Gen 02 2012

Cara Psicoterapia

Pubblicato da at 12:06 archiviato in Link e taggato: ,

L’autrice della lettera che condividerò con voi è stata una mia ex paziente a cui ho chiesto di scriverla per parlare del suo percorso di psicoterapia, in occasione del nostro ultimo incontro. Insieme abbiamo deciso di pubblicare ciò che ha scritto con l’intento di far conoscere meglio alle persone cosa significhi fare psicoterapia, raccontato direttamente da una paziente, che ringrazio ancora per la disponibilità. Mi rendo conto della lunghezza della lettera, ma penso che leggerla tutta d’un fiato possa essere più utile e piacevole per i miei cari lettori.

Cara psicoterapia,

sono oltre sette mesi che ci frequentiamo, ed è venuto il tempo di scriverti una lettera. Non che sia gradevole parlare dei nostri trascorsi, in fin dei conti è stata l’ansia a farci incontrare, ma sei stata costruttiva e segni una tappa a dir poco fondamentale nella mia vita, quindi raccogliere qui tutto ciò che rappresenti per me sarà utile per il futuro.[…]

Quando mi sono svegliata, stamattina, non ho barcollato. Mi sono tirata su dal letto, ho fatto quello che dovevo fare, ed ho iniziato la mia normale giornata. Non pensavo di svenire dalla fame, non avevo il panico d’aver dormito poco. Ho passato la giornata qui, nella stessa stanza dove ho avuto l’attacco di panico che mi ha convinta ad incontrarci, cara psicoterapia, e che qualche mese fa sarebbe stata, da sola, un buon motivo di ansia.

Questa stanza, peraltro piena di gente. Una condizione a me odiosa, fino a qualche tempo fa. In questi giorni natalizi, invece, non mi ero nemmeno accorta di essere proprio qui, al chiuso, con una decina d’altre persone. Ricordo che, solamente a Pasqua, pranzare qui con famiglia e parenti vari fu traumatico.[…]

Da quando ho iniziato a sentirmi lontana dalla mia ansia, mi si è aperto un mare di

prospettive che dipendono da me e dalla mia iniziativa. Spesso mi capita di fare nelle mie giornate sempre le stesse cose, ma l’universo di possibilità che sta dietro all’abitudine è una delle cose più confortanti e più gradevoli a cui riesca a pensare: ogni qualvolta io o le persone che ho accanto decidiamo di fare qualcosa di insolito rispetto alla nostra routine, io posso farlo.

Non decide l’ansia, ma decido io. Sono passata dal non andare a fare la spesa per paura del luogo chiuso, o del semplice star fuori casa, nei peggiori momenti di ansia, ad andarmene tronfia a San Siro, a 900km da casa, con sciarpe e sciarpine e con attorno tanta più gente di quanta ce ne sia nell’intero mio paese natale. È una delle più grandi conquiste a cui riesca a pensare.

Non ho sviluppato l’ansia in tre giorni ed avevi ragione, quando in una seduta mi facesti capire che non dovevo scoraggiarmi se sarebbe tornata ad affacciarsi con qualche ricaduta, perché non la si può nemmeno sconfiggere, in tre giorni. Siamo riuscite a fare meglio di quanto pensassi, però, in sette mesi. Quando ho deciso di provare a farmi aiutare da te, ero terrorizzata all’idea di un confronto totale obbligato, forse anche all’idea di far venire fuori i motivi per cui ero arrivata

a stare così, che potevano essere i più disparati, e di cui davvero non riuscivo a farmi un’idea distinta. Però, anche in quelle condizioni, anche con quel pianto di cui un po’ mi vergogno, alla prima seduta – sì, mi vergogno un po’, a nessuno piace tanto farsi vedere così deboli, non te la prendere! – ho sempre sperato e creduto che, alla fine, tutto avrebbe sortito degli effetti.

Io volevo stare bene ed avrei fatto qualsiasi cosa per riuscirci. Per questo, quando ho saputo che avrei potuto incontrare qualche opposizione, più che altro evidenti scetticismi da parte delle persone a me vicine, mi parve un ostacolo così piccolo che quasi non me ne curai affatto. Una specie di “non ti curar di loro, ma guarda e passa”. Pensavo che gli esercizi, tutti, anche quando sono finita chiusa al buio nello sgabuzzino dei libri del liceo per una mezz’oretta, si sarebbero rivelati utili, avrebbero sortito degli effetti. E fu un po’ un trauma, quando tra i compiti che ho ricevuto durante il tuo corso, cara psicoterapia, comparve quello di smettere di parlare dell’ansia, di non dire alle persone quando stavo male e come mi sentivo. Al momento, mi parve una cosa angosciante, cupa, quasi un faccia a faccia con la mia ansia. Solo dopo, mi sono resa

conto che quello era il primo gradino alto duecento metri che avevamo scalato insieme, perché parlare dell’ansia mi metteva al riparo dall’ansia. Ed era avere l’ansia che mi consentiva di parlare dell’ansia per mettermi al riparo dall’ansia.

Se non hai capito niente dell’ultima riga, cara psicoterapia, allora renderà bene l’idea della nuvola che mi capitava di avere in testa, a volte, appena uscita dallo studio, quando volevo riflettere su un sacco di cose e le lasciavo riposare fino all’appuntamento successivo, ripensandoci con più equilibrio giorno dopo giorno. Un esempio lampante di questo tipo di sensazione lo ebbi quando parlai dei rapporti che ho con i membri della mia famiglia, e mi venne spiegato che probabilmente l’attaccamento a me dei miei genitori è anche una paura di vedermi

indipendente, di non aver più bisogno di loro. In un primo momento, questo pensiero mi sembrò assurdo. Ad oggi, invece, non riesco ad immaginare come potessi vederla diversamente da così, e non riesco nemmeno a ricordare quale fosse l’altra mia opinione in merito, quella con la quale obiettai.

Il secondo gradino di centinaia di metri l’abbiamo fatto insieme quando al mio “a volte mi capita di avere un po’ di angoscia perché mi accorgo di non star bene”, la risposta fu semplicemente di smettere di parlare dell’ansia anche con me stessa.

Quello è stato forse il momento più decisivo di tutti. Quando l’ansia ha smesso di trovare orecchie, ha rinunciato a parlare. Quando ha provato a sussurrare qualcosa e nessuno si è curato di lei, mi ha guardato un po’ indispettita, ha provato a battere qualche colpo più forte, ma non ha ricevuto le attenzioni che voleva da me. Né quelle che sperava che io stessa ottenessi da altri.

E questa è davvero una liberazione che sette mesi fa, un anno fa, o anche ai tempi del liceo, quando l’ansia era più nascosta, ma limitava già la mia vita, non avrei mai potuto pensare di vivere. Se avessi già conosciuto la canzone da cui viene quella frase, nei primi mesi del 2011, credo che il pensiero per esprimere come stavo quando ho capito che non mi sarei più bastata da sola, contro l’ansia, sarebbe stato “ho aperto troppe finestre, non so da quale buttarmi”. Ora, a dire il vero, non ho voglia di buttarmi da nessuna parte, e non è neanche di fondamentale importanza aprire le finestre. Riesco a sopravvivere al chiuso senza allarmare la protezione civile.

Il punto è che, se mi chiedessero di dare un voto al 2011, chiunque lo considererebbe come un anno negativo: l’ansia ha avuto un ruolo predominante, tutta la mia famiglia ha avuto gli arcinoti problemi di salute, e l’orizzonte sembrava dover essere lontanissimo e buio. Invece io, se dovessi dargli un voto in decimi, gli darei un otto pieno e forse appena in più.  E non è solo per il fatto di essermi innamorata – sì, l’ho detto, incredibile, vero? – che è di fondamentale importanza nella mia vita e in tutti i miei giorni, ma anche per il fatto che, sulla griglia di partenza, ora io mi senta sulla stessa linea di chiunque altro. Mi sento libera di fare quello che chiunque altro potrebbe fare, senza pensare che l’ansia possa farmi star male, o possa impedirmelo. Io mi sento libera, ed è questa espressione in sostanza a riassumere tutto. Libera di sentirmi bene e di sentirmi male senza che per questo arrivi la fine del mondo, libera anche di avere dei genitori non in salute senza farli stare ancora più male perché, qualora gli accadesse qualcosa, io qualche mese fa sarei stata cento volte peggio di loro. Mi sento libera di fare le scale, di salire e scendere, di scorrazzare come ogni persona senza cercare un percorso rettilineo perché “io sono ansiosa, non posso passare di qua”.

Il discorso tra noi, in sostanza, cara psicoterapia, è che – anche se ci siamo incontrate per motivi poco gradevoli, anche se mi chiedo se esistano bei motivi per cui rivolgersi ad uno psicologo – tu sei una delle cose maggiormente positive che mi siano mai capitate.               

 

Mi sento più in ordine, con molte più possibilità, grazie a te. Mi sento più aperta e, forse più semplicemente, in un certo senso mi accorgo di stare al mondo. Da poco, uscire con un’amica dei tempi del liceo, che tutto sommato mi conosce da undici anni, e sentirmi dire che “ti trovo molto più positiva di quanto non avrei mai pensato”, mi ha fatto fare un grosso, enorme, sorriso. Di sicuro, uno dei migliori che riesca a ricordare. In un certo senso, divido la mia vita in un prima e in un dopo. E la cosa migliore è che, forse in maniera inusuale, questo dopo è di gran lunga più bello del prima. E se un tempo avevo aperto troppe finestre e non sapevo da quale buttarmi, ora mi interessa solo della casetta che abbiamo costruito insieme, dove tra l’altro ho solo il piano terra. Che non sarà grande quanto quel castello che aveva l’aria anche molto cupa, ma ci si sta così bene. E ci viene anche tanta gente gradevole, diversamente da quanto avrei mai sospettato. Tutt’altra roba che sbirciare dallo spioncino. Forse, un giorno ci incontreremo ancora, psicoterapia, se sentirò di aver bisogno di te. E sarà meno traumatico della prima volta, venire a farti visita, quando ammettere di aver bisogno di aiuto è stato un po’ un pugno dritto in faccia. Saprò di poter contare sui tuoi mezzi e sul fatto che, in qualche modo, tu sia riuscita a tirare fuori il meglio di me. Hai migliorato la mia vita e voglio essere in grado di farla rimanere tale, con normali alti e bassi, ma piena, equilibrata, senza ansia. Farò del mio meglio per riuscirci, in questa casetta si sta proprio bene, e se verrà un po’ di umidità a rovinare i muri, si potrà sempre dare un’altra mano di intonaco, senza il bisogno di buttare giù la casa e rifarla daccapo. Ed è curioso pensare che si possa iniziare a costruire una casa non dalle pareti, ma da un divano. Quello bianco, su cui sono stata seduta per tutti questi mesi. Ho speso quasi duemila parole, mi suggerisce il computer, per rivivere questi sette mesi, vedere quanti passi in avanti ho fatto mano nella mano con te, ma – ne scrivessi anche altre quattromila – le parole non basterebbero per spiegare quanto mi senta felice di come sono andate le cose, di come gli esercizi e la loro applicazione abbiano aperto porte che credevo chiuse a chiave con quattro passanti, e che invece erano solo a malapena accostate.

Grazie per questo percorso e per avermi fatto riprendere in mano la mia vita, cara psicoterapia.

Ma posso anche smetterla di chiamarti così, e correggermi dicendo invece grazie, cara dottoressa.

 

7 commenti




7 Commenti to “Cara Psicoterapia”

  1.   Romano Scurion 02 Gen 2012 at 19:06

    Quando siamo stati in viaggio di nozze a Parigi, durante uno dei tanti spostamenti in metrò, ci siamo seduti accanto ad una giovane signora tutta assorta nella lettura di un libro dal titolo L’élégance du hérisson. L’interesse dimostrato dalla lettrice era tale che anche noi avremmo voluto saperne qualcosa di più, ma la nostra povera conoscenza del francese c’impediva addirittura di comprendere completamente il significato del titolo.

    Una delle sere seguenti abbiamo avuto il piacere di cenare assieme ad un amico conterraneo di Maria Luisa che da parecchi mesi era in trasferta di lavoro nella capitale francese svolgendo la sua attività di geologo presso una compagnia petrolifera. Durante la piacevolissima serata passata insieme in cui lui è stato nostro ospite a tavola e noi, molto più ricambiati, suoi ospiti in giro per un quartiere del centro, approfittando della sua maggiore perizia con la lingua locale, gli abbiamo chiesto il significato del titolo. Lui prontamente ce l’ha tradotto: L’eleganza del riccio.

    Qualche settimana fa, mentre eravamo al solito supermercato, sfiliamo davanti allo scaffale dei libri e nonostante la diversa copertina non m’è sfuggita la recente traduzione in italiano di quella raffinata commedia francese. Maria Luisa d’impulso me l’ha voluto regalare e prontamente l’ha infilato nel carrello. Così, a scatola chiusa, senza sapere se meritava veramente. Ma io ero sicuro che valeva la pena acquistarlo anche solo perché legato in qualche modo alla nostra luna di miele.

    Ora lo sto leggendo. Il tempo libero è poco e quindi sono arrivato solo a metà, ma letta la prima pagina di un nuovo capitolo non ho potuto fare a meno di riportarlo di seguito.

    Ieri sera a cena la mamma ha annunciato che esattamente dieci anni fa ha cominciato la sua “anaalisi”, come se fosse un buon motivo per fare scorrere fiumi di champagne. Siete tutti d’accordo che è una cosa me-ra-vi-glio-sa! Mi pare che solo la psicanalisi possa competere con il cristianesimo nella predilezione per le sofferenze prolungate. Quello che mia madre non dice è che da dieci anni prende degli antidepressivi. Ma evidentemente non mette in relazione le due cose. Credo che gli antidepressivi non servano ad alleviare le sua angosce, ma a sopportare l’analisi. Quando racconta le sue sedute, c’è da sbattere la testa al muro. Il tizio fa <> a intervalli regolari ripetendo i finali delle frasi (<>: <>; <>: <>). Se è così, domani posso lanciarmi anch’io nella psicanalisi. Oppure le propina delle conferenze della <> che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non sono dei rebus ma dovrebbero avere un qualche significato. Subire il fascino dell’intelligenza è davvero molto affascinante. Secondo me l’intelligenza non è un valore in sé. Di gente intelligente ce n’è a pacchi. Ci sono molti dementi, ma anche molti cervelli eccezionali. Sarà una banalità, ma l’intelligenza in sé non ha alcun valore e non è di nessun interesse. C’è gente molto capace che ha speso una vita sulla questione del sesso degli angeli, per esempio. E molte persone intelligenti hanno una specie di bug: credono che l’intelligenza sia un fine. Hanno un’unica idea in testa: essere intelligenti, e questa è una cosa stupidissima. E quando l’intelligenza crede di essere uno scopo, funziona in modo strano: non dimostra la sua esistenza con l’impegno e la semplicità dei suoi frutti, bensì con l’oscurità della sua espressione.

    Muriel Barbery
    L’eleganza del riccio
    edizioni e/o

    Confesso che qualche anno fa mi sono sottoposto a qualche seduta di psicanalisi. Già dopo il primo incontro ne sono uscito con un enorme senso d’irritazione. Alla terza non ce l’ho più fatta ed ho detto al terapeuta(?) che preferivo interrompere. Lui si è permesso di dirmi che la mia sofferenza meritava di essere trattata. Gli ho risposto: <>.

  2.   Romano Scurion 02 Gen 2012 at 19:13

    Ho incollato dal mio blog, ma è venuto male. Ripeto, per non perdere il significato.

    Ieri sera a cena la mamma ha annunciato che esattamente dieci anni fa ha cominciato la sua “anaalisi”, come se fosse un buon motivo per fare scorrere fiumi di champagne. Siete tutti d’accordo che è una cosa me-ra-vi-glio-sa! Mi pare che solo la psicanalisi possa competere con il cristianesimo nella predilezione per le sofferenze prolungate. Quello che mia madre non dice è che da dieci anni prende degli antidepressivi. Ma evidentemente non mette in relazione le due cose. Credo che gli antidepressivi non servano ad alleviare le sua angosce, ma a sopportare l’analisi. Quando racconta le sue sedute, c’è da sbattere la testa al muro. Il tizio fa “Hmmm” a intervalli regolari ripetendo i finali delle frasi (“E sono andata da Lenôtre con mia madre”: “Hmmm, sua madre?”; “Mi piace molto la cioccolata”: “Hmmm, la cioccolata?”). Se è così, domani posso lanciarmi anch’io nella psicanalisi. Oppure le propina delle conferenze della “Causa freudiana” che, contrariamente a quello che si potrebbe pensare, non sono dei rebus ma dovrebbero avere un qualche significato. Subire il fascino dell’intelligenza è davvero molto affascinante. Secondo me l’intelligenza non è un valore in sé. Di gente intelligente ce n’è a pacchi. Ci sono molti dementi, ma anche molti cervelli eccezionali. Sarà una banalità, ma l’intelligenza in sé non ha alcun valore e non è di nessun interesse. C’è gente molto capace che ha speso una vita sulla questione del sesso degli angeli, per esempio. E molte persone intelligenti hanno una specie di bug: credono che l’intelligenza sia un fine. Hanno un’unica idea in testa: essere intelligenti, e questa è una cosa stupidissima. E quando l’intelligenza crede di essere uno scopo, funziona in modo strano: non dimostra la sua esistenza con l’impegno e la semplicità dei suoi frutti, bensì con l’oscurità della sua espressione.

    Muriel Barbery
    L’eleganza del riccio
    edizioni e/o

    Confesso che qualche anno fa mi sono sottoposto a qualche seduta di psicanalisi. Già dopo il primo incontro ne sono uscito con un enorme senso d’irritazione. Alla terza non ce l’ho più fatta ed ho detto al terapeuta(?) che preferivo interrompere. Lui si è permesso di dirmi che la mia sofferenza meritava di essere trattata. Gli ho risposto: “Sì, è vero, ma decido io come”.

  3.   Romano Scurion 02 Gen 2012 at 19:16

    Non voglio credere che la lettera sia una “promo” per il suo studio.

    Le auguro quindi di essere davvero una brava psicoterapeuta, onesta con se stessa e con gli altri.

  4.   ernestoon 03 Gen 2012 at 15:07

    Caro Romano,
    l’espressione “far di tutta l’erba un fascio” nelle 50 righe del suo post a me non è sembrata abbastanza oscura. Ritenti, sarà più intelligente.

    Spinosi auguri

  5.   caterina.sterion 03 Gen 2012 at 23:14

    Gentile Romano,
    il motivo per cui ho deciso, insieme alla mia paziente, di pubblicare la sua lettera, è quello di condividere ciò che vuole dire effettuare un percorso di psicoterapia. Solitamente le esperienze che condivido con i miei lettori sono raccontate con le mie parole, di una psicoterapeuta. Rendendomi conto che potesse “mancare” qualcosa, mi è venuto spontaneo rendere partecipi i destinatari del blog, dell’esperienza diretta dei miei pazienti.
    Lei mi chiede se questo è un promo per il mio studio, la mia risposta è no. E’ un promo alla PSICOTERAPIA, nella quale io credo fortemente, che per me trova nel blog una via di diffusione discreta ma efficace.
    La ringrazio tanto per il suo augurio e per l’intervento.
    Caterina Steri.

  6.   Mickey Mouse's handon 03 Gen 2012 at 23:33

    Caro Romano,
    leggendo il tuo commento non posso che dirti che ‘una rondine non fa primavera’. Seguendo la tua logica allora si dovrebbe perdere la fiducia nella medicina perchè un medico sbaglia diagnosi, nell’ingegneria perchè un ingegnere sbaglia i calcoli di un edificio….e così via si potrebbe continuare all’infinito e alla fine potremmo scoprire che il tuo problema è che non riesci ad avere fiducia di nessuno!!!!
    Questo, per esempio, lo risolve la psicoterapia.
    Ciao.

  7.   personal statement exampleson 06 Apr 2012 at 19:37

    personal statement examples…

    Gocce di psicoterapia » Cara Psicoterapia…

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