Ott
30
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 30-10-2014

Alla chiusura di ogni psicoterapia chiedo sempre ai miei pazienti di scrivere qualcosa sul loro percorso fatto insieme e questa settimana sono arrivate le parole di Zewale Rovesta (Addis Abeba, 1983), autore del libro “Agisci ora!” che vi riporto di seguito, ringraziando la persona che me le ha fatte conoscere.

Ora ricordo che sono Libero

e che non devo più soffrire.

Interrompo i meccanismi di auto-sabotaggio

e inizio a chiedermi:

Che cosa mi sta bloccando?

Perché sto nascondendo la mia autentica natura?

Dove sto andando?

Cosa o chi sto cercando di evitare?

… E mentre cerco le risposte, mi accorgo che:

non devo mai più soffrire, a meno che non sia io stesso a deciderlo.

Io voglio vivere con pienezza ogni istante della mia vita!

Adesso percepisco lInfinita Energia che fluisce dentro, attraverso e attorno a me, mi lascio guidare dal mio Maestro Interiore, mi lascio trascinare dal mio Cuore.

Sono consapevole del fatto che il passato si sta dissolvendo, le vecchie catene scompaiono, la mia mente fa spazio a nuovi pensieri, il mio corpo accoglie piacevoli sensazioni.

Io sto creando potenti connessioni vitali tra i miei pensieri e le mie emozioni.

La vita mi apre nuovi spiragli di luce.

Io merito questa rinascita,

perché ora vedo la via della Libertà.

Ora sono uno spirito Libero,

Creativo, Indipendente e Felice.

Io vivo in totale Libertà.

Sono Libero di creare la vita che desidero,

Libero di amare e di essere amato.

Si!!!

Finalmente ricordo che sono sempre stato Libero e che sarò Libero per l’eternità!

Ott
27

Per affrontare un percorso di psicoterapia occorre avere la motivazione a stare meglio e per farlo è necessario mettersi a nudo e toccare a volte dei tasti dolenti della propria vita che spesso ci farebbe piacere far finta che non esistano.

D’altra parte, presentarsi dal terapeuta con la pretesa di delegarlo nella risoluzione –possibilmente rapida e indolore- dei propri problemi, stando semplicemente seduti sulla poltrona dello studio, non è affatto lo spirito giusto per iniziare una psicoterapia. Sarebbe come pretendere di arrivare in cima ad una montagna  per godersi il panorama, pensando di non sudare e faticare.

Capita infatti che mi si chieda di risolvere i problemi altrui e quando spiego che non è questo il mio lavoro spesso vedo la delusione negli occhi del richiedente.

Forse questo è dovuto all’immagine un po’ distorta che ancora esiste nei confronti della mia professione e forse anche ad alcuni professionisti che fanno credere che effettivamente sia così.

Il terapeuta non risolve problemi, tanto meno fa magie, ne miracoli. Egli aiuta le persone ad affrontare in modo efficace e costruttivo i propri problemi, laddove non sono riuscite a farlo da sole. Aiuta loro a trovare nuove soluzioni prospettando alternative e punti di vista che spontaneamente non riescono a  contemplare.

Andare in terapia non significa diventare immuni dai problemi della vita, significa infatti imparare ad affrontarli e ad uscirne più forti di prima.

Quella dello psicologo e del terapeuta non sono figure a cui si può delegare. Sono quelle a cui ci si rivolge quando abbiamo davvero intenzione di metterci in gioco e prendere in mano la nostra vita per costruire un futuro sereno nel momento in cui da soli non riusciamo a trovare la strada giusta per farlo.

Quello dell’approccio strategico integrato, ad esempio, è un lavoro basato sulla fiducia, l’empatia e l’interazione in cui il paziente riveste un ruolo attivo e non si limita a lavorare solo durante il tempo della seduta ma anche al di fuori di esso scoprendo nuove prospettive e attuando cambiamenti nel modo di pensare e affrontare la quotidianità.

Mi spiace molto vedere la delusione negli occhi di chi si aspetta altro, ma non sarei assolutamente professionale, tanto meno onesta, se fomentassi false visioni della mia professione.

Ciò che vedo quotidianamente nel mio lavoro è questo: i figli da un lato che non hanno nessuna intenzione di lasciare il nido familiare e, dall’altro i genitori che non hanno nessuna intenzione di stimolare la prole a prender la propria strada.

Tutto questo può causare fondamentalmente due cose:

  • far passare gli anni nella più totale incoscienza di ciò che sta accadendo con la scusa che c’è la crisi economica, che i genitori sono anziani, che uno dei due è vedovo e non lo si può “abbandonare” e tante altre spiegazioni;
  • tanta sofferenza perché consapevoli che si sta rinunciando alla propria vita pur di alimentare una simbiosi che pare l’unica possibilità.

Penso che sia vero che la crisi economica abbia un peso importante e severo sulla nostra quotidianità, ad esempio, l’età in cui ci si sposa oggi è più grande di 10 anni rispetto a quella dei nostri genitori, se non di più. Questo accade anche grazie al fatto che molti più ragazzi scelgono la strada dell’università e per forza non riescono a convolare a nozze prestissimo.

Vedo anche l’esigenza da parte di alcuni di defilarsi da legami simbiotici familiari, ma il processo è molto doloroso, proprio per questo alcuni rinunciano: il senso di colpa non permette di andare contro corrente.

Tempo fa mi è capitato il caso di un adolescente pieno di ansie e di paure e senza amici, che non essendo mai stato abituato a ad agire senza i genitori non riesce a definirsi come individuo e persona a se rispetto a loro: una situazione talmente invischiata tanto che tutti e tre dormono nella stessa stanza. Una delle cose più eclatanti è che mentre il ragazzino, lavorando su di se, è riuscito a far dei passi in avanti verso un processo di individualizzazione, la madre ha iniziato ad avere crisi di ansia. Segnale importante di come vengano respinti i progressi terapeutici del figlio che si è trovato a doversi preoccupare delle ansie materne e a decidere se andare avanti o riprendere in toto la vita simbiotica con essa.

Così come nelle relazioni amorose e amicali, anche in quelle familiari è assolutamente distruttivo avere delle situazioni simbiotiche. Il meccanismo di queste si basa sul fatto che il vuoto di ognuno deve per forza essere colmato dalla presenza costante dell’altro.

Per questo non vengono contemplate, tanto meno accettate opinioni diverse, sembra apparentemente che tutti vadano d’accordo, non si verificano discussioni o liti perché tutti la pensano allo stesso modo o meglio, così deve essere. Nel momento in cui uno dei componenti presenta la volontà di uscire fuori dal nido, gli altri irrimediabilmente gli vanno contro e lo sabotano in modi più o meno espliciti, ai quali seguono sempre grosse difficoltà nello spezzare il cordone ombelicale. Si cerca di far sentire in colpa l’altro, di aggravarlo di responsabilità e compiti che non sono suoi.

Tutti pensano di non essere in grado di vivere senza gli altri componenti familiari, per questo li rendono responsabili  del proprio benessere o meno.

Sono questi meccanismi molto difficili da riconoscere ed accettare che siano malsani, è altrettanto difficile provare a venirne fuori. Occorre sicuramente rafforzare l’autostima per rendersi conto di potercela fare anche al di fuori della casa natìa e per accettare l’idea che costruirsi una propria vita non è reato nei confronti di chi rifiuta di farlo e che la libertà e la felicità personali vengono prima di tutto.

 

 

Ott
20
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 20-10-2014

Da anni gli adolescenti  fanno un uso massivo di alcolici, soprattutto nel fine settimana.

La maggior parte di noi è passata in mezzo a questa fase, che per alcuni, più o meno è rientrata spontaneamente, per altri invece è diventata patologica, poiché ha innescato meccanismi tali per cui questa moda è diventata una vera e propria schiavitù.

Anni fa, le modelle professioniste ad esempio, , a causa delle calorie offerte dagli alcolici, scoprirono che bere le faceva sentire sazie e così potevano digiunare senza soffrire troppo. Contemporaneamente, dato che digiunavano, potevano permettersi di bere ai vari eventi sociali in cui venivano coinvolte, senza dover temere di ingrassare.

Tale abitudine, che prende il nome di drunkoressia, si è diffusa anche tra gli adolescenti, soprattutto tra le ragazzine che aspirano ad avere i fisici da passerella.

E’ sempre più esteso infatti, il tenere un regime calorico molto basso durante la settimana per poter bere sostanze alcoliche e quindi ipercaloriche durante il week end. Allo stesso tempo, bere alcolici da un senso di sazietà e un apporto calorico tale da poter digiunare e tenere la linea.

La drunkoressia è un circolo vizioso in cui si dimagrisce per bere e allo stesso tempo si beve per dimagrire.

Purtroppo inoltre, il consumo massivo di alcool, come quello del fumo, nel vissuto comune aiuta ad intraprendere delle relazioni sociali e ad abbassare i freni inibitori, funge da vettore per arrivare agli altri e per far parte dei gruppi di coetanei.

Una ricerca del National Insitute on Alcohol Abuse and Alcoholism evidenzia come chi inizia a bere prima dei 15 anni ha un rischio 4 volte maggiore di chi lo fa dopo i 21. E’ molto influente anche il modello genitoriale nel consumo di alcolici, infatti l’uso non moderato da parte dei genitori aumenta la probabilità dello stesso nei figli, rispetto a coloro che lo consumano con moderazione.

Quello del bere e digiunare affianca patologie gravissime come l’anoressia e l’alcolismo e le loro devastanti conseguenze che possono portare anche alla morte.

E’ una patologia molto difficile da riconoscere per tempo, a volte accade già quando è in stato avanzato. Proprio per questo bisogna fare una seria prevenzione al riguardo sia a casa che a scuola.

Occorre inoltre non lasciare soli i ragazzi in un periodo così difficile del loro sviluppo e se questo non dovesse bastare, bisogna stare attenti ai segnali di allarme che essi mandano. Ad esempio cambi repentini di umore, scatti di rabbia improvvisi, comportamenti di digiuno o quasi, ossessione per l’aspetto fisico, assenza di ciclo mestruale nelle ragazze, vederli rientrare ogni fine settimana ubriachi. In casi come questi, è sempre meglio cercare la comunicazione con i ragazzi e quando necessario richiedere l’aiuto degli esperti in questi disturbi.

 

Ott
16
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 16-10-2014

Spesso tra i professionisti manca una corrispondenza tra il ruolo che hanno e quello che sentono di avere. Nel mio campo mi pare di percepirlo ancora di più che nelle altre professioni, ma questa è una sensazione personale dovuta al fatto che le campane che sento sono soprattutto quelle dei miei colleghi.

All’inizio della mia carriera professionale anche io mi sentivo smarrita, quasi avevo difficoltà a dichiarare di essere una psicologa. Era come se mi sentissi sopraffatta più dal modo in cui gli altri vedevano il mio mestiere piuttosto che dal mio punto di vista. Oltre a tutto, appena terminato il percorso universitario, sentivo di avere in testa tanta teoria, ma di essere assolutamente carente di qualsiasi lato pratico della professione. Sono riuscita ad acquisire qualcosa durante il tirocinio obbligatorio, quello che mi avrebbe poi aperto le porte all’esame di stato.

Un’altra difficoltà era quella che mi portava a temere che ciò che sentivo fosse totalmente vero: “Per noi non c’è lavoro, veniamo sfruttati e mal pagati, ci sono ancora troppi pregiudizi per poter campare da un mestiere del genere”…

Non mi rendevo conto che rischiavo di rimanere intrappolata dal pensare altrui, senza soffermarmi su quello che pensavo e volevo io. Era una situazione di stallo determinata dal credere agli altri, senza capire che se davvero una cosa la vuoi, la puoi fare e che la realizzazione dei nostri obiettivi sta sempre dietro le nostre paure e le nostre false credenze. Certo è che tutto questo costa tanta fatica.

La vera svolta naturalmente l’ho data con la scuola di specializzazione e con l’inizio della mia psicoterapia personale. Ho capito sin da subito che questi due percorsi avrebbero fatto la differenza!

Ho avuto a che fare con docenti e un terapeuta tanto appassionati del loro lavoro quanto competenti che sarebbe stato impossibile non rimanerne contagiati e non cercare di prendere il più possibile da loro. Proprio per questo è assolutamente fondamentale la scelta della scuola giusta per ognuno di noi!

Lavorando su di me, ho realizzato che gli altri mi avrebbero considerata in base al modo in cui io mi sarei trattata e ho iniziato a sperimentare i mie cambiamenti quotidianamente. Più avevo delle risposte positive, più la mia autostima cresceva e con essa la mia identità professionale. Ho iniziato ad uscire sempre più allo scoperto (ad esempio con il mio blog), e cercato di contagiare anche gli altri con il mio entusiasmo. Tutt’oggi è per me una grossa soddisfazione quando mi viene rimandato che “si vede proprio che questo lavoro mi piace tanto”.

Come mai vi sto dicendo tutte queste cose? In realtà ho capito che la mia identità professionale è cresciuta giorno per giorno, che è parecchio difficile, non impossibile, far coincidere il ruolo che abbiamo formalmente con quello che ci sentiamo addosso. Se da un lato questo deriva dal successo lavorativo che abbiamo, dall’altro penso sia un elemento trainante di esso.

Se già non crediamo nella nostra professione non possiamo nemmeno pretendere che essa decolli e porti a dei risultati significativi. E’ anche vero che la libera professione deve essere coltivata, ma il trucco sta nel riuscire a vestire i panni del nostro mestiere e a sentirci a nostro agio, sia che siamo psicologi, o medici, o ingegneri, panettieri, idraulici…

Un’ulteriore svolta l’ho avuta quando in psicoterapia ho capito di essere terapeuta e psicologa già dal primo paziente che è arrivato in studio. Non era una questione di cifre, ma di identità professionale e dell’impegno che ti richiede ognuno dei pazienti, che deve essere sempre al massimo dal primo all’ultimo che vediamo. Per questo devo ringraziare il mio terapeuta che me lo ha saggiamente insegnato.

Quando mi confronto con dei colleghi, o altri professionisti in genere, capisco che chi lavora e riesce a campare dal proprio mestiere (perché nonostante le difficoltà si può), è chi ha un’identità professionale, chi ama e crede nel proprio lavoro.

Non credo in quelli che mi dicono di fare il terapeuta a tempo perso, perché non hanno tempo o perché troppo difficile. Com’è possibile seguire qualcosa di difficile a tempo perso? Non sono le cose difficili quelle che richiedono più impegno e motivazione?

Mi rendo anche conto che non possiamo arrivare ad un’identità professionale senza averne una personale, per questo ripeto fino alla nausea che non avrei potuto fare questo mestiere senza prima aver lavorato per tanto tempo su di me.

Se non siamo noi ad avere una cultura della psicologia, è praticamente impossibile trasmetterla agli altri.

 

 

Immagine tratta dal sito www.il mattino.it

In questi giorni sono rimasta totalmente colpita e mi sento altrettanto arrabbiata dalla notizia del ragazzino quattordicenne seviziato da altri ragazzi perché grasso.

Tanto si parla di bullismo, ma siamo sicuri si tratti di questo? Il bullismo è un fenomeno che coinvolge bambini e adolescenti, ma mi pare che i ventiquattrenni vengano tirati fuori da questa fascia di età.

Oltre al fatto in se, ciò che mi fa rabbia è la reazione intorno che lascia senza parole.

Parlo della madre di uno degli aggressori che ha definito l’azione del figlio uno scherzo. Siamo ancora in un’epoca in cui non si riesce e/o non si vuole distinguere uno scherzo (oltre a tutto compiuto da adulti nei confronti di un ragazzino!), da un tentativo di omicidio e violenza sessuale?

Parlo poi del proprietario dell’autolavaggio in cui si è compiuto il crimine (perché di questo si tratta), che si è lamentato del rumore mediatico che si ripercuote negativamente sulla sua attività.

Per fortuna, il Garante per l’infanzia e l’adolescenza non accetta il termine “bullismo”, ma parla di violenza vera e propria. E il Presidente della Società Psichiatri Italiani parla di criminali, crudeltà e aggressività selvaggia.

E’ sconvolgente sentire che quotidianamente vengono effettuate delle violenze su delle persone, ancora più sconvolgente è che ce ne siano altre che non le vogliano riconoscere e considerare come tali. Forse è proprio questo che rende quotidiani certi crimini. E chissà di quanti non ne siamo a conoscenza?

Questo è un segnale fortissimo di degrado sociale e di non considerazione dei valori civili umani.

Mi chiedo dove vogliamo arrivare in questo modo? A che stile di vita dovremmo prepararci se dietro l’angolo c’è sempre la possibilità di subire delle barbarie perché in sovrappeso, o di un’altra razza, religione, sesso, orientamento sessuale?

Ci sono state delle generazioni intere che hanno dato la vita per difendere i propri diritti e che ancora lo fanno e lo faranno, e ancora si difendono i reati?

Fino a che non si renderanno le persone responsabili delle loro azioni e consapevoli dei veri valori della vita regneranno sempre l’anarchia e il crimine. Ma questo bisogna insegnarlo sin da piccoli, sono i bambini che devono crescere con certe idee per non far commettere loro dei reati da adulti.

Certo è che finchè esisteranno genitori che difenderanno certe azioni, i figli saranno sempre più difficili da recuperare.

Riflessioni di una cittadina arrabbiata, oltreché terapeuta.

 

Dal mese di settembre mi è capitato di iniziare delle terapie con persone nuove, quindi ad oggi, gli incontri sono stati circa cinque.

Non ho potuto fare a meno di riflettere su come in poche sedute, grazie anche all’impegno di chi lavora insieme a me, ci siano stati degli enormi cambiamenti in positivo, con grande stupore dei diretti interessati.

La sorpresa deriva dal fatto che tra una seduta e l’altra stiano cambiando velocemente i punti di vista con i quali si è sempre affrontata la vita.

Certo, nessuno fa magie ne miracoli, quindi sappiamo che non possiamo risolvere problemi che persistono da anni in così poco tempo.

La sensazione è quella di aver indossato per lungo tempo delle lenti molto pesanti e fastidiose che offuscavano la vista e la visione della vita. Lenti che non corrette ad hoc, con il tempo sono diventate sempre più ingombranti e disturbanti.

Sono lenti che simboleggiano paure irrazionali, scarsa autostima, paura dei cambiamenti, sensi di colpa, obbligo nel accontentarsi di non esser felici perché chissà cosa potrebbe capitare se ci si ribella a canoni e aspettative dettati dal volere altrui.

Mentre batto le dita sulla tastiera ripercorro con la mente i vari colloqui e mi assale un piacere immenso che conferma quanto la psicoterapia strategica integrata, nonostante ancora i forti pregiudizi, si avvalga di ottime strategie e tecniche lavorative. Non è assolutamente facile da affrontare, sia come terapeuta che come paziente (e ve lo dico perché so che vogliano dire entrambe le cose), ma risulta davvero efficace se attuata con professionalità, competenze da un lato e voglia di stare bene dall’altro, di mettersi in gioco, di scoprire quanto si può essere bravi e felici se si impara a volersi bene.

Devo ringraziare le persone che oggi confermano tutte queste mie riflessioni. So che il percorso è duro, che ci saranno momenti in cui si sentirà di poter affrontare qualsiasi situazione e altri denotati da un po’ di sconforto, stanchezza e qualche ricaduta. Ma quello che voglio sottolineare è che la relazione terapeutica basata sulla fiducia e l’empatia garantisce loro di non esser sole, fino a che non saranno in grado di affrontare la vita con le risorse che ogni giorno stanno scoprendo di avere e che con tanta fatica imparano ad usare.

Il solo fatto che si siano regalate la possibilità di liberarsi dell’ingombro delle lenti e di iniziare a vedere le cose per quello che sono, li accompagnerà  all’obiettivo di riprendere in mano la propria vita.

Se ti interessa saperne di più sulla psicoterapia strategica integrata clicca quì.

Ott
06
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 06-10-2014

A meno di due mesi di distanza, Gocce di psicoterapia ha registrato un altro milione di ingressi.

Mi ritrovo ad assistere a delle cifre esponenziali che fanno crescere la soddisfazione per la mia professione e il lavoro stesso.

Lungi da me dal definirmi una scrittrice. Sono una blogger, psicologa e psicoterapeuta. Inizialmente non mi aspettavo tali cifre, non solo nel blog ma anche nei vari social network. Ho imparato che tanti lettori sono presenze abitudinarie nelle mie varie pagine, altri ci finiscono per caso perché in cerca di argomenti specifici e altri tramite passaparola. Sta di fatto che la maggior parte di essi ritornano e coinvolgono altre persone.

Ci sono argomenti a cui tengo tanto, come le dipendenze affettive e i disturbi di ansia, di cui parlo spesso e so che almeno in piccola parte sto dando il mio contributo per farli conoscere sempre più, far si che le persone si rendano conto che non sono le uniche a soffrirne e che possono rimediare al proprio dolore.

Non ho mai pensato alla durata di vita del mio blog, ho sempre cercato di farlo coincidere con gli impegni lavorativi che mano a mano che crescono rubano il tempo ad esso, ma nonostante la fatica, la volontà di mandarlo avanti c’è ancora e i numeri  di ospiti che ogni giorno mi tengono compagnia mi spingono a portare avanti questo progetto che, con la sua crescita, mi da lo spunto per realizzarne altri. Ma di questo vi parlerò più in là!

Intanto vi ringrazio ancora per la compagnia e vi invito a stare ancora con me.

Buona giornata e buona settimana a tutti.

La fobia  sociale è un disturbo ansioso il cui esordio avviene solitamente in età adolescenziale o nella prima età adulta e si caratterizza per la paura di comportarsi in modo imbarazzante ed inadeguato agli occhi altrui ed essere di conseguenza giudicati e derisi.

L’ansia scaturisce dalla convinzione che ci si troverà in situazioni di forte imbarazzo e umiliazione se le proprie prestazioni non saranno adeguate.  Proprio per questo si tende ad adottare comportamenti evitanti nei confronti di condizioni di vario tipo in cui ci si potrebbe trovare a disagio. Quando si è costretti ad affrontarle lo si fa con enorme sofferenza, tanto quanto la paura di essere giudicati.

Vi è proprio una continuità tra il desiderio di fare un’impressione positiva sugli altri e il senso di non potercela fare.

Può presentarsi in specifiche situazioni (ad esempio, quando si deve svolgere una particolare attività in pubblico, affrontare un esame, mangiare in compagnia, condurre una riunione, affrontare un colloquio di lavoro…), o nei casi più gravi esser generalizzata a tutte le occasioni di interazioni con altri. In alcuni di questi casi si parla di disturbo evitante di personalità.

Chi è vittima della fobia sociale soffre di ansia anticipatoria (la quale si presenta quando si immagina la situazione tanto temuta con  vergogna, senso di inadeguatezza, fallimento, umiliazione), che può evolversi in attacco di panico.

La previsione del fallimento inevitabilmente porta a predisporsi in modo tale da raggiungerlo e aumenta l’ansia. Quando poi l’insuccesso arriva davvero ci si concentra su di esso aumentando la paura di affrontare ulteriormente le situazioni e cercando di evitarle in ogni modo. E’ una condizione che se non viene risolta adeguatamente tende a cronicizzarsi.

Una delle cause del disturbo potrebbe essere un’influenza negativa sull’autostima e sulla percezione di se.

Essendo una fobia parliamo di una paura irrazionale, che in alcuni momenti può essere riconosciuta come tale, ma che non si riesce comunque a controllare.

D’altra parte, esperienze sociali traumatiche come il bullismo, la derisione, il rifiuto possono slatentizzare e/o aggravare le paure.

In base alla gravità della paura, risulta molto difficile anche chiedere aiuto sempre per il solito timore di far brutta figura ed essere giudicati.

Come tutte le fobie, anche quella sociale può essere curata attraverso un percorso di psicoterapia che miri a prendere il controllo dell’ansia eliminandola con il tempo, ad assumere una maggiore sicurezza in se stessi e ad avere le competenze tali per affrontare le situazioni sociali tanto temute.