Ansia pre esamePeriodo di esami di maturità, le prove scritte sono andate, ora arrivano gli orali.

Sale l’ansia, la preoccupazione di non ricordare nulla di quello che si è studiato, il senso di colpa per non aver fatto il proprio dovere durante l’anno e per questo bisogna recuperare negli ultimi giorni?

Ciò che fatto è fatto. Va bene continuare a studiare fino alla fine, ma meglio a questo punto, puntare sulla qualità oltre che sulla quantità dello studio. Il caldo e la stanchezza incombono: inutile privarsi del sonno, cibo (o rifugiarsi in esso), o evitare i contatti con il mondo esterno. Giocate d’astuzia. Riunite le vostre energie e concentratevi su come sfruttarle al meglio!

Per questo, cercherò di dare dei piccoli consigli pratici.

L’ansia pre-esame a volte è indice di una scarsa autostima e fiducia nelle proprie capacità. Ci sono momenti in cui si ha la sensazione di crollare e di avere la mente offuscata. Tenete presente che è normale provare paura prima di un esame: bisogna imparare a non farsi dominare da essa, ma a sfruttarla per migliorare il proprio rendimento, usate l’ansia come risorsa per essere più carichi nel momento in cui dovrete sostenere la prova (in relazione a questo vi rimando a

Ansia: amica o nemica? ).

Seguite un piano di studio per organizzare al meglio il lavoro e ridurre l’ansia.

Fatte delle pause durante lo studio, anche se il programma da seguire è tanto. Le pause fungono da valvola di sfogo e da ricarica per le energie mentali e fisiche.

Non abusate di sostanze stimolanti (caffè, sostanze stimolanti o psicotrope). Anche se all’inizio alcune sostanze sembrano facilitare l’apprendimento, in fase di rielaborazione delle materie potrebbero causare un miscuglio di confusione, stanchezza e uso puramente mnemonico e non creativo delle informazioni.

Riposate, non saltate i pasti, cercate fonti di svago.

Evitate il tour de force dell’ultimo minuto. La frenetica lettura di manuali, fotocopie e dispense dell’ultimo minuto può generare solo confusione e ulteriori incertezze

Cercate il lato pratico dell’evento e semplificatelo: considerate l’interrogazione come uno scambio di cultura tra persone adulte che si svolge in un ambiente protetto.

Concentratevi sul compito evitando di pensare al “risultato”. La preoccupazione  eccessiva di fare bella figura per avere un voto alto può generare un livello alto di ansia da prestazione che rischia di inficiare il risultato finale

Se pensate che l’esame vada male, create solo un’immagine che procura più ansia: modificate questa immagine con altre positive, visualizzate voi stessi che andate benissimo alla prova.

Siate ottimisti, ripetetevi ogni tanto che l’esame andrà bene. Questo vi aiuterà ad essere più sicuri di voi stessi;

Anticipate il successo, ovvero immaginate la soddisfazione dell’aver raggiunto in modo positivo il vostro obiettivo;

Ricordate che all’esame vengono valutate le risposte alle domande che vi verranno fatte, non cadete nell’inganno di pensare che sarete giudicati come persone.

Detto ciò, in bocca al lupo a tutti i maturandi!

Giu
27
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 27-06-2011
 

 

comunicazione di servizioConsiderata la stagione estiva inoltrata, la Dott.ssa Caterina Steri avvisa che per i mesi di luglio ed agosto non sono ancora state programmate delle pause lavorative per l’attività di psicoterapia e consulenze psicologiche all’interno
del suo studio.

 

 

Per prendere appuntamento a Villacidro (VS), si ricorda che è possibile chiamare al numero 3207297686, dal lunedì al venerdì dalle 11:00 alle 14:30 e dalle 18:30 alle 20:30 e il sabato mattina fino alle 13:00.

Buon inizio settimana,

Caterina Steri.

 

 

Giu
23
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 23-06-2011

Sull'amoreUn piccolo omaggio al poeta  CAHLIL GIBRAN che con poche parole riesce a spiegare come dovrebbe essere l’Amore, quello vero.

[…]

Ma vi sia spazio nella vostra unione,

E tra voi danzino i venti dei cieli.

Amatevi l’un l’altro, ma non fatene una prigione d’amore:

Piuttosto vi sia un moto di mare tra le sponde delle vostre anime.

Riempitevi l’un l’altro le coppe, ma non bevete da un’unica coppa.

Datevi sostentamento reciproco, ma non mangiate dello stesso pane.

Cantate e danzate insieme e state allegri, ma ognuno di voi sia solo,

Come sole sono le corde del liuto, benché vibrino di musica uguale.

Donatevi il cuore, ma l’uno non sia di rifugio all’altro,

Poiché solo la mano della vita può contenere i vostri cuori.

E siate uniti, ma non troppo vicini;

Le colonne del tempio si ergono distanti,

E la quercia e il cipresso non crescono l’una all’ombra dell’altro.

Giu
20

Sindrome di StoccolmaNel 1973, alla “Kreditbanken” di Stoccolma venne effettuato un furto durante il quale alcuni dipendenti della banca furono tenuti in ostaggio dai rapinatori per sei giorni. Successe che le vittime si attaccarono emotivamente ai loro rapitori, fino al punto, una volta liberati, di prenderne le difese e richiedere per loro la clemenza alle autorità. Da quell’episodio, il criminologo e psicologo Nils Bejerot, che aiutò la polizia durante la rapina, coniò il termine di Sindrome di Stoccolma, indicando una condizione psicologica in cui la persona vittima di un sequestro può manifestare sentimenti positivi (talvolta fino all’innamoramento) nei confronti del proprio sequestratore. Viene spesso riferita anche a situazioni di violenza sulle donne, abusi su minori e sopravvissuti a campi di sterminio. Non viene considerata una patologia clinica.

Di questa sindrome sono stati citati celebri casi durante la storia dei sequestri, ne parlano i film, telefilm e famosi cantanti, da Rino Gaetano (Stoccolma, nell’album Nuntereggae del 1978), a i Muse Stockholm Syndrome, nell’album Absolution del 2003).

La Sindrome insorge solo in caso di vessazioni prolungate e la probabilità di svilupparla aumenta proporzionalmente al grado di dipendenza del sequestrato dal sequestratore: è più probabile la sua insorgenza in quelle circostanze nelle quali la vittima percepisce che la propria sopravvivenza è legata al suo aguzzino.

Sono state date diverse spiegazioni per capire la paradossale condizione rappresentata dalla sindrome di Stoccolma. Alla base ci sarebbero dei meccanismi mentali inconsci guidati dall’istinto di sopravvivenza della vittima. Nella fase iniziale la persona rapita sperimenta uno stato di confusione e di terrore per la situazione che gli viene imposta. Superato il trauma iniziale, cerca un modo per resistere alla situazione che sta subendo.

Più passa il tempo, più la vittima inizia a sentire la propria vita direttamente dipendente dal carnefice e convincendosi di poter evitare la morte, sviluppa un meccanismo psicologico di totale attaccamento verso di lui.

Dall’altro lato, la vittima si identifica con il carnefice che comprende le motivazioni per cui l’aguzzino agisce, arrivando persino a tollerare senza troppa fatica le sue violenze, in quanto mosse da solide ragioni.

Insomma, per garantirsi la grazia del suo aguzzino, la vittima elimina inconsapevolmente ma in modo conveniente, dalla sua mente il rancore nei suoi confronti. In questa condizione il rapitore avrebbe meno motivi per scatenare la sua violenza contro la vittima. In effetti, è stato riscontrato che la sindrome di Stoccolma favorisce la sopravvivenza del rapito riuscendo a creare un feed back positivo da parte dell’aggressore.

La comparsa di tale sindrome è direttamente dipendente dalla personalità del sequestrato: più esso ha un carattere forte e dominante, meno sarà predisposto a manifestarla. Sorge in personalità non ben strutturate, poco solide, come quelle soprattutto di bambini o adolescenti. Nelle situazioni in cui il rapimento si effettua su questi soggetti delicati, magari per avere ‘uno schiavo o schiava”, il rapitore cerca di depersonalizzare la vittima, attraverso una sorta di “lavaggio del cervello”, la convince che nessuno dei suoi cari si interesserà di lui, e che solo il carceriere lo curerà e gli starà accanto.

Si riconosce per la presenza di:

  • sentimenti positivi delle vittime verso i loro aguzzini
  • sentimenti negativi nei confronti di chi sostiene che l’aguzzino sia tale: chi è affetto dalla sindrome ostacola il lavoro delle autorità, in quanto le vittime possono difendere i propri carnefici sia durante le azioni mosse al loro rilascio che in tribunale.

La sindrome può avere durata variabile e gli effetti psicologici più comuni sono: disturbi del sonno, incubi, fobie, trasalimenti improvvisi, flashback e depressione che possono essere curati farmacologicamente e in accostamento ad un percorso psicoterapeutico.

Concludendo, la Sindrome di Stoccolma è frutto dell’istinto di sopravvivenza delle persone, non ordinaria follia, come molti potrebbero credere.

Giu
17
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 17-06-2011

essere lasciatiTutte le storie d’amore possono finire. A volte succede che i sentimenti vengano a mancare da parte di entrambi e quindi il distacco avviene in accordo fra le parti, oppure capita che uno dei due decide di dare un taglio alla relazione e chi viene lasciato vive un dolore tale ad un vero e proprio lutto.

Essere lasciati spezza la vita in due (prima e dopo l’abbandono), creando un senso di vuoto, frustrazione e confusione.

Si riscontrano dei cambiamenti anche a livello organico: quando ci si innamora il fisico produce una quantità elevata di endorfine e feniletilamina (che danno senso di benessere, euforia, vitalità e desiderio sessuale); con la rottura della relazione, si ha un crollo della produzione di queste sostanze che porta ad ansia, depressione, apatia,frustrazione, irritabilità).

Uno studio svolto dall’università del Michigan, Stati Uniti, afferma che l’abbandono da parte del partner è assimilabile ad un trauma fisico intenso, come un’ustione o una botta in testa. Non è solo un dolore interiore, ma una vera sofferenza fisica.

Essere lasciati porta a pensare di non essere stati all’altezza della storia, di aver subito un torto, di non voler più avere a che fare con relazioni a due e mille altri pensieri negativi. Ci si sente impotenti e svalutati.

Non tutto è perduto però. Così come ogni perdita, anche l’esperienza di essere lasciati ha bisogno di una sua elaborazione costruttiva, con tempi più o meno variabili, che porti ad una ripresa.

Senza un’accettazione di ciò, qualsiasi percorso è inutile. Sembra scontato, ma non lo è.

All’inizio, sopratutto se la conclusione della relazione sopraggiunge in maniera improvvisa ed imprevista, si tende a negare il tutto o a minimizzare. Si ritiene che l’altro ritornerà, che è solo un periodo di incertezze e dubbi da superare. Quando ci si rende conto che così non è si sprofonda nel dolore.

Bisogna concedersi un periodo di lutto: vivere l’infelicità che l’abbandono ha causato ed elaborarla, versare tutte le lacrime possibili e fare uscire tutto il dolore, la rabbia e i sensi di colpa che si provano.

Sempre meglio evitare di tenere strascichi di relazione con l’altro con l’illusione che il dolore sia meno lacerante. E’ solo un modo per non rassegnarsi al distacco e allungare l’agonia.

Decidere di farsi una ragione di quello che è successo trovando una giusta spiegazione, capire i propri errori e quelli altrui e apprendere da questi.

Occorre prendere di petto la situazione, uscendo dalla fase di lutto. Iniziare ad essere attivi, dinamici, a curarsi, coccolarsi, a dedicarsi a nuove relazione sociali e attività. Forzarsi di sorridere anche quando non si ha voglia. Insomma,  bisogna fare qualcosa di positivo per se stessi e riempire il vuoto lasciato dall’altro.

Entrare nell’ottica che il grande amore che si pensava di vivere forse non era così grande, ma ridimensionarlo e capire che, se finito, si possa avere la possibilità di viverne ancora.

Tenere presente che il tempo aiuta a cicatrizzare le ferite, non viverlo quindi passivamente ma come un alleato, cercando di sfruttare al meglio le proprie energie e risorse.

Imparare che la vita è unica e che non dobbiamo permettere alla fine di una relazione di non farcela vivere. La vita continua, con tanti obiettivi e traguardi da raggiungere, tra cui forse un grande amore.

Giu
13
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 13-06-2011

Autostima girasolePerché a volte ci sentiamo insicuri, non riusciamo a prendere le decisioni e pare che per qualsiasi cosa da fare ci sia bisogno del consenso altrui? Inoltre, perché capita di notare degli individui che non hanno questo problema e sembrano sempre molto sicuri di de stessi? Una spiegazione a queste domande potrebbe essere dovuta al fatto che le persone possono  avere una bassa o alta autostima.

L’autostima è la risposta alla domanda: “Che cosa penso di me”? E’ quindi la valutazione che ognuno da di se e il suo modo di percepirsi.

Il senso di autostima non si compra al supermercato, si coltiva giorno per giorno e deriva da fattori cognitivi, cioè le conoscenze di una persona su di sé e le situazioni che vive; da fattori affettivi che influenzano la sensibilità nel provare e ricevere sentimenti; da fattori sociali che condizionano la vita dell’individuo rispetto al suo relazionarsi agli altri.

Molto importante, per lo sviluppo di una buona autostima e la modalità con cui gli adulti, soprattutto i genitori si pongono nei confronti dei bambini, sin dalla più tenera età. Genitori troppo apprensivi non danno solitamente lo spazio necessario ai bambini per esplorare il mondo circostante, soddisfano sempre in anticipo le esigenze dei figli senza che questi si rendano conto delle loro necessità e del fatto che debbano “ingegnarsi” per soddisfarle. Capita poi che essendo troppo ansiosi, aiutando i figli in ogni occasione e risolvendo loro qualsiasi situazione, inculchino nella loro mente la convinzione di non poter fare da soli e di non averne le capacità.

Sul versante opposto, i genitori che svalutano i figli, pur non essendo apprensivi e ansiosi, faranno si che anche i loro pargoli si convincano di “non essere all’altezza” e anche questo li porterà ad avere una bassa autostima.

I bambini a cui viene lasciata l’opportunità di sperimentarsi durante la crescita, di provare ad avere dei successi e degli insuccessi, che vengono responsabilizzati e allo stesso tempo rinforzati con fiducia sulle loro capacità, cresceranno con un’alta autostima.

L’autostima è una percezione estremamente soggettiva e personale, non è stabile nel tempo, ma mutevole. Per questo motivo possiamo immaginarla come un fiore che deve essere innaffiato continuamente per poter vivere.

L’autostima, influenza l’autoefficacia, cioè la consapevolezza di poter raggiungere obiettivi, influenza il tono dell’umore, le relazioni affettive, il successo nella vita e le scelte di ogni tipo.

Avere una buona autostima è essenziale per il proprio benessere. Infatti, chi ha una bassa autostima non si sente sufficientemente sicuro di quanto valga e delle proprie qualità, non riesce a fare delle scelte e ad agire perché ha sempre timore di sbagliare. Vive sempre nell’incertezza e in situazioni problematiche ha difficoltà a cercare delle soluzioni. Quando vive un insuccesso soffre maggiormente e non impara in modo costruttivo dai propri errori in quanto associa l’accaduto ad una sua mancanza. Quando vive un successo tende a svalutarlo e a sminuirlo perché incredulo del fatto che sia dipeso da lui.

Una bassa autostima è data dalla discrepanza che si ha tra il modo in cui ci si percepisce e il modo in cui si vorrebbe essere. Quando questi non coincidono o si differenziano tanto, allora si ha una scarsa autostima.

Le persone con un’alta autostima hanno una maggiore perseveranza nel riuscire nelle attività a cui sono interessate o nel raggiungere gli obiettivi a cui tengono e sono meno determinate negli ambiti in cui investono poco. Sono più propense ad accettare i fallimenti e ad imparare da essi.

Quindi, maggiore è l’autostima, meglio si agisce e si decide e più si raggiungono gli obiettivi prefissati.

E’ importante essere consapevoli del fatto che la stima che abbiamo di noi stessi influenza il nostro comportamento, le relazione sociali, l’efficienza sul lavoro, la vita affettiva. A loro volta, questi influenzano i risultati che otteniamo in ogni ambito.

Per alimentare la propria autostima bisogna trovare le certezze in noi stessi, non negli altri. Dare la responsabilità a noi stessi dei propri successi ed insuccessi, non a fattori esterni.

In questo modo possiamo avere la consapevolezza di controllare certi eventi, poterli cambiare, senza aspettare che qualcosa succeda o che la soluzione ci venga offerta da altri.

Se si sta continuamente alla ricerca della approvazione altrui e questa ad un certo punto manca, l’autostima decresce. Se invece siamo solo noi a determinare l’opinione di se stessi, in qualsiasi momento si può decidere che fare in una determinata situazione.

Una buona autostima permette di mettersi in rapporto con gli altri in modo paritario.

Credere in se stessi aiuta a superare momenti difficili e rende ancora più produttivi e positivi. Quanto più è alta l’autostima, tanto più si vorrà dalla vita, e non ci si accontenterà di vivere e subire passivamente quello che capita.

Giu
09
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 09-06-2011

shopping compulsivo-“Gentile Dott.ssa, Le scrivo perché sento di avere un problema, ma non so che posso fare per affrontarlo? E’ già molto difficile per me riconoscerlo. Da circa un’anno è mezzo sono stata lasciata dal mio ex marito. Per me la separazione è stato un fulmine a ciel sereno. Per qualche mese non sono uscita di casa se non per andare a lavoro, non mi curavo più, non frequentavo gli amici, non cucinavo. Ero sempre depressa e apatica. Un giorno una collega mi invitò ad andare con lei per negozi dicendomi che mi serviva una botta di ottimismo e che lei si faceva spesso dei regali per tirarsi sul il morale. Aveva ragione. Tornai a casa che spesi metà del mio stipendio. Ero soddisfatta ed eccitata, come non mi sentivo da tempo. Ripetei l’esperienza la settimana successiva, poi quella dopo, quella dopo ancora… A distanza di mesi, mi ritrovo ad avere un forte impulso a comprare le cose più strane, la mia casa è piena di oggetti, alcuni dei quali non ricordo nemmeno di averli presi. Il mio armadio trabocca di vestiti che hanno ancora il cartellino del prezzo attaccato! L’eccitazione iniziale dura sempre meno e a volte mi sento frustrata per tutto il caos che ho in casa. Il culmine l’ho raggiunto qualche settimana fa, quando alla cassa di un negozio, mi sono sentita dire che la mia carta di credito era bloccata. Ho provato una profonda vergogna e rabbia con me stessa. Mi sono ripromessa di non spendere più per un po’ di tempo, ma anche evitando i negozi, mi sono ritrovata a far acquisti su internet. Ho parlato di questo con mia sorella che mi ha detto, scocciata dai miei modi di fare, che forse ho bisogno di un aiuto, che ha letto che potrei avere dei disturbi psicologici. Lei pensa possa essere così? B.”

-“Gentile B., chi di noi non è attratto dallo shopping? Chi non vorrebbe avere tanti soldi da spendere negli acquisti più impensabili, se non inutili? Quante volte ci si è fermati di fronte alla vetrina di un negozio ad ammirare un oggetto che ha riempito la vista e senza neanche pensarci lo abbiamo preso? Chi di noi quando è un po’ giù di tono non si concede un piccolo regalino per risollevarsi? Tutti questi sono pensieri e azioni quotidiani a cui tante persone si prestano. Ma quando non si può fare a meno di fare acquisti, spesso a scapito del proprio conto in banca, o si arriva a farsi bloccare la propria carta di credito, a chiedere prestiti e non essere in grado di saldarli, che succede? Succede che si è presi dallo shopping compulsivo (o dipendenza da shopping con sintomi psicofisici simili alla dipendenza da sostanze), cioè dalla tendenza incontrollabile ad acquistare frequentemente merci e servizi, al di sopra delle proprie possibilità economiche. Direi che, da quanto mi ha scritto, sua sorella possa avere ragione nel consigliarle di chiedere l’aiuto di un esperto.

La dipendenza da shopping compulsivo è un disturbo psicologico e generalmente la persona che ne è affetta sperimenta uno stato di forte tensione che può essere lenita solo cedendo all’impulso di comprare.

La maggior parte delle persone affette da dipendenza da shopping compulsivo presentano spesso, già dall’adolescenza, problematiche psicologiche di diversa entità e gravita; in particolare vengono associati disturbi legati alla Depressione, al Disturbo Ossessivo-Compulsivo, al Disturbo del Controllo degli Impulsi, al Disturbo Alimentare (soprattutto Bulimia), ai Disturbi d’Ansia e ad un’autostima significativamente bassa.

Lo shopping compulsivo inoltre, viene stimolato quotidianamente dai mass media con continue campagne pubblicitarie basate su tecniche psicologiche di persuasione ad acquistare.

Il disturbo si sviluppa per cercare di riempire un vuoto dato dalla tristezza, dalla bassa autostima, dal bisogno di “anestetizzare” sensazioni e vissuti dolorosi, con delle cose materiali. Forse lei ha avuto il bisogno di colmare il vuoto che le ha lasciato la separazione da suo marito e tutto ciò che ne ha conseguito? Con lo shopping ha di sicuro, momentaneamente trovato sollievo al malessere, poi è tornata alla situazione iniziale, anzi, ad un suo peggioramento perché gli acquisti fatti erano eccessivi, non le sono stati utili, a volte forse non hanno risposto ai suoi gusti e sono stati al di sopra delle sue possibilità economiche. Di conseguenza sono subentrate la vergogna, il senso di colpa e l’umiliazione.

Sono soprattutto le donne intorno ai quaranta anni, di classe media a venire colpite da questo disturbo e preferiscono acquistare capi di abbigliamento, gioielli, accessori e cosmetici. Gli uomini invece prediligono telefonini, computer e altri accessori i tecnologici.

Non esiste una vera e propria diagnosi del disturbo, ma chi ne è affetto presenta delle caratteristiche ben precise in cui Lei può forse ritrovarsi. Mi riferisco a:

  • impulso a comprare, vissuto in modo irresistibile
  • acquistare più volte in una settimana
  • essere ripetitiva e ciclica nei comportamenti di acquisto, soprattutto in corrispondenza delle situazioni di stress
  • provare vere e proprie “crisi di astinenza” e frustrazione che rappresentano anche il momento iniziale più difficile da gestire nel processo di guarigione
  • necessità di nascondere gli acquisti, così come fanno i tossicomani con la droga
  • spendere una maggiore quantità di denaro rispetto alle proprie possibilità economiche
  • spendere senza cognizione di causa: non importa cosa Lei abbia acquistato, ma che lo abbia fatto per soddisfare il vuoto in cui vive.

Sottolineerei che fare shopping da un enorme senso di piacere, trasformarlo quindi in un oggetto di dipendenza (per le persone predisposte e che si trovano in particolare periodi della loro vita), è molto facile. La scienza ha dimostrato che quando ci si innamora, il cervello produce dopamina, una sostanza che stimola la liberazione di testosterone, l’ormone del desiderio sessuale. Allo stesso modo, gli stessi livelli di dopamina sono stati trovati in soggetti che avevano appena avuto un’esperienza di shopping positivo.

Le chiedo quindi, di riflettere su quanto possa essere illusoriamente piacevole e soddisfacente sviluppare una dipendenza che momentaneamente fa sentire come gli innamorati che sentono le farfalle nello stomaco.

Per la maggior parte delle persone il sesso e una buona esperienza di shopping sono ugualmente eccitanti e spiegherebbe il motivo per cui spesso si spende più di quello che ci si può permettere e perchè si esagera con lo shopping, soprattutto quando ci si sente depressi. Lo shopping inoltre, rilassa come un’esperienza positiva di sesso.

Non mi stancherò mai di ripetere che dalle dipendenze si può guarire.

La sindrome da shopping può essere curata farmacologicamente, soprattutto con anti-depressivi, meglio però se combinata con una psicoterapia. I farmaci aiutano ad eliminare i sintomi, ma perché non si ripresentino, con un lavoro di psicoterapia, sarebbe importante lavorare sull’autostima, sull’attaccamento, sull’autonomia dalle figure di riferimento e su un maggiore controllo degli impulsi.

Tenga presente che non esiste guarigione se non con un’estrema volontà da parte del paziente di liberarsi dalla sua dipendenza. In mancanza di questo, neanche il miglior terapeuta al mondo potrebbe aiutarla.

Spero di aver sufficientemente risposto alla sua domanda e aiutato a chiarire i suoi dubbi.

Caterina Steri.”

Giu
06
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 06-06-2011

bici contro lo stressConsiderato che il bel tempo è arrivato, che in questo periodo dell’anno più che mai abbiamo l’esigenza di stare in forma e che quando stiamo in auto subiamo lo stress del traffico, troviamo qualcosa che soddisfi le varie esigenze ed eviti i disagi: la bici! Aggiungiamo poi che le due ruote sono un antistress e una marcia in più per il benessere di coppia e sociale e il gioco è fatto!

E’ risaputo che andare in bici migliora la forma fisica, non solo quella delle gambe ma di tutto il corpo.

La pedalata è un’attività aerobica. In un’ora di esercizio si consumano anche quattrocento o cinquecento calorie. Per le donne pare sia uno dei pochi rimedi contro la cellulite, il lato B si solleva e i polpacci diventano affusolati. La muscolatura di tutto il corpo viene migliorata per mantenere la postura corretta dalle spalle agli addominali. Uscire in bicicletta tre volte alla settimana, aiuta il cuore e la circolazione, aumenta la produzione di vitamina D, indispensabile per fissare il calcio sulle ossa, aiuta a rinforzare le difese immunitarie e a prevenire i raffreddori.

Oltre i vantaggi fisici non trascurabili sono quelli psicologici. Andare in bicicletta riduce notevolmente lo stress, promuove la produzione di endorfine (ormoni che attenuano fatica e dolore e hanno un effetto positivo sull’ umore), dà euforia, ma non dipendenza, libera la mente dai pensieri negativi e dalle tensioni accumulate, aumenta la concentrazione. Di conseguenza se riusciamo ad essere meno stressati e più sereni migliorano i rapporti con il partner, parenti, amici e colleghi di lavoro.

La bicicletta avrebbe un influsso più che positivo sulla vita di coppia se la si usasse in compagnia del partner. Pedalare in due aiuta ad armonizzare e coordinare i movimenti fra la coppia creando una maggiore intimità e complicità, ed è meno alienante che stare in macchina dove si è succubi del traffico e presi da altri pensieri.

I ragazzi che vanno in bicicletta sviluppano una maggiore capacità di adattarsi alle situazioni e di controllo emotivo.

Per gli adulti e nella terza età l’uso della bici aumenta la socializzazione e previene la depressione.

Senza contare che la bici ci rende liberi da orari da palestra, corsi da seguire, iscrizioni e rette mensili da pagare. E’ quindi economica e non inquinante: sicuramente l’opposto della costosa macchina dove si accumula lo stress, aumenta l’aggressività e la voglia di fumare e non aiuta a mantenere la forma fisica.

Detto questo, che aspettate a munirvi delle “salutari” due ruote?

Giu
02
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 02-06-2011

Dipendenza aff maschileTempo fa, trattando il tema delle dipendenze affettive, ho sottolineato come, per diversi motivi, colpiscano sopratutto le donne. Ciò non significa che gli uomini siano totalmente esuli da questo tipo di problematiche. Anche il sesso maschile è vittima di angosce che hanno origine durante l’infanzia che possono portare a sviluppare una dipendenza affettiva.

Tra le cause della dipendenza maschile, si nasconde spesso il rapporto con la propria madre. Rapporto basato sull’eccessivo amore e protezione della figura materna nei confronti del figlio.

Sicuramente nella cultura italiana parecchi figli maschi sono curati, iperprotetti e idolatrati dalla madre. L’iperprotezione materna porta inevitabilmente i figli a dipendere prima dalla figura genitoriale, poi da altre figure femminili: soprattutto, ma non solo, per quanto riguarda il trascorrere della vita quotidiana che va dalla capacità di accudire se stessi, la casa, i figli, la partner. Questi soggetti vivendo come privilegio l’essere accuditi perché così sono stati cresciuti, sempre più spesso esasperano le loro compagne. Alcune di queste arrivano a livelli di insofferenza tali da volersene separare.

D’altro can to esistono uomini che sono stati “rifiutati” e trascurati dalla figura materna per diversi motivi, e questo, ancora una volta, li condanna a ripiegare le loro frustrazioni e il loro senso di abbandono sulle compagne di vita.

Gli uomini cresciuti da madri iperprotettive o carenti, non riescono a prendere delle decisioni senza avere il benestare della figura materna, hanno una scarsa autostima, sono abituati ad essere svalutati e per questo non si sentono legittimati a prendere da soli le scelte per la propria vita.

Essere stati svalutati, non equivale solo ad aver avuto una madre carente, ma anche ad aver avuto una madre troppo efficiente, che ha sempre soddisfatto ogni minima esigenza del figlio anche prima che questa si presentasse. Questo, sia nei neonati che negli adulti porta ad un enorme senso di frustrazione e alla convinzione di non essere capaci ad “autosostenersi”, per questo motivo devono sempre essere “accuditi” da qualcun altro.

Lo stesso Freud, ai suoi tempi, affermò che il legame tra madre e figlio è qualcosa di talmente forte che inevitabilmente verrà preso in esempio come prototipo di tutte le altre relazioni d’amore.

Basti pensare a quante volte le discussioni in una coppia nascano dai tentativi della partner di “staccare” il compagno dall’influenza della madre.

Gli uomini dipendenti reagiscono al loro male diversamente rispetto alle donne. Cercano di proteggersi e alleviare le loro pene “concentrandosi” più su fattori esterni che interni: ad esempio, si appassionano al lavoro o allo sport. Per questo motivo, la dipendenza maschile è più “mascherata” rispetto a quella femminile. Accade pure che per allontanare dalla mente il dolore delle violenze, carenze o prevaricazioni subite in giovane età, gli uomini sviluppino dei meccanismi di identificazione con l’attore di queste mancanze, riproponendo lo stesso comportamento con altri individui, o che sviluppino altri tipi di dipendenze.

L’influenza culturale porta l’uomo a controllare le emozioni e gli affetti per la necessità di apparire forte e padrone di sé;  la struttura sociale inoltre gli consente di far passare come privilegi i suoi bisogni di dipendenza.

Esistono diversi modi di vivere la dipendenza affettiva maschile e di nasconderla. Alcuni, per nasconderla  cercano di dominare gli altri ed entrano in rapporto con donne manifestamente dipendenti. Si instaurano dei rapporti complementari che possono rimanere in equilibrio anche per anni, fino a che la donna accetta di ricoprire il ruolo di essere debole, subordinata e bisognosa.

Ci sono poi uomini che mascherano la loro dipendenza sviluppando una fobia dei legami, ovvero non possono fare a meno di stare in relazione con una donna, ma non sanno stare sempre con la stessa partner se non per un breve periodo, al di là del quale rivendica monotonamente il suo bisogno di libertà. All’inizio credono nella relazione, ma quando il legame affettivo con la partner viene percepito come un vincolo che potrebbe diventare irreversibile scatta la fobia. Questa sembra “anestetizzi” e di conseguenza, celi la dipendenza.

Ci sono poi quelli che celano la propria dipendenza con l’anaffettività. Non sono calorosi, affettuosi con la partner. Il sintomo della dipendenza potrebbe essere il bisogno continuo di far l’amore che non viene capito dalla compagna.

Uomini dipendenti arrivano nello studio dei terapeuti senza avere la minima consapevolezza della loro problematica. Così come per le donne, seppure il problema sia più mascherato, anche per gli uomini è possibile guarire dalla dipendenza attraverso un percorso terapeutico che si basi sulla presa di coscienza del problema, la volontà di cambiare e la costanza nell’impegno. Come la gran parte dei problemi che affliggono l’animo umano, per uscirne, basta volerlo e acquisire i mezzi giusti per farlo.