Mag
29
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 29-05-2014

Ci aspetta un fine settimana lungo, l’ultimo forse prima delle ferie estive.

Alcuni lo useranno per riposare, altri per lavorare. Io ho deciso di riposare, L’esigenza di staccare un po’ la spina si fa sentire, in seguito a settimane di lavoro e corsi di formazione vari. Mi pare giusto e doveroso riposare mente e corpo e rigenerarmi per cercare di rendere al meglio. Anche il riposo è un diritto, un dovere e un rispetto nei propri confronti e delle persone con cui si lavora.

Allo stesso tempo resto disponibile nel caso vogliate prendere degli appuntamenti per le prossime settimane. Come sempre cerco di ridurre il più possibile i tempi di attesa, compatibilmente con i miei e i vostri impegni, ma l’obiettivo viene più o meno sempre raggiunto.

Nel periodo primaverile si registra sempre un aumento delle richieste, soprattutto riguardante i disturbi di ansia e io cerco sempre di prepararmi e di organizzarmi al meglio rispetto a questo fenomeno. La stagione, il cambio di temperatura e l’allungarsi delle giornate si ripercuotono sia sul fisico che sulla mente, per questo si sente di più l’esigenza di richiedere aiuto.

La pagina di Facebook e il blog verranno aggiornati meno, ma vi lascio in compagnia di più di 300 articoli, riflessioni terapeutiche e post vari.

Un buon fine settimana a tutti e un grazie per essere sempre più numerosi.

 

Mag
26

Paziente1: “Dopo tutto quello che ho fatto per lui, dopo tutte le energie, i sacrifici, i soldi che ho impiegato in questa relazione, non è stato nemmeno capace di ringraziarmi, tantomeno di riconoscere quello che ho fatto”.

Terapeuta: “Lui ha mai apprezzato e ringraziato per ciò che hai fatto? Per i tuoi sforzi?”

Paziente1: “In realtà no. Gli unici grazie che mi sono sentita dire sono quelli che usava per farsi perdonare quando io minacciavo di volerlo lasciare. In realtà lo facevo senza nessuna convinzione e lui lo sapeva bene”.

Paziente2: “La storia con lui è stata disastrosa. Mi chiedo ancora come abbia fatto a sprecare tutto quel tempo appresso a lui? In fin dei conti però ci sono stati anche dei bei momenti, forse non tutto era sprecato”.

Terapeuta: “Quali sono stati quei bei momenti?”

Paziente2:“Se mi fermo a pensarci mi rendo conto che erano solo nella mia mente. I regali non erano mai spontanei. Mi faceva solo quelli che piacevano a lui e non si chiedeva se anche io li apprezzassi. L’unica volta che mi ha regalato dei fiori era per un mio compleanno, solo dopo che gli feci notare che non ne avevo mai ricevuti. Me li diede dopo averli dimenticati per ore in macchina sotto il sole. Disse che ormai li aveva presi e che dovevo accontentarmi del pensiero. Ero rimasta male, ma per non rovinare la serata avevo preferito non parlarne.”

Terapeuta: “Quali progetti in comune avete tu e lei?”

Paziente3: “Non ne abbiamo. Quando io li propongo lei è sfuggente, allora mi illudo che i suoi progetti possano diventare anche i miei, ma così non è! A me non interessano”.

Paziente4: “Mi ha sempre detto che non voleva nessun tipo di relazione e legame. Frequentava anche altre donne, ma io ero convinta che avrebbe cambiato idea perché puntualmente tornava da me. Così non era. La differenza tra ieri e oggi è che io non riesco e non voglio più stare ogni sera ad aspettarlo e finirci a letto dopo che è stato con le altre”.

Questi sono tutti stralci di colloqui fatti con persone che per anni si sono invischiate in relazioni dipendenti e che poi mi hanno contattato per riuscire a liberarsene.

Alcune ci sono riuscite, altre ci stanno ancora lavorando. Ciò che le accomuna, tra le tante cose sono gli enormi sforzi che hanno impiegato per stare nella relazione nonostante dall’altra parte venissero mandati tutti i segnali perché essa non potesse esistere. Dopo che se ne diventa consapevoli ci si da le colpe del tempo perso, si pensa che la dipendenza sia originata solo da una parte, ma così non è. La dipendenza è frutto di un incastro a due, dove nonostante uno appaia più forte dell’altro, ne ha comunque bisogno per soddisfare i suoi vuoti.

Colpevolizzarsi è “fisiologico”, aiuta ad assumersi le proprie responsabilità. Ma se ci si vuole liberare dalla relazione occorre andare avanti ed imparare ad amarsi e ad apprezzarsi. Porsi addosso un cilicio punitivo non fa altro che perpetrare il disprezzo verso se stessi. Concedersi quindi di andare avanti, di ammettere di aver fatto degli errori e dirsi: “ Ora tocca a me, ora spetta alla mia vita ritrovare l’orgoglio e il premio per la serenità” è il grande passo da fare per liberarsi da strette catene relazionali. Non è facile, è un grosso impegno e allo stesso tempo un traguardo. Significa però decidere di cambiare totalmente lo stile di vita e i punti di vista, in questo sta l’enorme difficoltà.

Se vuoi approfondire le tue conoscenze sulle dipendenze affettive clicca quì.

Mag
22
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 22-05-2014

Buongiorno a tutti,

come ben si sa è da ben più di tre anni che ho deciso di aggiungere alle mie attività anche quella da blogger. Attività che mi piace, mi soddisfa e che ha lo scopo di far crescere me come professionista, condividere quello che è il mio lavoro e dare spazio a discussioni costruttive assieme ai lettori, sia quelli abitudinari che quelli che passano qui saltuariamente. Sia quelli “addetti ai lavori”, sia i profani. Ma per questo vi rimando a I Love My Job!

Quando ho aperto il blog ho deciso di non mettere filtri ai commenti, confidando nel buon senso delle persone e decidendo consapevolmente di accettare sia gli apprezzamenti che le critiche (quelle costruttive), così da poter avere riscontri immediati e per conservare il carattere interattivo del blog. Altrimenti mi sarei rifatta ad un sito web che avrebbe avuto più la funzione di “vetrina” da osservare dall’esterno senza poterci entrare.

Gli apprezzamenti mi danno un rinforzo positivo, mentre le critiche e i pareri negativi mi permettono di farmi diverse domande sul mio operato e di mettermi ulteriormente in gioco per cercare di migliorare ancora.

Con i miei articoli non ho mai pensato di infondere la scienza nelle menti altrui, ma tutto ciò che scrivo, come ben sapete è frutto di riflessioni che si basano sul mio lavoro con i pazienti, sugli studi che compio e sui percorsi di formazione ed aggiornamento che costantemente frequento.

Fino ad ora non ci sono mai stati problemi di nessun genere. O meglio fino a qualche giorno fa, in cui ho deciso, per la prima volta in assoluto, di cancellare dei commenti in cui c’è stata una palese mancanza di rispetto nei miei confronti e nei confronti di un altro lettore che ha deciso di commentare a modo suo un articolo.

Mi chiedo che senso abbia offendere gli altri perché non la si pensa allo stesso modo o perché la sua grammatica non è perfetta? Ho deciso di non darmi una risposta, ma di rivolgere la domanda ai diretti interessati, se ancora passeranno di qui.

Quello che non accetto sono le critiche “distruttive”, i giudizi gratuiti, quelli “vuoti a perdere”. Tanto meno se fatti in casa mia dove costantemente si parla di rispetto di se e degli altri.

Se poi non si è d’accordo con ciò di cui scrivo negli articoli mi va pure bene e possiamo costruire un confronto costruttivo, senza fare opere di convincimento o simili (non è questo il mio obiettivo dato che mi occupo di tutt’altro).

Amo la mia professione, ogni giorno ottengo dei risultati positivi, credo nella sua valenza (se svolta bene) e so che è frutto di anni di studi e ricerche eseguite da persone con intelligenze sopraffini. Per questo il mio obiettivo è quella di svolgerla in modo serio e migliore possibile e non accetto che venga svalutata gratuitamente o che lo spazio del mio blog venga usato per giudicare e schernire me o altri individui.

Chiedo cortesemente che la cosa non venga ripetuta, ma che prima di scrivere dei commenti lo si faccia con rispetto e in modo costruttivo. Voglio ancora non mettere dei filtri e sperare che non si ripetano più questi spiacevoli eventi.

Il blog è aperto a tutti quelli che vogliono farvi parte in modo costruttivo, astenersi perditempo.

Grazie a tutti per l’attenzione e la comprensione.

 

Mag
19

Immagine dal web

Tante relazioni giungono alla fine del loro viaggio. Spesso si tende a negare che non si ha più voglia, motivazione e amore per stare insieme all’altro e a volte ci vuole tanto tempo per arrivare a diventarne consapevoli. Vari possono essere i campanelli d’allarme a cui vengono attribuiti i significati più disparati.

Tra questi, i più importanti possono essere:

  • La noia: ci si distrae quando l’altro parla, si sbadiglia in continuazione e con difficoltà lo si ascolta.
  • Tentativi per evitare momenti di intimità: l’attività sessuale diventa sempre meno passionale e più doverosa, manca l’attrazione e si perde il piacere di stare insieme.
  • Avere la sensazione di non avere più niente da dire: ci si scorda di riferire certi particolari, non si ha voglia di condividere i fatti della giornata.
  • Provare fastidio nei confronti dell’altro: ogni cosa che l’altro fa o dice infastidisce, fa scattare momenti di nervosismo e tensione anche senza un’apparente causa.
  • Insofferenza: ogni momento passato con l’altro è vissuto pesantemente, non si sta bene in nessun contesto, si è sempre tesi e poco tolleranti.

Questi e anche altri sono i vissuti che si scatenano quando non si sta più bene nella relazione. Spesso li si gestisce con il silenzio, cercando di ignorarli pur di non dare una fine alla coppia. E se lo si fa a lungo si rischia di far passare il tempo in una situazione di totale infelicità e frustrazione.

La paura di lasciare porta ad annullarsi, a “spegnersi”, a rinunciare a prendersi cura di se perché si entra in una fase depressiva in cui ogni stimolo a migliorarsi e ad essere pieni di energia viene a mancare.

Prendono il sopravvento aspetti negativi che tolgono gli interessi verso il mondo esterno. Anche perché se li si dovesse assecondare, spingerebbero a fuggire via dalla relazione.

Ci si raccontano le scuse più disparate: dal “e’ un bravo ragazzo”, “senza di me cosa farebbe?” “abbiamo comprato casa insieme”, “come faremmo per i soldi”, “i bambini ne soffrirebbero”.

Ognuna di queste motivazioni non è altro che una sbarra della gabbia dorata nella quale ci si trova. Dorata si, ma sempre di gabbia si tratta.

Che fare? Due sono le possibilità, continuare su questa strada e far passare gli anni (che inevitabilmente vanno avanti), oppure decidere di aprire la gabbia e scappare.

Bisogna riconoscere che quei vissuti che vi ho elencato sono sintomo di mancanza di amore, esigenza di altro, di uscire dalla gabbia, appunto. A volte, pur di non farlo ci si consola con relazioni “clandestine” in modo tale da tenere l’equilibrio di casa senza creare particolari traumi e poter evadere ogni tanto.

Certo è che spaventa e dispiace, ma potrebbe dispiacere di più rinunciare alla propria vita e alla sua serenità.

Interrompere una relazione quando non c’è più l’amore è un atto di coraggio, di responsabilità e rispetto nei confronti di quella che è stata la coppia e dei suoi componenti. Anche se non facile.

Se vuoi leggere gli articoli correlati a questo clicca quì.

 

Mag
15
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 15-05-2014

Da più di quattro anni mi dedico a tempo pieno alla psicoterapia. Prima il tempo materiale era più ristretto perché ancora coinvolta nella fase di formazione (che anche ora continua ma a ritmi più leggeri).

Da più di tre anni inoltre mi dedico a questo blog, nato in un periodo della mia vita personale e professionale di importanti cambiamenti (alcuni dei quali per niente facili). In media riesco a pubblicare sul blog ancora due articoli a settimana, che considerati gli altri impegni e spesso la stanchezza, posso dire di riuscire a tenere ancora dei grandi numeri. Soprattutto considerando che ogni giorno ricevo migliaia di visite, anche fino a 13000.

Alcuni mi chiedono chi me lo faccia fare. Beh, rispondo che il blog è un po’ come il filo conduttore della mia professione. Grazie ad esso riesco a metter più ordine ai pensieri che spesso mi investono durante i colloqui, o quando studio (perché di studiare non si finisce mai, ma il bello è che ora posso farlo davvero a modo mio, non essendo costretta a seguire le tappe accademiche tipiche del percorso universitario) e seguo i corsi di formazione. Scrivendo metto ordine, do una storia ai pensieri, personalizzo ulteriormente il lavoro.

E’ vero che si diventa psicoterapeuti studiando, seguendo la scuola di specializzazione, facendo tirocini. Ma è anche vero che ogni terapeuta è a se, da l’impronta al suo modus operandi più di tanti altri professionisti.

E’ un po’ come se la scuola di specializzazione mi avesse fornito di un’uniforme ma io ho la possibilità di adattarla al mio corpo come meglio credo e seguendo le mie propensioni. Certo, non è il caso di fare commistioni tra vissuti personali e professionali, proprio per questo è stata ed è assolutamente necessaria la psicoterapia personale, la supervisione quando iniziavo ad affacciarmi al lavoro, tutte le esperienze gruppali fatte con i compagni di avventura specialistica.

Tanto mi hanno aiutato e ancora mi aiutano a lasciare la mente aperta i viaggi,  gli spostamenti, la conoscenza di culture e modi di vivere diversi. E’ come se mi aprissero il torace e la mente per far entrare più aria possibile, rigenerandomi e facendomela restituire all’ambiente esterno dopo profondi respiri con un tocco di me.

Il blog in tutto questo mi da la possibilità di condividere dalla sua finestra mediatica il mio percorso professionale.

Perché mi piace tanto scrivere e fare la psicoterapeuta? Perché attorno ai colloqui di 50 minuti con ciascun paziente ruota tutta un’organizzazione professionale ed un’esperienza psicologica che offrono dinamicità, flessibilità, creatività e totale personalizzazione del lavoro.

Quell’uniforme l’ho indossata anni fa, ma ancora la sto modellando. Ogni giorno un cambiamento la adatta meglio alla mia persona ed è magnifico indossare da tempo un abito e sentirlo sempre nuovo ed originale.

Se vuoi sapere di più sul mio modello di lavoro, la psicoterapia strategica integrata, clicca quì.

 

Mag
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-05-2014

In casi di eiaculazione precoce capita che si chieda un aiuto medico e/o psicologico anche dopo mesi, se non anni, dalla sua prima manifestazione. Potrebbe non esser chiaro a tutti di avere un problema: il disturbo dell’erezione ad esempio è più facilmente riconoscibile rispetto all’eiaculazione precoce. Spesso si chiede la consulenza di un esperto solo dopo aver avuto delle specifiche informazioni sulla problematica o in seguito alla sollecitazione di partner insoddisfatte. Queste in passato accettavano con rassegnazione la carente prestazione sessuale dei loro compagni, a volte per giustificarla si attribuivano le colpe, se non era il maschio a farlo. Ora invece esprimono la mancanza del diritto a sperimentare una soddisfazione sessuale adeguata.

Sovente infatti l’eiaculazione precoce non viene vissuta solo come un problema del diretto interessato ma come un disagio di coppia. Il partner non accetta più di accontentarsi e di aspettare/sperare che si risolva spontaneamente. La sempre più diffusa informazione spinge a chiedere l’aiuto dell’esperto.

Soprattutto l’emancipazione delle coppie, la convinzione che l’aspetto sessuale abbia un’importanza notevole e necessiti quindi di essere “curato” nel migliore dei modi, porta all’esigenza di riconoscere i problemi, affrontarli e godere delle loro soluzioni. Lo denota il fatto che spesso, quando si richiede un aiuto, a presentarsi ai colloqui non è solo il diretto interessato, ma anche il partner.

La sessuologia risponde molto bene in tal senso, ovvero, fa uso di tecniche di risoluzione (naturalmente dopo aver escluso delle basi organiche del problema), chiedendo anche la collaborazione del partner, qualora ne esista uno fisso.

Quella dell’eiaculazione precoce è una problematica che può essere risolta in due e che può mettere in evidenza la qualità del rapporto di coppia in base alla collaborazione, alla motivazione, alla volontà di raggiungere il benessere.

Ciò che potrebbe ancora frenare e opporsi alla richiesta di aiuto sono il senso del pudore, la vergogna e la mortificazione causata dal sentirsi inadeguati e incapaci. Assicurare e rassicurare un contesto non giudicante e la possibilità di essere ascoltati senza doversi per forza imbarazzare potrebbe essere una delle ultime  barriere da superare per concedersi una cura nei confronti del problema.

Per leggere gli altri articoli sui disturbi sessuali clicca quì.

 

 

 

Qualche giorno fa un’amica mi ha parlato della tecnica giapponese del Kintsugi. Impossibile per me non rimanerne totalmente affascinata.

La tecnica consiste nel riparare con l’oro (o l’argento) degli oggetti in ceramica che si sono rotti e riunirne i frammenti dandogli un aspetto nuovo attraverso le preziose cicatrici. Ogni pezzo riparato è unico ed irripetibile per via della casualità con cui la ceramica può frantumarsi e delle irregolari decorazioni che si formano con il prezioso metallo. Dalla rottura della ceramica si da nuova vita attraverso le preziose linee all’oggetto che diventa ancora più prezioso grazie alle sue cicatrici.

Si tratta di una pratica al cui significato noi occidentali potremmo essere un po’ restii. Infatti, quando capita che ci cada dalle mani una ceramica ci arrabbiamo o ci dispiacciamo e se decidiamo di ripararla cerchiamo di farlo in modo tale che gli arrangiamenti non siano visibili. Quasi a vergognarci di esporre nei nostri ambienti un oggetto rotto e poi riparato.

Il Kintsugi invece, spiega che da una ferita può nascere una forma e una storia ancora più preziosa sia esteticamente che interiormente.

Anche nella vita quotidiana per gli occidentali quasi sempre la rottura ha un’accezione negativa, di dolore, vergogna, senso di colpa e fallimento. Per i giapponesi invece ogni storia, anche la più travagliata, è origine di bellezza e ogni cicatrice viene mostrata orgogliosamente come la cosa più preziosa che abbiano.

Secondo me, in questo modo i giapponesi non celano il dolore, tanto meno lo evitano (naturalmente la mia è una riflessione personale).

Il dolore può e viene comunque vissuto in tutta la sua interezza. Forse nel modo più discreto ed elegante tipico degli orientali? Quello che mi affascina è l’origine di una nuova vita dovuta alla rottura stessa.

I giapponesi con il Kintsugi, forse si rifanno in modo molto più consapevole di noi a quello che è il concetto di resilienza. Cercano di crescere dall’esperienza dolorosa e la valorizzano, tanto da usare un metallo prezioso come l’oro per riparare le crepe. Non cancellandole, ma evidenziandole per renderle più preziose. Ecco, è questo che mi affascina.

Superare le avversità e diventare più forti rispetto al nostro vissuto è un passo che anche noi occidentali raggiungiamo.  Ciò che ci frena è che tendiamo a conferire alle crisi solo un valore negativo e ci ostiniamo a non darci la possibilità di trovare un bagliore positivo che permetta di metterci in contatto con tutte le forze e le risorse che abbiamo maturato anche grazie alle tragedie subite, con la consapevolezza di aver imparato qualcosa di più, di esserne usciti ulteriormente arricchiti, di esser stati resilienti.

Influenzata dalla mia forma mentis, non posso che accomunare il processo di psicoterapia alla tecnica del  “Kintsugi. Anch’essa aiuta le persone che hanno rotto con il proprio benessere, con se stesse e con gli altri a superare gli eventi critici in modo totalmente personale per diventare ancora più preziose, più forti di prima e con evidenti risorse che prima non venivano notate.

Mag
05
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 05-05-2014

Ieri a Che Tempo che Fa ho visto l’intervista di Fabio Fazio a Lucia Annibali, la donna il cui viso è stato deturpato con l’acido dall’ex fidanzato e che nel libro Io ci sono. La mia storia di non amore, racconta il suo percorso di rinascita dovuto alla scelta di non piegarsi al dolore e alla paura.

Proprio nel momento in cui ha subito la violenza Lucia ha deciso di reagire positivamente e andare avanti, nonostante tutto il dolore. E’ stato quella la chiave di volta per lei in cui è riuscita a “mettere insieme cuore, corpo e mente”, nonostante non potesse nemmeno piangere per non rovinare con le lacrime l’esito degli interventi agli occhi che ha subito.

L’ennesima storia di violenza e di dipendenza, l’esortazione a denunciare i crimini e soprattutto, ad esortare lo Stato e le forze dell’ordine a garantire una protezione immediata (cosa che spesso non accade), a chi cerca di liberarsi dai mostri vestiti da fidanzati.

Infatti è vero, come dice la Annibali, che il grosso pericolo scatta nel momento in cui il carnefice si rende conto di non avere più sotto controllo la sua vittima e quindi è disposto a farle qualsiasi cosa pur di non lasciarla libera.

Fazio prosegue l’intervista dicendo che in Europa hanno subito violenza ben 62 milioni di donne e oltre i 2/3 non ha sporto denuncia.

Si parla poi delle difficoltà a liberarsi del carnefice, a rinunciare all’amore (seppure sbagliato). All’inizio si pensa e si spera di poterlo cambiare, ma poi ci si rende conto che così non è. Per spezzare le catene di un amore malato occorre star bene con se stessi, reputarsi validi. “Serve un cuore sereno per sostenere la mente e il corpo”. E’ necessario un profondo lavoro su di sé perché tutto questo non è scontato e spesso ce lo dobbiamo guadagnare duramente.

Dolore e rinascita insieme. E’ questo quello di cui parla la donna. Addirittura ringrazia per quel dolore e non le piace esser guardata con tristezza perché lei stessa non la sente. Dice che prima era ironica ma triste, ora è  ironica e serena.

L’acido per lei è stato l’inizio di una nuova vita, di una liberazione dalla paura e la sensazione che quella fase della sua esistenza fosse finalmente finita.

L’ottimismo e la speranza di realizzare ciò che desidera l’aiutano ad andare avanti. Con la sua storia vorrebbe incidere in positivo sulla vita altrui. Forse far capire che non si è soli e che tanti sono gli strumenti per spezzare le catene di relazioni dipendenti e violente. Lei stessa dice che oggi sente di avercela fatta e di aver sconfitto il suo mostro, nonostante le abbia fatto tanto male.

Perché ho dedicato questo post a Lucia Annibali? Perché credo fortemente nella possibilità di liberarsi da relazioni malate. Ogni giorno, attraverso il mio lavoro, ho a che fare con donne (e anche con uomini) che attraverso un lavoro su di loro vogliono e riescono a riconquistare la propria vita e la propria libertà. Non tutti fortunatamente vanno incontro a violenze così dolorose come quelle di Lucia, ma anche quelle più celate, più ambigue, quelle che per abitudine si ritengono giuste e nella norma sono violenze e nessuno può avere il diritto di infliggerle ad altri.

Il lavoro sulle dipendenze affettive, come tutti sanno, mi sta fortemente a cuore. Ogni giorno è una sfida e una conquista per me. Non potevo non scrivere qualche riga sul coraggio di una donna che condivide la sua esperienza con gli altri per dare anche lei un contributo a diventare sereni e liberi. Mi pare d’obbligo quindi ringraziarla per questo.

Concludo il post con le sue parole: “Andrò incontro al futuro con la passione e il desiderio con cui si incontrano gli innamorati”.

Grazie Lucia.

Per vedere l’intervista di cui parlo nel post cliccate quì.

Se volete saperne di più sulle dipendenze affettive e sul mio lavoro cliccate quì.

Mag
02
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 02-05-2014

Per continuare ad approfondire l’argomento sul diventare mamma, oggi vi parlerò del fenomeno più grave (ma fortunatamente molto raro) del post parto, la psicosi post parto o puerperale, la cui incidenza oscilla  tra lo 0,1 e lo 0,2 %.

Può manifestarsi abbastanza precocemente, entro le prime quattro settimane dal parto.

La mamma in questo caso perde il contatto con la realtà e con la propria identità. Sviluppa sintomi tipici della psicosi, gravi oscillazioni del tono dell’umore, angoscia e incapacità di accudire il bambino, allucinazioni, pensiero disorganizzato, deliri vari (tipico quello di possessione demoniaca del neonato), i quali possono far scattare il rischio di suicidio e/o infanticidio.

Le cause sono quelle tipiche della depressione post parto ma potrebbe essere incisiva la familiarità con casi di schizofrenia o psicosi maniaco-depressiva.

Inoltre, secondo alcuni Autori, la presenza di eventi traumatici nel corso dell’anno precedente al parto, uno scarso supporto ambientale, una situazione conflittuale con il partner, il parto cesareo sembrano aumentare la possibilità d’insorgenza di una psicosi (Asch S., 1992).

Per essere trattata con successo deve essere riconosciuta in tempo e sostenuta con ricoveri ospedalieri e trattamenti medici mirati. Il problema, come per tanti disturbi psichiatrici, è che avendo perso il contatto con la realtà la mamma non si rende conto di avere un grave disturbo e rifiuta i trattamenti.

Come al solito l’ambiente familiare e sociale in cui vive la mamma possono essere degli ottimi indici di aiuto.

Se riconosciuta in tempo e trattata a adeguatamente la psicosi puerperale può risolversi positivamente.

Ho voluto dedicare più articoli all’argomento post parto perché è vero che la nascita di un figlio può essere l’esperienza migliore che una donna può avere, ma la sua intensità e l’irruenza possono trasformarla in qualcosa di spiacevole e traumatico. Occorre quindi realizzare più informazione possibile per far si che questo non accada, creare una rete supportiva intorno alla futura neomamma coinvolgendo il partner, la famiglia, gli amici e il personale sanitario che la accompagna dalla notizia della gravidanza sino al parto. Far sentire la donna protagonista adeguata di questa esperienza spetta anche a loro attraverso il coinvolgimento attivo, le chiare spiegazioni, l’empatia e la confutazione dei dubbi.

Negli articoli in cui ho trattato l’esperienza di diventare mamma non ho considerato il ruolo del padre e l’impatto emotivo che possa avere su di lui la paternità non perché non lo ritenga importante, ma perché penso sia doveroso dedicare un articolo a parte per poterlo considerare in modo più approfondito. Vi chiedo quindi di aspettare ad uno dei prossimi articoli a cui verrà dedicato a questo argomento.

 Se ti interessa l’argomento continua la lettura con gli altri articoli inerenti a questo cliccando quì.