Ott
31

“All your two-bit psychiatrists

are giving you electric shock

they said they’d let you live

at home with mom and dad

instead of mental hospitals

But every time you tried to read a book

you couldn’t get to page 17

’cause you forgot where you were

so you couldn’t even read” Lou Reed- Kill your sons-

“Tutti i tuoi psichiatri da strapazzo

 ti fanno l’elettroshock.

Hanno detto che ti avrebbero lasciato vivere

 a casa con mamma e papà

 invece che in ospedali psichiatrici

 ma ogni volta che provavi a leggere un libro

 non riuscivi ad arrivare a pagina 17

 perché avevi dimenticato dov’eri,

 così non riuscivi neanche a leggere”

Lou Reed, leader dei Velvet Underground, raccontava in Kill your sons (1974), il dramma dell’elettroshock subito da adolescente, a causa della bisessualità che aveva manifestato.

Nel giorno della sua scomparsa, domenica 27 ottobre 2013,  leggo di un’altra vita interrotta, l’ennesima,  anche questa volta per scelta. A Roma un ragazzo di ventuno anni ha deciso di togliersi la vita lasciando una lettera in cui avrebbe scritto di essere gay e  che “L’Italia  è un Paese libero ma esiste l’omofobia e chi ha questi atteggiamenti deve fare i conti con la propria coscienza”.

Purtroppo questo episodio è solo uno dei tanti.

Da Lou Reed (ma aggiungerei da sempre), ad oggi quali sono stati i passi fatti per combattere l’omofobia e considerare l’omosessualità come normale?

In Italia la situazione è drammatica. Pregiudizi, mancanza di interesse, di informazione e di un’educazione familiare e scolastica adeguata, movimenti religiosi che condannano il “diverso”, questa è la routine.

Ancora il diverso dall’eterosessuale significa essere sbagliato? La risposta è si, purtroppo.

Quando avvengono tragici eventi allora si palesa nuovamente la necessità di una legge contro l’omofobia, poi dopo qualche giorno tutto tace.

Ciò che mi preoccupa è che nemmeno una legge sarebbe sufficiente a marginare il problema. Sono d’accordo sul punire l’omofobia, ma mi pare urgente la prevenzione.

Perché non iniziare ad educare le giovani generazioni al rispetto di tutte le razze, le culture, le religioni e anche della natura sessuale di ognuno? Anche qui dovrei aprire un vaso di pandora affermando che il problema non sono i bambini e i ragazzi, che se ben educati si aprirebbero a qualsiasi forma mentis, ma gli adulti che impongono il loro pensiero sui figli. Pensiero che spesso è rigido, che non guarda al di là del proprio naso e non accetta di vedere, conoscere e accettare l’altro da se.

Se ancora ci sono persone omosessuali che ritengono di doversi nascondere è perché la società con i suoi rigidi canoni lo impone.

Vogliamo dare o no una svolta alla situazione e aprirci davvero al mondo e alla sua eterogeneità? Se esistono tante realtà un motivo ci sarà o no?

Ognuno potrebbe dare il proprio contributo: dalla scuola alla famiglia, alla cultura, al cinema, al governo, alla politica.

Io oggi ho voluto dare il mio con questo post.

Ott
28

Nell’era del web, troviamo magicamente tutte le risposte alle nostre domande semplicemente con un click, a volte dando per scontato che tutto ciò che leggiamo corrisponda alla verità o cercando conferma alle ipotesi che abbiamo fatto.

La maggior parte delle notizie sono attendibili, soprattutto se ricavate da siti web ad hoc, ma la loro interpretazione può portare a travisarle e a causare preoccupazioni spesso eccessive ed errate. Facile poi concentrarsi su ciò che ci aspettiamo accada.

Il rovescio della medaglia dell’era del tutto e subito via web è che chi non accetta di stare nell’indecisione e soffre ad esempio di ipocondria si può trovare a ricercare in modo ossessivo e compulsivo la conferma della paura di essere malato dando origine a quella che viene denominata cybercondria (termine derivante da dall’unione delle parole cyber ed ipocondria).

Le indagini di sintomatologie, di siti che pretendono di fare virtualmente delle diagnosi, la lettura di blog di persone che raccontano la lotta contro varie malattie, non fanno altro che contribuire ad alimentare l’ipocondria, quindi l’ansia, la depressione e la preoccupazione per il proprio stato di salute. Si può dire insomma che la cybercondria sia la versione moderna della classica ipocondria che viene alimentata dall’uso smodato di internet.

Nel caso della ricerca di diagnosi ai propri disturbi invece tutte le notizie devono necessariamente essere contestualizzate attraverso la raccolta di dati anamnestici precisi e di esami medici approfonditi che solo figure esperte possono fare.

Chi è affetto da ipocondria si ritrova a sottoporsi ad un numero esagerato di esami clinici e spesso quando vengono smentite scientificamente le sue preoccupazioni, tende a non credere a ciò che viene rimandato dai medici. Decide quindi di continuare la ricerca sul web per arrivare a confermare le ipotesi diagnostiche.

Il rapporto con i professionisti in carne ed ossa rischia di essere inficiato e pur di confermare le proprie paure si preferisce passare da un medico all’altro a volte “sventolando” il frutto della ricerca sul web.

A lungo andare, lo stress della continua ricerca della diagnosi ai propri mali non fa altro che peggiorare lo stato di salute della persona perché le energie e il tempo spesi stancano e le preoccupazioni non fanno altro che  fomentare l’ansia, la depressione, disturbi del sonno o dell’appetito o dare origine a somatizzazioni particolari che a loro volta, alimenteranno la convinzione di essere malati. Insomma si cade in un circolo vizioso di mali che si autoalimenta.

Senza contare che chi soffre di cybercondria (come il classico ipocondriaco), svolgendo esami clinici inutili e in quantità elevata va a gravare anche sui costi del Sistema Sanitario.

Cosa si può fare per rimediare e spezzare questo circolo?

Innanzitutto la presa di coscienza del problema è il passo essenziale per uscirne. Rendersi conto che la ricerca spasmodica di sintomi e la paura di avere delle malattie è una questione del tutto psicologica e che può essere risolta attraverso un lavoro su se stesso nello studio di uno psicoterapeuta.

Tutto ciò può essere fatto una volta che i medici abbiano escluso effettivamente la presenza di malattie organiche.

La psicoterapia strategica integrata ad esempio attraverso una serie di sedute basate su specifiche tecniche già testate su diversi pazienti porta alla risoluzione del problema in brevi periodi.

Detto ciò non voglio arrivare alla conclusione che non sia assolutamente il caso di informarsi su internet, ma semplicemente dire che devono essere sempre le persone specializzate ad avere l’ultima parola su eventuali diagnosi da fare.

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Ott
24
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 24-10-2013

Rendersi conto di essere omosessuale è una scoperta importante non solo per la persona direttamente interessata, ma anche per chi le sta attorno.

Come già vi avevo accennato in Omosessualità, senso di colpa e famiglia spesso gli omosessuali vanno dal terapeuta per chiedere un aiuto su come rivelare ai propri familiari la loro vera “identità” o su come gestire una “doppia vita” ormai diventata troppo pesante.

Essere accettati dai propri familiari è un’esigenza molto forte e sentita. Non avere il loro appoggio significa sentire il vuoto enorme molto più di quello lasciato in eredità da una società ancora piena di pregiudizi.

Alcuni genitori preferiscono non “capire”, altri non lo accettano assolutamente. Solo una piccola parte incoraggia il proprio figlio non giudicandolo per l’identità sessuale. Lo stato emotivo che si presenta è complesso e variegato: dal senso di colpa (che cosa ho fatto di male?), alla rabbia, al senso di impotenza, alla vergogna e alla disperazione.

I figli impiegano tanto tempo a rendersi conto e ad accettare la propria omosessualità e paradossalmente, quando accade e trovano il “coraggio” per rivelarsi e togliersi il peso del dover nascondersi i genitori entrano fortemente in crisi.

Tanti mi dicono di non voler svelare il loro segreto per non dare un dispiacere (o per non porsi di petto di fronte ad un quasi certo rifiuto) ai parenti. Per questo motivo l’ambiente familiare viene escluso e ci si appoggia a quello amicale. Gestire una doppia vita richiede forti energie e sforzi. Spesso accompagnati da un senso di mancata completezza. Per molti la paura di essere rifiutati e giudicati prevale sul desiderio di rivelarsi.

Un genitore dovrebbe amare il figlio incondizionatamente, ma le differenza generazionale, educativa e i forti pregiudizi ancora presenti nel nostro paese non permettono di vivere felicemente un eventuale natura omosessuale dei discendenti. Tanto meno di accettarla liberamente.

Una coppia di genitori con cui ebbi un colloquio tempo fa in seguito alla scoperta dell’omosessualità del figlio, mi dissero di temere il giudizio della gente del paese in cui vivevano. In quel momento quella era la paura più grande. Rimandare che il figlio aveva impiegato parecchio tempo a superare certi timori e a capire veramente i suoi bisogni e che loro non potevano pretendere di fare altrettanto a due giorni dalla notizia, li fece entrare in un’ottica di chiarimento della situazione che venne percepita in modo meno tragico.

Il mondo omosessuale per i genitori è praticamente del tutto sconosciuto e si sa che ciò che non si conosce viene temuto perché confonde, rende insicuri e non si sa che cosa ci si possa aspettare.

Tuttavia, quando non è sconosciuto è presentato tramite accezioni negative. Ad esempio, esiste ancora l’immagine dell’omosessualità come malattia, come peccato e punizione.

In terapia i genitori vengono ascoltati empaticamente. Vengono accettate le loro emozioni senza giudicare, ma in modo comprensivo. Allo stesso tempo si da il tempo per metabolizzarle e si cerca di riportarli a quella che dovrebbe essere la vera natura del rapporto con i figli. L’obiettivo terapeutico è quello di evitare la sensazione di isolamento, sia nei genitori che nei figli.

Il mio desiderio è che prima o poi non ci sia bisogno che le persone abbiano la necessità di andare in giro a rivelare la propria omosessualità allo stesso modo di come si debba confessare un peccato. Del resto, avete mai visto una persona che quando si presenta sente l’esigenza di specificare di essere eterosessuale?

 

Ott
21
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 21-10-2013

Per tutto il periodo estivo ho sentito tante mamme desiderare il momento del rientro a scuola dei figli per poter conciliare meglio le attività giornaliere.

Ora che i bambini hanno ripreso l’attività scolastica le madri si sentono in difficoltà, soprattutto quelle i cui figli hanno iniziato a frequentare la prima classe.

Il passaggio dalla scuola dell’infanzia alla primaria è estremamente importante per i figli, ma anche per i genitori e alcune delle domande principali che ci si pone è:  “Come adattarsi a questo grosso cambiamento nel miglior modo possibile e come gestire i compiti a casa?”

Ecco qualche utile indicazione.

  • Innanzi tutto è meglio riuscire a far riposare i bambini a sufficienza in modo tale da non aver “guerre” di sonno già di buon mattino
  • Far preparare le cartella al bambino fin dalla sera prima è una sana abitudine che lo responsabilizza, lo aiuta nel suo processo di autonomia ed evita corse e dimenticanze poco prima di recarsi a scuola.
  • I compiti devono essere svolti dai bambini. Questo è fondamentale. Tanti genitori, per manie di controllo, mancanza di tempo e perché non accettano che i pargoli facciano brutte figure con le docenti tendono a sostituirsi ai figli. In questo modo trascurano il fatto che è meglio che sbaglino ma che ragionino su quello che stanno facendo piuttosto che facciano correttamente (sotto dettatura dei grandi), ma senza aver appreso nulla.

Molti me ne vorranno, ma ritengo che sempre per lo stesso motivo di cui sopra, a volte è meglio mandare il bambino a scuola senza che vengano corretti i compiti a casa (a meno che non si sia sicuri che il bambino abbia davvero capito e appreso ciò che gli è stato chiesto di fare), perché questo permette agli insegnanti di constatare effettivamente quali siano le difficoltà maggiori e in cosa devono concentrare di più il loro operato.

  • E’ fondamentale che scuola e famiglia collaborino in armonia, per questo ci deve essere una comunicazione chiara e rispettosa fra le parti e un rispetto dei ruoli che spesso non vengono considerati. Sostituirsi al lavoro e al metodo degli insegnanti potrebbe causare dei danni non indifferenti. Il bambino inoltre, facendo autonomamente i compiti sarà più responsabile e motivato a far bene perché verrà rinforzato sul suo operato e la sua autostima verrà alimentata.
  • I bambini devono sapere che in caso di necessità reale, potranno chiedere una mano all’adulto di riferimento.
  • I bambini sono tutti diversi, c’è chi ha una natura indipendente e pretende di far da solo i compiti, c’è invece chi vorrebbe il genitore seduto affianco per tutto il tempo, c’è chi ha delle reali difficoltà che richiede più attenzione e impegno. Imparare a distinguere questi tre “modelli” è già un buon inizio per sapere poi come porsi.
  • Se il bambino ha delle difficoltà, evitare di svalutarlo o dirgli che è pigro, lo renderete solo più insicuro e dipendente da voi.
  • Date sempre uno sguardo ai quaderni dei ragazzi e rinforzarli positivamente per il loro operato. Apprezzeranno tanto il vostro interesse.
  • Considerate che se il bambino viene responsabilizzato fin da subito sarà in grado di valutare i voti negativi e si organizzerà per porvi rimedio. Aiutatelo a ragionare su questo evitandogli inutili imbarazzi.

Qualche giorno fa mi ha chiamata un amico leggendomi un articolo del Guerin Sportivo (Novembre 2013), che descrive Balotelli come un ragazzo che  ha paura di essere abbandonato che dice così: […] ho trovato una considerazione sulla Sindrome dell’abbandono firmata da Caterina Steri che mi ha fatto riflettere. -Un comune denominatore che spesso si presenta tra le persone è la paura dell’abbandono, ovvero il timore di rimanere soli, privi di un legame affettivo, senza che nessuno si occupi di loro. Tutti possiamo sentire il timore di essere abbandonati, ma la maggior parte ci convive senza nessuna conseguenza specifica.

Quando questa paura non viene gestita si trasforma in una vera e propria sindrome attraverso la manifestazione di un forte disagio che può portare dall’angoscia alla depressione.

Ne possono soffrire sia i bambini (soprattutto nei confronti della figura materna), sia gli adulti nei confronti di una persona significativa. Si ha paura che l’altro possa morire o andare via e si resta sempre della convinzione che nonostante le cose vadano bene prima o poi si finirà soli. Ci si sente emotivamente dipendenti dall’altro e non si tollerano le separazioni, anche brevi, a causa della paura di perdere il legame di intimità.

Per capire dove ha origine la sindrome dell’abbandono sarebbe opportuno fare un salto nel passato. Una predisposizione naturale o famiglie in cui ci sono stati veri e propri abbandoni, lutti, in cui si è stati trascurati o ancor peggio ignorati, possono causare sia nei bambini che negli adulti la sindrome-.

Ora, non mi pare il caso di parlare dell’insofferente giocatore di cui poco so e di cui sicuramente si parla già abbondantemente,  ma mi faceva piacere condividere con voi la sorpresa e il piacere che un mio articolo sia stato citato da una storica testata giornalistica come il Guerin Sportivo. Non solo io, ma anche la mia autostima ringrazia.

Devo poi ringraziare pubblicamente il mio amico Mauro che tanto segue ciò che scrivo e spesso mi rinforza positivamente!

Buona giornata a tutti allora,

Ott
14
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 14-10-2013

Come detto in Il lutto, un’esperienza che ognuno vive a modo proprio  in seguito alla perdita di una persona cara ci si organizza in modo diverso per andare avanti.

Tra le tante situazioni capita che le persone positive per natura sentano scalpitare il bisogno di riprendersi.

A momenti di totale sconforto in cui si pensa che la vita sia crudele e negativa, si alternano fasi di desiderio di stare bene, di tentativi di riprendersi.

Dopo il lutto, ogni esperienza viene vissuta pesantemente, si ha la sensazione di riprendere a vivere da zero come se tutto si facesse per la prima volta.  Quando si esce nuovamente con gli amici, si va al cinema, si fa shopping, il primo viaggio, il cambio di una casa. Si lascia quella vecchia, culla di ricordi con il defunto per passare ad una nuova dove si inizia sapendo che nulla ci legherà a chi ci manca se non il suo ricordo. Ogni volta che si fa qualcosa si pensa alla persona mancata chiedendosi ad esempio come avrebbe fatto lei al posto nostro o cosa ne avrebbe pensato.

Non solo la mente e il cuore devono abituarsi, ma anche il fisico è stanco, contratto, dolorante (frequente è il dolore continuo al petto, proprio in corrispondenza del cuore, che viene riferito da chi subisce il lutto). Poi ci si abitua nuovamente, si provano anche momenti di gioia a volte alternati dallo scorrere di lacrime che  ricordano la mancanza della persona cara. Si scopre di aver voglia di vivere, anzi di godere al meglio di tutto ciò che la vita da e di non sprecarla, ma si sente costantemente una piccola ferita che non permette di godere appieno della gioia vissuta.

Ci si chiede anche se si sarà condannati a questo per sempre? A ciò non saprei rispondere se non con un forse. E’ tutto troppo soggettivo per poterlo sapere con certezza.

Ciò che so è che maggiore è la consapevolezza di ciò che si è perso, maggiore è l’importanza che si da alla vita, al non volersi accontentare e viverla passivamente. Si ha bisogno di sentirsi protagonisti.

In psicoterapia questo si traduce in momenti in cui si esce dalla studio del terapeuta con la sensazione di poter cavalcare il mondo, a quelli in cui ci si sente confortati e a quelli in cui ci si concede di sentirsi totalmente giù perché è naturale, fisiologico e perché prima di risalire si ha bisogno di toccare il fondo vivendo appieno dolore e disperazione.

Ott
10
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 10-10-2013

Buongiorno a tutti,

per rispondere ad alcune richieste che mi sono state poste di recente, vi ricordo che NON lavoro più a Bergamo ma potete continuare a contattarmi per fissare un appuntamento sia a Cagliari che a Villacidro (VS).

Gli appuntamenti possono essere fissati SOLO ED ESCLUSIVAMENTE chiamandomi al numero 3207297686 (NO SMS).

Per qualsiasi altra informazione potete anche scrivermi all’indirizzo di posta elettronica caterina.steri@tiscali.it

Ricordo ancora che è disponibile il servizio di Consulenza e  pronto soccorso psicologici di cui vi parlai tempo fa.

Vi rimando alle prossime settimane per ulteriori novità lavorative.

Buona giornata a tutti,

Caterina.

Ott
07
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 07-10-2013

Il “caso risolto felicemente” di una terapia non costituisce una “guarigione” nel senso di rappresentare un prodotto finito, ma con questa espressione s’intende affermare che il paziente possiede ora quei mezzi e quegli strumenti che gli consentiranno di affrontare i problemi ogni volta che se ne presenteranno. Egli è ormai in grado di muoversi libero dagli strascichi di atti iniziati ma non portati a termine.

Fritz Perls, La terapia della Gestalt, 1951

Ott
03
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 03-10-2013

Qualche giorno fa, aggirandomi nei meandri di alcuni uffici pubblici, mi sono imbattuta sul cartello di cui vedete la foto sopra.

Non ho potuto fare a meno di fotografarlo.

Sarebbe veramente ideale che tutti si rifacessero ad una comunicazione assertiva, sia in ambito privato che in quello professionale.

I vantaggi sarebbero importanti poiché:

  • stimolerebbe la diffusione di rapporti costruttivi, rispettosi e liberi da pregiudizi;
  • gli interlocutori si porrebbero tutti sullo stesso piano in modo da evitare tentativi di sopraffazione;
  • si creerebbe una comunicazione più chiara e semplice che darebbe poco spazio alla libera interpretazione;
  • prestando attenzione alla comunicazione del corpo e non solo alle parole dette si carpirebbe un numero maggiore di informazioni sull’interlocutore;
  • si eviterebbero degli scontri riguardo ai toni usati;
  • tutti sarebbero alla portata dei concetti spiegati;
  • aiuterebbe ad accettare le critiche e a mettersi in gioco in modo costruttivo per poter sempre migliorare;

Che dire quindi rispetto al manifesto furtivamente fotografato? Non sarebbe male che venisse esposto in tutti i luoghi di lavoro, ma soprattutto sarebbe ideale che in tutti i settori venissero organizzati dei corsi veri e propri riguardo l’uso della comunicazione assertiva e dei suoi vantaggi.

Speriamo bene!

Se vuoi sapere di più sulla comunicazione assertiva clicca quì.