Mag
30
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 30-05-2011

AssertivitàQuesto articolo è stato scritto per rispondere ad una e-mail in cui mi si chiede cosa sia l’assertività.

L’assertività è una caratteristica del comportamento umano che permette alle persone di esprimere liberamente le proprie emozioni e i propri pensieri senza offendere ne aggredire gli altri.

Viene considerata la via di mezzo tra uno stile di comunicazione passivo e quello aggressivo. Si fonda sul diritto di essere trattati con rispetto, di essere sé stessi e di essere liberi di credere nei propri valori. Ognuno ha uno spazio personale che gli altri devono rispettare: quando ne usciamo per muoverci in pubblico, allora dobbiamo rispettare i diritti degli altri.

La persona assertiva è dotata di una buona competenza sociale, è flessibile, concentrata su di se anziché sugli altri, si assume le proprie responsabilità, sa chiedere scusa e ammette i propri errori. Afferma i propri bisogni e desideri, è autocritica, autoironica, comunica i propri stati d’animo, accetta il punto di vista altrui senza giudicare, ma valutando, cambia opinione se lo ritiene opportuno, non subisce ne aggredisce gli altri, ha un equilibrio tra i propri e altrui bisogni, è dotata di una buona autostima.

La comunicazione assertiva è caratterizzata da:

  • uso di parole che esprimono fiducia in se stessi e negli altri, senza imporsi ed evitando ordini categorici
  • ricerca del contatto visivo con l’altro che dimostra una buona comunicazione
  • attenzione alle espressioni del volto, il tono, il volume e l’inflessione della voce, ai gesti e al linguaggio del corpo dell’altro e del proprio. La mimica facciale, ad esempio, deve rispecchiare ciò che si sta dicendo con le parole per evitare malintesi e ambiguità. Con la voce invece bisogna evitare delle frequenze elevate.
  • la postura del corpo deve essere orientata verso l’interlocutore
  • attenzione sul proprio aspetto fisico
  • capacità di far capire all’altro di non essere solo osservato, ma anche osservatore
  • capacità di dire NO senza sentire sensi di colpa (vedi Quanto è importante sapere dire NO???Strategie per dire NO: alcuni consigli pratici per imparare )

Lo stile assertivo comporta numerosi vantaggi non solo per chi lo attua, ma anche per quanti sono in relazione con lui:

  • permette alla persona di agire nel suo pieno interesse, difendere il suo punto di vista senza ansia esagerata, esprimere con sincerità e disinvoltura i propri sentimenti
  • consente di tutelare i propri diritti senza ignorare quelli altrui
  • consente di migliorare i rapporti con gli altri perché aiuta ad essere se stessi
  • fa capire come potenziare in modo naturale, tutti i propri canali comunicativi
  • consente di costruire buone relazioni attraverso uno stile comunicativo chiaro, semplice e diretto privo di maschere, senza nascondere la vera personalità
  • stabilisce le relazioni interpersonali in modo collaborativo e costruttivo.
  • evita lo scontro, prende le distanze dall’aggressione verbale o dall’al’inespressività dovuta alla passività
  • permette di esprimersi in modo chiaro, semplice e diretto
  • evita l’uso di pregiudizi e generalizzazioni
  • fa si che ci si assuma la responsabilità dei propri errori, si accettino le critiche in modo costruttivo senza sminuire l’autostima dell’altro

Molti individui non riescono ad essere assertivi per diverse cause:

  • esperienze negative che hanno generato ansia
  • un’educazione troppo rigida
  • mancanza di insegnamento dei propri diritti
  • apprendimento di cattivi comportamenti da parte delle figure familiari
  • convinzioni disfunzionale e pensieri irrazionali
  • chiusura verso l’ambiente esterno e radicamento nei propri vissuti soggettivi.

Come già detto, non tutte le persone sono assertive, ma con una buona preparazione possono diventarlo, o quanto meno avvicinarsi ad esserlo, migliorando la propria qualità di vita e riducendo le frustrazioni. I risultati raggiunti dipendono dalla situazione di partenza e dalla volontà dell’individuo.

Spesso gli psicologi organizzano dei veri e propri percorsi con i loro pazienti, sia individuali che di gruppo per diventare assertivi.

Mag
26
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 26-05-2011

attacchi-di-panicoUn attacco di panico è un periodo di paura o disagio intensi, tipicamente con un inizio improvviso o di una rapida crescita dell’ansia normalmente presente. Solitamente la durata di un episodio è inferiore ai trenta minuti, non pare essere provocato da una causa particolare e spesso è debilitante.

Se gli attacchi si ripetono o la persona ha una forte ansia per paura di avare un altro attacco (paura della paura), allora si parla di “disturbo di panico” o DP.

I sintomi di un attacco di panico sono molteplici:

  • aumento della frequenza cardiaca o palpitazioni
  • cefalea
  • dolori al petto
  • difficoltà di respirazione (dispnea), affanno
  • rossore al viso e al petto
  • mani e piedi freddi e sudati
  • sudorazione generale
  • confusione mentale
  • formicolio o intorpidimento
  • paura e sensazione di svenire
  • sensazione di lingua e bocca asciutta e sapore metallico in bocca
  • tremori
  • vampate di calore o brividi di freddo
  • vertigini, stordimento, nausea, conati di vomito, senso di sbandamento
  • grida  e pianto
  • incapacità di comunicare ciò che si sta vivendo durante l’attacco
  • nodo alla gola
  • sensazioni di sogno o distorsione percettiva della realtà
  • percezione che non si è connessi al corpo o che si è disconnessi dal tempo e dallo spazio
  • sensazione che stia per accadere qualcosa di orribile e senso di impotenza per prevenirlo
  • paura di perdere il controllo e fare qualcosa di imbarazzante o di diventare matti
  • sensazione di morte imminente
  • sensazioni di rivissuto (deja-vu)

 

Un episodio può essere organizzato come un circolo vizioso: i sintomi mentali accrescono i sintomi fisici, e viceversa. Durante l’attacco di panico il corpo passa attraverso gli stessi processi fisici di quando si trova in una situazione di reale pericolo, la differenza è che non è questo il caso.

Le conseguenze dell’attacco di panico sono molto pesanti: depressione, forte senso di impotenza, frustrazione e paura che possa accadere di nuovo rendono la vita un vero inferno.

Si presentano soprattutto durante l’adolescenza o la prima età adulta e, anche se le cause precise non sono chiare, pare ci sia un legame con le più importanti fasi di transizione della vita che portano una certa quantità di stress e ansia: esami scolastici e universitari, la fine di una relazione, il matrimonio, il primo figlio, cambiare lavoro o posizione lavorativa, un lutto.

Chi ne soffre cerca di evitare tutte le situazioni che lega agli attacchi di panico sviluppando comportamenti di evitamento verso queste e delle fobie. Ad esempio, chi ha avuto il primo episodio mentre guidava o stava in mezzo ad altre persone, tenderà ad evitare la guida e i luoghi affollati. Le fobie possono diventare invalidanti a tal punto che, nei casi più gravi si arriva a non uscire di casa per paura di un possibile attacco, di trovarsi in situazioni imbarazzanti e di venire giudicati matti dagli altri.

Il primo attacco di panico è generalmente inaspettato, per cui il soggetto si spaventa enormemente e, spesso, ricorre al pronto soccorso; poi possono diventare più prevedibili.

Purtroppo molte persone si rifiutano di chiedere aiuto per risolvere problemi come attacchi di panico, agorafobia, ansia e difficoltà connesse non pensando che sono tutti problemi curabili se trattati adeguatamente.

Anche la Psicoterapia Strategica Integrata è adatta al trattamento di questi disturbi. Occorre aiutare il paziente ad eliminare i sentimenti e pensieri che hanno dato vita all’attacco di panico rendendolo attivo nel suo percorso terapeutico. La guarigione dipende molto dalla gravità e durata del problema ma soprattutto dalla volontà del paziente di far fronte al problema.

agenzia entrateSono veramente felice di poter suggerire a coloro che si chiedono se le consulenze psicologiche e la psicoterapia siano spese detraibili in dichiarazione dei redditi, di visitare il sito dell’Agenzia delle Entrate e leggere il testo della Circolare N. 20/E del 13 maggio 2011 (pag. 36)http://www.agenziaentrate.gov.it/wps/wcm/connect/09dab60046d6cf2789bfd965fb832624/Circolare+20e.pdf?MOD=AJPERES&CACHEID=09dab60046d6cf2789bfd965fb832624 dove è scritto:

5.15 Spese per sedute di psicoterapia

Quesito: Nell’elenco delle figure professionali e delle arti ausiliare riconosciute dal

Ministero della Salute le figure del medico chirurgo, dell’odontoiatra, del veterinario, dello psicologo – psicoterapeuta e del farmacista sono riportate in una tabella distinta rispetto a quelle indicanti le figure professionali di cui al DM 29 marzo 2001.

Si chiede di sapere se sia corretto ritenere appartenenti alla stessa categoria professionale il medico chirurgo e lo psicologo, con la conseguenza che anche per le prestazioni rese da questi ultimi non sia necessario richiedere la prescrizione medica.

Risposta: Il Ministero della Salute ritiene equiparabili, ai fini che in questa sede interessano, le prestazioni professionali dello psicologo e dello psicoterapeuta alle prestazioni sanitarie rese da un medico, potendo i cittadini avvalersi di tali prestazioni anche senza prescrizione medica. È pertanto possibile ammettere alla detrazione di cui all’art. 15, comma ,1 lett. c), del TUIR le prestazioni sanitarie rese da psicologi e psicoterapeuti per finalità terapeutiche senza prescrizione medica.

Sicuramente questo spinge le persone a rivolgersi agli psicologi e psicoterapeuti con minori remore e aiuta la figura degli esperti ad essere legittimata ancora di più in un paese in cui purtroppo esistono ancora tanti pregiudizi nei loro confronti e nei confronti del loro operato.

Chiuderei riprendendo l’Organizzazione Mondiale della Sanità che definisce la salute come: “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”.

Questo sta a significare che anche il benessere psicologico è un diritto fondamentale delle persone.

Mag
23
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 23-05-2011

Diete alimentari e disturbi dell'alimentazioneL’estate è alle porte!! Ora più che nel resto dell’anno iniziano le verifiche per la prova costume! Quanti di fronte allo specchio in casa propria non sono soddisfatti di quello che vedono? Inizia così la rituale tortura della dieta che deve portare il bel fisico sulle spiagge.

I nostri anni sono ossessionati dal culto della magrezza che spesso porta ad avere seri problemi con il cibo.

Tutti si adoperano, chi con il fai da te, chi dal dietologo per ridurre il massimo del peso nel minimo del tempo. Pure Kate Middleton, prima di convolare a giuste nozze ha dovuto “mettersi a stecchetto” per ridurre le forme di due taglie!

Di recente, due ricercatori italiani , ora professori alla Boston University, dopo diversi studi sui disturbi alimentari affermano che: «L’affamarsi è contro natura e rigide restrizioni, adottate per perdere peso in poco tempo, alterano il metabolismo che a sua volta rallenta e smette di bruciare i grassi. La conclusione è l’incapacità di perdere peso ed una dieta che ha effetto di droga».

A quanto pare, infatti le diete innescano dei meccanismi sull’organismo, simili alle dipendenze da droghe. Sopratutto la dieta fai da te, è spesso all’origine dei disturbi dell’alimentazione come l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa che colpiscono soprattutto le donne. La prima è caratterizzata dal totale rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra di quello minimo normale, la seconda da episodi ricorrenti di “abbuffate”, uso di mezzi inadeguati per controllare il peso: il vomito autoindotto; l’uso spropositato di lassativi, diuretici, o altri farmaci; il digiuno e l’attività fisica praticata in maniera eccessiva.

In entrambi i disturbi vi è la presenza di un’alterata percezione del peso e della propria immagine corporea.

Come nella Dipendenza da Droghe, anche nel disturbo alimentare abbiamo la compulsione nei confronti, in questo caso, del cibo. Possiamo parlare di dipendenze da cibo. Chi ne è affetto non tiene conto degli effetti che questo comportamento ha sulla salute. Infatti, nonostante le gravi complicazioni mediche, è molto difficile per le persone che soffrono di questi disturbi rinunciare alle loro dipendenze.

Tra le cause dei disturbi alimentari vi sono: l’incapacità di far fronte ai cambiamenti fisici dell’adolescenza,

l’idealizzazione della magrezza, tratti di personalità caratterizzati dal perfezionismo, ossessività, ansia e depressione, presenza di un modesto sovrappeso nelle persone con i tratti sopradescritti. Con queste interagiscono dei fattori sia genetici che culturali che predispongono al disturbo. Vi sono poi dei fattori scatenanti (un qualsiasi trauma, un lutto, l’allontanamento dalla famiglia, il desiderio di dimagrire e l’inizio di una dieta), che fanno precipitare una situazione, che altrimenti potrebbe rimanere latente.

Ovviamente non tutte le persone che iniziano una dieta vanno incontro ad un disturbo alimentare. Può accadere quando esse sono predisposte, si trovano a dover affrontare un fattore scatenante e non hanno i mezzi adatti per gestire la situazione come descritto di seguito.

L’inizio di una dieta mira a modificare il proprio corpo per migliorarlo. La perdita di peso rinforza il senso di autocontrollo e di conseguenza la sensazione del proprio valore (io sono più brava di altri nel fare questa cosa perciò valgo di più).

Le ragazze che dimagriscono perché riescono a stare a dieta vengono invidiate dalle amiche e ricevono tanti complimenti per la loro forma fisica. Questi fattori rinforzano la volontà di dimagrire e si può arrivare a digiunare faticosamente soprattutto nei primi giorni perché i rapidi risultati compensano la fatica e rinforzano l’ autostima. A questo punto accade che le diete troppo drastiche e rigide, portano il corpo a “difendersi” con meccanismi biologici funzionali alla sopravvivenza. Aumenta ad esempio la produzione di serotonina (neurotrasmettitore che seda la sofferenza e il dolore). Di conseguenza per i primi tempi, le ragazze a “stretto regime dietetico” sentono di avere forza e capacità superiori alla norma. Se non controllato e mal gestito, questo è il periodo più a rischio per l’instaurarsi della malattia, chiamato “luna di miele con l’anoressia“.

Dopo poco tempo, con ulteriori ristrettezze dietetiche subentra la fase della depressione, della fobia per il cibo, della percezione errata della propria immagine corporea e la scomparsa del ciclo mestruale.

Dall’anoressia si può passare alla bulimia, nelle persone con carattere più impulsivo, con minore volontà e una grossa difficoltà di autonomia dalla propria famiglia di origine.

Il passaggio da un disturbo all’altro si sviluppa quando si cede alla “tentazione” del cibo abbuffandosi in modo compulsivo ed ossessivo, poi si ricorre al vomito per rimediare. In questi casi i problemi fisici sono ancora più gravi che nell’anoressia e meno evidenti.

Abbuffate, sensi di colpa, digiuni forzati e poi di nuovo abbuffate a base di cibi ipercalorici diventano un abitudinario ciclo da cui non ci si riesce a liberare. Si finisce per stare sempre a dieta ma senza vedere i risultati sulla bilancia.

Così come dalle altre dipendenze, si può uscire anche da quelle alimentari. Occorre sicuramente cambiare modo di pensare, avere la volontà di guarire e intraprendere dei percorsi terapeutici costanti.

Per prevenirli, sarebbe bene divulgare un’educazione alimentare fin dalla tenera età e sfatare i miti basati sul binomio bellezza-magrezza. Certo, non verrebbe eliminato del tutto il problema dei disturbi alimentari, ma si darebbe un grosso impulso alla lotta contro di esso.

Suggerirei quindi di stare molto attenti alle diete, soprattutto quelle pre-estate e fai da te, perché potrebbero scatenare dei disturbi a cui molti sono predisposti.

Ricordiamoci che la dieta sconsiderata diventa una droga quando si comincia a rinunciare quotidianamente al cibo senza che vi sia un motivo valido. Il desiderio di avere un corpo perfetto e di perdere peso non è un buona e sana ragione per mettersi a dieta drasticamente.

Mag
19
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 19-05-2011

Strategie no

Riprendendo il post Quanto è importante sapere dire NO???  vorrei oggi parlare delle strategie che si possono mettere in atto per imparare a farlo in maniera utile e proficua.

  • Per imparare a dire No sarebbe opportuno fare delle analisi sulle conseguenze di questa scelta, chiedersi “E’ questo quello che voglio?”
  • Fare un elenco delle richieste abituali a cui si vorrebbe ma non si riesce a dire NO.
  • E’ bene considerare che quando interagiamo con gli altri, si preferirebbe che questi fossero onesti nei nostri confronti e che ci rispondessero un “No” sincero piuttosto che un “Si” falso.
  • Le spiegazioni non sono obbligatorie, ma se le si vuole darle bisogna farlo in modo semplice e comprensibile.
  • Mostrarsi convinti della propria posizione. In questo modo l’interlocutore avrà minore convinzione di pter farvi cambiare idea.
  • Per essere convincenti bisogna iniziare la frase pronunciando il NO e usando il linguaggio del corpo, ad esempio scuotendo la testa o sostenendo lo sguardo dell’altro.
  • Tra le frasi che si possono usare per rispondere agli altri ci sono:
  • non posso fare questa cosa adesso.
  • NO, ti ringrazio. Grazie per avermelo chiesto.
  • Spiacente, ma non posso
  • Mi spiace ma non posso proprio fare quello che mi chiedi.
  • preferirei di NO.
  • SI ha sempre la possibilità di pensarci sopra prima di rispondere alle richieste. Questo facilità il compito di dire No e aiuta ad essere più sicuri nella decisione da prendere.
  • Non è necessario scusarsi o giustificarsi, come già detto, si possono solo fornire le nostre ragioni.
  • Di fronte ad una persona molto insistente che cerca di prendervi per stanchezza, bisogna rimanere fermi nella propria posizione cambiando le parole, ma continuando sempre a dire di NO.
  • Per rifiutare la proposta fatta può essere utile proporre delle soluzioni alternative. Ad esempio: “Io non posso accompagnarvi alla stazione, ma so che è stato inserito un servizio di navetta gratuito”.
  • Cambiare argomento dopo il rifiuto evita ogni tentativo di essere convinti a cambiare idea.
  • Se si vuole ancora decidere cosa rispondere, si possono chiedere ulteriori informazioni riguardo alla richiesta fatta.
  • Si può avere anche il diritto di riflettere e cambiare idea.
  • Usare l’ironia nel rifiutare può alleggerire la tensione.
  • Non sentirsi in colpa per essersi presi il diritto di rispettare il proprio volere.
  • Tenere sempre presente che apprendere a rifiutare una richiesta è un’abilità che, se acquisita e gestita con attenzione e consapevolezza, può semplificare la vita e rendere le relazioni interpersonali più equilibrate e vere.

Chiuderei la parentesi sull’importanza del saper dire NO con una frase di Friedrich Nietzsche,  che dice: “Bisogna separarsi da qualsiasi cosa costringa uno a ripetere continuamente NO”(Ecce Homo, 1888).

Mag
16
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 16-05-2011

noA due anni di vita i bambini dicono “no” in continuazione, per questo si parla di età del NO. I bambini usano questo termine senza nessun problema per definire i loro diritti e le loro proprietà. Idealmente, sta agli adulti, insegnare ai bambini quando bisogna dire NO.

Con la crescita, dire NO può diventare problematico. Per vari motivi molte persone sono cresciute con l’idea che ad un certo punto bisogna compiacere gli altri, essere sempre buoni, che è meglio dire SI e che il NO potrebbe avere delle conseguenze negative.

Le persone con bassa autostima hanno più difficoltà a dire No e molto spesso pensano di doversi adattare a tutte le aspettative che gli altri hanno su di loro.

Soprattutto nel rapporto di coppia si può cadere nella convinzione di non avere il diritto a dire NO. Le aspettative reciproche rendono difficile il rifiuto, in particolare nelle relazioni tradizionali basate sulla divisione stereotipata dei ruoli.

La donna ha sicuramente più difficoltà ad esprimere il proprio volere perchè, essendo più materna ed accogliente prova a mettersi nei panni degli altri e non riesce a “contrastarli”.

A volte si ha paura di dire No per timore di essere giudicati, di non esaudire le aspettative degli altri, di essere etichettati egoisti, di essere rifiutati, di rimanere soli, di gestire le proprie emozioni se si esprime veramente il proprio volere.

Essere troppo buoni e accondiscendenti senza volerlo veramente crea rabbia verso se stessi e gli altri, frustrazione, rancore, scarsa autostima.

In realtà, dire Si quando invece si vorrebbe dire No, ha delle conseguenze su se stessi e su gli altri:

  • Genera rancore verso l’altro perché lo si ritiene un approfittatore
  • si ha la sensazione di non avere il controllo della propria vita e dei propri spazi
  • origina stress e nervosismo che si riflettono sul corpo
  • crea ansia per paura di non riuscire a fare tutto quello che ci si è prefissati
  • le persone troppo compiacenti non sempre piacciono e vengono stimate dagli altri
  • essere sempre gentili può farci apparire falsi agli occhi degli altri.
  • si diventa insoddisfatti nelle proprie relazioni perché non si è “veri”
  • ci si carica di troppe responsabilità o non si stimola gli altri ad assumersi le proprie
  • si è costantemente preoccupati di piacere agli altri e di apparire come essi desiderano, per questo si provano ansia, frustrazione, vittimismo, risentimento
  • porta anche a eseguire numerosi compiti in tempi brevi portando ad una condizione di eccessivo affaticamento fisico e psichico.

 

Dire NO quando esprimendo il proprio volere ha dei benefici concreti:

  • fa sentire liberi di scegliere cosa è meglio per se stessi
  • fa capire quanto possano essere concreti i confini con gli altri
  • aumenta il rispetto degli altri nei propri confronti perché si assume un ruolo attivo nella relazione
  • si ha più tempo per se stessi
  • permette di esprimere il proprio volere e di assumersi le proprie responsabilità rispetto alle situazioni della vita.
  • diventa una forma di rispetto e di onestà verso gli altri e verso se stessi
  • identifica la persona con una buona autostima che riconosce e afferma ciò che è disposta a fare o no, avendo ben chiare le sue priorità, le sue esigenze e la sua disponibilità.

 

Ricordiamoci quindi che tutti hanno il diritto di dire NO senza dover essere giudicati e senza dover dare chissà quale giustificazione. L’importante è tenere a mente i nostri diritti e doveri e quelli altrui. Come gia detto, nel post Mal d’amore: è possibile guarire, l’essere egoisti non connota solo un accezione negativa, ma vuole dire saper mettere al primo posto le nostre esigenze e bisogni, rispettandole.

Per contro, chi dice NO aggressivamente, senza esitazioni, senza una motivazione ragionevole e senza tener conto dei diritti altrui, crea intorno a sé un ambiente ostile e stressante che genera malessere e insoddisfazione nelle persone che ne fanno parte.

Vi rimando ad uno prossimi post per parlare di alcune strategie che possono essere messe in atto per imparare a dire NO in maniera proficua.

Mag
12
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 12-05-2011

TradimentoQuando ci si innamora spesso ci si convince che sarà per sempre e questa convinzione può venire condivisa dalla coppia. Il legame della coppia può rappresentare il desiderio di inscindibilità e il bisogno di certezze delle persone. Talvolta capita che anche nelle situazioni più impensabili sopraggiunga l’esperienza del tradimento. In questo caso si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad uno sconosciuto. Tutte le certezze danno spazio alla precarietà delle relazioni e alla sfiducia verso loro.

Il tradimento è un equivocabile sintomo di malessere nella coppia in cui entrambi i coniugi, seppure in modi diversi vengono coinvolti.

Le donne solitamente tradiscono perché coinvolte da un trasporto sentimentale, un’insoddisfazione con il partner “ufficiale”, vivono peggio la clandestinità del rapporto extra coniugale, ma riescono a nasconderlo meglio.

Gli uomini tradiscono più per piacere sessuale, non hanno grandi difficoltà a vivere la clandestinità e sono meno attenti nel nasconderla.

Chi subisce il tradimento vive un’esperienza dolorosa e lacerante che crea conseguenze non solo sul tono dell’umore, ma anche sulla autostima. SI trova ad affrontare un mix esplosivo di rabbia, dispiacere, tristezza, gelosia difficilmente gestibile. Alcune persone tradite iniziano a soffrire di ansia o presentano un vero e proprio disturbo post traumatico da stress.

Chi tradisce invece, pur spesso tormentato dai sensi di colpa, sembra sotto l’effetto di una droga, vive una sensazione di benessere, si sente rinato, più giovane e attraente.

Tra le cause del tradimento ci possono essere diversi fattori:

  • La perdita dell’intimità sia mentale che fisica
  • Evitamento e negazione dei problemi e dei conflitti che non vengono affrontati
  • L’incapacità ad impegnarsi in soluzioni efficaci e creative per risolvere i problemi all’interno del rapporto che a lungo andare portano a frustrazione e rabbia
  • La paura di perdere il proprio potere personale verso l’ altro perché non si riesce a gestire il rapporto. Accade spesso che avere un amante è un bisogno di uno dei due coniugi per arrivare ad avere un equilibrio di potere rispetto all’ altro
  • Il rigido tentativo di tenere in piedi un matrimonio “ideale”, soprattutto di fronte agli altri. Per questo i vissuti personali sono trascurati e prevale quello che “dovrebbe essere fatto” in quella situazione. Si instaura un meccanismo soffocante e la relazione extraconiugale aiuta ad uscire dagli schemi.
  • Tutte le situazioni esterne che richiedono dei cambiamenti nelle abitudini della coppia, se non condivise e discusse, possono diventare causa di malessere e frustrazione nei confronti del partner
  • Fine della progettualità della coppia
  • Bisogno di uscire dai grigi schemi dell’abitudine quotidiana
  • Reazione e vendetta verso il tradimento dell’altro

Solitamente il tradimento può essere suddiviso in fasi.

All’inizio ci sono le cause di cui già parlato che portano uno dei due a cercare “altro” oltre il nido matrimoniale. A volte capita che vi siano delle avvisaglie che vengono trascurate da entrambi.

Poi arriva il vero e proprio tradimento.

Inizialmente chi tradisce si ritrova in una dimensione “adolescenziale” in cui si sente verso l’amante solo un turbinio di emozioni e di passione e non si presta la minima attenzione alle possibili conseguenze.

Il tradimento può durare qualche giorno o per anni. In quest’ultimo caso il “traditore” crea una vita parallela rispetto alla sua relazione ufficiale.

Vi può essere poi la fase della rivelazione, il momento più drammatico perché segna la rottura, il confine tra il prima e dopo nella storia della coppia. Inevitabilmente la rivelazione porta ad una forte crisi e al bivio della scelta tra il perdono e il cercare di risistemare i “cocci” o la rottura del legame.

Qualunque sia la scelta, questa porterà ad un enorme trauma e pur cercando di perdonare le ferite rimarranno aperte per parecchio tempo. Il rapporto tra traditore e tradito si baserà per lunghi periodi sull’evento accaduto.

Il perdono di un tradimento richiede un elaborazione, così come quella di un lutto.

La psicoterapia di coppia e/o individuale può essere di grande aiuto per affrontare la fase di crisi che segue la rivelazione del tradimento. Il superamento di questo da la possibilità di riflettere sulla relazione, su cosa ha scatenato il tradimento, sul suo significato e su quello che veramente si vorrebbe dal “sistema coppia”.

L’elaborazione della crisi, consente di prendere decisioni rispetto alla situazione in modo più oggettivo e non solo come reazione impulsiva all’evento.

 Di seguito ho voluto inserire un link ad un video tratto dal film italiano ”L’ultimo bacio” che descrive molto bene il dramma della scoperta del tradimento. Buona visione.

Video importato
Download Video

Mag
09
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 09-05-2011

Banchi di scuolaTempo fa mi capitò di collaborare ad alcuni progetti scolastici, in particolar modo all’attuazione dei cosiddetti “sportelli d’ascolto”. Durante queste esperienze, ho notato dei fattori in comune tra gli utenti del servizio. Da una parte, ci sono i genitori spesso spaventati dal non essere sempre al corrente di quello che i loro ragazzi “combinano” durante la giornata. Dall’altra parte invece, si trovano i ragazzi che, alle prese con la “difficile” vita durante la fase pre-adolescenziale e adolescenziale, si sentono incompresi dagli adulti e quindi esprimono l’esigenza di parlare con una persona estranea, “esperta”, in grado di ascoltarli e di vedere da un punto di vista “neutrale” il loro modo di vivere ed essere.

Ci sono poi gli operatori delle scuole che spesso si trovano in situazioni di disagio con gli studenti o con i loro stessi colleghi (fatto comunissimo nella gran parte dei luoghi in cui non si lavora individualmente).

Sempre più nasce l’esigenza della presenza dello psicologo nei contesti scolastici, che si occupi di attuare dei colloqui individuali, di gruppo, della formazione degli operatori scolastici e dell’organizzazione di incontri in cui si dia la possibilità di discussione e riflessione su quelli che sono gli argomenti più sentiti.

Per tutto ciò che ho appena scritto, mi preme spiegare che, l’obiettivo degli sportelli d’ascolto è proprio quello di venire incontro alle diverse esigenze delle persone che ruotano intorno al mondo scolastico. Vorrei sfatare le credenze che, dove ci sia uno psicologo ci siano per forza solo dei gravi problemi ma, spezzando una lancia a favore della categoria, la presenza di questa figura, potrebbe essere indice di maggiore organizzazione e sensibilità da parte del contesto scolastico.

Mag
05
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 05-05-2011

psi grecaIn merito ad alcune mail che ho ricevuto in cui alcune persone mi hanno scritto di non conoscere la differenza tra le figure professionali che si occupano dei “disturbi della mente”, ho deciso di fare un piccolo sunto per spiegare la professione dello psicologo, psicoterapeuta e psichiatra.

Lo psicologo studia il comportamento degli individui e i loro processi mentali, le dinamiche interne dell’individuo, i rapporti tra quest’ultimo e l’ambiente, il comportamento umano ed i processi mentali che intercorrono tra gli stimoli sensoriali e le relative risposte. Si occupa di ricerca e attività didattica.

Per esercitare la professione di psicologo è necessario aver conseguito la laurea in psicologia, l’abilitazione alla professione mediante l’esame di Stato ed essere iscritto nell’apposito albo professionale. Lo psicologo non può somministrare farmaci.

Lo psicoterapeuta è un professionista che, dopo il conseguimento della laurea in psicologia o in medicina e chirurgia, ha frequentato corsi di specializzazione almeno quadriennali che prevedono un’adeguata formazione e addestramento nell’esercizio della psicoterapia. Esistono molti indirizzi di scuole di specializzazione in psicoterapia. Lo psicoterapeuta si occupa della cura di disturbi psicopatologici di diversa gravità, che vanno dal modesto disadattamento o disagio personale alla sintomatologia grave. La psicoterapia si basa su colloqui a cadenza regolare che hanno l’obiettivo di cambiare consapevolmente i processi psicologici dai quali dipende il malessere o lo stile di vita inadeguato, e connotati spesso da sintomi come ansia, depressione, fobie, ecc.

Lo psichiatra è un professionista laureato in medicina e chirurgia e specializzato in psichiatria che per curare i sintomi mentali fa uso dei farmaci. Anche lo psichiatra, come già scritto può diventare psicoterapeuta, così come qualsiasi medico.

Spesso alcuni pazienti vengono seguiti insieme dallo psichiatra e dallo psicoterapeuta. Il primo si occupa della terapia farmacologica e il secondo del percorso psicoterapico.

Mag
02
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 02-05-2011

Adolescenza

Avere un figlio adolescente in casa può dare la sensazione di avere a che fare con un estraneo. L’adolescenza viene descritta soprattutto come momento di crisi difficile da superare piuttosto che come il periodo di opportunità in cui il bambino diventa più autonomo e inizia a percorrere il cammino verso l’età adulta.

I genitori si ritrovano a dover porre dei limiti all’adolescente per aiutarlo nello sviluppo. Allo stesso tempo, anch’essi dovrebbero porsi dei confini per incentivare l’indipendenza del figlio. Non solo i genitori possono sentire i loro figli degli estranei, ma anche questi ultimi possono sentirsi estranei a se stessi a causa dei veloci cambiamenti del corpo, soprattutto nella prima adolescenza, e degli squilibri ormonali da cui si viene travolti. Le femmine affrontano l’esperienza delle mestruazioni, che culturalmente rimarca l’avvento dell’età adulta e del farsi carico di ulteriori responsabilità. I maschi nascondono ansie soprattutto rispetto alla loro virilità, che misurano rispetto alle conquiste e ai successi.

L’adolescente fluttua tra momenti di indipendenza e ribellione e altri di regressione all’età infantile. Un momento si sente al settimo cielo, il momento dopo piange disperato senza sapere quale sia il motivo della propria infelicità. I genitori si trovano spiazzati e non sanno quando bisogna essere più accoglienti e protettivi e quando più fermi nell’imporre i loro limiti e le regole. La chiave di volta ideale sarebbe riuscire ad essere forti e allo stesso tempo flessibili. Gli adulti dovrebbero essere pronti ad avere a che fare con una persona nuova tenendo a mente il bambino che hanno cresciuto. Se si è convinti di aver fatto il meglio per il proprio figlio e che è arrivato il momento che lui si avventuri da solo nell’esplorazione del mondo si avrà fiducia nei suoi confronti. In contemporanea il figlio riuscirà a nutrire la propria autostima.

A volte gli adolescenti, seppure non lo ammettano, hanno bisogno dei limiti e delle regole dei genitori, soprattutto se si trovano in situazioni per loro ambigue e insicure in cui non riescono a prendere una posizione ferma. Se i confini vengono sentiti fragili i figli potrebbero sentirsi insicuri e spaventati. La capacità dei genitori di dire no con fermezza e coerenza costituisce una rete di sicurezza.

Il litigio dell’adolescente con i propri genitori non è sempre negativo perché lo aiuta a capire fino a che punto può spingersi e che cosa gli adulti possano pensare. Avere un conflitto e risolverlo contribuisce a diventare più forti. Evitare lo scontro invece preclude la possibilità di scoprire che le situazioni di disaccordo possono essere risolte. Altrimenti l’ombra del litigio può assumere delle dimensioni esagerate e difficili da gestire.

Gli adolescenti hanno comunque bisogno di prendere le distanze dai genitori per confrontarsi con i coetanei e altri modelli in generale. Per la prima volta devono scegliere le persone con cui stare ed instaurare dei legami. Imparano a stare fuori casa senza i genitori, hanno bisogno di ricordarsi le regole da seguire. I genitori per aiutarli ad interiorizzare il senso dei confini e delle regole devono avere la forza di farli scegliere liberamente essendo consapevoli anche del fatto che possano sbagliare.