Da anni le nostre vite sono state invase da internet e dai social network. E mentre prima riuscivamo a farne uso solo a casa o in ufficio, con l’avvento degli smartphones il mondo web con annessi econnessi non ha più confini.

Quello di aggiornare il proprio stato, twittare, o costruire una fattoria assieme ad altri partecipanti è un fenomeno in continua ascesa che non da segni di calo, anzi! Potete immaginare voi la vostra vita senza internet e almeno un  social network?

La maggior parte di noi appena ha cinque minuti di tempo non resiste alla tentazione di dare uno sguardo veloce al mondo di fb o al cellulare per vedere se sono arrivati dei messaggi. E se dovesse avanzare un po’ di tempo, inesorabilmente si finisce per fare un salto sulla prima pagina “virtuale” del quotidiano che una volta andavamo a prendere all’edicola più vicina a casa. Oppure guardiamo un filmato su you tube che ci ha consigliato un amico e, metti caso che ci piaccia, perché non condividerlo sul nostro social network preferito?

Vogliamo parlare poi di quando si sta insieme ad altre persone e non si ricorda ad esempio il nome di quel famoso cantante che andava tanto in voga negli anni ottanta? Basta metter mano al proprio smartphone e in qualche secondo la soluzione è trovata!

A dir la verità, questa cosa mi spaventa parecchio perché alla fine non sentiamo più il bisogno e lo stimolo di esercitare la nostra mente a ricordare: c’è internet che lavora per noi.

Ma non solo internet ci ha invaso, pure i semplici cellulari! Dimenticare l’aggeggio a casa significa per forza dover tornare indietro per recuperarlo o cercarlo in continuazione in tasca a o nella borsetta maledicendosi poi per non averlo con se.

Io per prima, dedico tempo alle attività virtuali e cerco di far conoscere il mio mestiere facendo la blogger, o scrivendo su rubriche come questa. Pure gli psicologi sono caduti nella “rete”. In effetti, quale mezzo di comunicazione riuscirebbe a diffondere più velocemente di internet le varie notizie, dal seno scoperto della duchessa ai risultati di importanti ricerche scientifiche?

Insomma, come per la maggior parte dei fenomeni, ci sono i pro e i contro. Ci troviamo di fronte a diversi geniali/mostruosi strumenti che ci hanno cambiato la vita.

Se notate bene, quando ci riferiamo a loro cambia anche il nostro linguaggio, usiamo parole nate da relativamente poco tempo. Insomma, è praticamente impossibile prescindere da essi, qualsiasi sia l’ambito della nostra quotidianità, dal lavoro al tempo libero, alla famiglia, all’educazione.

Ci danno la possibilità di divertirci, occasioni per fare nuovi incontri e di allargare le conoscenze, ma anche di cadere nella rete della solitudine, delle false identità, della pedofilia, di comportamenti aggressivi, stalking, violazione e abuso di informazioni, di dipendenze patologiche. C’è pure il grosso rischio di eliminare i confini tra mondo reale e virtuale.

In realtà la sete di informazione e la possibilità di sapere tutto e subito ci porta di fronte a svariate situazioni. Ad esempio, qualche settimana fa in spiaggia ho notato due persone che svolgevano i cruciverba e che cercavano le soluzioni su internet! Da un lato sorridevo, dall’altro ho sentito una forte nostalgia di quando sdraiati a crogiolarsi sotto il sole una persona leggeva agli altri della comitiva la definizione del “5 verticale” e questi “pensavano” alla risposta! Spero non mi venga mai questa tentazione!

Per forza, con il progredire della tecnologia dovevano nascere anche gli strumenti di informazione globale. Forse ciò che non riusciamo a capire è che siamo noi umani a doverli gestire e non a doverli subire e a farci trascinare senza controlli nei vortici del loro sviluppo. Sicuramente non sarebbe male fare prevenzione riguardo agli abusi che si possono sviluppare e dare uno sguardo più attento a quelli che potrebbero essere i soggetti più a rischio di venire intrappolati nella “rete”. Così facendo si potrebbe dare un ulteriore contributo alla possibilità di godere appieno dei nostri moderni compagni di vita.

Set
24
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 24-09-2012

I pazienti quando arrivano nel mio studio sanno bene cosa chiedermi: vogliono avere in mano la spiegazione del loro problemi. Allora si ingarbugliano nelle ipotesi più razionali possibili, pretendendo da me una conferma.

Qualche mese fa ho concluso una psicoterapia con una paziente che era l’enciclopedia di se stessa. Una massa indefinita di spiegazioni di qualsiasi genere e la richiesta di una loro conferma assoluta.

Metaforicamente parlando, si sentiva un burattino i cui fili non venivano guidati da lui, ma da qualche ignoto regista. Arrivammo alla conclusione che quei fili di cui parlava erano annodati dalle varie spiegazioni razionali che si dava rispetto alla sua vita, ma nessuna emozione veniva messa in risalto, sentita e vissuta. Da quel momento in poi abbiamo deciso di incentrare la psicoterapia sulla ricerca dell’emozioni, sul loro vissuto e sulla esplicitazione di esse.

Le spiegazioni razionali tante volte servono solo a complicarsi la vita, a discapito dell’ascoltare ciò che si prova.

Le emozioni esercitano una forte influenza sulla ragione e sull’assunzione di decisioni, forniscono informazioni su come si reagisce agli eventi, ai bisogni e agli obiettivi da raggiungere. La loro manifestazione comunica agli altri le nostre intenzioni. Inoltre, essere attenti agli stati emotivi altrui risparmia tante possibili complicazioni. Trascurarle ed evitare di ascoltarle porta a perdersi nei meandri di un’asettica razionalità che non permette di esprimere ciò che veramente si è e si prova.

Per raggiungere il benessere psicofisico occorre integrare la mente con il cuore in modo da non essere trascinati da uno dei due ma neanche esserne esclusi. La consapevolezza dei processi emotivi e la loro considerazione aiuta a trovare un equilibrio, a gestire ansie, delusioni, rabbia. Le emozioni che vengono represse continuano ad agire in sottofondo fino a che non tenteranno di venire a galla con la forza, ad esempio attraverso lo sviluppo di sintomi ben precisi, come quelli ansiosi o psicosomatici.

In corrispondenza di eventi spiacevoli (come ad esempio un lutto o la fine di una relazione), le persone trovano espedienti per non sentire le emozioni e il dolore ad esse associato senza rendersi conto che quando lo si vive appieno, con il tempo lo si tollera meglio e si trova la motivazione per far qualcosa per modificare la condizione negativa. Si sa, le emozioni negative sono difficili da vivere e si tende ad evitarle o a rimuoverle, ma così facendo prima o poi torneranno indietro come un boomerang.

Ci sono poi quei casi in cui ciò che si pensa di dover sentire non corrisponde a ciò che si prova realmente. Tanti sentono rabbia, ad esempio, ma ritenendo che non sia idoneo farlo sapere agli altri, si assumono una maschera di facciata. Anche in questo caso prima o poi la rabbia troverà il suo sfogo, ad esempio attraverso un bel mal di stomaco! A volte è proprio una fortuna che il corpo mandi segnali così forti, altrimenti si ignorerebbe prepotentemente all’infinito ciò di cui si ha veramente bisogno!

Nel caso della mia paziente, il cambiamento terapeutico è consistito in un lavoro di recupero delle emozioni rimosse da anni. Mano a mano che venivano a galla lei riusciva a riconoscerle e ad esprimerle agli altri. In questo modo si è tolta la maschera della razionalità e si è fatta conoscere per quello che è e che sentiva veramente. Questo ha portato inesorabilmente al miglioramento del rapporto con gli altri.

Sull’importanza delle emozioni e il loro vissuto ci sarebbe da parlare tanto, ma essendo questo il post di un blog, preferirei “spezzettare” l’argomento. Intanto posso concludere scrivendovi che in merito alla mia ex paziente, i fili del burattino, seduta, dopo seduta, si sono sciolti dai vari nodi e gradualmente si è riappropriata della propria vita.

 

Set
20
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 20-09-2012

Leggendo le e-mail che mi mandate, noto che i temi più interessati sono quelli delle dipendenze affettive e dell’ansia.

Riguardo a quest’ultima, prima o poi tutti arrivano a scontrarsi con i suoi sintomi. Un’esperienza normale dal momento in cui si sviluppa in situazioni sconosciute o di particolare stress e che passa una volta affrontato il “problema”. Può essere considerata patologica se costituisce un ostacolo per lo svolgimento delle tipiche attività quotidiane: una reazione esagerata, con sintomi altrettanto esagerati, una complessa combinazione di emozioni negative.

Può presentarsi in varie situazioni, fino a sfociare in attacchi di panico e nei casi più gravi, far vivere la persona in una costante paura data dalla possibilità che si possa ripetere la terribile esperienza della crisi acuta: la cosiddetta paura della paura.

L’ansia può essere associata a delle cause particolari (ad esempio la visione di animali, lo stare in mezzo alla folla, in luoghi chiusi, ecc. ecc.) e in questi casi la vittima tende ad evitare le situazioni che intimoriscono. Parliamo in questo caso di fobie specifiche.

L’evitamento delle cause dell’ansia porta a stare sempre in uno stato di allerta o a limitarsi sempre nelle proprie attività.

L’ansia, qualsiasi sia il suo modo di manifestarsi, ha un carattere limitante e repressivo e chi ne soffre tende ad attuare numerosi tentativi di soluzione che spesso non fanno altro che fomentarla.

Questo è dovuto al fatto che non conoscendo il disturbo, il fai da te, potrebbe solo causare degli ulteriori problemi.

Non è un caso, infatti che le persone si rivolgano a me quando le hanno provate tutte!

Non essendo un medico, ma una psicologa e psicoterapeuta, non ho competenze in campo farmacologico.

La cura dell’ansia che propongo non ha nulla a che fare con i farmaci (anche se alcuni pazienti possono affiancare una terapia farmacologica prescritta da un medico).

Il mio lavoro si basa sul colloquio e sul prescrivere dei compiti a casa per aiutare le persone a controllare ed eliminare i sintomi. Ebbene si! L’ansia si può controllare attraverso l’uso di specifiche strategie che il paziente mette in atto grazie al supporto della psicoterapia. All’inizio gli strumenti per vincere il problema vengono messi in mano al paziente che li adopera in modo consapevole fino a che, una volta raggiunto l’obiettivo prefissato durante il colloquio, assume consapevolezza dei meccanismi che ha messo in atto e ne diventa padrone e “gestore” assoluto. E’ questo il principio che porta a sconfiggere l’ansia e a controllarla nel caso avvenga una ricaduta. A volte la soluzione è molto più semplice di quanto possa sembrare. E anche disturbi così ingombranti come quelli dell’ansia o gli attacchi di panico possono essere risolti in poche sedute.

Occorre sempre una grossa motivazione, fiducia nel terapeuta e fiducia in quello che viene detto e richiesto durante i colloqui.

Leggi anche gli altri articoli sull’ansia.

 

Set
17
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 17-09-2012

Buongiorno,

con l’arrivo dell’autunno riprende pure la mia attività sugli incontri di gruppo.

Oggi vi parlerò della proposta di un incontro dedicato al tema della genitorialità, in particolare all’aspetto della comunicazione con i figli.

Se docenti, genitori, responsabili delle scuole fosse interessato ad organizzare l’evento presso l’Istituto scolastico di riferimento (pubblico o privato), può contattarmi via e-mail o telefonicamente ai miei soliti recapiti.

Essere genitori è davvero il mestiere più difficile al mondo? Allora perché non chiedere una mano quando si hanno dei dubbi o non informarsi su come gestire il rapporto con i figli attraverso uno scambio con altri genitori o con gli operatori che si occupano dell’età evolutiva?

Essere genitori è un processo dinamico attraverso il quale si impara a prendersi cura e a rispondere in modo adeguato ai bisogni dei figli, che cambiano in base all’età evolutiva in cui si trovano. Significa inoltre stimolarne la crescita sviluppandone la loro autonomia.

Il ruolo genitoriale è inoltre essenziale nella prospettiva della prevenzione e del successo scolastico. Instaurare un rapporto e una comunicazione positiva sin da quando i figli sono piccoli, non farà che agevolare la loro adolescenza e l’età adulta.

Il sostegno alla genitorialità mira ad aiutare le figure parentali a non imporsi nei confronti dei figli come autoritari (coloro che dettano le leggi), o troppo permissivi (quelli che concedono tutto), ma genitori assertivi; genitori in grado di ascoltare, di dialogare, percepire i bisogni della prole, stimolarla nell’espressione del loro modo di essere, rispettandola per quello che è, anche se non sempre approvano ciò che fanno e pensano, non giudicanti e consapevoli che i figli non debbano crescere a propria immagine e somiglianza. I figli devono avere il diritto e la possibilità di raggiungere una propria autonomia.

In questo contesto, riconoscere e condividere le proprie difficoltà con altre figure non deve essere vissuto come un fallimento, ma come una possibilità di migliorare il rapporto con i figli e di migliorarsi, contribuendo a che tutti diano il meglio di se stessi. Diamo anche attenzione al fatto che per essere genitori efficaci e competenti occorre anche essere delle persone che si vogliono bene. Il sostengo alla genitorialità, in senso più ampio, mira anche a favorire il miglioramento della qualità di vita, la socializzazione e lo scambio tra adulti, non solo tra genitori e figli.

E’ per questo e per la passione per il mio lavoro che sento sempre più lo stimolo per dedicare parte del mio lavoro al sostegno alla genitorialità, rendendomi disponibile a portare avanti dei progetti in cui dare spazio a questa tematica, attraverso incontri in gruppo o singoli per favorire un più sereno mestiere del genitore.

Obiettivo.

Il mio progetto vuole incentrarsi sull’argomento della comunicazione con i propri figli. Aiutare i genitori a riuscire a comunicare serenamente con i bambini, allo stesso tempo, riuscendo a far rispettare loro le regole e i principi generali della famiglia senza che nessuno venga svalutato o frustrato.

Mira inoltre a dare alcune direttive utili su come attuare una sana comunicazione con loro.

Destinatari

I destinatari del progetto sono i genitori dei bambini frequentanti gli Istituti scolastici dai 0 ai 6 anni, e gli operatori dell’Istituto presso cui si svolgeranno gli incontri.

Gli Istituti coinvolti saranno quelli di Cagliari, Medio Campidano, Bergamo e rispettive province.

Tempi e modalità.

La data e l’ora dell’incontro verrà concordata insieme al referente del progetto dell’Istituto ospitante.

Il corso durerà 2 h. In una prima parte verrà esposto l’argomento come su presentato e nella seconda verrà aperto un dibattito con i partecipanti.

Costi di partecipazione

Per i costi si prega di contattarmi telefonicamente o via e-mail.

Per maggiori info e contatti:

Cell. 3207297686 E-mail. caterina.steri@tiscali.it

Per saperne di più sulle mie attività con i gruppi clicca quì.

Come promesso, oggi condividerò con voi la mia e-mail di risposta ad M. il cui caso è descritto nella prima parte di questo post.

Spero possa essere di aiuto a tutti quelli che stanno vivendo la stessa esperienza. Se volete potete raccontarcela attraverso i commenti all’articolo.

 

“Gentile M.

ho letto più volte ciò che mi hai scritto.

So bene che perdere una persona amata è sempre doloroso e che il dolore di ognuno è talmente personale e intimo che è difficile raccontarlo a parole. Ma mentre il mio sguardo correva tra le tue righe sentivo il dolore, lo sconforto, la rabbia, ma anche l’orgoglio (che non è da tutti tenere in queste situazioni!), e la forza di andare avanti mettendo te stessa al primo posto.

Il dolore annegato nei pianti. Vivere questa fase e portare tutto fuori aiuta ad alleggerirsi dal peso dell’essere lasciata, a sfogarsi, a comunicare le tue emozioni! (dopo tutto il pianto serve ai bambini proprio per questo!)

Non ti sei fermata alle sole lacrime ma ora ti ritrovi alla rabbia? Bene pure questo (anche se non facile). Sicuramente stai de-idealizzando la sua figura e la storia con lui. Stai iniziando a notare cose che non andavano bene? La rabbia ci sta visto che non fa mai piacere essere lasciati, per mille motivi e soprattutto se non lo si aspettava.

Il sano egoismo, quello che ti permette di non rispondere ai suoi tentativi di contattarti e di tirarti nuovamente nella sua rete è un’ottima arma di difesa!

Se è vero che lui non ti ama ha fatto bene a lasciarti. Può darsi che ora gli manchi perché siete stati insieme tanto tempo, ma senza l’amore cadresti in una relazione che ormai si è spezzata e che sarebbe solo frutto della mancanza di coraggio di andare avanti da soli (cosa che mi pare non ti appartenga). Tante coppie tornano sui loro passi, ma pochissime riescono a far rinascere l’amore.

Impara a gestire la rabbia e a canalizzarla (trasformarla) in qualcosa di buono per te, dallo sport, alla lettura. Insomma, scegli qualcosa che ti piace e quando arriva la rabbia dedicati a svolgerlo. Non è facile, ma molto utile. La rabbia è un’emozione, va bene viverla, ma non farsi fagocitare da essa.

Abbi fiducia in te stessa. A poco a poco arriverà l’indifferenza, o quasi. Potresti avere delle ricadute, ma non perdere di vista l’obiettivo di stare bene e andare avanti.

La tua elaborazione del lutto pare molto dinamica, continua così, vivi anche i momenti di sconforto, ma guardati allo specchio e dì alla tua immagine di amarti. E continua nelle tue fasi del metterti in gioco.

Lui si stancherà di cercarti e potrai godere di un ricordo positivo senza provare più dolore.

In bocca al lupo per il tuo percorso.

Caterina Steri.”

 

Set
10
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 10-09-2012

Buongiorno a tutti,

vi propongo di leggere la mia intervista su Io non sono normale, IO AMO il blog della Dott.ssa Carla Sale Musio, una collega che lavora a Cagliari e che ha deciso di intervistare gli altri colleghi blogger della città per parlare del concetto di Normalità.

Voglio ringraziare Carla per avermi dato la possibilità di essere ospitata nel suo blog e per avermi fatto soffermare su quello che è per me la Normalità. Un concetto che potrebbe essere scontato ma che in realtà spesso viene trascurato, se non ignorato.

Per leggere l’intervista vi rimando al link della pagina cliccando qui!

Buona lettura,

Caterina Steri.

Set
06
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 06-09-2012

Dopo aver scritto il post sulla sindrome da rientro vacanziero, ho deciso di scrivere qualcosa su chi non è riuscito ad andare in vacanza. Perché è vero che può essere stressante il rientro dalle vacanze, ma è ancora maggiore il malessere per non poter nemmeno iniziarle. I media ci tartassano con servizi vari riguardanti le vacanze e il traumatico rientro e raccontano di quella ormai sempre più cospicua parte della popolazione che alle ferie non ha potuto pensare neanche lontanamente. Senza parlare dei tormentoni dell’estate che riportano questo tipo di esperienza, parlando di IMU, aumento della benzina e tutto il resto colpito dal redditometro.

Purtroppo la situazione economica attuale va di male in peggio e tante persone non riescono più a concedersi una vacanza.

Loro non subiscono la crisi da rientro vacanziero, ma la stanchezza, le preoccupazioni e il caldo torrido della città che ha prevalso sulla nostra estate.

L’aumento delle tasse, l’incognita sul futuro professionale ha fatto si che anche chi avrebbe potuto andare in vacanza vi abbia rinunciato per risparmiare in vista di un periodo di ulteriore crisi.

Sono poi coloro che le cui ferie sono state forzate, ovvero che un lavoro non ce l’hanno più o che l’avranno ancora per poco: quelli che lottano ogni giorno per cercare di andare avanti dignitosamente. Figuriamoci se possono pensare ad una vacanza!

In passato qualcuno impossibilitato a partire per le vacanze si barricava in casa vergognandosi della sua condizione. Oggi invece c’è più la tendenza del “mal comune mezzo gaudio” in cui ci si incontra e si discute apertamente e in modo solidale sull’impossibilità di fare i vacanzieri.

Alcuni mancati vacanzieri non vedono l’ora che l’estate finisca, che tornino il fresco e vengano sollevate le saracinesche dei negozi. Sono quelli che rientrano a casa, si attaccano al condizionatore e al telecomando e finiscono così la loro giornata.

Oppure sono quelli che nonostante la (fortunata?) costrizione a lavorare, con uno spirito più ottimistico si concedono le passeggiate al fresco della sera, organizzano cene con gli amici rimasti a casa. Si godono la tranquillità della città deserta.

Comunque sia, la possibilità di staccare mentalmente e fisicamente dall’attività professionale, è una grossa occasione per rigenerarsi e dedicarsi ad altro e ciascuno di noi ne ha bisogno. Senza contare che ormai sono sempre più frequenti quelle professioni a cui ci si deve dedicare per mero bisogno economico che non per passione o perché si ha avuto la possibilità di scelta.

Sono diversi i fattori che possono aumentare lo stress legato al lavoro e all’impossibilità di potersi godere la vita con una pausa vacanziera. Tutti possibili elementi che rischiano di ripercuotersi oltre che sullo stato del lavoratore, anche sulla sua famiglia.

Certo, in tempi bui come questi, bisogna per forza metter mano a tutte le risorse possibili, pure a quelle di cui non conosciamo l’esistenza, prima che lo stress da lavoro e da mancate vacanze prenda il sopravvento!

Meglio cercare di pensare positivamente alle cose che vanno bene e a quante volte si è riusciti a superare momenti di forte stress; condividere i malumori e le preoccupazioni con le persone vicine, ma pensando comunque in un’ottica positiva; riuscire a godere delle piccole cose che ogni giornata ci offre.

Pensare che prima o poi arriveranno tempi migliori e pure le agognate vacanze, indice di un ritorno al lavoro per tutti!

Leggi anche Sindrome da lavoro precario: il lavoro diventato problema

 

Vi propongo di leggere una e-mail ricevuta da una lettrice di Gocce di Psicoterapia. Le ho chiesto di poterla condividere con voi perché mi pare un ottimo esempio di come una persona possa affrontare e riprendersi da un dolore così forte come quello causato dall’essere lasciati da colui che si ama. Nei prossimi giorni pubblicherò pura la mia risposta, per questo vi chiedo di continuare a seguirmi.

Buona lettura a tutti.

“Gentile Dott.ssa,

seguo con molto interesse le tue rubriche psicologiche ed io in questo momento della mia vita mi trovo in una fase di lutto: l’uomo che frequentavo da un anno e mezzo mi ha lasciata da circa un mese e mezzo (lo conosco da qualche anno: da una buona amicizia poi è nato l’amore).

Ora, dopo più di un mese, mi trovo dentro alla fase di rabbia: mi dico che se lo incontro per strada gli tiro in testa un vaso di gerani o un PC modello anni ’80, di quelli pesanti.

Però prima c’è stata una fase molto difficile: quella del dolore e del pianto quotidiano (a volte onnipresente…..).

Ora avrei bisogno di capire cosa mi aspetterà in futuro, cioè quali altre fasi dovrò vivere, accogliere, ascoltare e superare ed è per questo che ti chiedo se mi puoi fornire un po’ di informazioni.

Non mi aspettavo di essere lasciata o almeno in questo momento della nostra storia: dentro di me sentivo l’amore (cioè di essere molto innamorata di lui), la condivisione, sentivo di fare coppia e guscio con lui, ma improvvisamente nel giugno scorso lui mi ha lasciata (da parte sua c’erano state un paio di dimenticanze che io ho giustificato… ma poi nessun altro segnale).

Il dolore (ed il pianto) iniziale è stato fortissimo è durato circa un mese poi sono migliorata ed ho galoppato sempre di più verso una consapevolezza maggiore, ho sentito subito il bisogno di chiudere con lui anche se mi cerca ancora (e-mail, sms, ecc…ai quali io ormai non rispondo più) e mi dice che gli manco, ma del resto lui hai fatto la sua scelta (mi hai lasciata con delle motivazioni giuste e sacre, cioè mi ha detto che non mi amava più….) ed io ho fatto le mie scelte (giuste e sacre come le sue, anche se lo amavo ancora).

Infatti da più di un mese sono dentro alla mia nuova vita nella quale lui non c’è più. Ora mi trovo in una nuova situazione (= single) e “gioco” in un nuovo modo e riparto: sento che il dolore provato non ha fatto male alla mia emotività ed alla mia affettività perchè questo è il giusto ed il doveroso allenamento per ripartire e proiettarmi ad una nuova vita anche perchè voglio utilizzare tutto quello che c’è stato di buono con lui per cercare di ripartire, inoltre il dolore che ho sentito mi ha fatto allontanare da lui: che fortuna (!) Dopo l’inverno c’è sempre la primavera, non ho mai visto accadere il contrario.

Molto è stato detto e nulla è rimasto in sospeso, anzi.

Ogni giorno che passava conquistavo un giorno in meno di dolore ed uno in piu’ di serenità; inoltre non intendo sacrificarmi in questa situazione soprattutto perchè non l’ho decisa io, anzi mi è stata “imposta”. Il vento non soffia sempre come vogliamo ma io ho la mia consapevolezza sulla quale posso contare e così facendo “ho spiegato le vele della mia barca (=vita)” e piano piano la faccio andare dove voglio io: questo è il mio miracolo.

L’ho amato molto ed amare non è mai sbagliato e con lui ne è valsa la pena nonostante mi abbia lasciata; io sono certa e consapevole che da ogni cosa che muore nasce sempre qualcosa di piu’ bello.

Sono ripartita (dopo il dolore, certo) e sto a vedere cosa e chi mi donerà ancora questa vita terrena perchè utilizzerò tutto quello che c’è stato di positivo con lui per ricominciare perchè spero che un giorno riaccadrà di innamorarmi nuovamente ma solo di chi riuscirà veramente a (ri)fare centro nel mio cuore…..E spero di essere ancora più felice perchè l’esperienza con lui mi ha insegnato molte cose.

E poi tutto è finito rispettosamente, con un po’ di dolore sì ma senza tragedie e/o tradimenti (e non è poco!).

M.”

Per saperne di più leggi anche Quando la coppia scoppia: dal lutto alla ripresa.