Gen
30
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 30-01-2012

Tempo fa, in Da Bergamo Salute a Sposi in Campidano,  Vi ho parlato di un articolo scritto da me sulla rivista Sposi in Campidano che oggi Vi invito a leggere cliccando qui. E’ un articolo che segnala degli spunti per vivere al meglio e coltivare l’amore anche dopo il fatidico “si”.

Buona lettura a tutti,

Caterina Steri

Gen
26
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 26-01-2012

Per tornare al discorso del cambiamento, per me fondamentale, vorrei invitarvi alla lettura di una bellissima poesia di Martha Medeiros augurandovi che possa essere di ispirazione per il raggiungimento del benessere e per decidere di cambiare quando questo manchi.

Lentamente muore 

Lentamente muore chi diventa schiavo dell’abitudine, ripetendo ogni

giorno gli stessi percorsi, chi non cambia la marca, chi non

rischia e cambia colore dei vestiti, chi non parla a chi non conosce.

Muore lentamente chi evita una passione, chi preferisce il nero su

bianco e i puntini sulle “i” piuttosto che un insieme di emozioni,

proprio quelle che fanno brillare gli occhi, quelle che fanno di uno

sbadiglio un sorriso, quelle che fanno battere il cuore davanti

all’errore e ai sentimenti.

Lentamente muore chi non capovolge il tavolo, chi è infelice sul

lavoro, chi non rischia la certezza per l’incertezza, per inseguire un

sogno, chi non si permette almeno una volta nella vita di fuggire ai

consigli sensati. Lentamente muore chi non viaggia, chi non legge, chi

non ascolta musica, chi non trova grazia in se stesso. Muore lentamente

chi distrugge l’amor proprio, chi non si lascia aiutare; chi passa i

giorni a lamentarsi della propria sfortuna o della pioggia incessante.

Lentamente muore chi abbandona un progetto prima di iniziarlo, chi non

fa domande sugli argomenti che non conosce, chi non risponde quando gli

chiedono qualcosa che conosce.

Evitiamo la morte a piccole dosi, ricordando sempre che essere vivo

richiede uno sforzo di gran lunga maggiore del semplice fatto di

respirare.

Soltanto l’ardente pazienza porterà al raggiungimento di una splendida

felicità. (Martha Medeiros)

Leggi anche gli Articoli correlati a questo.

Gen
23
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 23-01-2012

 

Oggi vi parlerò del prossimo appuntamento con i corsi di psicologia: LiberaMENTE , nato dall’incontro tra la Psicoterapia Strategica Integrata e l’Analisi Bionergetica si pone l’obiettivo di lavorare sulla relazione con l’altro. RELAZIONE intesa come amorosa, amicale, genitoriale… vuole far prendere consapevolezza ai partecipanti del loro modo di porsi nei confronti degli altri, quali siano i propri vissuti e quelli “dell’altro”, i punti di forza e i nodi. Il tutto attraverso le tecniche del colloquio e il lavoro corporeo, mirate a LIBERARE LA MENTE e il CORPO dai blocchi che impediscono di stare nella relazione.

Il corso si svolgerà nei giorni di mercoledì 14, 21, 28 marzo e 4, 11 aprile 2012 dalle 19:30 alle 21:30 a Sant’Antioco in viale Trento 114.

Per le iscrizioni e informazioni potete chiamare ai numeri 3207297686 e 3479235427 o scrivere agli indirizzi di posta elettronica caterina.steri@tiscali.it e carboni.moni@tiscali.it

Sono gradite le iscrizioni entro mercoledì 29 febbraio 2012.

Verrà ammesso un numero massimo di 10 partecipanti.

Leggi anche gli altri post riguardanti i corsi precedenti

Gen
19
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 19-01-2012

Sapete che martedì 10 gennaio scorso l’articolo L’ape Regina e il Fuco: la metafora di una dipendente affettiva, è stato annoverato tra i blog del giorno sulla home page del portale di Tiscali?

Sono felice che le testimonianze dei pazienti stiano riscuotendo un’ulteriore attenzione dei miei lettori. Questo sta a significare come il racconto dell’esperienza diretta del mio lavoro con i pazienti possa essere uno stimolo in più per tutti color che si interessano ai tempi della psicologia e della psicoterapia.

Caterina Steri

Leggi anche: Cara Psicoterapia

Gen
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-01-2012

Oggi vorrei festeggiare con voi il raggiungimento di ieri delle 50000 visite nel mio blog!

Ringrazio tutti i lettori “abitudinari”, quelli che seguono Gocce di Psicoterapia passo per passo e quelli nuovi che per caso o per qualsiasi altro motivo passano di qua.

Sicuramente vedere aumentare il numero dei visitatori, giorno per giorno non fa altro che stimolare la voglia di condividere con voi le mie esperienze professionali. Da marzo ad oggi, ho sentito maturare l’esperienza di blogger, oltre che quella di psicoterapeuta. I vari commenti, le e-mail private e i rimandi dei pazienti, d’accordo a far parte di questo mio progetto, concedendomi di parlare delle loro esperienze, sono fonte di arricchimento non solo professionale, ma anche personale.

La passione per la psicologia e la psicoterapia e la vostra partecipazione fanno sì che il mio blog e il mio lavoro vada avanti, quindi GRAZIE A TUTTI e continuate a seguire i miei articoli!

Caterina Steri

Gen
09

Come promesso in L’importanza delle metafore in Psicoterapia Strategica Integrata, oggi vorrei raccontarvi la storia di una paziente, dipendente affettiva che ha seguito un percorso di psicoterapia strategica integrata.

Questa storia è descritta sotto forma di metafora e racconta di un’Ape Regina (la paziente) e di due fuchi che chiameremo 1 e 2.

Per mesi un’Ape Regina e il Fuco 2 fantasticarono di passare la loro vita assieme. I due decisero di rimandare quel sogno ad una vita successiva perché lei era legata ad un altro Fuco 1, a cui aveva giurato amore eterno. La storia andò avanti così per mesi fino a quando il Fuco 1 decise di andare a cercare fortuna, in una terra lontana, lasciando sola la sua Ape Regina. Questa, mossa un po’ dal dolore, un po’ dalla rabbia nei confronti del Fuco 1 e un po’ dall’attrazione nei confronti del Fuco 2 (che in quel periodo ai suoi occhi sembrava più una farfalla), decise di troncare la relazione con il Fuco 1 e di “lasciarsi andare” finalmente in quella tanto sognata e desiderata storia d’amore con il Fuco 2!!!

In realtà le cose non andarono come l’Ape Regina e il Fuco 2 si furono immaginati: la prima iniziò a sentirsi in colpa per il modo in cui aveva lasciato il Fuco 1 e il Fuco 2 iniziò a consolarla in continuazione per questo suo malessere.

L’Ape Regina intanto giurò a se stessa di non lasciare mai più il Fuco 2 e di non innamorarsi mai di nessun altro.

Con il tempo si presentarono anche altri problemi: i due mai si sentirono innamorati l’uno dell’altra. Continuarono comunque a stare insieme e a costruire il loro alveare perché impararono a dare le giustificazioni più “fantasiose”ai loro problemi.

Non si dichiararono mai amore! Il Fuco 2 osò ogni tanto sognare pure un matrimonio o addirittura un figlio con la sua Ape Regina, ma giammai le disse di essere innamorato di lei. Quest’ultima invece non si abbandonò affatto a progettare qualcosa insieme a lui.

Intanto il loro alveare veniva su in maniera sempre più precisa e ordinata.

Ogni tanto riappariva il Fuco 1 e l’Ape Regina pensò in maniera confusa di non riuscire ad abbandonarsi totalmente alla relazione con il Fuco 2 perché non aveva mantenuto le promesse fatte al Fuco 1, fino a quando un giorno si rese conto, suo malgrado, che tutto può essere relativo, anche le parole che nel momento in cui sono state pronunciate sembrano avere una valenza eterna; si rese conto inoltre con estrema sofferenza, che fino a quando non si accetta questo non si può andare avanti con la propria vita.

Quando l’Ape Regina iniziò a cambiare la percezione della sua vita, a poco a poco, vide sfaldarsi anche il suo alveare. Iniziò a capire che quello poteva non essere la sua casa e che, per l’ennesima volta, stava facendo di tutto per non venire meno alle promesse fatte a se stessa. Sempre più iniziava a chiedersi dove erano finiti i suoi sentimenti e le sue emozioni che da mesi non riusciva a sentire.

Per settimane non provò nulla e continuò a stare apparentemente tranquilla nell’alveare con il Fuco 2. Un giorno, per tutta una serie di eventi, l’Ape Regina sentì qualche emozione che però era troppo forte per lei, non essendo più abituata a sentire se stessa.

Essendo stata molto abile a nascondere le sue emozioni in passato ci provò ancora, ma questa volta accadde una strana cosa: il suo corpo abbandonò la sua mente: non accettò più il cibo, diventò dolorante. Lei capì che questi erano tutti campanelli d’allarme e che doveva sicuramente fare qualcosa per stare meglio.

Il grillo parlante le suggerì di aprire una celletta dell’alveare e di vedere cosa ci fosse nel mondo.

Così facendo, l’Ape Regina iniziò a ricordarsi che al mondo non ci fosse solo il Fuco 2, ma soprattutto se stessa con ancora tanto da fare. Si rese conto di come, per stare insieme al Fuco 2, stesse rinunciando alla sua vera libertà. Non riusciva a trovare il coraggio per guardare negli occhi il Fuco 2 e dirgli di voler andar via da quell’alveare costruito su un rapporto di estrema dipendenza da parte di entrambi e non sull’amore che sicuramente avrebbero tanto voluto. Finalmente un giorno, spinta da un senso di forte insofferenza prese per la prima volta in mano la situazione e decise di lasciare il Fuco 2.

Pianse tanto ed ebbe pure la tentazione di tornare sui suoi passi, ma non lo fece perché capì che non c’è cosa più preziosa di se stessi e della propria libertà.

L’Ape Regina all’inizio soffrì tantissimo per la decisione presa ma con il tempo la sua vita riuscì a tornare alla normalità e il suo corpo tornò a funzionare non più in maniera antagonista rispetto alla sua mente.

Intanto, con l’aiuto del grillo parlante cercò di venire meno pure alla promessa di non innamorarsi.

Leggi anche gli altri articoli sulle dipendenze affettive

 

 

Gen
02
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 02-01-2012

L’autrice della lettera che condividerò con voi è stata una mia ex paziente a cui ho chiesto di scriverla per parlare del suo percorso di psicoterapia, in occasione del nostro ultimo incontro. Insieme abbiamo deciso di pubblicare ciò che ha scritto con l’intento di far conoscere meglio alle persone cosa significhi fare psicoterapia, raccontato direttamente da una paziente, che ringrazio ancora per la disponibilità. Mi rendo conto della lunghezza della lettera, ma penso che leggerla tutta d’un fiato possa essere più utile e piacevole per i miei cari lettori.

Cara psicoterapia,

sono oltre sette mesi che ci frequentiamo, ed è venuto il tempo di scriverti una lettera. Non che sia gradevole parlare dei nostri trascorsi, in fin dei conti è stata l’ansia a farci incontrare, ma sei stata costruttiva e segni una tappa a dir poco fondamentale nella mia vita, quindi raccogliere qui tutto ciò che rappresenti per me sarà utile per il futuro.[…]

Quando mi sono svegliata, stamattina, non ho barcollato. Mi sono tirata su dal letto, ho fatto quello che dovevo fare, ed ho iniziato la mia normale giornata. Non pensavo di svenire dalla fame, non avevo il panico d’aver dormito poco. Ho passato la giornata qui, nella stessa stanza dove ho avuto l’attacco di panico che mi ha convinta ad incontrarci, cara psicoterapia, e che qualche mese fa sarebbe stata, da sola, un buon motivo di ansia.

Questa stanza, peraltro piena di gente. Una condizione a me odiosa, fino a qualche tempo fa. In questi giorni natalizi, invece, non mi ero nemmeno accorta di essere proprio qui, al chiuso, con una decina d’altre persone. Ricordo che, solamente a Pasqua, pranzare qui con famiglia e parenti vari fu traumatico.[…]

Da quando ho iniziato a sentirmi lontana dalla mia ansia, mi si è aperto un mare di

prospettive che dipendono da me e dalla mia iniziativa. Spesso mi capita di fare nelle mie giornate sempre le stesse cose, ma l’universo di possibilità che sta dietro all’abitudine è una delle cose più confortanti e più gradevoli a cui riesca a pensare: ogni qualvolta io o le persone che ho accanto decidiamo di fare qualcosa di insolito rispetto alla nostra routine, io posso farlo.

Non decide l’ansia, ma decido io. Sono passata dal non andare a fare la spesa per paura del luogo chiuso, o del semplice star fuori casa, nei peggiori momenti di ansia, ad andarmene tronfia a San Siro, a 900km da casa, con sciarpe e sciarpine e con attorno tanta più gente di quanta ce ne sia nell’intero mio paese natale. È una delle più grandi conquiste a cui riesca a pensare.

Non ho sviluppato l’ansia in tre giorni ed avevi ragione, quando in una seduta mi facesti capire che non dovevo scoraggiarmi se sarebbe tornata ad affacciarsi con qualche ricaduta, perché non la si può nemmeno sconfiggere, in tre giorni. Siamo riuscite a fare meglio di quanto pensassi, però, in sette mesi. Quando ho deciso di provare a farmi aiutare da te, ero terrorizzata all’idea di un confronto totale obbligato, forse anche all’idea di far venire fuori i motivi per cui ero arrivata

a stare così, che potevano essere i più disparati, e di cui davvero non riuscivo a farmi un’idea distinta. Però, anche in quelle condizioni, anche con quel pianto di cui un po’ mi vergogno, alla prima seduta – sì, mi vergogno un po’, a nessuno piace tanto farsi vedere così deboli, non te la prendere! – ho sempre sperato e creduto che, alla fine, tutto avrebbe sortito degli effetti.

Io volevo stare bene ed avrei fatto qualsiasi cosa per riuscirci. Per questo, quando ho saputo che avrei potuto incontrare qualche opposizione, più che altro evidenti scetticismi da parte delle persone a me vicine, mi parve un ostacolo così piccolo che quasi non me ne curai affatto. Una specie di “non ti curar di loro, ma guarda e passa”. Pensavo che gli esercizi, tutti, anche quando sono finita chiusa al buio nello sgabuzzino dei libri del liceo per una mezz’oretta, si sarebbero rivelati utili, avrebbero sortito degli effetti. E fu un po’ un trauma, quando tra i compiti che ho ricevuto durante il tuo corso, cara psicoterapia, comparve quello di smettere di parlare dell’ansia, di non dire alle persone quando stavo male e come mi sentivo. Al momento, mi parve una cosa angosciante, cupa, quasi un faccia a faccia con la mia ansia. Solo dopo, mi sono resa

conto che quello era il primo gradino alto duecento metri che avevamo scalato insieme, perché parlare dell’ansia mi metteva al riparo dall’ansia. Ed era avere l’ansia che mi consentiva di parlare dell’ansia per mettermi al riparo dall’ansia.

Se non hai capito niente dell’ultima riga, cara psicoterapia, allora renderà bene l’idea della nuvola che mi capitava di avere in testa, a volte, appena uscita dallo studio, quando volevo riflettere su un sacco di cose e le lasciavo riposare fino all’appuntamento successivo, ripensandoci con più equilibrio giorno dopo giorno. Un esempio lampante di questo tipo di sensazione lo ebbi quando parlai dei rapporti che ho con i membri della mia famiglia, e mi venne spiegato che probabilmente l’attaccamento a me dei miei genitori è anche una paura di vedermi

indipendente, di non aver più bisogno di loro. In un primo momento, questo pensiero mi sembrò assurdo. Ad oggi, invece, non riesco ad immaginare come potessi vederla diversamente da così, e non riesco nemmeno a ricordare quale fosse l’altra mia opinione in merito, quella con la quale obiettai.

Il secondo gradino di centinaia di metri l’abbiamo fatto insieme quando al mio “a volte mi capita di avere un po’ di angoscia perché mi accorgo di non star bene”, la risposta fu semplicemente di smettere di parlare dell’ansia anche con me stessa.

Quello è stato forse il momento più decisivo di tutti. Quando l’ansia ha smesso di trovare orecchie, ha rinunciato a parlare. Quando ha provato a sussurrare qualcosa e nessuno si è curato di lei, mi ha guardato un po’ indispettita, ha provato a battere qualche colpo più forte, ma non ha ricevuto le attenzioni che voleva da me. Né quelle che sperava che io stessa ottenessi da altri.

E questa è davvero una liberazione che sette mesi fa, un anno fa, o anche ai tempi del liceo, quando l’ansia era più nascosta, ma limitava già la mia vita, non avrei mai potuto pensare di vivere. Se avessi già conosciuto la canzone da cui viene quella frase, nei primi mesi del 2011, credo che il pensiero per esprimere come stavo quando ho capito che non mi sarei più bastata da sola, contro l’ansia, sarebbe stato “ho aperto troppe finestre, non so da quale buttarmi”. Ora, a dire il vero, non ho voglia di buttarmi da nessuna parte, e non è neanche di fondamentale importanza aprire le finestre. Riesco a sopravvivere al chiuso senza allarmare la protezione civile.

Il punto è che, se mi chiedessero di dare un voto al 2011, chiunque lo considererebbe come un anno negativo: l’ansia ha avuto un ruolo predominante, tutta la mia famiglia ha avuto gli arcinoti problemi di salute, e l’orizzonte sembrava dover essere lontanissimo e buio. Invece io, se dovessi dargli un voto in decimi, gli darei un otto pieno e forse appena in più.  E non è solo per il fatto di essermi innamorata – sì, l’ho detto, incredibile, vero? – che è di fondamentale importanza nella mia vita e in tutti i miei giorni, ma anche per il fatto che, sulla griglia di partenza, ora io mi senta sulla stessa linea di chiunque altro. Mi sento libera di fare quello che chiunque altro potrebbe fare, senza pensare che l’ansia possa farmi star male, o possa impedirmelo. Io mi sento libera, ed è questa espressione in sostanza a riassumere tutto. Libera di sentirmi bene e di sentirmi male senza che per questo arrivi la fine del mondo, libera anche di avere dei genitori non in salute senza farli stare ancora più male perché, qualora gli accadesse qualcosa, io qualche mese fa sarei stata cento volte peggio di loro. Mi sento libera di fare le scale, di salire e scendere, di scorrazzare come ogni persona senza cercare un percorso rettilineo perché “io sono ansiosa, non posso passare di qua”.

Il discorso tra noi, in sostanza, cara psicoterapia, è che – anche se ci siamo incontrate per motivi poco gradevoli, anche se mi chiedo se esistano bei motivi per cui rivolgersi ad uno psicologo – tu sei una delle cose maggiormente positive che mi siano mai capitate.               

 

Mi sento più in ordine, con molte più possibilità, grazie a te. Mi sento più aperta e, forse più semplicemente, in un certo senso mi accorgo di stare al mondo. Da poco, uscire con un’amica dei tempi del liceo, che tutto sommato mi conosce da undici anni, e sentirmi dire che “ti trovo molto più positiva di quanto non avrei mai pensato”, mi ha fatto fare un grosso, enorme, sorriso. Di sicuro, uno dei migliori che riesca a ricordare. In un certo senso, divido la mia vita in un prima e in un dopo. E la cosa migliore è che, forse in maniera inusuale, questo dopo è di gran lunga più bello del prima. E se un tempo avevo aperto troppe finestre e non sapevo da quale buttarmi, ora mi interessa solo della casetta che abbiamo costruito insieme, dove tra l’altro ho solo il piano terra. Che non sarà grande quanto quel castello che aveva l’aria anche molto cupa, ma ci si sta così bene. E ci viene anche tanta gente gradevole, diversamente da quanto avrei mai sospettato. Tutt’altra roba che sbirciare dallo spioncino. Forse, un giorno ci incontreremo ancora, psicoterapia, se sentirò di aver bisogno di te. E sarà meno traumatico della prima volta, venire a farti visita, quando ammettere di aver bisogno di aiuto è stato un po’ un pugno dritto in faccia. Saprò di poter contare sui tuoi mezzi e sul fatto che, in qualche modo, tu sia riuscita a tirare fuori il meglio di me. Hai migliorato la mia vita e voglio essere in grado di farla rimanere tale, con normali alti e bassi, ma piena, equilibrata, senza ansia. Farò del mio meglio per riuscirci, in questa casetta si sta proprio bene, e se verrà un po’ di umidità a rovinare i muri, si potrà sempre dare un’altra mano di intonaco, senza il bisogno di buttare giù la casa e rifarla daccapo. Ed è curioso pensare che si possa iniziare a costruire una casa non dalle pareti, ma da un divano. Quello bianco, su cui sono stata seduta per tutti questi mesi. Ho speso quasi duemila parole, mi suggerisce il computer, per rivivere questi sette mesi, vedere quanti passi in avanti ho fatto mano nella mano con te, ma – ne scrivessi anche altre quattromila – le parole non basterebbero per spiegare quanto mi senta felice di come sono andate le cose, di come gli esercizi e la loro applicazione abbiano aperto porte che credevo chiuse a chiave con quattro passanti, e che invece erano solo a malapena accostate.

Grazie per questo percorso e per avermi fatto riprendere in mano la mia vita, cara psicoterapia.

Ma posso anche smetterla di chiamarti così, e correggermi dicendo invece grazie, cara dottoressa.