Set
29
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 29-09-2011

Con questa comunicazione vorrei ricordare, per chi fosse interessato, che ad ottobre 2011 inizierà il corso EmotivaMENTE a Sant’Antioco e Villacidro e che sono disponibili ancora alcuni posti.

Per ulteriori informazione vi rimando all’articolo EmotivaMENTE: alla scoperta delle proprie emozioni

Caterina Steri

Set
26
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 26-09-2011

Videogames e adoloescenzaTempo fa ebbi un colloquio con un adolescente che mi disse che i genitori per anni, da bambino, gli permisero di usare i videogiochi del fratello maggiore. Secondo il ragazzo, l’uso improprio di quei giochi, sia per la qualità inadeguata ad un bambino che per i lunghi periodi a cui lui ed il fratello vi si dedicarono, ebbe degli effetti negativi sul loro sviluppo emotivo e sociale.

Ripensando all’esperienza di quel ragazzo, oggi vorrei proporvi l’argomento che venne fuori in quell’occasione: l’influenza che i videogames possono avere sui ragazzi.

L’era di internet ha stimolato fortemente lo sviluppo tecnologico dei videogiochi. Siamo lontani anni luce dai tempi di Pac-Man o i classici giochi da bar. Quelli attuali sono molto più sofisticati e multi-dimensionali rispetto al passato e internet rende possibili giochi a cui possono partecipare giocatori di tutto il mondo.

Il cervello umano è predisposto ad apprendere modelli di comportamento a cui è esposto ripetutamente. E se questi modelli si ripetono più e più volte, l’assorbimento avviene in maniera neutra, senza una valutazione morale. Questo porta i ragazzi a riportare nella vita reale ciò che succede nei videogames, a ragionare così come fanno mentre giocano.

A causa della forte influenza che i videogiochi possono esercitare sulla vita dei ragazzi, sarebbe opportuno cercare di educarli ad un loro uso adeguato.

Lungi da me l’intenzione di criminalizzare i videogiochi che, in quanto evoluzione tecnologica di diverse attività ludiche sono potenzialmente portatori di numerosi effetti positivi. Ad esempio, quelli che si basano sulla socialità, riflessione, confronto fra pari. In questi casi, l’uso di questo tipo di giochi può essere positivo in quanto il cervello, facendo diventare normale ciò che ripete, se stimolato a giocare per “costruire” e non per “distruggere” permetterà all’individuo di sviluppare un senso di solidarietà che attualmente si va perdendo. Possono anche rappresentare uno stimolo per le abilità manuali e di percezione, stimolare la comprensione dei compiti da svolgere, abituare a gestire gli obiettivi, favorire l’allenamento alla gestione delle emozioni e lo sviluppo dell’abilità di prendere rapidamente delle decisioni.

L’altra faccia della medaglia ci mostra come i videogiochi più recenti sono zeppi di straordinari effetti grafici, ma molti sono anche graficamente violenti. I videogiochi multi-player interattivi consentono ai giocatori di assumere il controllo del protagonista e di controllarne il comportamento. Troppo spesso, l’obiettivo dei videogiochi è di uccidere l’avversario nel modo più cruento possibile.

Altri invece stimolano a crearsi un “avatar” ( un alter ego), rischiano di dare dipendenza, di catapultare il giocatore in un mondo parallelo dove l’immaginario può anche diventare preponderante.

Inoltre alcuni consentono di collegarsi ad internet e di conversare in tempo reale con altri giocatori. Senza un controllo adeguato della riservatezza, anche i giochi considerati per tutti possono rapidamente sconvolgere la natura dell’esperienza del gioco.

Studi condotti da importanti gruppi di ricerca hanno riscontrato un legame negativo tra la violenza dei mezzi di comunicazione e i comportamenti dei ragazzi. Studi finanziati da importanti produttori di videogiochi contestano queste conclusioni. Tuttavia lo scoppio di tragedie altamente pubblicizzate come la strage di Oslo, hanno alimentato fondate preoccupazioni sull’aumento della violenza giovanile connessa ai videogiochi. Questi interferiscono con l’equilibrio della vita quotidiana, modificano le percezioni della violenza da parte dei ragazzi, sollevano la soglia del livello di eccitazione e diminuiscono l’interesse per le sfumature dell’interazione umana.

Esiste ancora il rischio di divulgare una quantità eccessiva di informazioni a un altro giocatore sconosciuto, mettendo così a rischio la propria sicurezza personale, soprattutto quando si ha a che fare con bulli e/o pedofili.

Altro pericolo che potrebbe nascondersi dietro l’uso smodato dei videogames è lo sviluppo di un comportamento dipendente.

Per questo i genitori possono stare attenti a dei campanelli di allarme tipici del disturbo:

  • il ragazzo dedica moltissimo tempo a videogiocare (o lo dedicherebbero se non gli fosse  impedito)
  • trascura e/o si ritira dalle attività a cui è sempre solito dedicarsi
  • presenta un calo del rendimento scolastico
  • si addormenta a scuola o mentre svolge altre attività
  • preferisce dedicarsi ai videogiochi che passare il tempo con amici
  • gioca di nascosto e quando non può farlo tende ad essere apatico o irascibile
  • si arrabbia quando lo si interrompe mentre gioca, o quando gli si impedisce di giocare
  • anche quando svolge altre attività focalizza i pensieri e le fantasie sul gioco
  • cerca di procurarsi videogiochi sempre nuovi, o insiste perché glieli comprino
  • spende somme considerevoli di denaro (se ne dispone) per i videogiochi
  • presenta alterazioni o anomalie nell’alimentazione, igiene personale, funzioni fisiologiche, sonno
  • presenta sintomi fisici quali mal di testa, di schiena, dolori al collo, arrossamenti agli occhi, disturbi della vista

Ma delle dipendenze da videogiochi ne parlerò in seguito. Il mio obiettivo, per ora è di sottolineare che non esistono videogiochi buoni o cattivi, ma un loro cattivo uso/abuso che porta ad influire negativamente sulla vita dei ragazzi. Se nella confezione dei videogiochi in vendita vi è scritto che non possono essere usati dai minorenni, un motivo ci sarà.

Set
22
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 22-09-2011

Tradimento onlineMentre navigavo sul web mi sono resa conto di quanto siano numerosi i siti dedicati alle scappatelle extraconiugali. Veri e propri luoghi virtuali di appuntamento nei quali è possibile conoscere altre persone con cui instaurare una relazione clandestina.

Il tradimento online da molti è ricercato – vedi chi si iscrive ai siti di cui sopra – altri ci arrivano per caso.

Tutto iniziò con le e-mail, poi le community, i blog, i giochi di ruolo, i social network. La piazza del web è sempre più vasta e pure le occasioni per tradire.

Si può parlare di tradimento online quando, una volta stretta una conoscenza con l’altro, il “noi” virtuale prevarica sul singolo individuo; quando la relazione diventa passionale a tal punto da aspettare l’altro in chat come quando si aspetta il proprio innamorato in carne ed ossa ad un appuntamento; quando la mancanza dell’altro in chat fa vivere l’angoscia dell’abbandono.

Ancora, parliamo di tradimento online quando si instaurano interminabili conversazioni a due, che spesso sfociano nel flirt o nel sesso virtuale, dove ci si scambiano fantasie erotiche e masturbazione reciproca.

Si può avere il sospetto di questo tipo di tradimento quando il/la partner si attarda al computer nelle ore notturne invece di andare a letto, chiede di non essere disturbato/a mentre sta chattando, si isola in luoghi dove non può essere raggiunto/a, per difendere la privacy su quanto legge o scrive.

Il chatter inoltre, inventa svariate bugie, cambia abitudini e comportamenti e non si dimostra più interessato/a alla vita sessuale.

Molti preferiscono il tradimento online perché fa sentire meno in colpa rispetto a quello in carne ed ossa, perché sanno che non c’è niente di ‘reale’ e forse non ci sarà mai niente di fisico.

Ci si convince che “sono solo fantasie, parole scritte in un computer e niente altro”.

Questo tipo di tradimento è più comodo (lo si fa direttamente da casa nella maggior parte dei casi). Permette di svelarsi all’altro solo per alcuni aspetti voluti. Si può nascondere il proprio aspetto fisico e raccontare all’altro tante fantasie, spacciandole per vere, perché non viene fatto conoscere nemmeno il proprio nome.

Quando si comincia a costruire una storia virtuale si tende ad aprirsi completamente all’altra persona, raccontando tutti i propri segreti. La motivazione è data dalla convinzione che le persone, essendo così distanti, non potranno mai raccontare a nessuno ciò che è stato loro confidato.

Tutto ciò deresponsabilizza gli individui perché creando una nuova identità possono totalmente inventarsi in una nuova dimensione virtuale. Giustificano inoltre il fatto che un cyber tradimento non sia un tradimento vero e proprio, senza rendersi conto delle vere motivazioni che li hanno spinti a rifugiarsi in altro fuori dalla vita coniugale diventata sicuramente simbolo di routine, di noia e vita insoddisfacente.

A volte questo tipo di relazioni su internet possono essere volutamente ricercate per fare un dispetto al partner, per vendetta o per altri motivi, “sfogando” così la propria rabbia nei confronti del/della partner reale, pur non facendo nulla di fisico.

In altri casi quello che si cerca è il potersi permettere delle soddisfazioni personali, accettando ‘giuste ‘ attenzioni nei propri confronti da parte di altri, ad esempio per migliorare la propria autostima o il tono dell’umore.

I partner che scoprono dei tradimenti virtuali da parte della loro metà possono reagire in diversi modi. Alcuni sottovalutano l’evento, vista la sua non fisicità, altri lo considerano un tradimento a tutti gli effetti.

In Inghilterra tempo fa una donna, ha chiesto il divorzio dal marito dopo averlo colto a tradirla via chat, ottenendo vari rimborsi economici da parte sua. Questo starebbe a dimostrare come il tradimento virtuale venga sempre più considerato un tradimento a tutti gli effetti, sia dal punto di vista psicologico che sociale.

Set
19

Famiglia depressaPer ricollegarmi all’articolo Depressione: sintomi, cause e possibili terapie , oggi vorrei parlarvi dei casi in cui la malattia depressiva colpisce un familiare. Infatti, la depressione non riguarda solo ed esclusivamente chi ne è affetto, sicuramente colui che soffre di più, ma seppure in modo indiretto, chi sta attorno al paziente depresso, in primis la famiglia.

Nella famiglia a volte si trova la maggior parte dei fattori di rischio e/o l’evento scatenante la malattia, ma il sistema familiare stesso potrebbe costituire  una grossa risorsa per la ripresa.

Gli interventi terapeutici, nel corso degli anni, hanno fatto emergere caratteristiche comuni presenti nella famiglia del paziente depresso, permettendo di identificare i nodi disfunzionali e trovare strategie utili per poterli modificare. Ad esempio, una caratteristica tipica delle famiglie con una persona depressa è la presenza di relazioni spesso superficiali e cordiali, una forte attenzione per le apparenze e per il rispetto delle regole, dando l’immagine all’esterno di una famiglia rispettabile; questa forte attenzione per le apparenze nasconde un clima emotivo freddo, dove il sintomo depressivo diventa un mezzo per poter attirare l’attenzione e chiedere aiuto.

Altra particolarità della famiglia depressa è la presenza di uno sbilanciamento di potere: il depresso sta in una posizione di inferiorità (colui che è visto sempre come lo sfortunato, il dipendente dalle cure e attenzioni degli altri), e chi gli da aiuto in una posizione superiorità (coloro che sono indispensabili per la vita del malato). In un’ottica di cambiamento e guarigione sarebbe meglio cercare di creare una rete di aiuto alla pari tra i familiari.

Come già detto, spesso i familiari non sanno come comportarsi e non si rendono conto di quello che è la depressione.

Alcuni genitori o altri membri della famiglia hanno grosse difficoltà ad accettare e ad ammettere che il proprio figlio sia depresso. Sarebbe opportuno in psicoterapia che i familiari di un bambino o di un adolescente con depressione capiscano quali siano i cambiamenti necessari da effettuare per permettere il miglioramento del clima familiare. Soprattutto i genitori devono essere consapevoli che non è il terapeuta che deve porre rimedio alla situazione, ma che il miglioramento è possibile solo se tutti si impegnano a collaborare in maniera ottimale.

Bisogna lavorare su ogni singolo aspetto problematico (è utile tenere un diario con tutte le problematiche da trattare in psicoterapia), identificare i pensieri che incidono negativamente sull’ autostima del bambino e intervenire per modificarli e renderli più compatibili con la personalità. Inoltre vanno modificati i comportamenti depressivi, che portano il soggetto ad isolarsi e a chiudersi senza un reale motivo.

Con i bambini più piccoli vengono, create situazioni simili al gioco, per cercare di farli sentire in un ambiente familiare e accogliente, e portarli, così, ad esprimersi e ad aprirsi in modo quanto più naturale possibile.

D’altra parte, alcune ricerche mettono in evidenza che i figli di genitori depressi presentano un rischio più elevato di sviluppare la patologia o comportamenti anti-sociali. Stati depressivi di uno dei genitori contribuiscono ad accrescere il rischio che il bambino viva situazioni di disagio che ne blocchino lo sviluppo relazionale.

La rottura dell’ambiente sereno in cui dovrebbe avvenire la crescita e lo sviluppo dei figli condiziona la buona condotta dei bambini, influendo in maniera negativa sul comportamento del minore. Nel caso di madri depresse, ad esempio, esse stesse adottano atteggiamenti asociali e disturbi della personalità legati alla depressione, tendono a crescere un figlio isolandolo dal resto del mondo e i figli erediterebbero una maggiore predisposizione genetica per disturbi legati alla vita sociale.

 

 

Cosa fare e cosa evitare con il parente depresso?

Meglio evitare le prediche, le esortazioni all’ottimismo e alla reazione. Tali atteggiamenti contribuiscono ad alimentare il senso di colpa e la scarsa autostima. Dire ad un depresso di ” tirarsi su” equivale a dire ad una persona sulla sedia a rotelle di alzarsi e camminare. La depressione è una malattia che annulla la capacità di volere e di prendere delle iniziative. Il depresso non è un egoista fannullone che non vuole reagire. E’ la malattia stessa che sopprime la sua volontà.

Evitare di minimizzare o di sdrammatizzare, anche se le intenzioni sono buone. Il depresso si sentirà non capito e si chiuderà ancora di più in se stesso.

Il depresso si lamenta? Mostrarsi più negativi di lui, parlare con toni di esagerato pessimismo della vita e dei rapporti umani, paradossalmente in alcuni casi porta il malato a risollevarsi. In psicoterapia, la tecnica del paradosso viene usata con pazienti depressi non gravi, ottenendo dei risultati significativi. Quando il terapeuta si mostra più depresso del paziente, si verificava un’inversione dei ruoli: il paziente cerca di consolare lo psicologo, e così facendo, il suo modo di vedere la vita cambia e il suo umore migliora.

Un atteggiamento di ascolto, rispetto ed empatia è una strategia che funziona. Quando il depresso si sente ascoltato e capito, può cominciare a vedere la situazione in modo più obiettivo.

Stabilito che prediche, consigli ed esortazioni servono a poco, meglio andare sul concreto, ad esempio, dal  momento che la persona depressa è incapace di attivarsi da sola, sarebbe utile prendere gli appuntamenti con le figure professionali di riferimento e accompagnarla agli incontri, se necessario.

E’ sempre meglio stare sul quì ed ora, ovvero, parlare al depresso al presente e su argomenti attuali. Per lui, il tempo scorre molto lentamente, il passato viene vissuto con continui sensi di colpa e il futuro è visto come mancanza di speranza e sfiducia nei confronti della vita.

Vivere con un depresso può essere molto difficile e faticoso. Alcuni richiedono infinite attenzioni e manifestazioni di disponibilità continue, trattenendo i familiari e amici ore con loro o al telefono; nei casi più gravi, vengono usati, inconsciamente, ricatti emotivi, sottolineando come solo loro possono aiutarli e salvarli dalla malattia. E’ estremamente importante imparare a stabilire dei limiti con la persona depressa, per aiutarla a superare la sua condizione e per tutelare se stessi. Il messaggio da trasmettere al malato è che non sono gli altri ad essere responsabili della sua condizione e dell’esito futuro, nonostante la si voglia bene e si sia sinceramente interessati al suo benessere.

Per “distrarre” il depresso dai suoi continui pensieri negativi e salvaguardare i familiari, sarebbe utile organizzare delle attività piacevoli e ricreative: dallo shopping al cinema, palestra, passeggiate. Probabilmente il depresso non vi parteciperà con entusiasmo, ma uscire dalla routine quotidiana contribuirà a migliorare il suo umore.

Chi sta accanto al depresso, soprattutto se coinvolto da uno stretto legame emotivo, potrebbe sentirsi travolto dalla disperazione e dalla sfiducia. Per salvaguardare la propria salute mentale e avere con il depresso un rapporto migliore, è obbligatorio “staccare la spina”: trovare degli spazi tutti per sé, gratificanti e piacevoli., se necessario iniziare un percorso psicoterapeutico individuale.

A volte sono i parenti che possono chiedere aiuto e sostegno al depresso. E’ constatato infatti che quando la persona depressa si attiva per dare sostegno all’esterno, si presenta una notevole riduzione dei sintomi, tanto da farla sembrare un’altra. La possibilità di sentirsi utile in una relazione permette di non concentrarsi solo sul proprio malessere, di sentirsi importanti per gli altri e di far crescere la propria autostima.

Set
15
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 15-09-2011

Depressione“Oggi sono depresso”. Questa è una delle frasi tanto diffuse che le persone pronunciano quando si sentono giù di tono. Con molta probabilità in questi casi non si soffre di un vero e proprio disturbo psicologico. Possiamo parlare di depressione vera e propria, quella che richiede un trattamento psicologico e farmacologico, quando si presentano per non meno di due settimane, almeno cinque dei seguenti sintomi:

- umore depresso;

- perdita di piacere per quasi tutte le attività durante il giorno;

- cambiamento di peso significativo (aumento o diminuzione);

- cambiamenti nelle abitudini del sonno;

- essere agitato o essere rallentato;

- mancanza di energia;

- sensazione di essere inutile;

- difficoltà nella concentrazione;

- pensieri ricorrenti di morte o di suicidio.

Nessuna persona depressa può avere tutti questi sintomi contemporaneamente e nessuna corrisponderà esattamente a questi modelli.

La depressione può svilupparsi in diversi modi ed è caratterizzata da cambiamenti fisiologici, dell’umore, del modo di pensare e del comportamento. Riconoscere i primi segnali della malattia, può essere utile per intervenire prima ed evitare almeno che la crisi sia molto forte.

Le persone depresse avvertono un senso di noia continuo, non riescono a provare interesse per le normali attività, provano sentimenti di distacco e inadeguatezza nello svolgimento del lavoro abituale. Tutto appare irrisolvibile, insormontabile, quello che prima era semplice diventa difficile, non è possibile partecipare alla vita sociale, nulla stimola il proprio interesse. Il depresso riferisce di non provare più affetto per i propri familiari, di sentirsi arido e vuoto, di non riuscire a piangere.

Un sintomo frequente è il rallentamento psicomotorio che si manifesta sia con una riduzione dei movimenti spontanei, con irrigidimento della mimica che può causare un aspetto inespressivo.

Il linguaggio non è più fluido e i temi e i contenuti delle idee scarsi; la stanchezza diventa continua e così accentuata da ostacolare lo svolgimento di ogni attività. Prevale l’incapacità di prendere qualsiasi decisione, con blocco talora completo dell’azione.

Il passare del tempo viene percepito in modo rallentato rispetto al normale. Il depresso ha la sensazione che la giornata sia interminabile, che non sia possibile arrivare a sera.

La consapevolezza di essere aridi dal punto di vista affettivo e la compromissione delle prestazioni intellettuali portano all’autosvalutazione, al sentirsi inadeguati, a rimuginare sui propri sbagli e sul passato. Il futuro è privo di speranza e ci si da le colpe del proprio disturbo e dell’incapacità di guarire.

La depressione può colpire chiunque ed è dovuta a cause molteplici e diverse. Sono state messe in evidenza cause biologiche (alcuni di noi nascono con una maggiore predisposizione genetica verso questa malattia, modificazioni a livello biologico, nella regolazione di sostanze come neurotrasmettitori e ormoni), e cause psicosociali (le esperienze della vita, particolarmente quelle dell’infanzia, possono favorire una vulnerabilità acquisita alla depressione). Questa vulnerabilità non necessariamente porterà tutti alla depressione. Alcuni hanno episodi di depressione isolati seguiti da molti anni senza sintomi, mentre altri hanno gruppi di episodi, e altri ancora hanno episodi sempre più frequenti con l’aumentare dell’età. Attualmente le giovani generazioni risultano più vulnerabili rispetto al passato, probabilmente per l’influenza di più fattori di rischio: uso di sostanze, dieta e cambiamenti avuti nella struttura familiare, sociale e occupazionale, uniti al generale incremento dell’urbanizzazione.

Per curare la depressione, quindi, sarà necessario sia equilibrare i neurotrasmettitori con farmaci antidepressivi, sia rendere più forte una persona di fronte allo stress, attraverso interventi psicologici.

La Psicoterapia Strategica Integrata ad esempio, mira a modificare i pensieri che possono sostenere la depressione. La cura spinge gradualmente a riprendere le attività che sono state abbandonate, magari iniziando da quelle più piacevoli, a sviluppare comportamenti funzionali a risolvere i problemi, a pensare in modo più equilibrato. Sarebbe opportuno pure capire cosa cambiare per far stare meglio una persona con la depressione o per ridurre la probabilità che stia male di nuovo.

Una cura cominciata subito può essere un fattore protettivo. Anche avere un lavoro che piace e delle relazioni positive possono essere fattori protettivi.

Come la maggior parte dei disturbi psichici, anche la depressione influenza non solo chi ne è colpito, ma pure l’ambiente circostante, in particolare la famiglia. Da un lato, l’insorgenza della malattia può essere causata da dinamiche familiari problematiche, dall’altro chi vive a contatto col depresso è spaventato e spesso non sa come comportarsi di fronte ai sintomi “tipici”.

Spesso i parenti, in buona fede, spronano chi ne soffre a reagire, a sforzarsi, senza rendersi conto che ciò tende a far sentire il depresso ancora più in colpa. C’è chi pensa che la depressione sia una manifestazione di egoismo nei confronti della vita e di chi sta intorno al malato che viene percepito come passivo e senza volontà di reagire. In realtà la depressione non è in nessun modo una questione di volontà, ma mancanza di energie da investire per affrontare la malattia stessa.

Bisogna mantenere nei confronti del depresso una presenza leggera: non fare domande inquisitorie, eccessive smancerie e neppure manifestazioni teatrali di affetto.

Vista la percezione del tempo rallentata o immobile, il continuo rimuginare sul passato e la mancanza di speranza per il futuro, è meglio parlare al presente: in questo modo si aiuta la persona ad ancorarsi all’attimo che vive e a essere presente a se stessa.

È di fondamentale importanza che la persona depressa non incontri eccessivi ostacoli nelle sue prime manifestazioni di ripresa. Non essere giudicanti nei confronti delle novità, ma pensare che se nasce qualcosa si è sulla strada giusta.

Detto questo, vi rimando ad un ulteriore approfondimento sulle famiglie delle persone depresse in uno dei prossimi articoli.

Caterina Steri.

Set
11
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 11-09-2011

DSCN0970Con questo post vorrei ringraziare nuovamente l’Associazione Manifestamente per avermi invitato alla giornata della salute di Villacidro di ieri. La salute intesa a 360° come benessere biopsicosociale.

La manifestazione è riuscita benissimo, i Villacidresi di ogni età hanno partecipato potendo trovare tanti stimoli e novità: dalla possibilità di fare una passeggiata per il paese con il gruppo di cammino, ai giochi per i bambini, le manifestazioni sportive, musicali e di ballo, ai vari stand dedicati alla salute tra cui quello della Psicoterapia. In quest’ultimo hanno trovato spazio le terapeute che esercitano nel paese tra cui io.

Con le colleghe abbiamo avuto la possibilità di farci conoscere e di far conoscere nello specifico gli approcci con i quali lavoriamo attraverso la distribuzione di materiale cartaceo e la discussione con i presenti.

L a Psicoterapia nella giornata della salute si è avvicinata ancora di più alle persone e le persone alla psicoterapia.

Set
08

inserimento scolasticoL’inserimento dei bimbi nel nido, o nella scuola dell’infanzia,  può essere visto come il loro debutto in società, il primo vero distacco dai genitori e il primo grande passo verso l’autonomia. Il bambino, forse per la prima volta, non ha l’adulto tutto per sé. Deve imparare a dividere le attenzioni della maestra con gli altri, a seguire nuove regole, a stare nel gruppo, ad aspettare il suo turno per utilizzare i giochi o chiedere spiegazioni. E’ un grande cambiamento nella sua vita caratterizzato fortemente dall’esperienza della condivisione.

Nonostante gli aspetti positivi, i genitori possono vivere l’esperienza con un po’ di disagio, preoccupazione, a volte senso di colpa. In base all’età, al carattere del bambino e alla qualità delle sue relazioni con i genitori ci saranno diverse reazioni alla separazione e tempi differenti per un sereno inserimento.

Per chi ha già vissuto il momento del distacco con il nido il problema forse si pone in maniera minore, perché la mamma è già abituata a lasciare il proprio figlio in una struttura con più bambini e più educatrici. Spesso sono i genitori ad affrontare con più difficoltà l’inserimento del bambino perché invasi, oltre che dalla gioia per la nuova esperienza del figlio, anche dal desiderio di vederlo sempre dipendente da loro, soprattutto i più piccoli. L’ambivalenza è normale, sta a mamma e papà trasformarla in un’esperienza di crescita.

Per chi è stato sempre a casa con poche occasioni di socializzare o essere affidato ad altri potrebbe essere più faticoso.

Al  giorno d’oggi, nidi e scuole d’infanzia hanno ormai acquisito modalità di inserimento corrette e graduali e gli educatori sono attenti a fornire ai genitori tutte le informazioni per gestire al meglio il periodo in cui il piccolo inizierà a frequentare il nuovo ambiente, all’inizio con la presenza di un genitore (o di un’altra figura di riferimento) e poi da solo.

Quando inizia l’esperienza della scuola, è quasi inevitabile che il bambino pianga al momento del distacco. Il pianto serve per scaricare la tensione, è liberatorio e non deve preoccupare, perché nella maggior parte dei casi finisce in fretta. Alcuni bambini possono sentire il “magone” durante la mattinata, perché li manca la mamma e papà oppure sono disorientati. Possono aver bisogno di un po’ di tempo in più per ambientarsi e l’inserimento può richiedere una durata superiore alle classiche due settimane.

La mamma deve far capire al bimbo di essere serena perché lo ha lasciato in un bel posto, dove sa che starà bene e che tornerà a riprenderlo.  Se sgattaiolare via mentre è distratto può sembrare una buona strategia per allontanarsi senza sentirlo piangere è invece un modo per farlo sentire tradito e insicuro e fargli temere che la mamma possa sparire inaspettatamente per non tornare più. Meglio essere onesti, e spiegare che dovrà stare un po’ a scuola, che giocherà coi compagni e faranno delle attività insieme.

Il modo migliore perché il bambino si inserisca bene nella sua nuova routine è prima di tutto quello di trasmettergli la propria fiducia e il proprio entusiasmo. In tal senso sarebbero utili alcuni accorgimenti: evitare di fare commenti di fronte al bambino sulle sue difficoltà di inserimento, spiegare l’esperienza che si sta per vivere parlandone in modo positivo e dicendo che anche i genitori alla sua età sono andati a scuola.

Si potrebbe acquistare qualche libro illustrato che possa aiutare il figlio a visualizzare meglio la giornata all’asilo e visitare la struttura insieme per due o tre volte, magari già da giugno, per fargli conoscere l’ambiente. Raccontargli come si svolgerà la giornata nei dettagli, evitando di dire che la mamma torna subito o che va via solo per pochi minuti.

Scoprire se possibile il nome della maestra e fare in modo che diventi familiare al bambino.

Molto utile sarebbe rassicurare il proprio figlio e ascoltare il suo vissuto emotivo, lasciare che porti il ciuccio e/o il pupazzetto/copertina preferiti in modo da avere un oggetto consolatorio e che mantiene una continuità con la casa.

Può anche succedere che il bambino, in uno stato di disagio emotivo, si faccia la pipì addosso, non solo all’asilo, ma anche a casa. Bisogna tranquillizzarlo e non sgridarlo assolutamente. Occorre solo attendere che riacquisti sicurezza e fiducia in se stesso. La cosa più importante è che nell’inserimento alla scuola materna si rispettino i tempi e le modalità proprie di ogni bambino, adattandosi alle sue necessità nel modo più elastico possibile.

Se l’inserimento alla scuola coincide con l’ arrivo di un fratellino, sarebbe meglio dedicare un po’ di tempo esclusivamente al maggiore, anche solo un’ora al giorno. Alla comprensione, comunque, va associata anche una certa fermezza, perché è meglio evitare di assecondare troppo il bambino.

Tutti questi accorgimenti e non solo, aiutano sicuramente il bimbo a vivere la sua nuova esperienza in serenità e autonomia e mamma è papà nella sicurezza di aver fatto tutto il meglio per il proprio figlio.

Set
05
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 05-09-2011

Psico pazientiQuando i pazienti arrivano nel mio studio, spesso iniziano a parlare dicendo che è da settimane, se non mesi che pensavano di chiamarmi ma che non trovavano il coraggio, temporeggiavano o non ne erano convinti fino a che non sono stati molto male e i loro problemi e i sintomi sono diventati ingestibili.

Alcuni lettori di Gocce di Psicoterapia invece mi inviano delle e-mail dicendomi che mai andrebbero dal terapeuta perché non ne hanno bisogno, perché non si fidano degli estranei, o che vorrebbero ma non possono perché frenati da pregiudizi, stereotipi, “leggende metropolitane” che rendono più facile la negazione del bisogno di aiuto che la sua richiesta.

Sentirsi a disagio all’idea di rivolgersi ad uno psicologo-psicoterapeuta è un fenomeno comune a tanti individui, pertanto non ho potuto fare a meno di chiedermi quali siano le maggiori paure e dubbi al riguardo e di fare alcune riflessioni.

A volte si percepiscono i propri problemi e il proprio malessere talmente grandi che ci si convince del fatto che nessuno possa darci una mano.

Si ha paura di trovare degli incompetenti o di sentirsi giudicati, una volta “svelati” faticosamente tutti i segreti da cui si è afflitti. Si teme che ciò che viene raccontato all’esperto si ritorca contro, si ha paura di affrontare il problema, ci si vergogna di questo e si teme che la terapia sia peggiore della malattia. Esiste inoltre, la mancanza di fiducia nei confronti dell’estraneo.

Certo, con tutti questi timori, forse sarebbe meglio non rivolgersi per nulla ad un terapeuta, perché alla fine sia la guarigione che il fallimento terapeutico dipenderebbe solo ed esclusivamente da lui.

Per andare dal terapeuta bisognerebbe credere nella validità e nell’efficacia della psicologia e della psicoterapia, rendersi conto di stare male e ammettere di aver bisogno dell’aiuto dell’esperto per guarire. Fondamentale però, è tenere presente che solo chi si impegna seriamente nel processo di guarigione l’avrà vinta sul proprio malessere.

Attraversare momenti di malessere psicologico può capitare a tutti: soffrire di depressione, ansia, attacchi di panico, fobie, problemi di coppia, dipendenze affettive, NON è indice di pazzia!

Tra i dubbi più frequenti che mi sono stati raccontati, ve ne racconterò alcuni che hanno poi dato vita a degli scambi molto costruttivi.

C’è chi pensa che delle buone chiacchiere con un amico siano più salutari di un percorso psicoterapeutico. Ciò sarebbe vero se tutti fossero in grado di usare le parole e la comunicazione allo stesso modo del terapeuta. Questo infatti, è sempre in continua formazione e fa sì che il colloquio, attraverso l’uso di specifiche tecniche, tattiche, strategie e stili comunicativi, abbia ben poco in comune con le conversazioni di tutti i giorni. Senza contare che amici e parenti possano essere influenzati da fattori emotivi ed affettivi nell’esprimere la propria opinione.

Frequente è il problema della vergogna al solo pensiero di rivolgersi allo psicologo, perché influenzati da tanti pensieri a sfavore della categoria. Alcuni, per ovviare a questo, arrivano nel mio studio senza dire niente a nessuno, certi che il segreto professionale che mi vincola proteggeranno la loro privacy.

C’è invece chi non va dallo psicologo perché non si fida. Come dargli torto? Anche io inizialmente non mi fidavo del mio terapeuta. Decisi infatti inizialmente, di affidarmi a lui e constatai come nel tempo, sia cresciuta la fiducia nei suoi confronti e nei confronti del percorso che si faceva insieme testando ad ogni seduta i risultati dei cambiamenti messi in atto.

Ci sono poi quelli convinti che, sapendo il nome del proprio disagio psicologico lo possano controllare. In realtà la mente umana agisce spesso per paradossi che per processi chiari e lineari. La psicoterapia, in tal senso aiuta a superare i blocchi a cui la mente ci sottopone. Un esempio comune è dato dal caso in cui ci si vorrebbe liberare da una relazione, ma non si riesce per chissà quale oscuro motivo. In questi casi si vivono momenti di forte frustrazione. Alcuni arrivano a chiamarmi proprio perché consumati da essa.

Molti non vanno dallo psicologo perché pensano di poter diventare dipendenti da lui. Come già spiegato in Psicoterapia Strategica Integrata: conoscerla per sceglierla , il tipo di lavoro da me usato punta al lavoro attivo del paziente, alla sua responsabilizzazione e al raggiungimento di una sua autonomia.

Altra difficoltà nel decidere di chiamare il terapeuta è la paura di dover iniziare percorsi che durano anni e dover spendere un occhio della testa. A discapito di questo, già dal primo colloquio, in base al problema presentato, si stipula un “contratto terapeutico” dove viene spiegato oltre che la modalità di lavoro, anche la tempistica. La psicoterapia strategica integrata ad esempio, tratta i disturbi di ansia in una decina di sedute.

I dubbi e le paure nei confronti della psicologia e psicoterapia sarebbero davvero tanti ancora. Sta al singolo individuo aver voglia di provare a stare bene e mettersi in gioco attraverso un lavoro terapeutico.