Set
29
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 29-09-2014

Il progetto di Gocce di Psicoterapia, nasce prima come blog, poi è sbarcato sulla rubrica Lifestyle di Tiscali, fino all’omonima pagina di Facebook, allargandosi su Twitter e Indoona.

L’idea originale era quella di far conoscere il mio lavoro e allo stesso tempo di metter nero su bianco il risultato delle mie riflessioni, degli studi e dell’esperienza clinica.

Non sono tardate ad arrivare le richieste di aiuto con appuntamenti in studio e vari percorsi psicoterapeutici . Sono seguiti tanti commenti ai post e alle riflessioni terapeutiche che prendono spunto dalla mia esperienza e tante e-mail a cui rispondo sempre, seppure con tempi non immediati.

Tante sono le richieste di consigli che mi vengono fatte, che da un lato posso apprezzare per la fiducia che mi viene accordata, dall’altro però vorrei far presente di essere una psicoterapeuta e che come tale non posso dispensare consigli.

Dare consigli infatti, significa indicare una strada sulla base dei propri vissuti personali e questo non sarebbe deontologicamente corretto.

Rischierei poi di sostituirmi al paziente (o a chi mi scrive), non permettendogli di mettersi alla prova per risolvere lui stesso il suo problema. Ciò potrebbe dar origine ad un rapporto di dipendenza con la figura del terapeuta e a dover convivere con ulteriori problematiche legate ad una scarsa percezione di se.

Senza contare che i consigli spesso sono inutili perché dall’altra parte non si è disposti ad accettarli o seguirli.

Ciò che scrivo si basa sempre su studi, dati scientifici, uso di tecniche e strategie ben specifiche es esperienza sul campo. Nonostante questo,  quando mi ritrovo a leggere le e-mail non posso certo dare una soluzione immediata a situazioni che durano da anni.

Per questo suggerisco sempre di provare a lavorare su se stessi per capire quale possa essere la strada giusta da prendere. So bene che è difficile, ma ancora di più lo sarebbe provare a dare soluzioni definitive rispondendo ad una sola e-mail.

Se ci pensate, chi lo fa solitamente sono le persone che si spacciano per maghi, cartomanti o quant’altro, ma da che mi risulta, non conosco ancora nessuno che abbia risolto i problemi pagando abbondantemente questi personaggi.

Quello che posso far io come professionista è aiutare le persone a trovare le alternative ai problemi che da sole non sono riuscite a vedere e a valutare quella più adatta e funzionale per il loro caso.

Non risolvo tutti i problemi dei pazienti ma li aiuto a trovare e attivare le risorse per gestirli e risolverli e ad accettare ciò che non si può cambiare.

Tanto meno, come terapeuta, non mi pongo in una posizione giudicante: non fa nessuna differenza l’orientamento politico, sessuale, religioso e  la provenienza.

Non mi considero nemmeno amica dei miei pazienti, e faccio di tutto perché anche loro non mi vedano così. Lo stesso Codice Deontologico vieta di prendere in carico “persone con le quali ha intrattenuto o intrattiene relazioni significative di natura personale, in particolare di natura affettivo-sentimentale e/o sessuale”.

Gli amici, per quanto siano preziosi, essendo coinvolti emotivamente non vedono in modo totalmente oggettivo la situazione, proprio perché le emozioni la fanno da padrone. Il percorso terapeutico inoltre è sempre incentrato solo sul paziente e non anche sul professionista, al contrario di ciò che avviene tra amici la cui relazione dovrebbe essere reciproca.  Al terapeuta inoltre si possono dire delle cose che agli amici non è possibile confidare.

Il terapeuta ha come obiettivo il benessere del paziente, la sua autonomia, l’apertura ai cambiamenti, l’accettazione di ciò che non si può cambiare.

Sostituirsi ai pazienti dispensando consigli significa solo invalidare la loro capacità di fare, agire e pensare, cambiare.

Capita spesso che si rivolgano a me persone con delle relazioni clandestine che cercano rifugio nel mio studio per poter parlarne liberamente e capire cosa farne.

Nonostante la conduzione di due relazioni parallele sia molto impegnativa, tanti preferiscono mandarne avanti due a metà che una per intero. Come mai, mi chiedo io?

La situazione standard, più o meno, è questa. Si sta in una relazione ufficiale, costruita in modo tale che apparentemente possa essere ammirata e invidiata da tutti, nella quale sembra che tutto vada bene.

Poi c’è la relazione ufficiosa, o clandestina, quella che per ovvi motivi deve esser tenuta nascosta, che fa venire il mal di pancia per la passionalità e il livello di coinvolgimento, i cui incontri,  spesso molto fugaci, ma altrettanto intensi, vengono rubati a qualsiasi altro impegno.

Chi si trova a gestirle si lamenta della pesantezza della situazione, ma allo stesso tempo stenta a prendere una decisione per risolverla definitivamente.

Quando si instaura un legame con una persona che non si ama, con la quale si è abituati a stare, o dalla quale si dipende in svariate misure (economicamente, affettivamente, logisticamente), non si sarà mai del tutto appagati. In questo caso, ci potrebbero esser diverse alternative:

  • Decidere di continuare la relazione facendo finta che tutto vada bene. A volte ostentando questo falso benessere per avere in qualche modo la “ benedizione” e l’ammirazione altrui.
  • Concludere la relazione, decisione molto “coraggiosa” direi.
  • Cercare di colmarne i vuoti con un’altra.

Se si opta per la terza opzione, all’inizio si prende tutto il bello della relazione fugace: la passione, il disimpegno, il senso di libertà e trasgressione. Diventa come una droga: incontro dopo incontro, si ha la sensazione di stare al di sopra di ogni cosa e di aver trovato tutto ciò che dentro le mura domestiche manca. Allo stesso tempo, avendo una valvola di sfogo, si riesce anche a sopportare meglio la relazione ufficiale.

Tutto questo però ha una durata più o meno limitata in quanto la gestione di due relazioni parallele richiede numerose energie per poterle mandare avanti contemporaneamente.

L’amante potrebbe iniziare ad avanzare delle richieste che, inizialmente, non erano state messe in conto e la rete di bugie diventare talmente grande da rischiare di fagocitare  l’infedele da un momento all’altro.

Nonostante tutto, le resistenze a chiudere con almeno una delle due sono forti. Come mai? Da un lato, la relazione clandestina, se portata alla luce del sole, rischierebbe di perdere gran parte del suo fascino, o si sarebbe costretti a cedere alle richieste del non più amante per portarla avanti, dall’altra lasciare quella ufficiale significherebbe dover riorganizzare buona parte della propria vita.

Il rischio è di convincersi di non riuscire ad andare avanti senza entrambe le relazioni per paura di rimanere del tutto soli.

In realtà ci si ostina a pensare o a sperare che due relazioni insieme possano portare alla felicità che solo una non darebbe. Per molti forse è così, ma per altri diventa troppo pesante e frustrante.

Mi chiedo allora, non sarebbe meglio averne una e di qualità che non due a metà? Oppure se non sarebbe il caso di riuscire a star bene con se stessi per poi instaurare delle relazioni soddisfacenti?

Set
22
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 22-09-2014

A proposito del discorso sui narcisisti e le dipendenze affettive, vi propongo di leggere una mail che ho ricevuto in questi giorni, la cui mittente mi ha autorizzata a condividere nel blog, naturalmente privandola di tutti i dati sensibili che potrebbero riportare alla sua identità.

Ringrazio la Signora per la sua testimonianza, ulteriore stimolo per continuare il mio lavoro e la mia attività di blogger.

Buona giornata a tutti.

“Gentile Dott.ssa ,

di recente ho letto i suoi articoli sui narcisisti e purtroppo posso dirle di essermi ritrovata nelle sue parole.

Da tre anni ho iniziato una relazione con un uomo più grande di me di sei anni. Oppure una NON relazione, come dice lei.

Sono sempre stata capace di attirare uomini che non mi davano granchè e, nonostante questo protraevo i rapporti con loro perché in fin dei conti mi piaceva. O almeno pensavo fosse così. I suoi articoli mi hanno insinuato numerosi dubbi. Ad esempio che gli uomini che non si concedevano a me totalmente costituissero per me una sfida. In cuor mio pensavo che prima o poi si sarebbero innamorati follemente di me grazie al mio impegno e alla mia costanza. Certo, loro non si risparmiavano nel farmi credere che la cosa potesse essere possibile perché nei pochi momenti di slancio arrivavano a dirmi che prima o poi mi avrebbero amato alla follia e mi facevano sentire la loro regina! Poi bastava una parola, un gesto, che subito diventavano freddi, giudicanti, severi, irraggiungibili, quasi eterei! Allora in quei momenti il mio impegno cresceva di più perché, se avessi fatto bene, avrei portato a termine la mia missione e prima o poi sarebbero caduti ai miei piedi!

Non voglio scendere nei particolari perché avrei da scrivere per giorni, ma tenevo a farle sapere che ho capito che anche nella mia relazione attuale sta succedendo la stessa cosa!

Fino ad oggi non avevo mai pensato alla possibilità che il problema dei fallimenti delle storie fossi io, ma guardandomi indietro e leggendo il suo blog ho capito che sono proprio io ad innescare meccanismi tali da farmi finire in queste relazioni. Ho capito anche che, per non finirci più in tali situazioni, per cambiare questo genere di partner devo cambiare io!

Tenevo a condividere con lei questa mia riflessione, un po’ anche perché metterla nero su bianco può aiutarmi a vederla più chiaramente.

Purtroppo la mia posizione geografica non mi permette di essere aiutata direttamente da lei ma mi impegnerò fin da subito a cercare un suo collega che possa farlo.

La ringrazio ancora e le faccio i miei migliori auguri per tutto.

P.”

Buongiorno a tutti,

scrivo qui per rispondere ad alcune e-mail ricevute in questi giorni in cui mi si chiede come poter fissare un colloquio. Ultimamente sono stata poco presente sul web per via dei numerosi colloqui in studio. Dal rientro delle ferie infatti ho ripreso i lavori con le persone che già conoscevo e con le tante altre che hanno richiesto un appuntamento. In più mi ritrovo a che fare con la programmazione di altri progetti professionali che richiedono un importante spazio di tempo.

La soddisfazione aumenta con il carico di lavoro, ma il tempo diminuisce, quindi mi scuso se non riesco a rispondere in pochi giorni alle e-mail che mi scrivete.

Per rispondere alle vostre domande quindi vi ricordo che i colloqui possono essere fissati solo ed esclusivamente chiamandomi al 3207297686 direttamente dalla persona interessata, eccezion fatta per i minorenni per i quali la richiesta viene fatta dai genitori. Mi trovate dal lunedì al sabato fino alle 20 della sera (tranne i giorni festivi).

Non è mia abitudine comunicare tramite SMS o in CHAT ai quali non avreste risposta.

Se doveste non avere risposta immediata alla telefonata non preoccupatevi, io richiamo sempre a fine mattinata o a fine giornata (per questo vi chiedo di non usare numeri anonimi). Durante le ore di lavoro è mio solito togliere la suoneria al cellulare, così come chiedo ai miei pazienti, per rispettare lo spazio dei colloqui e dare loro totale attenzione e precedenza sul resto.

Cerco sempre di fissare il primo appuntamento entro la settimana successiva dalla richiesta telefonica, compatibilmente con i miei spazi e le vostre esigenze. Ricordo a tutti che decidere di chiedere un colloquio, se si è ben motivati, è già un passo in avanti verso la risoluzione dei problemi e aspettare qualche giorno non vi arrecherà nessun danno. Non si può infatti pretendere di risolvere problematiche radicate da tantissimo tempo nell’immediato.

Inoltre, tutto ciò che viene detto durante le sedute è coperto dal segreto professionale e un bravo terapeuta si pone sempre nella posizione più neutra e imparziale possibile, al di sopra di pregiudizi e giudizi di qualsiasi genere.

Detto questo, vorrei ringraziarvi per l’ennesima volta per la numerosa e costante presenza e la fiducia che date alla mia professionalità. E’ vero infatti che tante richieste mi arrivano tramite il blog, l’omonima pagina di Facebook, Indoona, Twitter o i vari siti di psicologi a cui sono iscritta, ma anche tramite il vostro passaparola.

Spero di aver risposto alle vostre domande e vi do appuntamento sul blog al prossimo lunedì per un nuovo post.

Buona giornata,

Caterina Steri.

 

 

Set
15
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 15-09-2014

Durante i miei colloqui, chiedo spesso al mio interlocutore cosa sia per lui una relazione sana e quali siano le sue caratteristiche?

E’ interessante vedere come ognuno, in base alle proprie esperienze definisca la “salute” della relazione. C’è poi chi ha un quadro ben definito della situazione, chi invece non ne ha la più pallida idea.

Secondo me, per sapere se una relazione è sana ci sono diversi punti su cui si potrebbe indagare. Tengo a specificare che il concetto di “sano” non coincide assolutamente con quello di “perfetto”. Tante persone a volte pensano sia così o che almeno dovrebbero aspirare al fatto che lo diventi.

Per esser definita sana una relazione deve avere diverse caratteristiche, tra cui:

  • Le persone devono sentirsi libere di mostrarsi per ciò che sono davvero e non far finta di esser altro per paura di non esser accettati
  • L’evoluzione della coppia deve essere graduale
  • Le regole e i parametri della vita di coppia devono essere negoziati ed accettati da entrambi
  • Esser coppia non deve escludere esser individuo con caratteristiche e bisogni specifici (che spesso possono non essere uguali a quelle dell’altro ma venire comunque accettati)
  • Nonostante vengano rispettati gli spazi e le esigenze individuali, si cerca di inserirne altri in comune
  • Essere aperti alle novità e ai cambiamenti
  • L’attività sessuale deve essere coltivata per tenerne alta la qualità
  • Stare insieme per arricchirsi, non per colmare i vuoti esistenziali e le carenze subite o per paura di rimanere soli
  • Affrontare i problemi discutendone in modo costruttivo e non distruttivo e non evitandoli. In tal modo si garantisce la crescita della coppia, nel caso ad un certo punto si fosse bloccata
  • Aiutarsi reciprocamente senza sostituirsi all’altro
  • Rispettare il punto di vista altrui, anche se non lo si condivide
  • Tenere vivo il rapporto anche con l’umorismo e il divertimento
  • Comunicare all’altro quello che si prova e si pensa in modo chiaro e diretto evitando le ambiguità
  • Pensare che si può sempre migliorare
  • Saper affrontare le crisi insieme e uscirne più forti
  • Accettare di poter fare errori ed imparare da essi.

Queste e altre possono essere le caratteristiche di una relazione sana. Quando ci si allontana da questi punti si creano conflitti, situazioni di stallo, noia, abitudine, tutti fattori che possono mettere in crisi la qualità della coppia.

 

Set
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-09-2014

Il tema della genitorialità mi sta sempre a cuore. Tanto si è parlato dei cambiamenti rivoluzionari causati dalla nascita di un figlio soprattutto sulla madre. Ma quali sono i cambiamenti nella coppia?

Inizialmente il bambino e la madre instaurano un rapporto totalmente simbiotico, a causa soprattutto dell’allattamento e dell’esperienze precedenti della gravidanza e del parto.

Il padre in tutto questo può rischiare di trovarsi in una posizione marginale, sia perché si sente escluso, sia perché, più o meno consapevolmente, teme la gestione della piccola creatura, sia perché gli pesa parecchio dover sconvolgere i propri ritmi di vita.

C’è anche chi ritiene che l’allevamento dei figli in questa fase sia un compito femminile, soprattutto quando la madre non ha una sua attività professionale.

Ad ogni modo, il passaggio da coppia a genitori necessita di nuovi equilibri che garantiscano una continuità tra passato e presente e che talvolta possono essere molto difficili da trovare.

Occorre rinegoziare i ruoli di entrambi e spesso, chi deve prendersi gli oneri maggiori è la neomamma. Infatti, la nascita del figlio impone, anche nelle coppie più progressiste, una certa differenziazione di genere: ad esempio con l’allattamento o con l’assenza forzata dall’attività lavorativa.

A volte le aspettative avute durante il periodo della gravidanza possono non coincidere con la realtà, dando origine a contrasti e incomprensioni. Si riduce fortemente la libertà di scelta perché tutto ruota attorno alle esigenze del bebè.

La genitorialità inoltre obbliga i partner ad assumere nuove modalità di comunicazione e regole di carattere logistico. La sua gestione dipenderà molto dalla qualità del rapporto di coppia presente già prima della gravidanza e dalla capacità di trovare soluzioni funzionali ad esigenze totalmente nuove, rispettando l’equilibrio tra bisogni dei singoli individui e della relazione tra essi.

Certo è che la teoria è molto più semplice della pratica, ragion per cui, sarebbe meglio accettare anche le debolezze e il fatto di non esser perfetti.

Per uscirne vincenti, la prima raccomandazione è sicuramente quella di continuare a coltivare il rapporto: dare importanza al sistema familiare, quanto a quello di coppia, ritagliarsi degli spazi individuali e di coppia, essere molto più elastici nella gestione della casa e cercare di riprendere le energie quando il bimbo dorme.

Ancora, parlare chiaramente delle esigenze e dei problemi senza permetter loro di prendere il sopravvento, cercare dei punti in comune e reinvestire nella sessualità appena possibile. Tenere presente inoltre che diventare genitori non esclude l’esistenza della coppia.

Se ti interessa l’argomento sulla genitorialità e vuoi approfondirlo clicca quì.

 

 

 

La psicoterapia strategica integrata tra le sue varie caratteristiche si contraddistingue per la concretezza e per l’ aiutare le persone ad adottare dei cambiamenti sia a livello mentale che comportamentale. Spinge a riconoscere gli schemi che hanno portato a stare male e a sostituirli con altri nuovi e funzionali al conseguimento del benessere.

Cambiare abitudini ben radicate da anni non è affatto facile. Soprattutto quando si ritiene che quelle possano essere le uniche e che non vi siano alternative.

Durante un percorso di psicoterapia, oltre ai colloqui in studio è necessario che si lavori anche al di fuori di esso, tra un incontro e l’altro. Uno degli strumenti che vengono usati dal mio approccio sono le cosiddette prescrizioni: compiti che il terapeuta assegna con obiettivi ben specifici e in modo strategico così da superare le resistenze dei pazienti e farli adottare dei cambiamenti che nemmeno loro si immaginerebbero.

Le prescrizioni possono essere di diversi tipi, che non spiegherò qui perché non mi pare il contesto adatto.

Quello che mi interessa sottolineare è che esse servono a rendere ancora più concreto e tangibile il cambiamento delle persone e allo stesso tempo le aiutano a far pratica nell’assumere maggiore  consapevolezza e altrettanta padronanza delle situazioni. Costituiscono un allenamento per cambiare gli schemi mentali disfunzionali e adottarne di nuovi e più sani. Allo stesso tempo danno la possibilità di scoprire risorse che nemmeno si sapeva di avere, di aprirsi nuove strade mentali e pratiche.

Insomma, la prescrizione è uno dei  potenti strumenti di cui la psicoterapia strategica integrata si serve e che permette anche al terapeuta di sperimentarsi e aprire ulteriormente i propri orizzonti costruendone di specifiche per ogni suo paziente e dando ancora più spazio ad un aspetto fondamentale della professione: la creatività.

Se vuoi conoscere meglio la psicoterapia strategica integrata clicca quì.

Set
04
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 04-09-2014

Dare per scontato un rapporto è uno dei modi migliori per farlo finire.

Ormai questo è appurato, non solo nelle relazioni amorose, ma anche in quelle amicali, parentali, lavorative.

Dare per scontato un rapporto significa sentirsi totalmente sicuri che esso non finirà mai, che sia eterno. Ed è quando ci si sente sicuri di una cosa che si tende ad “adagiarsi”, a non guardarla più con gli stessi occhi perché tanto è sempre lì, a non impegnarsi più per coltivarla, arricchirla, evolverla. Questo è uno dei rischi maggiori in cui le persone possono incorrere per rovinare le relazioni.

I rapporti hanno bisogno di essere nutriti quotidianamente. Ci possono essere dei periodi in cui uno da meno dell’altro, ma prima o poi per andare avanti felicemente occorrerà far tornare i conti.

Molte persone arrivano da me in studio lamentandosi delle loro relazioni e descrivendole stantie e noiose. L’abitudine infatti può essere uno dei grandi nemici delle relazioni. Illudersi che essa sia scontata e stabile porta a non rendersi conto che il partner, ad esempio, può essere soggetto a dei cambiamenti o bisogni particolari che, se non li notiamo, rischiamo di rimanere indietro rispetto a lui o di svalutarlo.

D’altra parte, sentirsi un pò insicuri nelle relazioni fa sì che ci si impegni costantemente nel tentativo di tenerle vive. Si sta più attenti a cercare di render felici gli altri, tanto quanto lo vorremmo essere noi. Si instaura maggiormente un rapporto di reciprocità. Le relazioni infatti non sono un contratto che una volta firmato rimane tale per sempre.

L’insicurezza di cui parlo ha un’accezione positiva, nel senso che serve ad essere più attenti a ciò di cui ha bisogno l’altro e la relazione. E’ l’opposto del ritenere scontato e aiuta a tenere vivi i rapporti e, quando ci impegniamo per arricchirli un pochino di più, paradossalmente diventiamo più sicuri e orgogliosi del nostro operato. Mi viene da fare il paragone con l’ansia non patologica che ci viene prima di dover sostenere importanti prove e che ci aiuta a rendere meglio e ad essere più concentrati.

Non mi riferisco quindi ad un’insicurezza in senso patologico, frutto di una scarsa autostima, che può evolvere in tentativi di controllo smodato verso l’altro o gelosia patologica.

Non dare per scontato un rapporto significa cercare di apportare cambiamenti, renderlo divertente, evolversi insieme all’altro, anche discutere quando necessario, l’importante è farlo in modo costruttivo.

Set
01
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 01-09-2014

Primo settembre, le ferie sono terminate, per me come per altre tante persone.

Gradualmente riprendo la mia attività lavorativa e quella di blogger. E’ stato molto soddisfacente raggiungere in questo mese i 4 milioni di ingressi nel blog e superare i 1000 Mi piace nella pagina Facebook!

La pausa estiva è servita a me tanto quanto ai miei pazienti che ho già avuto modo di incontrare in studio. Mi sono resa conto che le ferie sono servite loro per consolidare certi cambiamenti, rivisitare alternative che in precedenza non venivano contemplate, raggiungere obiettivi e deciderne altri.

E’ proprio vero che chi lavora in psicoterapia non lo fa solo durante i cinquanta minuti di colloquio a settimana, ma continua anche al di fuori dello studio.

Vacanze si, quindi, ma piene di sorprese, intuizioni e cambiamenti, di situazioni mai prima vissute. Ferie quindi del tutto nuove, sia per i luoghi visitati, sia perché accompagnate da cambiamenti interiori raggiunti con tanta fatica e determinazione. Possiamo riprendere a lavorare non solo da dove abbiamo interrotto, ma facendo anche buon uso di tutto ciò che è accaduto in queste calde settimane.

Anche io mi sento cambiata. Il riposo mentale, il ritmo vacanziero mi hanno rigenerata e allo stesso tempo guidata verso nuove prospettive e desideri da realizzare. Mi aspetta un lungo anno di iniziative, progetti e sorprese e sento di esser pronta a riprendere in toto la mia attività lavorativa.

L’ultima settimana di agosto per questioni di continuità, è stata dedicata alle persone che si trovavano già in un percorso terapeutico, da questa invece posso dare spazio alle nuove che hanno richiesto un colloquio e, fino ad esaurimento della disponibilità, a quelle che lo richiederanno.

Buona giornata a tutti allora e un buon settembre.