Nov
28
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 28-11-2013

Da un po’ di tempo non dedico un post al tema dell’ansia, anche se è sempre presente in quasi tutti gli altri argomenti considerata la sua importante presenza nella vita delle persone.

Come già detto in Ansia amica o nemica? essa ci accompagna durante le giornate e ci aiuta a migliorare nella resa di alcune prestazioni, dagli esami universitari alle manifestazioni sportive, al lavoro. Può costituire a giuste dosi, una degna compagna di vita!

Quando nel mio studio arrivano dei pazienti ansiosi, spesso dico loro che è una fortuna che sia arrivata l’ansia così tanto da averli spinti a chiedere un aiuto esperto perché il corpo e la mente hanno la necessità di affrontare problematiche che non possono più essere rimandate. Per questo motivo l’ansia è un ottimo campanello d’allarme. La sua elaborazione attraverso un efficace metodo psicoterapico, permette alle persone di poterla controllare, gestire e vedere cosa si celi dietro alla sua sintomatologia.

In un certo senso è la coperta di nodi esistenziali che hanno bussato alla porta della mente e hanno necessità di essere affrontati seriamente.

Quindi, nonostante possa far paura l’idea che vincere l’ansia porti alla scoperta di altri problemi, questo processo non può che portare benessere e alimentare l’autostima. La consapevolezza e la capacità di affrontare i propri problemi non fa che rendere più forti.

Di recente mi è arrivata una mail in cui mi si chiedeva quando l’ansia dev’essere considerata patologica e quando no?

Alla persona che mi ha scritto ho riposto dicendo che nel caso in cui l’ansia è tale da riuscire a limitarla nelle sue normali attività, a prendere quindi il controllo sulla sua vita è da considerarsi patologica.

In base a come si presentano i sintomi (accelerazione del battito cardiaco, sudorazione delle mani, dolori al torace, disturbi gastrointestinali, tremori, pallore, nausea, vomiti, difficoltà a dormire, disturbi dell’appetito, paura di non riuscire a concludere nulla, sensazioni di pericolo o minaccia, paura di morire, di impazzire, di perdere il controllo, difficoltà di concentrazione, evitamento di specifiche situazioni, fuga, reazioni eccessive…), si sviluppano i vari disturbi d’ansia che possono essere trattati e risolti in modo specifico.

La psicoterapia strategica integrata, avendo un approccio molto pratico, fa si che i sintomi vengano eliminati e si adottino delle nuove dinamiche psicologiche e comportamentali tali da evitare ricadute e riprendere in mano la propria vita da dove era stata interrotta.

Se ti interessa l’argomento sull’ansia leggi anche gli altri articoli inerenti a questo cliccando quì.

Nov
25
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 25-11-2013

Il vaginismo è un disturbo di cui non si parla tanto per riservatezza e imbarazzo, come per tutti i disturbi sessuali, nonostante la sua importante diffusione.

Può infatti colpire le donne di tutte le età e viene considerato primario o secondario, a seconda che si manifesti dall’inizio dell’attività sessuale o si presenti in seguito.

Si tratta di una contrazione involontaria dei muscoli del perineo, della vulva e dell’orifizio vaginale che impedisce la penetrazione durante i rapporti sessuali (talvolta anche durante gli esami medici) e quando è resa possibile risulta difficile e dolorosa (dispareunia).

Dal punto di vista psicologico si realizza tramite un comportamento fobico ed evitante nei confronti della penetrazione. Può causare conseguenze serie a livello psicologico ed emotivo come ansia, oppure sofferenza per il senso di inadeguatezza nel rapporto di coppia o nel cercare di avere figli. Convinzione di essere malati e destinati a stare soli. I partner possono credere che la donna non provi nessuna attrazione sessuale nei loro confronti.

Spesso il vaginismo è alla base dei cosiddetti matrimoni bianchi (in cui la sessualità non viene consumata).

Non di rado le donne affette da vaginismo fanno coppia con uomini aventi altri disturbi sessuali che a loro volta impedirebbero il completamento del rapporto, andando avanti così in un silenzioso ed implicito accordo di convivenza ed evitamento del problema stesso.

Il vaginismo non impedisce di vivere delle esperienze orgasmiche attraverso la stimolazione clitoridea o il petting.

Tra le cause del disturbo ci possono essere fattori sessuali, educativi, di coppia e biologici o traumi legati ai primi tentativi di penetrazione, conflittualità con il sesso maschile, un rapporto inadeguato con il proprio corpo.

Come gli altri disturbi sessuali, quando la base è psicologica, può essere curato attraverso interventi di psicosessuologia, ovvero sedute di psicoterapia accompagnate dall’uso ben specifico di tecniche sessuologiche ad hoc.

In caso di coppie stabili spesso viene coinvolto il partner che può avere un ruolo fondamentale nel percorso di elaborazione e guarigione.

Molte donne si convincono di poter risolvere da sole il disturbo nonostante perduri da tanto, evitando di chiedere un aiuto ai professionisti specializzati e non ammettendo di far scorrere il tempo senza alcun cambiamento.

Riconoscere di avere un disturbo è invece il primo grande passo verso la sua risoluzione. Il secondo consiste nel rivolgersi ad un professionista per farsi aiutare e guidare nel processo di guarigione.

A volte può essere difficile liberarsi di un problema sessuale perché potrebbe nascondere altri intricati nodi esistenziali. Ma la propria volontà, la voglia di stare bene e la professionalità di un terapeuta o di un sessuologo fanno la differenza.

Se ti è piaciuto questo articolo leggi anche gli altri sui disturbi sessuali.

Nov
21
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 21-11-2013

In questi giorni in cui Cleopatra ha messo in ginocchio la Sardegna non ho potuto lavorare a Villacidro sia per la mia incolumità che per quella dei pazienti. In un’occasione del genere ho ritenuto che non fosse il caso di avventurarsi per le strade del Medio Campidano per arrivare in studio.

Vedere certi paesaggi distrutti e sentire le storie di chi ha perso i propri beni o addirittura la vita inevitabilmente fa entrare anche me in una dimensione luttuosa. Ma mi sento di continuare ad andare avanti e a non perdere gli obiettivi per non arrendermi anche se di fronte a certe tragedie si pensa che non sia possibile. Questo vuole essere il mio piccolo contributo, la mia piccola spinta a far sì che tutti si risollevino da questa amara esperienza perchè nonostante tutto, ad esser positivi si diventa contagiosi.

Tutti gli incontri nello studio villacidrese sono stati rimandati alle prossime settimane, sperando che l’emergenza per allora sia rientrata e anche i nuovi appuntamenti verranno fissati a partire dal prossimo martedì  26 novembre.

A Cagliari invece tutto è rimasto invariato.

Potete continuare a chiamarmi per fissare gli appuntamenti (no sms!).

Ne approfitto per specificare, in seguito ad alcune chiamate ricevute in questi giorni, che per richiedere un primo incontro non è necessaria la prescrizione medica in quanto il mio è un servizio privato.

A presto.

Nov
18
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 18-11-2013

Recita un noto dizionario di lingua italiana che l’ambizione è il caparbio desiderio di riuscire in qualcosa, la brama di potere e di successo, la voglia di migliorarsi.

E’ quindi la spinta che si sente per andare avanti e raggiungere gli obiettivi. Tutto positivo fin qui.

Ma quando l’ambizione diventa eccessiva che succede?

Succede che si rischia di vivere in totale competizione con gli altri e di essere accompagnati perennemente dallo stress che può tramutare in ansia, attacchi di panico e altri disturbi come quelli del sonno, dell’appetito, irritabilità o somatizzazioni varie.

Insomma, l’eccessiva ambizione può diventare una schiavitù e anche nei casi in cui vengano raggiunti gli obiettivi prefissati la sensazione è quella che non basta mai, non è abbastanza e quindi nasce l’esigenza di ulteriori traguardi ancora più grandi e importanti.

Il desiderio di passare ad un gradino più alto non permette di godersi ciò che già si è raggiunto, tanto meno di condividerlo con altri. Ci vorrà sempre un’ulteriore sfida, fino all’infinito. Per sentirsi realizzati bisogna far vedere agli altri che si è sempre più bravi.

Ma la ricerca della realizzazione nella conferma altrui non è sicuramente la giusta strada per la felicità anzi, mi pare la giusta via per una vita logorante e asettica.

Dietro un’eccessiva ambizione si possono celare precisi disagi: la mancanza di affetto, delle lacune nella vita privata che si cerca di colmare attraverso la carriera professionale o nell’attività sportiva. Quanti di voi la sera preferiscono tardare a lavoro piuttosto che tornare a casa? Alcuni lo fanno perché soli, altri perché preferiscono evitare contrasti o mancanza di comunicazione con la propria famiglia.

Altri ancora si prefiggono obiettivi sempre più impegnativi perché così hanno appreso da modelli il cui messaggio era: “Se non raggiungi risultati sempre più alti non sei nessuno!”

Quando ci si rende conto di trovarsi in mezzo al cerchio dell’eccessiva ambizione e di tutte le conseguenze occorre cercare di capire quale sia la finalità di questa esigenza e a cosa porta realmente. Chiedersi insomma se, oltre al bisogno di voler arrivare sempre primi, ciò che si fa piace davvero, ci realizza e ci fa stare bene.

Servirebbe inoltre provare a prendere in mano la vita privata e a capire come colmarne le lacune, senza per forza doversi rifugiare eccessivamente e forzatamente in altre attività.

 

Nov
14
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 14-11-2013

Da un po’ di tempo a questa parte mi sono dedicata allo studio e alla formazione sulle tecniche ipnotiche.

Spesso la nostra coscienza non è a conoscenza di ciò che accade nella nostra mente inconscia ed è per questo, che attraverso le tecniche di induzione alla trance ipnotica si possono attivare dei cambiamenti  che vengono usati nel trattamento di problemi psicologici, di dolori acuti e cronici e nell’ambito della ricerca.

Per la legge italiana solo il personale sanitario può esercitare l’ipnosi  all’interno di un contesto di cura o di ricerca scientifica.

La trance ipnotica è una modificazione dello stato di coscienza  in cui l’attenzione viene spesso assorbita da eventi immaginati e si impegna meno a controllare quello che accade nell’ambiente “reale”. E’ insomma uno stato psicofisico caratterizzato da una diminuzione della capacità razionale. Infatti, viene sospeso il modo solito di considerare le situazioni e incrementando la creatività sorgono  nuovi punti di vista, nuove soluzioni e di nuovi comportamenti, emozioni e sensazioni.

Il soggetto in trance mostra le eventuali difese e le resistenze al cambiamento, così come le caratteristiche del problema stesso.

Ognuno fa esperienza di trance quotidianamente. Ad esempio, quando si guida la macchina si arriva alla meta desiderata senza nemmeno accorgersi perché si è presi da altri pensieri, oppure quando si è totalmente assorbiti dalla lettura di un libro o dalla visione di un film. Sono queste esperienze di trance quotidiane autoindotte di cui non ci si rende conto.

Quando la trance viene indotta da personale specialistico è perché vi sono degli obiettivi ben specifici.

Non ha nulla di magico e le persone in trance non fanno niente contro la propria volontà. La persona non può essere indotta dalla malignità dell’ipnotista (come succede ad esempio a Woody Allen in  La maledizione dello scorpione di Giada), a commettere comportamenti immorali o contrari ala propria volontà.

Tutti possono essere ipnotizzati, ma non allo stesso modo e con tempi uguali. E’ inoltre necessario instaurare un rapporto di fiducia con l’ipnotista.

La semplice induzione ipnotica (Ipnosi neutra),  ovvero quella senza nessuna indicazione terapeutica, ha di per se un valore terapeutico in quanto capace di indurre nel tempo importanti e significativi cambiamenti. La parte inconscia della mente è infatti piena di risorse di cui spesso le persone non si rendono conto. L’entrare in contatto con essa e imparare a comunicarvi non può che portare a galla in modo più o meno esplicito le varie qualità per imparare a trarre benefici da esse.

Le applicazioni cliniche sono svariate:

  • Dermatologia
  • Cardiologia
  • Apparato respiratorio
  • Ansia, fobie, depressioni, scarsa autostima, elaborazione di traumi
  • Terapia del dolore
  • Gravidanza
  • Sessualità
  • Immunologia
  • Tecniche di potenziamento (ad esempio in casi di handicap o nello sport)

Qualora abbiate bisogno di ulteriori delucidazioni sulle tecniche ipnotiche potete mettervi in contatto con me tramite la mia e-mail o il mio recapito telefonico o fissare direttamente un appuntamento.

 

 

Nov
11

Tante volte si è parlato di relazioni dipendenti:  come riconoscerle, le cause, come è possibile uscirne. Poco si parla su come ci si sente quando finalmente si riesce a spezzare le catene vincolo di una relazione di falso amore.

Solitamente si arriva alla decisione di lasciare il compagno/a in seguito ad una fase tormentata e non semplice dove  i contro rispetto alla rottura della relazione sono sembrati di più che i pro. Tante sono state le paure, la convinzione di non essere in grado di riuscire a farcela da soli e le preoccupazioni per il futuro.

Appena si riesce a dire al partner quali sono le reali intenzioni ci si sente addolorati, ma allo stesso tempo liberi. Ci si sente forti e in grado di affrontare tutto ciò che dovrà succedere (altrimenti non si sarebbe riusciti ad affrontare il partner per lasciarlo).

Dopo l’avvenuta rottura, al senso di libertà si possono alternare situazioni emotive contrastanti: senso di solitudine e di vuoto. Si entra in una vera e propria fase di astinenza. Come tutte le dipendenze infatti, anche quelle affettive creano uno stato di astinenza in chi ne soffre.

La mancanza dell’altro e di tutte le condizioni accessorie nonostante non portassero felicità, creano un vuoto enorme che fa stare male. Possono iniziare i disturbi del sonno o dell’appetito, le somatizzazioni (eruzioni cutanee, perdita di capelli, disturbi gastrointestinali). Ma tranquilli, sono sintomi temporanei che scompaiono con la crisi di astinenza.

La maggiore difficoltà in questa fase è l’evitare una ricaduta. Ovvero la tentazione di tornare sui propri passi pur di interrompere l’astinenza. Chi riesce ad essere “lucido” si rende conto che farlo significa avere un sollievo momentaneo e il prezzo da pagare sono la libertà e l’autostima che cadrebbe a picco.

Una volta superata la fase di astinenza, più o meno lunga, si riesce ad essere più obiettivi, ad apprezzare il fatto di essersi liberati di una relazione infelice.

Finalmente si può assaporare la libertà, la consapevolezza di riuscire ad andare avanti da soli. Ci si dedica ad attività piacevoli, si torna talvolta a quelle a cui si aveva rinunciato per stare nella relazione.

Ci si mette insomma al centro del proprio mondo, recuperando ciò che si era perso. Mano a mano che si godono tutti i vantaggi della libertà, l’autostima sale e avvolti in un turbinio di energia positiva ci si prende sempre più cura di se stessi. Si impara insomma a volersi bene per davvero.

E’ questo il traguardo che bisogna raggiungere: imparare ad amarsi e ad apprezzarsi per ciò che si è veramente e non pretendere che lo faccia qualcun altro al proprio posto elemosinando un po’ di apparente amore.

Una volta conquistata questa dimensione ci si rende finalmente conto che non si tornerebbe indietro per nessun motivo e ci si predispone ad intraprendere delle relazioni sane perché si è a conoscenza di cosa fa male e cosa fortifica.

Se vuoi saperne di più sulle dipendenze affettive clicca quì.

Nov
07
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 07-11-2013

Buongiorno a tutti,

oggi vi segnalo un mio articolo pubblicato nell’ultimo numero del bimestrale Làcanas riguardante il bilinguismo e l’importanza di insegnare ai bambini non solo la lingua madre ma anche le altre, tra cui quella sarda.

Ringrazio la casa editrice Domus de Janas per aver chiesto la mia collaborazione.

Per avere maggiori informazioni sulla rivista vi rimando al sito ufficiale della casa editrice http://www.domusdejanaseditore.com/

Buona lettura a tutti,

Caterina.

Nov
04
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 04-11-2013

(Questo post è nato dalla collaborazione con il Dottor Marco Pingitore, Psicologo – Psicoterapeuta, Criminologo che ringrazio per aver avuto l’idea di scrivere insieme).

 

Quando una coppia si separa di rado vengono usate dinamiche prive di conflitti e duri colpi da infliggere all’altra parte. Sarebbe opportuno lasciare i figli fuori dai contrasti coniugali e assicurare loro che anche se non verrà tenuto più il ruolo di coniugi, quello dei genitori non cesserà. Così facendo, si renderebbe la situazione meno dolorosa, seppur difficile.

La maggior parte delle volte si presenta invece una situazione di alta conflittualità in cui i figli vengono usati come armi per ferire l’altro e non vengono protetti da situazioni in cui non dovrebbero essere coinvolti.

Pur di non ammettere una responsabilità reciproca nella rottura della relazione si tende a incolpare l’altro della fine del rapporto e su di esso inevitabilmente viene riversata la rabbia per il suo fallimento.

Non viene contemplata l’idea che così come la coppia in passato si è formata grazie al contributo di entrambe le parti, allo stesso modo si separa per conseguenza di dinamiche comportamentali create in due. Ammetterlo significherebbe mettersi in gioco e riconoscere di fronte all’altro e a se stessi di aver fatto degli errori. Ciò contribuirebbe a distruggere l’idea di sé come bravo coniuge costruita sino a quel momento.

La conseguenza più frequente e “semplice” è quindi quella di dar le colpe all’altro, senza concedere spazio alla comunicazione e ai compromessi.

Nei casi in cui a far da padrona è la gelosia vengono attuati meccanismi di controllo sull’altro. La rottura non viene accettata perché si pensa di non poter andare avanti da soli o non si accetta una “ribellione” al rapporto. Oppure, pensando di poter risanare la situazione e per paura di essere abbandonati, si subissa il coniuge di domande, telefonate, lo si pedina e spesso si usano i figli per spiarlo o per costringerlo a rimanere a casa, non tenendo conto che così si può solo contribuire ad allontanarlo ulteriormente.

“Come faranno i bambini senza di te?” E’ una domanda frequente per insidiare il senso di colpa in chi vuole lasciare il tetto coniugale.

Una scarsa autostima fomenta il pensiero di non poter stare soli, di non averne le capacità.

Ogni mezzo è lecito pur di non rompere il legame. La convinzione è che sia meglio tenerlo in piedi seppure di scarsa qualità, che stare soli. Quando ciò non è possibile diventano frequenti i dispetti e i tradimenti.

Il dolore e il risentimento verso l’altro diventano accecanti  e l’amore e la protezione per i figli  passano in secondo piano perchè l’obiettivo principale diventa la bramosia di voler punire e vendicarsi del proprio ex.

I figli non vengono risparmiati dall’assistere ai litigi, alle lotte all’ultimo sangue sulla divisione dei beni, vengono privati dal punto di vista affettivo e trasformati in merce di scambio per ferire e ricattare l’altra parte. Nei casi più gravi vengono addirittura colpevolizzati della rottura del legame coniugali. Per non parlare delle battaglie per l’affidamento dei minori che purtroppo non sono altro che un alibi per scambiarsi accuse reciproche.

L’affidamento della prole rappresenta, infatti, il pretesto principale per condurre l’ex coniuge in tribunale. Per far valere i propri diritti di padre/madre gli ex coniugi si fanno assistere dagli avvocati di fiducia che, spesso e volentieri, invece di cercare di  attenuare le dinamiche conflittuali, alimentano le ostilità a “vantaggio” del proprio cliente, ma a danno esclusivamente dei minori coinvolti.

La battaglia legale può durare anche mesi o anni, ma solitamente il Giudice “esausto” delle beghe delle parti coinvolte nel procedimento, decide di nominare un Consulente Tecnico di Ufficio (CTU) come suo ausiliario di fiducia, al quale pone dei quesiti specifici che, di solito, tendono ad indagare il profilo psicologico e l’idoneità genitoriale degli ex coniugi, le dinamiche all’interno della famiglia (padre-madre-minori), il miglior regime di visite e quale tipologia di affidamento è consigliabile nell’interesse esclusivo del minore.

Come si può notare, il Giudice si avvale della professionalità di un esperto (solitamente Psicologo o Neuropsichiatra infantile) per effettuare una consulenza dettagliata sul caso e, quindi, acquisire maggiori informazioni “specialistiche” al fine di esprimere un giudizio e prendere le decisioni migliori. Il tutto per tutelare i minori coinvolti.

Il tempo medio di una CTU è di 60 giorni in cui l’esperto effettua una serie complessa di incontri e colloqui, anche con il minore che dipendentemente della sua età deve essere ascoltato per poter esprimere il proprio punto di vista sull’intera vicenda.

Il CTU, dunque, gestisce e conduce l’intera consulenza tecnica “sorvegliato” e monitorato dai Consulenti Tecnici di Parte (CCTTPP), uno per il padre, uno per la madre. Essi hanno il compito di collaborare alla consulenza tecnica assistendo a tutti gli incontri e, se è il caso, muovere delle critiche relative alla metodologia utilizzata dal CTU.

Dunque, tre esperti che dovrebbero avere come unico scopo l’interesse esclusivo del minore. Infatti, seppur di parte, il CTP dovrebbe avere come obiettivo la tutela del minore, ammonendo e cercando di modificare atteggiamenti poco collaboranti del proprio cliente.

Un esempio è il caso della cosiddetta Alienazione Parentale (già PAS – Sindrome di Alienazione Parentale) che si manifesta quando un bambino si allea fortemente con un genitore (il preferito) e rifiuta la relazione con l’altro genitore (alienato) senza motivazioni apparentemente giustificate, ma causate da una vera e propria campagna denigratoria, diretta ed indiretta, messa in atto da un genitore (solitamente la madre) nei confronti dell’ex coniuge.

L’Alienazione Parentale, nei casi gravi, può portare a danni psicologici molto significativi, come, ad esempio, la rottura del legame affettivo tra genitore alienato e figlio.

Molto spesso l’intervento della Consulenza Tecnica di Ufficio può svelare queste dinamiche all’interno del nucleo familiare, ma capita frequentemente che l’intervento possa risultare tardivo.

Scopo della CTU è anche smuovere e scardinare lo status quo in cui si trova la coppia genitoriale, impantanata nelle rivendicazioni e nelle ostilità per via di fatti legati al passato. Si litiga continuamente mettendo da parte l’interesse dei figli che, nelle separazioni altamente conflittuali che, come già detto, rappresentano mero strumento utilizzato per colpire l’ex coniuge.

I poveri figli assistono inermi alla “follia” dei genitori, alla rabbia accecante che muove il conflitto in cui l’unico perdente è il minore.

Una coppia può facilmente separarsi legalmente e fisicamente, ma non affettivamente, compito ben più arduo e complesso.

Infatti la coppia che litiga e continua a litigare, paradossalmente, non fa altro che continuare a rimanere legata. Chi vuole realmente separarsi, ci riesce, seppur con tante difficoltà. Il conflitto, invece, è un modo altro per non lasciarsi mai.

Per leggere gli articoli correlati a questo clicca quì.