Set
30
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 30-09-2013

A distanza di qualche anno, rispetto a quando mi sono trasferita in alta Italia (nonostante abbia sempre proseguito la mia attività professionale in terra natìa), posso dire di esser cambiata e questo mi da tanta soddisfazione. Uno dei tanti risvolti della mia avventura è che ho imparato ad apprezzare luoghi che ritenevo (frutto di ignoranza, nel senso di mancanza di esperienza diretta) non degni del confronto con la Sardegna. Si sa, tanti sardi non apprezzano il Nord Italia e viceversa.

Il mio terrore era la nebbia, il freddo, la mancanza del mare, la presenza di persone che denigrassero i “terroni” e gli “isolani”. Invece che è successo?

Ho scoperto tanti motivi per apprezzare dei luoghi a me sconosciuti e ingenuamente “temuti”.

Dopo il Veneto mi sono ritrovata in una splendida città, Bergamo, in cui l’ordine, la pulizia, i colori dei fiori delle aiuole che periodicamente vengono sostituiti, mi riempivano la vista e il cuore.

La praticità di potersi spostare liberamente in ogni dove, sia con la macchina che con i mezzi pubblici, mi hanno fatto provare un senso di libertà che in un’isola è difficile percepire.

Mi sono innamorata delle montagne! Mai avrei pensato di rinunciare ad una vacanza al mare per la montagna, ora ne ho già in programma una!

Ho apprezzato la neve e anche il freddo (certo, a quest’ultimo preferisco sempre il caldo!) Ma la neve, quella bianchissima, compatta in cui ti puoi cimentare a fare sport e ad abbronzarti, quella l’adoro!

E ho apprezzato le persone che ho conosciuto, molto più simili ai sardi di quanto avessi mai pensato. Persone di luoghi diversi con tanta voglia di fare, di socializzare, di confrontarsi.

Ancora, ho apprezzato la realtà dei laghi, il Garda, l’Iseo, quello di Como, Endine… Sono arrivata pure ad immergermi nelle loro acque!

E ho avuto la possibilità di conoscere luoghi che se non avessi vissuto qui non avrei mai visto: Morimondo, (quello del film di Checco Zalone, per intenderci),  Salò, le risaie e i vigneti Piemontesi, i borghi emiliani… Luoghi in cui noi sardi diffcilmente “incappiamo”, se non per motivi specifici.

Ho mangiato la polenta anche in periodi non freddi e mi è piaciuta tanto!

Che dire? Dopo aver frequentato la scuola di specializzazione a Roma per quattro anni che mi ha permesso oltre che di formarmi, anche di arricchirmi personalmente, pensavo di dare un freno alle mie trasferte, invece per altri motivi sono aumentate. E’ stato un periodo molto duro, soprattutto all’inizio, però posso essere contenta di averlo fatto e mi sento di dover ringraziare chi mi ha spinto in quest’avventura.

Ora non so se è già arrivato il momento della sedentarietà, quello che voglio ripromettermi è sicuramente di continuare a viaggiare.

Intanto, spero di trovarmi altrettanto bene nel luogo in cui mi sto trasferendo e di continuare a lavorare serenamente come faccio da un po’ di tempo a questa parte. Continuate pure a contattarmi per stabilire insieme dei colloqui in attesa di alcune novità lavorative.

Buona settimana a tutti,

Caterina.

 

Set
26
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 26-09-2013

Tante persone omosessuali non riescono a vivere bene la loro situazione in quando divorate dal senso di colpa.

Solitamente ci si rende conto delle proprie tendenze sessuali durante il periodo adolescenziale (a volte anche più tardi), e difficilmente si riesce ad accettare serenamente la propria omosessualità.

Capita di arrabbiarsi e di sentisti in colpa. Spesso si sviluppano sintomi d’ansia perché incapaci di gestire le emozioni e le pulsioni contro le quali si cerca di combattere anziché conviverci.

Nel 1973 l’omosessualità è stata rimossa dalla lista delle malattie mentali ed  è  stata  invece  riconosciuta  come  ‘variante  non patologica  del  comportamento  sessuale’.  Nel  1993,  la  stessa  posizione  veniva  ufficialmente  condivisa  dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

L’omosessualità è “solo” uno dei possibili orientamenti sessuali di una persona.

Nonostante questi riconoscimenti ufficiali, siamo ancora molto lontani dal far sì che un omosessuale si senta libero di vivere la propria natura.

I tanti pregiudizi, i divieti, la mancanza di tutela e anche di un’educazione sessuale adeguata e libera da tabù inevitabilmente causano dei conflitti interiori.

Tanti sono i sintomi di un malessere dovuto al senso di castrazione a cui la società sottopone con il proprio rigido giudizio.

Tra i disagi psicologici più frequenti che ho visto in persone omosessuali in primis l’ansia che funge da portavoce di tutto il malessere nascosto.

Anche il senso di colpa inchioda: soprattutto perché si sente di essere esclusi dai “normali” canoni sociali. La tendenza è spesso quella di andare via in luoghi lontani in cui non si è costretti a nascondersi.

L’ambiente familiare in cui si vive  ha un ruolo molto importante nell’affrontare la propria omosessualità.

Famiglie non giudicanti che appoggiano i familiari e li apprezzano per ciò che valgono realmente, indipendentemente dall’orientamento sessuale, che concedono loro fiducia fanno si che vivano più serenamente e senza troppi drammi l’omosessualità.

Le famiglie invece che si vergognano, che non accettano in alcun modo l’omosessualità e basano la propria opinione sul familiare solo concentrandosi sull’orientamento sessuale “sbagliato” non fanno altro che aggravare una situazione già di per se potenzialmente difficile. In questo caso il senso di colpa può scaturire dalla paura di deludere, dal sentirsi inadeguati, dalla sensazione di non poter avere una vita normale. Tutti messaggi che vengono rimandati dall’ambiente in cui si vive.

Chi chiede l’aiuto dello psicoterapeuta ha la necessità di liberarsi da una situazione vissuta in modo problematico. Alcuni vorrebbero liberarsi dalla propria omosessualità e allora lì è necessario porsi l’obiettivo terapeutico di accettare la propria natura. Altri vorrebbero liberarsi dal senso di colpa e di inadeguatezza e fregarsene del giudizio altrui. In questo caso sarebbe essenziale lavorare sull’autostima.

Altri ancora chiedono una mano per trovare il modo migliore di dichiarare alla propria famiglia la situazione reale.

E’ ovvio che il setting in cui il paziente arriva, (ma questo vale per tutti i pazienti), deve essere neutrale e scevro da qualsiasi giudizio e opinione personale.

Lo studio del terapeuta in tanti casi è il primo luogo in cui la persona può parlare apertamente del proprio disagio e costituisce il trampolino di lancio da cui decidere di affrontare le situazioni anche al di fuori di esso.

Set
23
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 23-09-2013
La copertina di Matti da Sognare

La copertina di Matti da Sognare

Tempo fa in alcuni miei post (Flip through the world: è ancora possibile realizzare dei sogni e Blog-rassegna 2: FlipThroughThe World) vi parlai di una coppia di ragazzi che lasciarono la loro “normale” vita per intraprendere il giro del mondo fino a che non sono arrivati, non so fino a quando, in Australia. Abbiamo potuto seguire la loro storia grazie al blog Flip through the world e ora anche grazie al fantastico libro in vendita da qualche giorno dal titolo Matti da Sognare.

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Ora rimaniamo in attesa di una presentazione ufficiale a Cagliari, Sadali e Roma con l’autrice del libro Francesca Vargiu. Per ulteriori informazioni sugli eventi potete seguire la pagina su Facebook Matti da sognare o il loro blog Flip through the world.

Ecco l’occasione di leggere nero su bianco come i sogni delle persone si possano realizzare!

Buona lettura e buona settimana a tutti,

Caterina.

Set
19
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 19-09-2013

Affrontando in terapia diversi casi di dipendenze affettive, mi rendo conto che diventare consapevoli della propria situazione è solo uno dei primi passi per passare ad una risoluzione totale di essa.

Il primo passo è quello di rivolgersi ad un terapeuta perché non si sa più come fare ad affrontare il malessere che spesso non viene attribuito direttamente alla propria relazione.

Il secondo eclatante step è quello di ammettere a se stessi di essere vittime di dipendenza.

Conseguentemente dovrebbero seguire tutta una serie di manovre che porteranno alla liberazione dalle catene della dipendenza. Tale sequenza non è del tutto automatica.

Mi è capitato di vedere diverse volte che dopo l’acquisizione della consapevolezza il paziente si sente di fronte ad un bivio: spezzare le catene della relazione, lottare per non rendere vani tutti gli obiettivi terapeutici raggiunti e fare un salto nel buio di una situazione sconosciuta in cui bisogna andare avanti con le proprie risorse o rimanere nella relazione anche se si è pienamente a conoscenza del fatto che fa stare male, ma è pur sempre una situazione conosciuta che permette di stare fermi e non essere costretti a ricostruirsi e a mettersi nuovamente in gioco?

Questo mi pare uno dei momenti più delicati della terapia.

Il paziente sa di essere responsabile delle proprie decisioni, il terapeuta lo aiuta a vedere le cose più chiaramente e a fare un quadro delle conseguenze di ciò che deciderà consapevolmente di fare.

Ognuno naturalmente ha i propri tempi. C’è chi è molto veloce a decidere di andare avanti, chi invece ha bisogno di più tempo. L’autostima, come al solito fa tanto, infatti il terapeuta si prefissa di fare un lavoro su di essa per cercare di renderla più solida possibile.

Spesso il paziente prova la sensazione di essere costretto a prendere una decisione e se la prende con il terapeuta, da cui si vorrebbe sentir dire che cosa fare. Ma il terapeuta non è un amico che da consigli, è un professionista che aiuta ad attuare dei cambiamenti e ad affrontarne le resistenze.

Quando si diventa consapevoli di esser totalmente responsabili delle proprie decisioni le reazioni sono diverse:

  • ci si arrabbia e si pensa; “chi me lo ha fatto fare”?
  • ci si rimbocca le maniche e ci si dice di avere delle risorse tali per cui si è in grado di affrontare la situazione e riprendere in mano la propria vita.

Ma cosa succede dopo questo?

Chi decide di non voler affrontare il cambiamento e la rottura della relazione, fa un passo indietro rispetto al percorso terapeutico. Torna a casa e continua a vivere come da tempo ha fatto. Si dirà che prima o poi la situazione cambierà e che basterà solo aspettare. Si porrà in modo passivo rispetto agli eventi della vita, non si prenderà le responsabilità delle proprie azioni ma troverà spesso cause esterne al proprio malessere (la sfortuna per prima!)

Chi invece decide di andare avanti, attua il cambiamento, decide di spezzare le catene della dipendenza e affronta insieme al terapeuta tutto le conseguenze. All’inizio non sarà facile “sconvolgere” la propria vita (alcuni avranno la sensazione di stare peggio di prima perché sentiranno la sensazione di vuoto dovuta alla mancata abitudine di prendersi cura di se e non solo degli altri), ma se si riesce a controllare le ricadute e a dare un taglio netto con il passato, allora sì che ci si risolleverà e si assaporerà il vero gusto della libertà.

Arrivati a questo punto, per nulla si tornerà indietro e la salute mentale, fisica e l’autostima non faranno altro che ringraziare chi ha deciso per il cambiamento!

 

Set
16
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 16-09-2013

Di recente mi è stato chiesto se io curassi casi di omosessualità, ovvero se facessi un lavoro di aiuto a persone omosessuali per cambiare il loro orientamento sessuale.

Come già letto in La cura per i gay non esiste semplicemente perchè non sono malati , l’omosessualità non è affatto una malattia.

Già Freud, secondo cui l’omosessualità rappresentava un arresto del normale sviluppo della persone, scrisse in una lettera che l’omosessualità “non è niente di cui vergognarsi, non è un vizio, non è degradazione, non può essere classificata come malattia,  ma come una variante della funzione sessuale”. Aggiunse ancora che il tentativo di far cambiare orientamento sessuale alle persone può solo sfociare in un fallimento.

Ci sarebbe da aprire un vaso di Pandora riguardo a questo tema e sarebbe troppo superbo e ambizioso per me pretendere di spiegare tutto in un solo post, o anche in tanti altri.

Sono ancora parecchi i pregiudizi su questo tema. Attualmente in Italia poco si fa per migliorare la situazione degli omosessuali.

Ciò di cui sono certa è che mai mi permetterei di cercare di influenzare l’orientamento sessuale, così come il credo religioso e culturale degli individui.

Lo stesso Ordine Nazionale degli Psicologi afferma che “Lo psicologo è consapevole della responsabilità sociale derivante dal fatto che, nell’esercizio professionale, può intervenire significativamente nella vita degli altri… “ e “nell’esercizio della professione, lo psicologo rispetta la dignità, il diritto alla riservatezza, all’autodeterminazione ed all’autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni; ne rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori; non opera discriminazioni in base a religione, etnia, nazionalità, estrazione sociale, stato socio/economico, sesso di appartenenza, orientamento sessuale, disabilità (2008).”

Per rispondere alla domanda che mi è stata posta quindi, dichiaro che non vengono contemplate delle terapie riparative all’omosessualità.

Da poco si è rivolta a me una persona omosessuale perché divorata dai sensi di colpa per essere tale. Con un duro lavoro di psicoterapia, siamo arrivati alla conclusione che il senso di colpa era causato dalla paura del giudizio altrui, in primis dalla famiglia che mai accetterebbe un figlio omosessuale.

Questa persona è cresciuta con la convinzione di essere sbagliata. Una povera autostima l’ha accompagnata per anni, fino a che presa da ansia e sensi di colpa ha deciso di chiedere un aiuto.

Gli obiettivi fondamentali che abbiamo raggiunto insieme sono stati: cura dell’autostima, accettazione della propria omosessualità come qualcosa di non sbagliato, libertà di seguire le proprie pulsioni e di mettersi in gioco in nuove esperienze sentimentali.

Il percorso è ancora in opera, ma i passi in avanti sono stati tanti e tanti ancora saranno.

Vi rimando ai post futuri per continuare il discorso sull’argomento.

Set
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-09-2013

Solitamente la gelosia e  la scarsa autostima vanno di pari passo e si fomentano a vicenda.

Quando i pazienti arrivano nel mio studio per chiedermi un aiuto sulla gestione di un’eccessiva gelosia nei confronti del partner, spesso la soluzione viene trovata nel nutrire abbondantemente un’autostima scarsa o praticamente inesistente.

Il connubio tra gelosia e scarsa autostima non è sempre assoluto e può dipendere da diversi fattori. Ad esempio da un’educazione troppo rigida che ha inculcato, prima nel bambino e poi nell’adulto, la convinzione di non essere adeguato alle situazione e che ha sempre bisogno dell’approvazione o dell’aiuto altrui per andare avanti.

Oppure chi ha subito un tradimento può patire un crollo dell’autostima e smettere di fidarsi dell’altro anche se intenzionato a ristabilire il rapporto. In questi casi si tende ad essere rigidi ed estremisti, a vedere sempre tutto bianco o tutto nero senza vie intermedie.

La gelosia può essere scatenata anche da ambigui comportamenti del partner che destano sospetti.

Chi ha una scarsa autostima si concentra eccessivamente sull’altro perché poco fiducioso e sempre sospettoso. In realtà evita di guardarsi dentro perché quando accade vede una persona inadeguata e non bella, quindi sempre a rischio di essere tradita o trascurata. Ma fino a quando non imparerà a volersi bene è inutile pretendere che lo facciano gli altri. E’ solo un tentativo disperato di colmare attraverso gli altri ciò che non si riesce a fare in prima persona. Tutto ciò può dare origine  ad un meccanismo mentale del genere  ”siccome io non sono una persona con delle belle qualità, il mio partner prima o poi preferirà un altro e mi tradirà o mi lascerà”. Questo pensiero non potrà far altro che scatenare gelosia e ulteriori insicurezze.

Quello tra scarsa autostima e gelosia eccessiva è un circuito che si autoalimenta: la prima causa la seconda che a sua volta rinforza la prima.

Il rischio è di soffocare l’altro e portarlo a tradire o ad interrompere la relazione. Quella che viene nominata profezia che si auto avvera. Se temi qualcosa, prima o poi questa paura si concretizzerà perché i continui tentativi per risolvere il problema non faranno altro che alimentarlo. Nel caso della gelosia eccessiva, la paura di essere traditi/lasciati porterà a controllare in continuazione il partner fino a quando questo non tollererà più le vostre manovre di soffocamento e sarà costretto a prendere una drastica decisione.

Per combattere questa problematica assai diffusa è necessario un duro lavoro interiore che costituisca la spinta ad amarsi e a non voler cercare forzatamente nelle altre persone la soluzione alle proprie mancanze.

A volte l’eccessiva gelosia è invece sintomo di un forte problema di coppia e come tale dovrebbe essere affrontato, ma questo è un discorso a parte.

Se ti è piaciuto l’articolo, approfondisci la tua lettura con gli altri spot sulla gelosia e l’autostima.

 

Set
09
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 09-09-2013

Dopo tre mesi di pausa, gli orari più flessibili, le giornate passate a giocare, il rientro a scuola potrebbe risultare pesante sia per i bambini che per i genitori che dovranno gestirli durante i momenti di stanchezza e di tensione nel riprendere in mano i libri.

Così come è difficile per gli adulti rientrare al lavoro dopo le ferie, stesso discorso vale per gli studenti che rischiano di dover affrontare il mal di scuola: stanchezza, mal di testa, disturbi del sonno.

Oltre ad una forte componente psicologica del mal di scuola e della sindrome da rientro vacanziero, ne esiste anche una fisiologica. Infatti, durante le vacanze, anche le ghiandole che producono gli ormoni dello stress “riposano” grazie al rallentamento degli stili di vita. Occorre quindi un loro riadattamento alle giornate a pieno ritmo che viene percepito dalle persone attraverso i sintomi tipici di cui sopra vi ho accennato.

Già dopo una settimana dal rientro a scuola è normale essere più attivi. Solo nei casi più gravi, i sintomi non scompaiono ma sfociano in ansia o depressione.

Per non perdere il sorriso anche in questa situazione, si possono seguire delle strategie ben definite.

  • Il primo passo da fare è sicuramente quello di infondere nei bambini la voglia di rientrare a scuola, ad esempio ricordando i bei momenti da trascorrere con gli amici, le maestre, le gite, i giochi fatti durante l’attività.
  • Coinvolgerli nell’acquisto del materiale scolastico.
  • Il rientro ai ritmi della scuola non deve essere brusco, effettuato da un giorno all’altro, ma bisognerebbe riabituare i bambini già da qualche tempo prima. Ad esempio,iniziando nuovamente a mandarli a letto presto la sera e facendoli dormire tutte le ore necessarie affinchè si possano risvegliare sufficientemente riposati.
  • Far fare un’abbondante colazione e dedicare alcune ore della giornata alla lettura o alla compilazione dei libri estivi che solitamente vengono consigliati dalle insegnanti.
  • Far preparare lo zaino per la scuola.
  • Decidere insieme che tipo di merenda portare per la ricreazione.
  • Rimettere i bambini in contatto, se durante la pausa estiva non c’è stata occasione, con i compagni di classe.
  • Non pretendere e non far pesare ai bambini di non essere pienamente in forma sin dal primo giorno di scuola, tanto meno confrontarli agli altri che sono più “svegli”.
  • Meglio spronarli, ma con le giuste dosi.
  • Capire quando i loro sintomi da rientro sono veri e quando invece sfociano nei capricci è molto utile per non colludere con essi.

So che quando si parla di capricci il tema è angusto e ignorarli diventa difficile, ma pensate di agire sempre secondo il bene dei vostri bambini.

Se ti è piaciuto il post, leggi anche gli altri correlati a questo cliccando quì.

Set
05
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 05-09-2013

Buongiorno a tutti,

dopo esattamente due anni di lavoro a Bergamo, anche questa parentesi si chiude.

Per vari motivi lascerò questa splendida città che mi ha accolto con tanto calore.

E’ arrivato il momento di tornare definitivamente a dedicarmi a tempo pieno alla mia professione in Sardegna.

Mi spiace parecchio dover lasciare l’ambiente bergamasco, ma sono felice di questo cambiamento che sono sicura porterà nuovi risvolti personali e lavorativi.

Le terapie iniziate a Bergamo si concluderanno senza forzature. Non farebbe parte di me e non sarebbe etico interromperle improvvisamente senza aver programmato un lavoro di chiusura con i miei pazienti e senza aver raggiunto gli obiettivi prefissati.

Che dire? Non prendo mai alla leggera le chiusure, ma penso che ogni tanto ci vogliano dei cambiamenti importanti che diano vita a nuovi stimoli e nuovi progetti.

Mi sento in dovere di ringraziare non solo i pazienti con cui ho lavorato in questi due anni, ma anche gli amici che ho conosciuto qui e che mi hanno permesso di conoscere realtà tanto diverse ed interessanti. E ringrazio anche chi mi ha accompagnato in questa esperienza con cui ho potuto scoprire e sperimentare nuovi luoghi, culture e costumi.

Posso affermare con orgoglio che il mio bagaglio culturale sia diventato più “importante” e che abbia influito fortemente ad un’ulteriore apertura mentale e professionale.

Vi rimando ai prossimi post per i nuovi risvolti lavorativi in Sardegna. Intanto vi ricordo che sono sempre disponibile per il lavoro sia di consulenze, sostegno psicologico, psicoterapie a Villacidro (VS) e a Cagliari.

Intanto mi preparo a salutare Bergamo.

Caterina.

Il lutto, come avevo già accennato in un precedente post , è un’esperienza soggettiva costituita da diverse fasi che vengono vissute in periodi e tempi diversi.

Varie sono le esperienze emotive da affrontare: l’incredulità, la disperazione, la rabbia, l’accettazione dell’evento. Alcuni purtroppo sperimentano anche il senso di colpa.

Quest’ultimo può scaturire da situazioni particolari: parole sbagliate pronunciate in precedenza alle quali ora non si può più riparare o perché si sente di non aver fatto abbastanza per chi è deceduto.

Alcuni si sentono in colpa perché dopo la morte del proprio caro si sentono sollevati o perché hanno dovuto decidere se spegnere le macchine da cui dipendeva il battere del suo cuore.

Tante e diverse possono essere le cause del senso di colpa da cui può scaturire una cristallizzazione nella vita di chi è sopravvissuto.

C’è chi, per non fare un torto alla memoria del defunto, decide di non concedersi nessun tipo di piacere. Una punizione per dimostrare che dato che il defunto non può più sperimentarle, anche i sopravvissuti non debbano farlo.

Lungi da me il giudicare come ognuno vive il lutto, ma stare fermi e non godere più della propria vita mi pare più sprecare ciò che ci viene concesso ogni giorno che espiare delle colpe (che forse tali non sono).

Ho visto alcune donne che avendo subito lutti importanti hanno deciso di vivere al minimo la vita e di non concedersi nulla che non fosse strettamente necessario. Senza pensare che onorare la vita e viverla al meglio potrebbe essere un riscatto nei confronti della perdita subita e che anche il defunto avrebbe voluto viverla così.

Tanto si può imparare da un’esperienza luttuosa. Si può ad esempio sentirsi terribilmente consapevoli della umana natura mortale. Una sensazione che potrebbe causare paura ed angoscia. Ma come dice Virginia Satir “”La vita non è come dovrebbe essere: è quella che è. È il modo in cui l’affronti che fa la differenza”.

La consapevolezza di non essere eterni potrebbe essere presa ad esempio per vivere al meglio ogni evento e ogni giorno della vita, in modo da darle un senso. La si può intendere onorando la memoria di chi abbiamo perso, riuscendo a fare ciò che l’altro avrebbe voluto ma che non ha potuto per mancanza di tempo. Se invece chi ci ha lasciato non era capace di vivere serenamente, potremmo invece dimostrare alla sua memoria che la vita è bella e per questo va goduta fino in fondo.

Il senso di colpa è solo un freno alla bellezza della vita. Riprendere a sorridere e a stare bene non è un reato, è un ringraziamento verso la possibilità di vivere. E’ anche un modo per sentire vicino il defunto in modo più “leggero” condividendo con il suo ricordo piacevoli esperienze.

E’ luogo comune inoltre che vivere bene significa amare meno la persona scomparsa. Io non condivido questo pensiero. Vivere bene significa essere consapevoli di avere la fortuna di poter andare avanti senza sprecare un attimo.

Con questo discorso non voglio dire che così facendo il dolore per un lutto passerà. Forse con il tempo, se decidiamo di reagire al meglio, si attenuerà. Potremo imparare a convivere con il dolore, a dargli il giusto spazio nella nostra quotidianità e nonostante la sua costante presenza, a godere di momenti felici anche piangendo per la mancanza di chi purtroppo non è più con noi.