dei legami non si misura solo nei momenti di crisi, ma anche in quelli in cui uno dei due ha obiettivi da raggiungere e l’altro riesce a sostenerlo in modo sincero, oppure quando ad entrambi interessa condividere progetti “a due”.

Ancora, la si vede nel momento in cui uno dei due riesce a venir fuori da una situazione complicata e siamo felici di vederlo più sicuro e forte, non dispiaciuti per paura di non esser alla sua altezza o perché possa abbandonarci.

Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche Psicopatologia della competizione, cosa fare quando ne siamo sovrastati?

 

Nov
13
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 13-11-2014

Dal mese di novembre le sedi lavorative di Cagliari e di Villacidro sono cambiate. A causa di un aumento di richieste per i colloqui e della necessità di dare ai pazienti dei luoghi più accoglienti in cui svolgere le terapie, ho deciso di cercare altri spazi più consoni a queste nuove necessità.

Mano a mano che il lavoro aumenta mi pare doveroso poter offrire più tempo a chi decide di confrontarsi e mettersi in gioco nello studio del terapeuta.

Gli indirizzi delle nuove sedi sono:

  •   a Cagliari in Via S. Sonnino, 108
  •   a Villacidro in Via G. Garibaldi, 42

Vi ricordo che le modalità di richiesta dei colloqui restano sempre le stesse. E’ la persona interessata che deve chiamare al 3207297686 per fissare un primo colloquio (NO CHAT; NO SMS). Nel caso di minorenni, devono essere i genitori a contattarmi in quanto occorre sempre avere il consenso da parte loro prima di poter effettuare il colloquio.

Se non doveste trovare subito una risposta, verrete ricontattatati entro la fine della giornata. E’ dunque necessario non chiamare da numeri anonimi.

 

Nov
10
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 10-11-2014

 “Ogni volta siamo alle solite, ci lasciamo e poi, nonostante ognuno faccia esperienze diverse ritorniamo insieme!”

“Tre anni fa ci siamo lasciati, poi da due mesi ci siamo incontrati casualmente a casa di amici e non ci siamo più separati. Il fatto è che non so se andrà bene.”

“Non ci incontravamo da dieci anni, poi in seguito a vari discorsi abbiamo deciso di riprovarci e ora siamo una coppia nuova!”

Questi sono dei contenuti di alcuni dei colloqui fatti in studio in cui si cerca di capire se darsi una seconda possibilità con il proprio ex possa avere o no degli esiti positivi.

Insomma, il cosiddetto ritorno di fiamma funziona o finisce sempre in un fallimento?

Per la maggior parte delle relazioni non possiamo sapere se andranno bene o meno, ma possiamo avere dei grossi campanelli di allarme che suggeriscono esiti certi.

Si dice che scegliersi una prima volta sia difficile, figuriamoci una seconda e una terza, ma come mai sovente si torna sui propri passi anche se in passato ci si era giurati di non farlo?

Spesso viene presa come una rivalsa nei confronti dell’altro, di noi stessi e di ciò che è stato. Molto importante è ad esempio voler dimostrare di essere cambiati.

Qualora ci siano, bisogna capire se i cambiamenti di entrambi siano compatibili con la ripresa della relazione.

Se invece si inizia con i vecchi schemi che l’avevano condotta al fallimento, allora non si sta facendo altro che reiterare gli errori passati.

Se la prima volta ci si è lasciati in modo doloroso, in seguito a tradimenti, mancanza di fiducia, rabbia, non si può pretendere di dimenticare tutto. Inevitabilmente, alla prima discussione o disguido verrebbe tutto a galla ed in modo rancoroso. Se davvero si decide di superare ciò che è stato occorre saperlo fare sfruttando l’evento per costruire una coppia più forte di prima, con dinamiche diverse rispetto alle precedenti. Se già pensate di poterci riprovare senza cambiare nulla, allora è meglio abbandonare l’idea.

Si può costruire nuovamente un rapporto di coppia, ma in seguito ad un processo di maturazione di entrambi e dare vita ad una relazione di successo.

E soprattutto, prima di riprendere una vecchia storia, è assolutamente obbligatorio (anche se per tanti non scontato), capire che sentimenti si provano verso l’altro. Capita di ricominciare perché spinti dal senso di abitudine, dalla conoscenza dell’altro che anche se ci ha ferito, paradossalmente ci fa sentire protetti perché noto. Altre volte invece si torna con l’ex per semplice nostalgia di ciò che fu.

Un rischio ricorrente è quello di scambiare l’attrazione fisica per amore. La passione può riaccendersi anche perché ci fa sentire più giovani e avvenenti, memori degli anni che furono. Può esser durata nel tempo solo perché nel mentre non si sono avute relazioni soddisfacenti o perché la si è idealizzata. Significativa è stata la testimonianza di una mia paziente che ha riferito di aver fatto sesso dopo anni con il suo ex e del fastidio dovuto all’odore della pelle di lui che non corrispondeva più ai suoi ricordi.

Insomma, il ritorno di fiamma può avere un senso se la coppia si fonda su dinamiche nuove che diano qualità al rapporto e lo spingano ad andare avanti. Se infatti, nonostante gli sforzi non cambia nulla rispetto al passato, allora sarebbe meglio mettersi l’animo in pace e decidere di darci davvero un taglio, questa volta definitivo.

 

 

 

Nov
06
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 06-11-2014

Se gli adulti non sono esenti dal vivere l’esperienza del lutto, altrettanto succede per i bambini. In ogni fatto quotidiano si tende a proteggerli e spesso lo si fa pensando che abbiano meno capacità e consapevolezze di quanto sia nella realtà. Quando accade un evento nefasto, ad esempio quando muore qualcuno a loro caro, la tentazione sarebbe di nasconderglielo o di raccontare delle storie che non corrispondono alla verità. Ma tutto questo può creare solo confusione, rabbia e un maggiore senso di solitudine e abbandono.

Non si vorrebbe mai togliere lo sguardo di felicità e spensieratezza ai bambini dando loro una tragica notizia. Ma forse potremmo partire dal presupposto che non siamo noi adulti a privarli di quella luce negli occhi, ma gli eventi della vita. Noi non abbiamo colpe.

Come poter dare loro la notizia? Non esistono delle regole rigide, anche perché ognuno è fatto a modo proprio, esistono invece degli accorgimenti che possono essere molto utili per comunicare nel modo più efficace possibile con i bambini.

Il senso di inadeguatezza e di non esser pronti ci può tentare a nascondere o a delegare qualcun altro. Ma se siete voi le persone di cui il bambino si fida è bene non dargli motivo di chiedersi in futuro perché non abbiate condiviso con lui l’evento.

Bisogna considerare l’età del fanciullo e in base a quello usare un determinato tipo di linguaggio, quello più vicino a lui, quello che usiamo ogni giorno.

Meglio usare parole concrete e realistiche, così da risparmiare confusione o false speranze. Ad esempio non dire che il defunto è partito per un lungo viaggio perché il bambino si illuderà che prima o poi tornerà da lui e più aspetterà più si sentirà tradito e abbandonato.

Ogni bambino, anche se non riesce ad esplicitarlo a parole ha la propria reazione emotiva, per questo è meglio tener conto dei diversi segnali che ci manda. Per dargli la notizia della scomparsa di un caro lo si può abbracciare o prenderlo per mano: tenere un legame fisico che potrà fargli capire di non essere solo e di aver qualcuno a cui aggrapparsi quando ne avrà bisogno.

I bambini, più che mai in queste occasioni hanno bisogno di non sentirsi esclusi. Potrebbero chiedere di andare al funerale e negarglielo acuirebbe ancora di più il dolore. Bisogna spiegare bene in cosa consiste l’evento e prospettare anche la possibilità che possano cambiare idea sulla loro partecipazione.

Se è possibile e il bambino lo richiedesse si può mostrargli il corpo del defunto, senza mai obbligarlo a toccarlo. Nel caso non sia possibile spiegargli il motivo.

Potete chiedere loro di preparare una lettera o un regalo da lasciare al defunto così da potergli dare un saluto speciale.

I bambini più degli adulti hanno bisogno di concretizzare gli eventi per poterli capire, tanto più quello che può essere la morte.

L’idea di escluderli dalla notizia della morte di un caro, o dal suo funerale, spesso rispecchia più la paura degli adulti di doverli gestire in situazioni in cui non sanno nemmeno come affrontare il proprio dolore, tanto meno di contenere quello altrui. Nella realtà, i bambini hanno bisogno di voi e di sapere cosa succede attorno, onde evitare di farli sentire ancora più soli. Più si daranno spiegazioni chiare, più loro si sentiranno liberi di esprimere il proprio dolore e di superarlo.

Non possiamo evitare loro di soffrire, possiamo però starli accanto nella sofferenza.

 

Nov
03

Più o meno tutti nella vita siamo competitivi.

In giuste quantità la competizione, ovvero la spinta a raggiungere un risultato migliore nei confronti di altri individui, aiuta ad andare avanti nella vita professionale, sportiva, privata. Ma quando diventa eccessiva ed è l’unico meccanismo che si mette in atto per vivere, qualcosa non va.

In questo caso la sensazione è quella di dover fare sempre di più, che non basti mai, che il risultato di domani dovrà esser sempre migliore rispetto a quello di oggi, che a sua volta non è ritenuto abbastanza soddisfacente.  Vi è una propensione estrema alla perfezione ed è proprio qui che si rimane incastrati, nel senso che la perfezione non esiste ed è inutile cercare di raggiungerla. Finchè questo non verrà riconosciuto e soprattutto accettato, non ci si potrà liberare dalla morsa della competizione ossessiva.

Come mai si cade in questi contorti e spesso dolorosi meccanismi?

Forse la necessità di dover provare sempre qualcosa e di ottenere risultati ottimi deriva dal fatto che non si è così sicuri come si vorrebbe dimostrare, ma occorre ogni volta avere i risultati migliori per potersi dire di valere qualcosa.

O forse si è stati abituati sin da piccoli che ciò che si faceva non bastava mai e allora per dimostrare agli altri di valere occorreva prefissarsi esiti sempre più alti, ma che purtroppo non risultavano mai sufficientemente apprezzati: da ciò la spinta a dare ed ottenere sempre di più.

O ancora, i risultati medi non venivano contemplati perchè espressione di mediocrità.

Mi pare che derivi anche da un senso di insoddisfazione personale dovuta all’importanza che si da al giudizio altrui. Siamo troppo abituati ad essere giudicati per i risultati “visibili” che otteniamo, piuttosto che per ciò che siamo veramente e forse siamo i primi ad adottare questo meccanismo su di noi.

Queste possono essere solo alcune delle cause della competizione ossessiva. Sta di fatto che le conseguenze potrebbero essere quelle di non riuscire mai a godere di ciò che si fa perché troppo orientati sui risultati e non anche sul percorso che facciamo per raggiungerli. Un meccanismo che origina forti ansie e stress, ma che potrebbe essere risolto attuando dei cambiamenti nel modo di pensare ed agire.

Ad esempio, iniziare a pensare all’opportunità che, anziché dover sempre competere con gli altri, si potrebbe iniziare a collaborare, laddove sia possibile.

Accettare l’idea che esistano delle persone più brave di noi ma che allo stesso tempo non annullano il nostro valore.

Ancora, che possiamo ritenerci soddisfatti anche smettendola di confrontarci sempre con qualcun altro. Riuscire ad entrare in quest’ottica permette di fare le cose con meno ansia e tensione.

Non sono cambiamenti facili da attuare, soprattutto perché dovremmo scardinare modi di pensare ed agire con i quali conviviamo da anni. Nonostante questa “abitudine”, se ci rendessimo conto che la competitività in noi è fagocitante e limitante dovremmo seriamente pensare di cambiare rotta e “rilassarci un po’”.

Laddove non sia possibile farlo da soli, per iniziare, potremmo chiedere l’aiuto di una persona più esperta di noi accettando l’idea che non abbiamo le competenze e le capacità di fare tutto, ma non per questo siamo meno apprezzabili degli altri.