Mar
31

Quando non riusciamo a chiudere una relazione, nonostante i contro del tenerla in piedi siano maggiori dei pro, è perché crediamo di non essere in grado di stare senza l’altra persona, non crediamo abbastanza in noi stessi e nel fatto che possiamo andare avanti con le nostre risorse senza dover “elemosinare” l’affetto altrui, o la sua sola compagnia.

E’ sempre il solito discorso legato ad una scarsa autostima e al bisogno di dipendere dall’altro perché non bastiamo a noi stessi, non ci apprezziamo e non ci amiamo abbastanza.

Quando lavoro con persone che non riescono a liberarsi da dolorose catene relazionali, non considero la rottura della coppia come primo obiettivo da raggiungere, ma lo sviluppo e la riscoperta dell’autostima e di se stesse. E’ come se presentassi al paziente se stesso/a, gli facessi conoscere una persona capace di vivere, di gioire, di prendersi cura di se’ senza pretendere che lo facciano gli altri al suo posto. La persona deve capire di essere in grado di amarsi e rispettarsi e pretendere che anche gli altri lo facciano senza accontentarsi di legarsi al primo che passa, solo per paura di stare sola.

In questo modo, mano a mano che l’autostima aumenta, diminuisce la necessità di stare in una relazione dipendente. Cresce invece la voglia e la capacità di stare con se stessi e di trovare prima o poi una persona a cui legarsi in modo sano.

Interrompere la relazione dipendente in modo brusco, perché presi dalla rabbia o dalla intolleranza del momento potrebbe non avere dei riscontri positivi perché una volta superato il momento di rabbia si vivrebbe la tentazione (a cui pochi resistono), di tornare sui propri passi perché perduti nel vuoto della propria esistenza. Prima di interrompere la relazione bisogna essere pronti a stare con noi stessi.

D’altra parte, se riusciamo a riprendere in mano la nostra vita e a volerci bene, una volta che decideremo di interrompere il rapporto (a volte vivendolo in modo doloroso), non avremo la sensazione di panico che fa mancare la terra sotto i piedi, ma quella di aver raggiunto un grosso traguardo e di poter riprendere a vivere serenamente.

Naturalmente tutto questo non è una passeggiata perché dietro le dipendenze affettive si nascondono altri tipi di disagio, non impossibili da sradicare e superare.

Sono convinta che più o meno tutti siamo destinati a poter vivere serenamente, dipende molto dalla volontà che si ha di farlo e da quanto ci si vuole bene.

Se ti interessa l’argomento leggi anche gli altri articoli sulle dipendenze affettive e l’autostima.

E’ mia abitudine fissare gli appuntamenti per eventuali  primi colloqui solo ed esclusivamente per telefono (NO SMS E CHAT), e direttamente con l’interessato (fatta eccezione per i minorenni).

Forse alcuni colleghi potrebbero non essere d’accordo con questo mio modo di lavorare, ma dando parecchia importanza già alla prima richiesta di aiuto, ritengo fondamentale che essa venga fatta direttamene da chi ha bisogno del colloquio.

E’ molto importante che l’appuntamento non venga fissato da terzi per diversi motivi:

  • spesso chi dovrebbe fare il colloquio non è a conoscenza delle intenzioni di chi chiama il terapeuta al suo posto che, pur agendo in buona fede, cerca di porre l’amico o il parente di fronte al fatto compiuto rischiando di creare solo rabbia e frustrazione
  • chi chiama per un’altra persona cerca di sostituirsi ad essa, togliendole ogni responsabilità e possibilità di confrontarsi e informarsi sui colloqui
  • nei casi più eclatanti, quando è un terzo a chiamare, capita che accompagni l’interessato con un inganno nello studio del terapeuta così da rischiare di inficiarne fin dall’inizio il suo lavoro di aiuto
  • fin dalla prima chiamata, sia paziente che terapeuta, possono avere importanti informazioni l’uno dell’altro, quindi meglio non contaminare il colloquio telefonico tramite terzi
  • a volte è la terza persona che avrebbe bisogno di un colloquio ma non avendo il coraggio di richiederlo per se cerca di farlo per altri
  • chi chiede ad una terza persona di chiamare al posto suo potrebbe essere scarsamente motivato a presentarsi al colloquio e farlo solo per fare un favore ad altri e non per se stesso
  • la relazione terapeutica inizia fin dalla richiesta dell’appuntamento, è meglio quindi inquinarla il meno possibile.

E’ per questi motivi che credo che la mia abitudine sia un vantaggio per il paziente che ha la possibilità di avere un ruolo attivo fin dalla prima richiesta di aiuto e per me che mi trovo a capire tante cose già a partire dalla chiamata.

Del motivo per i quali non comunico tramite sms e chat vi ho già informato in un precedente articolo in cui parlo dei vari fraintendimenti che si potrebbero creare e che preferisco evitare a priori.

Detto questo, rimango a disposizione come sempre, per fissare gli appuntamenti dal lunedì al sabato dalle 8:30 alle 20:30. Qualora non troverete risposta alla chiamata verrete contattati in giornata non appena possibile. Vi suggerisco quindi di non chiamare da numeri non visibili.

Mar
24
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 24-03-2014

A me i libri di Fabio Volo piacciono parecchio.

So già di potermi attirare gli sdegni di tante persone, soprattutto degli uomini. Ma è proprio a loro che vorrei rivolgere una domanda: come mai disprezzate tanto Fabio Volo?

Il suo ultimo libro, “La strada verso casa”, non mi ha entusiasmato fin dall’inizio come tutti gli altri. Poi a mano amano che sono entrata nel vivo della storia ho iniziato, come faccio con qualsiasi testo che mi coinvolga, ad immedesimarmi nei vari personaggi, tanto da riuscire a proiettare i miei vissuti nei loro pensieri e nelle loro esperienze, così da riuscire a vederli, a sentirne le voci e gli odori. Per me è fondamentale riuscire a farlo quando leggo un libro perché vuol dire che mi coinvolge emotivamente e le sue pagine riescono a fagocitarmi, riga dopo riga, tanto da dover combattere il sonno la sera prima di addormentarmi per andare avanti, per sapere come va a finire.

Ciò che mi colpisce di più di ciò che scrive Fabio Volo (so bene che tanti pensano che non sia farina del suo sacco, ma a me piace pensare il contrario visto che ho comprato tutti i suoi libri), oltre alla capacità di descrivere come normali tutte le cose più strane che tutti fanno ma di cui pochi parlano, è la straordinaria capacità di raccontare i vissuti femminili. Ho sempre la sensazione che riesca ad entrare nelle nostre teste, nei nostri cuori e vedere attraverso i nostri occhi.

E’ vero che uno scrittore può piacere o meno, ma il suo mi pare un caso eclatante, nel senso che tanti uomini che conosco e anche gli sconosciuti lo denigrano, mentre quelli a cui piace non lo gridano esattamente ai quattro venti. Quasi a vergognarsi un po’ di andare controcorrente.

La mia domanda è come mai non piace così come non può piacere o interessare qualsiasi altro scrittore, ma ogni volta lo si deve pure disprezzare? La mia è semplice curiosità verso il fenomeno che sicuramente a lui non fa altro che portare pubblicità.

Rivolgendo la mia domanda ad un uomo che legge i suoi libri e li apprezza, mi ha risposto che forse non piace al genere maschile perché in fin dei conti le donne le capisce, cose che tanti non riescono a fare.

Sarà quindi un po’ di invidia? Di competizione di genere? E allora mi immagino questi uomini che ne leggono furtivamente i testi per tentare di imparare qualcosa dalle sue storie.

Un’altra spiegazione che mi do è che tanti fanno fatica a capirne il successo, a capirne il personaggio. Troppo semplice e mediocre per alcuni, troppo “costruito” e finto per altri? Alcuni parlano di talento elementare, concentrandosi sull’elementare e non considerando che si tratta comunque di talento.

Forse anche la pretesa di voler fare tutto può  infastidire?

Alla fine mi dico, che ne so? Rispondetemi voi se vi va, le mie sono ipotesi.

Io i suoi libri continuerò a leggerli, il mio preferito anche tra tanti altri che ho letto è “Un posto nel mondo”, che parla di persone comuni, di cambiamenti (figuriamoci se poteva non piacermi), di vite vissute profondamente. Spesso mi è capitato di regalarlo a persone a me care, soprattutto per far leggere una storia in cui cambiare è permesso, lecito, un diritto e pure un dovere. Non mi vergogno nemmeno a dirlo.

 

 

Mar
20

Coppie che vanno avanti per anni serenamente, anche messe a dura prova da eventi della vita come lutti, malattie. Esistono sì, e ci si chiede come facciano a non sgretolarsi?

Sono coppie solide, che condividono, i cui componenti si aprono l’uno all’altro, in cui il rispetto e la fiducia la fanno da padroni. Lo spazio vitale di entrambi viene rispettato e la coppia non è solo la somma dei due individui che la compongono, ma è ancora di più.

Come si fa ad andare avanti serenamente nonostante il passare del tempo, l’età, i lutti, le malattie, i problemi che la vita spesso e volentieri non ci risparmia?

Nonostante tutto, è possibile salvaguardare, difendere e non perdere di vista il sistema-coppia.

Anche in questo caso, la resilienza gioca un ruolo fondamentale. Mi riferisco alla capacità di superare le difficoltà e di uscirne rafforzati. Ogni persona può farne esperienza, così come ogni coppia, ogni famiglia e gruppo.

Viene sperimentata e coltivata ogni volta che ci si trova ad affrontare una crisi, più o meno importante. Durante la crisi il vissuto è pesante, ma la convinzione di poter riuscire a superarla porta ad aver un atteggiamento maturo che conduce alla sua risoluzione.

Nel sistema-coppia è necessario non perdersi di vista e tenere una comunicazione chiara, ben salda e basata sulla condivisione dei propri vissuti e l’interscambio.

Fare un bilancio di quelli che sono gli obiettivi in comune e quelli individuali.

Nei momenti duri, permettere a chi viene più colpito di non sentirsi solo ma appoggiato dall’altro. Fargli sentire che può permettersi di soffrire, manifestare ed elaborare il dolore per poi risollevarsi più forte di prima.

In momenti di crisi la coppia può aver bisogno di esser supportata da persone esterne anche solo con un po’ di distrazione, di poter dimenticare per qualche ora i problemi e rigenerarsi.

Tante persone tendono ad affrontare i momenti difficili escludendo i partner, a volte per proteggerli, altre per mancanza di condivisione, altre perché abituati da sempre a far così. Il rischio in questi casi è di allontanarsi dal sistema a due, indebolendolo e ponendolo di fronte ad infauste conseguenze senza tutelarlo. Se si riesce ad evitare questo, ma ad accompagnarsi vicendevolmente nei vissuti negativi, inevitabilmente se ne uscirà più forti e sicuri di se e della coppia. Attraverso un sano confronto si potranno trarre degli insegnamenti e riuscire a vedere qualcosa di positivo dall’esperienza. Insomma, ciò che vale per il singolo individuo può valere anche per il sistema-coppia, in cui tutto si trova ad essere gestito dalla coesione, dalla complicità e maturità dei due componenti. Molto difficile, ammetto, ma non impossibile.

Leggi anche gli altri articoli sulla resilienza cliccando quì.

Mar
17
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 17-03-2014

Oggi si festeggia il terzo compleanno del mio blog!! Tanti auguri a lui e pure a me!

Dalla sua nascita, sono stati pubblicati oltre 300 articoli, con una media di due alla settimana.

Dopo la nascita del blog è susseguita la collaborazione con la rubrica Lifestyle di Tiscali, il mio ingresso su Twitter e Indoona e la mia pagina professionale su Facebook con oltre 750 Mi piace, senza contare le collaborazioni con diverse riviste locali.

Il blog oramai riceve migliaia di visite quotidianamente. La sua è stata una crescita esponenziale che ancora va avanti.

La mia attività clinica è maturata tanto, non solo grazie al passaparola (una delle migliori pubblicità che un professionista possa avere), ma anche ai vari temi affrontati volta per volta nel blog. Temi che a molti sono sconosciuti ma che altrettanti vivono e subiscono sulla propria pelle.

Oltre all’attività clinica mi accompagnano diversi progetti e desideri professionali che giorno dopo giorno, sento sempre più vicini e concreti.

Il blog è diventato un compagno di viaggio a me caro, e nonostante i tre anni passati e il meno tempo da potergli dedicare grazie alla crescita del lavoro, riesco ancora ad avere voglia di scrivere e condividere con voi i miei post.

Se Gocce di psicoterapia è arrivato fino a qua è anche grazie ai più di 10000 lettori, amici, curiosi che ogni giorno gli fanno visita e per questo non mi rimane che ringraziarvi dal profondo del mio cuore.

Offro a tutti virtualmente una fetta di torta per poter festeggiare con me questo prezioso compleanno!

State ancora con me,

Caterina.

Mar
14
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 14-03-2014

Quando una relazione finisce, soprattutto chi viene lasciato sente di aver perso tempo, di esser stato usato/a e si logora dal ricordo della promessa di un amore eterno che non è stata mantenuta. Spesso, anche nelle coppie sane vengono pronunciate frasi del tipo “Ti amerò per sempre”, “Sei il compagno della mia vita”, “Non ci lasceremo mai”. Sul momento queste parole sono spinte da una totale sincerità. Ma può capitare che per diversi motivi ci si renda conto che è necessario interrompere la relazione. Fatto che può esser vissuto come fallimento da entrambe le parti. La sensazione è di aver tradito la fiducia dell’altro o di esser stati traditi, per questo si svalutano e distruggono i bei momenti passati insieme, come se non fossero mai stati positivi e sinceri.

Non sempre è così.

Con il tempo l’amore può passare, le esigenze cambiare e senza rendersene conto si intraprendono strade diverse. La resilienza di coppia può venir meno e se non se ne prende atto e non si riesce a recuperarla il rapporto può venire compromesso.

Se per poter “chiudere” con la relazione ci si concentra solo sugli aspetti negativi, negando quelli positivi, si perde di vista il vero valore di ciò che è stato. Così come, rimanere legati troppo a quelli positivi significa idealizzarli negando la presenza di campanelli di allarme che hanno portato alla fine della relazione. Attaccarsi morbosamente a promesse di amore eterno non mantenute non fa altro che cristallizzare il rancore verso l’altro e verso se stessi nel momento in cui le abbiamo pronunciate, o in cui abbiamo dato loro fiducia. Oltre a tutto, si può decidere di intraprendere altre relazioni se non con profonda diffidenza, o addirittura di non volerne più sapere.

E’ vero che tante relazioni finiscono perché frustranti e malate. Altre che per anni hanno funzionato non vanno avanti per diversi motivi. Allora, forse non sarebbe meglio pensare che l’amore è eterno finchè dura?

 

Mar
10
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 10-03-2014

Come fai a lavorare assiduamente fianco a fianco al dolore altrui?

Come ti difendi da tutto questo? Come riesci a tornare a casa la sera e a pensare alla tua famiglia, agli amici, alla tua vita personale?

Queste sono tra le domande più frequenti che mi vengono poste e sono convinta di non essere l’unica terapeuta che se le sente dire.

E’ vero, la mia è una professione stancante e il colloquio con i pazienti è solo la punta dell’iceberg. Dietro ci sta tutta la preparazione, gli studi. Io poi curo il mio blog, seguo corsi di formazione. Così come i colleghi si dedicano ad altre attività.

Durante i giorni in cui faccio i colloqui, solitamente si svolgono uno dietro l’altro e quindi è necessario “chiudere” mentalmente in un minuto con quello appena concluso per iniziare subito il successivo.

I pazienti GIUSTAMENTE pretendono tanto da te, io stessa dico loro di sfruttarmi il più possibile. Hanno bisogno di un aiuto esperto che li aiuti a stare meglio, che faccia loro da specchio, che guidi la mente a prospettive e soluzioni diverse. Devono poter godere di uno spazio totalmente unico, intimo ed esclusivo. Tutto questo è faticoso per loro tanto quanto per il terapeuta che deve rendere bene il suo operato con il primo paziente così come con quello che vede a fine serata.

Per poter fare ciò nessuno ci ha dotato di poteri magici. Abbiamo alle spalle anni di formazione, di tirocini, ma soprattutto di psicoterapia personale e supervisione.

Queste ultime due in fin dei conti potrebbero non interrompersi mai. Al bisogno si torna dal proprio terapeuta o supervisore. Non perché siamo meno bravi degli altri o meno preparati ma perché siamo persone, tali e quali ai nostri pazienti e spesso anche noi abbiamo bisogno di aiuto. Forse il “di più” rispetto agli altri è che ci rendiamo conto di aver subito bisogno di aiuto, e non abbiamo remore nel rivolgerci al terapeuta di fiducia. Non ci sono pregiudizi, ma solo l’esigenza di stare meglio.

Ogni terapeuta (anche se così non è), dovrebbe lavorare sempre su se stesso prima di iniziare a mettersi dall’altra parte.

Due cose sono fondamentali quando si sta a stretto contatto con il dolore altrui, l’empatia e la resilienza. Non sempre sono innate e spesso si ha bisogno di scoprirle e coltivarle.

La prima è la capacità di mettersi in contatto con il vissuto emotivo degli altri, la seconda è la capacità di affrontare le crisi e uscirne più forte di prima. Se di fronte alle crisi non reagiamo in modo resiliente, come possiamo pretendere di guidare i nostri pazienti nel farlo? E’ un po’ come quando si dice che non possiamo amare gli altri se prima non amiamo noi stessi.

Per averle, riconoscerle e saperne far buon uso occorre per forza un lavoro personale che ci insegna molto di più rispetto alle centinaia di libri su cui studiamo nell’arco di una vita. I libri ti forniscono l’aspetto tecnico, ma la terapia e la supervisione ti aiutano a personalizzare quelle tecniche sfruttando al meglio le tue risorse, diventando un terapeuta unico nel suo genere, seppure accomunato ad altri colleghi dallo stesso approccio lavorativo.

E’ così che la sera quando torniamo a casa, dalle nostre famiglie, dagli amici, dai nostri amori possiamo dedicarci totalmente a loro e far si che la cosa sia reciproca, mettendoci in una posizione di mutuo scambio di vissuti, emozioni e giochi. Così come fan tutti, o almeno dovrebbero fare!

Mar
08
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 08-03-2014

Forse vado controcorrente, ma a me i festeggiamenti per la festa della donna non sono mai piaciuti.

Negli ultimi anni ancora meno. Non perché non sia d’accordo sul principio e il significato, ma forse perché ho la sensazione che un giorno all’anno sia troppo poco. Non sarebbe meglio poter festeggiare di esser donne ogni giorno? Così come dell’essere uomini, naturalmente. Invece durante il resto dell’anno tra le notizie più comuni si racconta di femminicidi, violenze, abusi, diritti mancati.

L‘origine della Festa della Donna ha una storia abbastanza complessa che non riguarda solo l’incendio nella fabbrica Triangle di New York in cui 146 lavoratori (per lo più donne immigrate) persero la vita. Riguarda anni di rivendicazioni di diritti e di manifestazioni per ottenerli. Tutto il mio rispetto alla commemorazione di chi ha dato energie e  la vita per difendere le proprie cause, nonostante un giorno solo non sia sufficiente, ahimè!

Pur con varie lotte, chiari segni di emancipazione, ancora troppe donne vengono maltrattate. A tante succede in casa propria. Quasi quotidianamente assistiamo a femminicidi causati da mariti, compagni, ex fidanzati, a volte figli. La maggior parte dei quali sono tragedie preannunciate. Altre subiscono silenziosamente violenze psicologiche senza farne denuncia, un po’ per paura un po’ perché non riconosciute ma considerate “normali”: questo è il modello da sempre conosciuto e non viene contemplata alcuna alternativa.

Dovrebbe essere ogni giorno la festa della Donna, così come quella degli uomini, della famiglia, dei bambini, degli innamorati, della natura, della pace. Per tener sempre presente il valore di ciò che siamo veramente, come persone, umani inseriti in un cosmo in cui tutti potremmo con-vivere serenamente senza mancarci di rispetto e farci la guerra.

Forse è troppo poco ricordarcene un solo giorno, ma intendo onorarlo con il pensiero, il mio lavoro, con il cercare di realizzare i miei obiettivi, con il rispetto verso me stessa e la pretesa che anche gli altri ne abbiano, coltivando non solo la mia professione, ma anche la mia vita privata. Per partire da qui e “trainarne” gli effetti per tutto il resto dell’anno. Qualcuno mi fa compagnia?

Mar
06
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 06-03-2014

Visto l’enorme riscontro avuto con l’articolo Madri che amano troppo, quali conseguenze per i figli? oggi vorrei parlarvi dei padri che amano troppo.

Come già detto, in base alla mia esperienza professionale, i padri che amano troppo sono quelli che manifestano il loro esagerato sentimento con la tendenza al controllo che spesso sfocia in un’educazione autoritaria.

Spesso non accettano che i figli vivano in modo diverso da loro o che abbiano desideri diversi dai propri.

A volte controllare il bambino piccolo è più un alibi che un puro tentativo di educarlo in modo costruttivo.   Chi ad esempio durante le riunioni di famiglia pretende che il bambino stia con se e non con i coetanei  lo fa perché ha difficoltà a relazionarsi con le altre figure adulte. Badare al bambino in quel caso fa sì che non si sia costretti a stare con il gruppo dei pari. In un tale contesto è il minore che ne fa le spese perché gli si impedisce di interagire liberamente con gli altri bimbi.

Ci sono invece quei padri che non accettano l’individuazione dei figli. Vorrebbero che crescessero a loro immagine e somiglianza e non accettano alternative, se non in malo modo. Non sono aperti al dialogo, al confronto e alle discussioni costruttive.

Per loro non esiste la comunicazione assertiva, ma quella autoritaria. I figli in questo caso possono sottomettersi a questo tipo di educazione o cercare di ribellarsi pur dovendosi scontrare con la figura genitoriale e con sensi di colpa e di inadeguatezza.

Amare troppo i figli in questi casi si traduce nella pretesa che siano loro a colmare i vuoti e le frustrazioni genitoriali.

Per fortuna non sempre è così. Esistono tanti padri che si rendono conto che i figli non sono una loro proprietà e  amandoli incondizionatamente, cercano di accompagnarli serenamente nel loro sviluppo. Danno loro fiducia, li rinforzano positivamente facendoli sentire sicuri e capaci di vivere autonomamente la loro vita. Li osservano mentre crescono, rispettando il loro spazio vitale, consentendo di sbagliare e di prendersi le conseguenze senza giudizi distruttivi. Fanno sì che si sentano liberi di affrontare il mondo alimentando la loro curiosità e li rassicurano sul fatto che saranno presenti finchè possibile.

Qualsiasi sia lo stile educativo dei genitori, nel bene e nel male, si ripercuoterà sulla vita dei figli. Estremamente importante è cercare di non soffocare e reprimere il loro modo di essere, ma cercare di accompagnarli ed educarli rispettando la loro individualizzazione e rendersi conto che non sono una proprietà ma delle persone talmente uniche da distinguersi in mezzo all’intera umanità.

Se ti interessa approfondire l’argomento clicca quì.

 

Buongiorno,

il mio articolo Non tutti i “NO” vengono per nuocere che di recente è stato pubblicato sulla rivista locale Sposi in Sardegna  è stato pubblicato anche nel sito ufficiale e nella pagina di Facebook.

Grazie ancora ad IlariaNesi per avermi invitata nel suo spazio web.

Per leggere l’articolo cliccate quì!

Buon lunedì a tutti!