Mar
31
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 31-03-2011

197489_1972954967224_1343536895_32421730_6926487_nCome ho già accennato nel precedente articolo, è possibile trovar rimedio alle dipendenze affettive. Si può guarire da ciò che viene anche detto mal d’amore.

Prima di tutto occorre rendersi conto di avere un problema, accettare di vivere una relazione “sbagliata” sotto tutti i punti di vista e avere l’intenzione di porvi fine. Se non si arriva a questa consapevolezza, si  mantiene vivo il problema alimentandolo con la speranza di poter cambiare una situazione “impossibile”. Solo quando si arriva a stare veramente male, ad avere la sensazione di aver toccato il fondo, si capisce quale sia il problema e si desidera una vita diversa.

Pur essendo convinte di potercela fare da sole è sempre meglio chiedere un aiuto. Questo dà un maggior senso di responsabilità nei confronti della situazione perché bisogna rendere conto anche ad altri dell’impegno preso e non solo a se stessi. L’aiuto di un esperto pone di fronte ad una visione diversa e oggettiva del problema e suggerisce i mezzi per potersene liberare. Un percorso terapeutico, individuale o di gruppo, è sempre utile per la guarigione da una dipendenza.

Una volta chiesto l’aiuto inizia il vero recupero. Bisogna cambiare modi di pensare e di agire; è necessaria una forte determinazione nel portare avanti il processo di guarigione e per non ricadere negli schemi comportamentali che hanno caratterizzato la dipendenza.

In questa fase della guarigione è essenziale fare qualcosa di positivo per se stessi per colmare il vuoto creato dalla mancanza della persona amata. Occorrerà essere “egoisti” e porre il proprio recupero al primo posto. Un sano egoismo significa dare priorità alla propria persona, ai propri desideri, al lavoro e ai progetti. Bisogna aspettare e pretendere che le situazioni e le relazioni siano confortevoli per se stessi e non cercare di adattarsi ad essere persone che accettano di trovarsi a disagio.

Una volta guarita, una persona non sarà più come prima e si troverà ad agire e pensare in modo totalmente diverso. La guarigione richiede molti sforzi, spesso dolorosi. Non saranno sufficienti dei tentativi saltuari, ma costanti e consolidati nel tempo. Sorprendentemente ci si potrà rendere conto del fatto che la persona dipendente non esiste più e che non è più disposta a mettere se stessa in secondo piano.

Mar
28
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 28-03-2011

imagesCA4YPH4XDopo l’articolo sulla dipendenza da internet, vorrei approfondire l’argomento sulle dipendenze senza droghe passando a quelle affettive, sempre più diffuse, poco conosciute e che colpiscono soprattutto il sesso femminile.

Tante donne si chiedono perché, pur stando male con il proprio fidanzato, compagno, marito, non riescano a lasciarlo. Dicono di non poterlo fare perché non riuscirebbero a vivere senza, che non hanno la disponibilità economica per slegarsi e vivere autonomamente, che continuano a starci insieme per amore dei propri figli…

Il motivo vero, principalmente è che non ritengono  di essere all’altezza di prendere una drastica decisione mettendo il proprio benessere al primo posto, hanno paura di compiere un salto nel vuoto lasciando l’insoddisfacente vita attuale e non riconoscono che le conseguenze potrebbero essere tutte a loro vantaggio.

Sono donne che hanno una bassa autostima perché cresciute in un ambiente familiare spesso svalutante o problematico. Non sanno quindi che oltre alle situazioni familiari disagiate ci sono altre serene e sane. Quindi, pur senza consapevolezza, da adulte finiscono per costruire relazioni con persone altrettanto problematiche, a volte perché spinte dalla voglia di aiutarle a migliorare, dato che non sono riuscite in questo intento con i propri familiari: è quasi una sfida per potersi riscattare dai fallimenti precedenti.

Naturalmente non ci sarà nessun riscatto, ma ulteriori delusioni e per paura di fallire ancora, queste donne cercheranno di convincersi di essere innamorate del loro compagno, di non poter fare a meno di lui e col tempo annulleranno le proprie vite in nome di un rapporto dannoso e di un amore inesistente. In questi casi possiamo parlare di dipendenze affettive (love addictions). Una dipendenza patologica nei confronti di un’altra persona che presenta delle somiglianze con le altre “tradizionali” come l’ ebrezza, la sensazione di euforia sperimentata in funzione delle reazioni manifestate dal partner rispetto ai propri comportamenti, la tolleranza, bisogno di aumentare la quantità di tempo da trascorrere in compagnia del partner,  riducendo sempre più il tempo autonomo proprio e dell’altro e i contatti con l’esterno della coppia, il craving, desiderio compulsivo che diviene fortissimo ed incontrollabile, e se non soddisfatto,  può provocare sofferenza psicologica e fisica, ansia, insonnia, aggressività ed altri sintomi depressivi.

Come qualsiasi altro “dipendente”, anche quello affettivo, prima di chiedere un aiuto, deve “toccare il fondo” perché è fortemente convinto di farcela da solo o addirittura perché non riconosce il suo come un problema. Finchè la situazione non diventa assolutamente incontrollabile non viene accettato l’aiuto di nessuno.

Nonostante il dipendente affettivo non riesca a vedere una soluzione alla propria situazione, esistono dei modi ben strutturati per poter guarire ed essere aiutato che vi illustrerò nel prossimo post.

Mar
24
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 24-03-2011

Internte addictionSono tanti gli “oggetti” che possono trasformarsi in dipendenze per le persone, e tra questi vi è l’abuso di internet.

Prendiamo il fenomeno Facebook. Milioni di persone iscritte al social network comunicano col proprio vicino di stanza o con chi sta dal lato opposto del globo condividendo foto, notizie, opinioni, interessi. Insomma, è diventata una vera e propria mania dalle cifre mai viste fino ad ora che avvicina tra loro i suoi utenti. Come per qualsiasi cosa, anche in questi casi, è sempre meglio non lasciarsi “prendere” troppo dal fenomeno, ma cercare di divertirsi e godere di quest’attività in maniera sana. Se mal gestito, il mondo del web,  può distoglierci dalla reale quotidianità, diventando dannoso se arriva a sostituirsi a quella reale.

Quanto detto può essere non riconosciuto come vero, ma  tra le dipendenze di “nuova generazione”, “senza droghe”  possiamo annoverare quella da internet: ”internet addiction disorder”.

Per un utente del web è particolarmente difficile rendersi conto che il suo stare in rete possa diventare patologico.

A tal proposito, ci potrebbero essere diverse avvisaglie per pensare ad un uso non sano del mondo multimediale. Campanelli d’allarme che vengono notati più da chi è vicino piuttosto che dalla persona direttamente interessata.

I più significativi sono:

1        il bisogno di “navigare in rete” per tempi sempre maggiori, che portano a trascurare i soliti impegni del quotidiano;

2         la perdita di interesse per tutto ciò che non ha a che fare con internet;

3        trascurare la propria persona: in chat spesso non si viene visti dall’interlocutore e quindi non “vale la pena perdere tempo” nella cura di se stessi quando si può stare più tempo di fronte allo schermo;

4        la difficoltà stessa a separarsi dal pc e dalla rete: il distacco dal mondo telematico può creare veri e propri sintomi da dipendenza, quali malumore, ansia, depressione, sudorazione e nervosismo.

5         problemi con la famiglia, il lavoro e la rete sociale: difficoltà nel gestire il tempo in quanto si arriva a trascurare la vita reale per passare più tempo possibile in internet.

.L’isolamento dal mondo circostante è sicuramente uno dei primi sintomi che viene notato da chi sta accanto alla persona dipendente.

I punti sopra elencati sono i primi segnali che possono portare un individuo a cadere nella “rete” della dipendenza che, come le altre, può essere curata con l’aiuto di un professionista e naturalmente con la volontà ad uscirne da chi ne è colpito.

Le dipendenze oltre ad essere “dannose” di per se, sono sicuramente sintomo di un disagio più profondo di cui raramente ci si rende conto.

Le persone dipendenti nella maggior parte dei casi sono restie ad ammettere il proprio problema negandolo in ogni modo. Chi sta loro accanto potrebbe consigliare una consulenza psicologica o iniziare ad informare la persona coinvolta sull’argomento.

Mar
23
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 23-03-2011

ansiaQuante persone soffrono di ansia??

L’organismo ci fa sentire l’ansia attraverso l’aumento del battito cardiaco (tachicardia), della frequenza del respiro e della sudorazione. In situazioni normali questo fenomeno ci permette di proteggerci dai rischi, stare più attenti e migliorare le proprie prestazioni (ad es. sotto esame). L’ansia in questi casi può essere definita buona perché costituisce una vera e propria risorsa.

Quando l’organismo si trova di fronte ad una situazione incerta, instaura una risposta di allarme per affrontarla con il numero maggiore di risorse disponibili. Le persone vivono la situazione in modo negativo, ma è del tutto normale e sana e viene chiamata ansia anticipatoria. Gli studenti sicuramente sanno bene che significhi perchè è quella che si vive prima di affrontare un esame e da la sensazione di non ricordarsi nulla di quello che si è studiato.

Quando l’ansia è eccessiva, ingiustificata o sproporzionata rispetto alla situazione che l’individuo vive, allora si parla di un vero e proprio disturbo, che può seriamente complicare e limitare la quotidianità della persona.

Quindi, a seconda di come la si vive o la si gestisce, l’ansia può essere un vero e proprio strumento o un limite, normale o patologica.

Il disturbo d’ansia patologico è caratterizzato dai sintomi “amplificati” di quella anticipatoria. Si può presentare l’insonnia, crisi di pianto, inappetenza, l’evitamento della situazione che causa l’ansia stessa. In questi casi sarebbe necessario rivolgersi ad uno psicologo per avere un aiuto professionale nell’affrontare il problema.

Tra i vari disturbi d’ansia abbiamo quello generalizzato, l’attacco di panico, le fobie e il disturbo post traumatico da stress di cui parleremo più avanti.

Mar
17
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 17-03-2011

psicologo-psicologiaQuante volte si sente dire che andare dallo psicologo significa essere pazzo? Le persone oscillano tra la diffidenza e la vergogna nei confronti di questa “strana figura”!! Più volte mi sono sentita dire: “Io non ho bisogno di nessun aiuto perché faccio tutto da me!!”

Cosa spinge a prendere queste posizioni nei confronti di psicologi e psicoterapeuti, professionisti che per anni hanno studiato per laurearsi, specializzarsi e che aggiornano continuamente il loro sapere?

Forse una risposta sta nel fatto che queste figure siano legate solo alla cura di malattie mentali molto gravi, o che non si vedano soluzioni per le proprie sofferenze. L’ammettere di vivere un disagio può essere vissuto come un fallimento e creare reticenze e imbarazzi.

Ci sono persone che preferiscono (anche senza che ne siano consapevoli!), rimanere nella situazione in cui vivono piuttosto che prendersi l’impegno di cercare di cambiarla e migliorarla.

Non viene considerata la possibilità che possa esistere sempre qualcosa di migliore rispetto a quello che si è abituati a vivere.

I cambiamenti fanno sempre paura e non tutti sono disposti a lasciare la propria infelice condizione per iniziare a viverne un’altra migliore. Si ha paura di spezzare gli equilibri, per quanto possano essere negativi.

Vorrei precisare invece, che dallo psicologo ci può andare chiunque senta di avere disagi nella propria vita e voglia superarli, dai bambini, ai ragazzi, agli adulti.

La richiesta di aiuto è una risorsa per poter pensare veramente a se stessi e al proprio benessere.

Un percorso terapeutico aiuta a trovare delle soluzioni adatte alle difficoltà della vita, a sviluppare la propria autostima e soddisfazione personale, a vivere meglio con gli altri.