Mag
26
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 26-05-2016 e taggato , , ,

Negli ultimi giorni ho ricevuto alcune e-mail che mi chiedono se per il ponte del due giugno osserverò una pausa lavorativa. Ho deciso di assentarmi dal lavoro solo il giorno festivo e niente più. Preferisco non interrompere i percorsi terapeutici per questa settimana, ma aspettare direttamente le ferie estive per fare la pausa. Vi rimando invece a lunedì 6 giugno per un nuovo articolo sul blog e sulla pagina Facebook, lasciandovi in compagnia dei più dei trecento articoli pubblicati fino ad oggi. Potete inoltre continuare a contattarmi regolarmente dal lunedì al sabato (esclusi i giorni festivi e NO CHAT, NO SMS), per fissare un primo colloquio o chiedere informazioni lavorative. Vi auguro un buon fine settimana e un felice ponte del due giugno, per chi decidesse di concederselo.

La primavera fa venir voglia di stare all’aria aperta e di godere della rinascita dei colori tipici di questa splendida stagione. Oltre a questo, si inizia a sentire la necessità di mettersi in forma perché con l’arrivo del caldo si presentano la voglia e l’esigenza di indossare abiti sempre più leggeri che costringono a mettersi in mostra, per non parlare poi dell’arrivo della stagione marittima che porta a denudarsi quasi del tutto.

Per affrontare tutto ciò c’è chi si tiene in forma tutto l’anno e ci sono poi quelli dell’ultimo minuto, che decidono di concentrare i preparativi per la prova costume in pochissimi mesi non solo attraverso l‘attività sportiva, ma anche sottomettendosi a dure diete alimentari, a volte fai da te, per ridurre il massimo del peso nel minimo del tempo ma che possono causare più danni che altro, spesso anche più seri di quello che si vuol vedere.

Le diete, se non ben organizzate, innescano dei meccanismi sull’organismo, simili alle dipendenze da droghe. Quella  fai da te, è spesso all’origine dei disturbi dell’alimentazione come l’anoressia nervosa e la bulimia nervosa che colpiscono soprattutto le donne. La prima è caratterizzata dal totale rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra di quello minimo normale, la seconda da episodi ricorrenti di “abbuffate”, uso di mezzi inadeguati per controllare il peso: il vomito autoindotto, l’uso spropositato di lassativi, diuretici, o altri farmaci, il digiuno e l’attività fisica praticata in maniera eccessiva.

L’inizio di una dieta mira a modificare il proprio corpo per migliorarlo. La perdita di peso rinforza il senso di autocontrollo e di conseguenza la convinzione di essere più brave di altri nel fare questa cosa e di valere di più. Sono questi fattori che rinforzano la volontà di dimagrire e si può arrivare a digiunare faticosamente soprattutto nei primi giorni perché i rapidi risultati compensano la fatica e rinforzano l’autostima. Per i primi tempi, le donne a “stretto regime dietetico” sentono di avere forza e capacità superiori alla norma.

Dopo poco tempo, con ulteriori ristrettezze dietetiche subentra la fase della depressione, della fobia per il cibo, della percezione errata della propria immagine corporea e la scomparsa del ciclo mestruale.

Dall’anoressia si può passare alla bulimia nelle persone con carattere più impulsivo, con minore volontà e una grossa difficoltà di autonomia dalla propria famiglia di origine.

Il passaggio da un disturbo all’altro si sviluppa quando si cede alla “tentazione” del cibo abbuffandosi in modo compulsivo ed ossessivo, poi si ricorre al vomito per rimediare.

Abbuffate, sensi di colpa, digiuni forzati e poi di nuovo abbuffate a base di cibi ipercalorici diventano un abitudinario ciclo da cui non ci si riesce a liberare. Si finisce per stare sempre a dieta ma senza vedere i risultati sulla bilancia. In entrambi i disturbi vi è la presenza di un’alterata percezione del peso e della propria immagine corporea.

Chi è affetto da rapporti di dipendenza con il cibo non tiene conto degli effetti che questo comportamento ha sulla salute. Infatti, nonostante le gravi complicazioni mediche, è molto difficile per le persone che soffrono di questi disturbi rinunciarvi.

Le rigide diete non sono l’unica causa di questi disturbi, ma potrebbero essere quelle che portano alla loro slatentizzazione. Ci sono infatti delle cause più profonde che contribuiscono al loro manifestarsi, ad esempio l’incapacità di far fronte ai cambiamenti fisici dell’adolescenza, l’idealizzazione della magrezza, tratti di personalità caratterizzati dal perfezionismo, ossessività, ansia e depressione, presenza di un modesto sovrappeso nelle persone con i tratti sopradescritti. Con queste interagiscono dei fattori sia genetici che culturali che predispongono al disturbo. Esistono altri fattori scatenanti oltre l’inizio di una dieta  (un qualsiasi trauma, un lutto, l’allontanamento dalla famiglia), che fanno precipitare una situazione, che altrimenti potrebbe rimanere latente.

Ovviamente non tutte le persone che iniziano una dieta vanno incontro ad un disturbo alimentare.

Così come dalle altre dipendenze, si può uscire anche da quelle alimentari. Occorre sicuramente cambiare modo di pensare, avere la volontà di guarire e intraprendere dei percorsi terapeutici costanti.

Per prevenirli, sarebbe bene divulgare un’educazione alimentare fin dalla tenera età e sfatare i miti basati sul binomio bellezza-magrezza. Certo, non verrebbe eliminato del tutto il problema dei disturbi alimentari, ma si darebbe un grosso impulso alla lotta contro di esso.

Suggerirei quindi di stare molto attenti alle diete, soprattutto quelle pre-estate e quelle fai da te, perché potrebbero scatenare dei disturbi a cui molti sono predisposti. Il desiderio di avere un corpo perfetto e di perdere peso quindi non è un buona e sana ragione per mettersi a dieta drasticamente.

Mag
19
Filed under (Link amici) by caterina.steri on 19-05-2016 e taggato ,

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Lavorando spesso con genitori di figli in età scolare mi rendo conto che sono ormai rari quelli che non appartengono al gruppo chat con gli altri genitori della classe dei loro pargoli.

I gruppi vengono formati “innocentemente”, soprattutto all’inizio dell’anno in  prossimità delle elezioni del rappresentante di classe, per far si che non si perdano “importanti” informazioni, avvisi importanti di scioperi, uscite anticipate… Poi gli obiettivi diventano altri.

Mi è capitato di parlare con madri che fieramente mi riportano di sapere quali compiti per casa abbiano i loro figli già poco prima che rientrino da scuola! Ormai non sono più i figli che dicono che compiti debbano svolgere per il giorno dopo ma i genitori.

Siamo di fronte ad eserciti di madri, più raramente vi entrano a far parte i  padri, in cui l’obiettivo principale, più o meno esplicito, è quello di tenere sotto controllo i figli e tutto ciò che succede a scuola.

Non sento altro che di discussioni accese da commenti tipo: “Oggi mio figlio ha preso in giro il tuo”, che scatenano dei lunghi litigi mediatici, senza nemmeno rendersi conto che poi i bambini oggetto del contenzioso sono usciti da scuola mano nella mano. I bambini si sa, non sono soliti tenere il rancore.

Oppure c’è la rincorsa all’errore dell’insegnante: “Ho saputo che a Tizio è stato dato un brutto voto ingiustamente”. Allora tutti si sentono in diritto di dare addosso all’ignara docente. E tutti intanto “diventano insegnanti” a loro volta, senza dare l’occasione a quelli veri di potersi difendere o raccontare la vicenda in questione. Minimi problemi vengono trasformati in veri e propri scontri virtuali e, magari il giorno dopo, quando ci si incontra per accompagnare i pargoli a scuola nessuno ne parla.

Da poco una madre mi ha raccontato che è sua abitudine chiedere conferma al gruppo quando il figlio dice di dover uscire con altri compagni. E poi ci si lamenta che i figli abbiano degli atteggiamenti troppo immaturi per la loro età.

Voglio ben pensare che sia così, considerato il fatto che non esistano più confini tra la figura del genitore e quella dei figli. Come potrebbero questi ultimi maturare se non solo non gli è permesso di sbagliare, ma nemmeno di provare a fare le cose in modo giusto? Come possiamo ad esempio pretendere che i figli sviluppino il senso del dovere se non permettiamo loro nemmeno di organizzarsi nello svolgimento dei compiti per casa? A questa domanda una madre mi rispose: ”Ma lui è troppo distratto e non ha voglia di studiare!” – “Certo che lo è, non è abituato a fare le cose per se stesso perché gliele fa sempre lei prima”. Tanto meno gli si da la giusta fiducia per poter fare esperienze adatte alla sua età.

Se si cerca di salvare sempre i figli, facendo loro da cuscinetto e pensando che a scuola non siano ammesse le brutte figure, perché poi nel gruppo-chat se ne parlerebbe di sicuro, essi non impareranno mai a responsabilizzarsi. In una vita frenetica come quella odierna è anche più comodo e veloce sbrigarsela tra adulti che non parlare con i figli per sapere davvero come se la possano cavare, ma questo va a loro danno.

Un’altra cosa che emerge dalle interazioni nei gruppi-chat dei genitori è che i problemi personali possano diventare “comuni”. Durante un colloquio una madre mi raccontò che gli appartenenti alla chat dei genitori le avessero  chiesto senza riserve quale fosse esattamente la patologia della figlia disabile, “così, per potersi informare meglio”. Queste non sono domande che fa piacere sentirsi rivolgere, tanto meno in pubblica piazza.

E quando uno si leva fuori dal gruppo gli altri tendono a pensare e a scrivere male di lui.

Alcuni genitori di oggi presi dalla missione di proteggere in tutto e per tutto i figli, possono non rendersi conto di essere invadenti e invalidanti verso loro. Senza escludere che se si chiedesse ai bambini o ai ragazzi cosa pensino di questo modo di agire, molti di essi direbbero che sarebbe bello poter risolvere i problemi o le situazioni particolari tra coetanei senza l’intervento degli adulti. Chissà quanti screzi verrebbero risolti sul momento?

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Un interessante articolo sul portale di Tiscali dal titolo Aids: l’esperto, sempre più giovani colpiti ma tema fuori da agenda politica  testimonia che in Italia sempre più giovani, quasi del tutto ignorando l’argomento, vengono contagiati dal virus del HIV e che il problema viene affrontato quasi per nulla a livello politico.

Si parla di una diversa consapevolezza tra omosessuali ed eterosessuali  in cui “Il giovane omosessuale è informato, sa come ci si contagia, ma pensa che la terapia sia facile da assumere e che si guarisca facilmente. Per questo si espone. I giovani eterosessuali non sanno nulla. Si espongono senza avere alcuna informazione al riguardo”. Salvo poi dover fare i conti con il virus una volta che questo sia stato trasmesso.

Nonostante attualmente si possa garantire una vita alle persone sieropositive, ciò non toglie che si manifestino delle forti ripercussioni psicologiche in chi si ritrova contagiato.

Quando si diviene consapevoli di essersi posti in situazioni a rischio di contagio, iniziano tutta una serie di importanti manifestazioni psicologiche diverse per ogni individuo in base al periodo di vita che sta affrontando, alle risorse disponibili, al sistema familiare e al modo personale in cui reagisce solitamente agli eventi, rischiando di andare incontro ad una sorta di “blackout” cognitivo ed emotivo. Possono diventare fagocitanti il rimorso per la mancata adozione di misure preventive, la ricerca di informazioni sulla sieropositività, le continue attenzioni agli eventuali segni della malattia e alle possibili occasioni di contagio per i propri familiari.

Una volta diagnosticato il contagio costituiscono motivo d’ansia le preoccupazioni legate all’esito a lungo termine della malattia, il rischio di rimanere soli, di perdere l’indipendenza fisica, di aver contagiato altre persone o che possa accadere in futuro, la paura di perdere il lavoro.

Nei casi più gravi si manifestano episodi depressivi talvolta accompagnati a pensieri suicidari.

La scoperta della sieropositività può far vivere sentimenti del tutto contrastanti, alternando fasi in cui si vorrebbe rendere partecipi gli altri della propria situazione a fasi in cui si pensa di non dirlo mai a nessuno.

Considerata la mole di ripercussioni mentali con cui dover fare i conti, un supporto psicologico può aiutare ad elaborare la nuova situazione e tutto ciò che essa comprende.

Una volta scoperta la sieropositività è fondamentale che il paziente possa riprendere a sperimentare una sensazione di efficacia del proprio comportamento e di controllo del suo stato di salute, che sicuramente potrebbero risultare compromessi. Quindi occorre trasmettere informazioni chiare e dettagliate in merito al significato della positività al test HIV.

E’ necessario trovare un equilibrio nuovo in cui si alternano momenti di serenità, tristezza e disperazione.

Chi scopre di essere sieropositivo, nonostante gli enormi passi in avanti della medicina, potrebbe non riuscire più a vivere la quotidianità delle cose, ma a convincersi di avere un futuro infausto.

Un aspetto fondamentale di un eventuale trattamento psicologico comprende la possibilità di riuscire a vivere nel quì ed ora, a cercare un nuovo equilibrio quotidiano, seppure faticoso, che permetta di continuare a riuscire ad apprezzare e a vivere il resto del mondo.

Nella maggior parte dei casi, le persone vengono contagiate tramite rapporti sessuali non protetti. In sede di terapia sarebbe giusto indagare su come l’individuo viva la sessualità, sul fargli notare che non è stato responsabile da parte sua un certo tipo di comportamento e che dovrà iniziare ad usare le protezioni giuste in qualsiasi occasione, non solo per evitare di contagiare eventuali partner, ma per proteggere anche se stesso dal contagio di ulteriori malattie.

Essere sieropositivo non significa aver concluso la propria vita, ma implica il dover seguire tutta una serie di regole per vivere in uno stato di benessere fisico: ad esempio l’assumere regolarmente i farmaci.

Delle volte richiedono un aiuto psicologico non solo i pazienti sieropositivi, ma anche i familiari che ne sono venuti a conoscenza. Soprattutto nei primi tempi dopo la diagnosi, se la famiglia viene informata dell’accaduto, ha bisogno di trovare un equilibrio che possa adattarsi alla nuova realtà.

Nonostante gli enormi passi in avanti fatti dalla ricerca medica e il raggiungimento dell’obiettivo di poter garantire una vita duratura a chi viene contagiato dal virus HIV, non ci si può permettere di trascurare la prevenzione rispetto all’argomento. Una buona educazione sessuale fatta fin dalla più giovane età e una chiara informazione sull’argomento possono assicurare un calo dei contagi. 

Mag
12
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Quanti di voi fanno parte di almeno un gruppo in chat?

Quante volte vi è capitato di perdervi tra le mille discussioni in cui tutti scrivono contemporaneamente e avete avuto la sensazione di non capirci più nulla?

Certo è molto comodo poter comunicare in contemporanea con più persone pur non essendo vicine fisicamente, pensate ad esempio a famiglie numerose sparse ovunque o a gruppi di amici.

Il web tra tutti i suoi vantaggi ci ha donato sicuramente quello di poter abbattere diversi confini fisici. Ce ne possiamo rendere subito conto solo chiedendoci con quante persone saremmo davvero in contatto se non ci fosse la possibilità di chattare così come quella che abbiamo oggi?

Il mezzo più diffuso al momento è Watsapp che viene usato in qualsiasi settore, dai professionisti che devono prendere importanti decisioni, ai gruppi sportivi che si accordano sugli allenamenti, alle mamme che si ritrovano a parlare dei propri figli, ai primi amori che vengono esplicitati prima in chat che di persona.

Stiamo parlando di un rivoluzionario strumento che ha portato enormi vantaggi, anche quello di dar parola alle persone più timide, che protette dallo schermo del loro smartphone si concedono di esprimere ciò che pensano.

Tutto ciò è magnifico, ma come ogni strumento, se non bene utilizzato, anche quello dei gruppi delle chat può creare diversi “guai”.

Potendo condividere istantaneamente qualsiasi messaggio, è sempre più difficile distinguere tra le decine, a volte centinaia di notifiche, tra le comunicazioni importanti e quelle che non lo sono.

Essendo un servizio praticamente gratuito la comunicazione rischia di diventare caotica, perché non necessita più di filtri che prima si avevano grazie ai messaggi a pagamento. I tradizionali sms inoltre avevano un limite di caratteri da rispettare e bisognava cercare di esprimere il proprio pensiero in 180 battute.

I gruppi Watsapp fanno perdere l’abitudine di parlare a voce. Ci stiamo abituando a ridurre ai minimi termini i discorsi, ad esempio. E quando diventano molto lunghi si creano confusioni.

Un piccolo episodio può essere interpretato ed enfatizzato in qualsiasi modo e senza nessuna misura.

Le chiacchiere possono venire ingigantite diventando ingestibile materia incandescente.

Mancando la comunicazione non verbale e alcuni aspetti di quella verbale, ad esempio il tono della voce, ciò che si scrive con una determinata intenzione può venire travisato dal ricevente del messaggio. Le emoticons possono aiutare, ma non hanno certo il potere di sostituire del tutto aspetti della comunicazione vis à vis.

Inoltre, i problemi personali rischiano di diventare problemi comuni. Bastano pochi “invii” per perdere nel web il contenuto di una determinata discussione virtuale. E’ vero che questo può accadere anche nelle discussioni verbali, ma internet può essere molto più veloce e dispersivo nel diffondere certe informazioni.

E’ vero anche che tutto questo può accadere anche nelle comunicazioni a due, però quando sono coinvolte più persone è più facile perdere il controllo della situazione.

Prossimamente a tal proposito vi parlerò di un gruppo per me molto interessante e che va tanto in chat, quello delle madri.

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Il Consiglio d’Europa ci racconta che purtroppo un bambino su cinque ha subito un abuso sessuale (dal semplice palpeggiamento alla vera e propria violenza).

La pedofilia è una vera e propria piaga sociale che ha bisogno di una forte prevenzione per essere contrastata e purtroppo molti genitori si rendono conto troppo tardi che i loro figli ne siano stati vittima, oppure non lo vengono a sapere mai.

Molti adulti preferiscono non parlare ai bambini di eventuali pericoli in cui potrebbero incorrere per non  spaventarli ma è sempre meglio aiutarli a riconoscerli, qualora si ritrovino a stare con altre persone.

Un altro dato che fa rabbrividire è che la maggior parte degli abusi non avviene da parte di estranei, ma da persone conosciute nell’ambito familiare, che approfittano della loro posizione di fiducia per agire indisturbate. Questo crea maggiore sgomento e senso di colpa nei genitori, poiché essi stessi potrebbero aver affidato i figli ai loro carnefici.

Molti si chiedono come poter proteggere i bambini da adescamenti di pedofili senza diventare ossessivi e senza incutere loro la paura dell’orco presente ovunque e in ogni momento.

Esistono diversi modi per aiutare i bambini a mettersi in guardia da chi vorrebbe loro far del male, tra cui l’ausilio di utili strumenti come film, video e libri pensati ad hoc, che spiegano adeguatamente e velatamente come potersi difendere da questo genere di pericoli e che aiutano anche i genitori a districarsi in discorsi spesso molto difficili da affrontare.

Il Consiglio d’Europa ad esempio, ha fondato il sito www.quinonsitocca.it dove è possibile avere tutte le informazioni al riguardo e scaricare una fiaba in formato ebook dal titolo La regola del Quinonsitocca che racconta di Kiko e il suo amico mano.

Guardare la fiaba assieme ai bambini apre a dialoghi funzionali alla loro protezione e a utili spiegazioni al riguardo. Dall’interazione tra i due protagonisti della storia viene velatamente spiegato dove la mano amica può accarezzare Kiko e dove no. Tra gli obiettivi della fiaba ci sono quelli di spiegare ai bambini di essere padroni del loro corpo, che nessuno può toccarli senza il loro permesso e che possono dire no a richieste del genere ogni volta che vogliono. Si spiega ancora che ci sono dei confini ben definiti che altre persone non possono superare, come guardarli e toccarli sotto la biancheria intima, a meno che non debbano fare delle visite mediche o in vista di altre necessità, ma comunque in presenza dei genitori o di altre figure di riferimento.

Come detto spesso, tra le migliori strategie preventive con i figli c’è sempre una sana comunicazione e la garanzia di essere liberi di parlare con i genitori in ogni momento e situazione, fin dalla più tenera età. Meglio evitare di creare tabù rispetto a ciò che può creare disagio perché portatore di senso di colpa e paura che potrebbero non venire elaborati adeguatamente.

Altro aspetto fondamentale è rassicurare i bambini che qualsiasi cosa succeda, i genitori li vorranno sempre bene e staranno dalla loro parte. Questo è un passo molto importante in quanto i pedofili per far tenere il loro segreto raccontano alle  vittime che qualora facciano la spia i genitori moriranno o non li vorranno più bene. Aiuta inoltre a capire che non tutte le situazioni possono essere positive.

Occorre spiegare che nessuno può chiedere ad un bambino di tenere dei segreti con i genitori. Questo può aiutare a preservarli anche da adescatori che godono della fiducia della famiglia e del bambino stesso.

Bisogna dare delle regole ben esplicite come il riferire sempre ai genitori se qualcuno di conosciuto fa loro un regalo e il non accettare mai passaggi, inviti o pensieri dagli sconosciuti.

Tutto questo può aiutare i bambini a difendersi quando gli adulti di riferimento non sono con loro, ma non li responsabilizza del tutto, in quanto sono gli adulti a doverli difendere dai soprusi altrui.

 

 

- Un ringraziamento particolare va all’autrice di queste parole che mi ha concesso di essere la sua psicoterapeuta e di intraprendere insieme a lei un importante percorso di psicoterapia, Caterina steri. -

“Quando decisi di iniziare questo percorso stavo veramente male e la psicoterapia mi sembrava l’unica soluzione al mio malessere. A distanza di molti mesi considero l’ansia la cosa peggiore che mi sia capitata, anche se all’inizio davo adito a chi diceva che è “normale” averla e che ce l’hanno tutti.

Per contro, l’ansia mi ha spinto a chiedere aiuto e forse lo stare così male da non respirare  è stata la cosa migliore che mi potesse capitare.

Il percorso è stato difficile anche se ho messo tutto l’impegno che potevo.

Penso che eliminare l’ansia sia stato solo l’inizio perché rappresentava per me un blocco mentale e perché non sentivo le mie emozioni. Blocco mentale perché lo consideravo normale e forse consideravo molte altre situazioni negative far parte della normalità.

Grazie all’ansia ho capito quali sono le situazioni che mi fanno stare male e quelle invece che mi lasciano serena, felice e con tanta voglia di fare cose nuove. Ho capito che le persone negative devono stare lontano da me. Con negative intendo chi sminuisce quello che faccio, che non rispetta il mio pensiero, la mia persona, che mi vuole imporre un comportamento, che non accetta il confronto, che si confronta solo sbraitando e che riversa i suoi problemi su di me.

Voglio circondarmi di persone allegre, che anche con mille problemi trovano il modo per sorridere, per esserci.

Voglio circondarmi di persone che hanno idee e le esprimono senza giudicare quelle altrui e che quando chiedi loro un consiglio non ti aggrediscono se poi non lo segui.

Persone con cui si possa ridere e scherzare nel rispetto reciproco, sempre chiare nel bene e nel male.

Il percorso mi è servito per capire i miei limiti e forse quello più grande è il cambiamento, la paura di cambiare le mie abitudini o semplicemente di sperimentare il nuovo. Anche se a piccoli passi, ho capito che fare cose nuove mi fa stare bene. Non avevo mai fatto caso a questo perché vedevo la più piccola novità come qualcosa di altamente diverso dalla solita routine.

Superati gli ostacoli, il piccolo cambiamento mi da la voglia di farne tanti altri perché mi concentro su come sto.

Ora penso sia giusto ricordarmi sempre di fare attenzione alle mie sensazioni, di capire se voglio o meno qualcosa e capire come mi sento, dando un nome alle emozioni, che non si chiamano più ansia.

Questi mesi ho sperimentato di saper affrontare con molta lucidità situazioni negative, come il non rinnovo di un contratto di lavoro. Da lì ho sfruttato l’occasione per non abbattermi, come avrei fatto in passato, ma per capire quali sono i miei punti di forza e concentrarmi su essi. Cercando di capire maggiormente ciò che voglio e ciò che mi fa stare male.

Nel complesso posso giudicare questi quattordici mesi molto positivi, anche se so che posso considerare la fine della terapia come il consolidamento degli obiettivi che ho raggiunto, cercando di aprirmi sempre di più alle novità, perché ancora mi risulta difficile e per capire ancora meglio chi sono, cosa voglio e se ciò che faccio mi fa stare bene.

Alla fine della terapia so per certo che devo concentrarmi più su me stessa e sulla mia felicità e non pensare principalmente a quella degli altri.

Mi circonderò di persone positive, perché mi aiutino a migliorare me stessa e scoprire qualità che ancora non conosco e che da sola, stando ferma, non potrei mai neanche notare”.

 

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Oggi più che mai siamo soggetti ad icone di magrezza, in cui donne dall’aspetto quasi irreale, ci mostrano fisici tonici e snelli, anche dopo qualche giorno dal parto, che tutte vorrebbero avere. Di recente abbiamo avuto l’esempio della Canalis, prima di lei Belen Rodriguez, che si sono fatte immortalare con fisici perfetti a pochi giorni dal parto. Immagini che portano a chiedersi quale sia il confine tra una natura eccessivamente generosa, foto shop e la ricerca assidua della forma perfetta?

Il problema nasce nel momento in cui per forma perfetta intendiamo una magrezza eccessiva, è infatti inevitabile notare come tante donne, più o meno consapevolmente, sul web trasmettano questo genere di messaggio.

Pensiamo ad esempio alle  fashion blogger che aggiornano quotidianamente, o quasi, diari online su tematiche legate alla moda. Esse stesse si propongono come icone di stile che trovano riscontro nei vari likes o followers mediatici.  Sono eclatanti i casi delle due famose italiane Chiara Ferragni e Chiara Biasi per le quali pare che il successo sia aumentato di pari passo con la loro magrezza, o viceversa. I loro corpi troppo magri ad alcuni hanno scatenato atteggiamenti di rifiuto e pena perché definiti non sani, ad altri invece di imitazione, di desiderio di essere come loro, quindi immagino di  adozione di tentativi per somigliare il più possibile a queste esili figure. Certo, esistono donne esili in modo naturale, così come esistono le curvy, dice difendendosi una delle protagoniste della vicenda, ma quante donne riescono ad essere oggettive in tal senso?

Volente o nolente, esporsi sul web porta a delle conseguenze. Siamo nell’era dell’immagine e del consumismo e non tutti sono in grado di avere consapevolezza delle influenze a cui quotidianamente veniamo sottoposti e nemmeno chi si espone in prima linea le riconosce del tutto.

Da un lato il web ha permesso a tutti di poter dire la propria e questo è sicuramente un vantaggio. Il rovescio della medaglia è che può esser trasmesso di tutto senza filtri adeguati. In un contesto tale diventa ancor più rischiosa la promozione della eccessiva magrezza, sia per chi la rappresenta sia per chi l’adotta come modello di riferimento. Soprattutto per alcune categorie a rischio come le adolescenti, in quanto si trovano già in una fase della sviluppo delicata che non da pienamente loro le competenze per discernere tra uno stile di vita sano o meno.

Il messaggio che viene dato loro è che la bellezza corrisponde alla magrezza. Spesso un’estrema magrezza che va a stonare con le protesi di seni perfettamente tondi e alti incorniciati dalla visione di costole in evidenza e visi emaciati, se non rifatti anch’essi, in donne nemmeno trentenni. Risultati che dalla maggior parte vengono raggiunti con duri sacrifici e rinunce. Allenamenti intensivi fatti con il solo scopo di dimagrire,  l’imposizione di regimi dietetici troppo duri e spesso fai da te, l’uso di altri mezzi inadeguati per controllare il peso come il vomito autoindotto, l’assunzione di lassativi, diuretici, o altri farmaci. Non tutte hanno a disposizione una natura generosa, personal trainer o dietologi esperti da cui farsi seguire quotidianamente. Si possono instaurare quindi pericolosi meccanismi, simili alle dipendenze da droghe che possono portare a veri e propri disturbi dell’alimentazione.

Ci troviamo di fronte ad un fenomeno in continua espansione in cui si da più peso al senso estetico dettato da un’eccessiva magrezza, che al benessere fisico e psichico globale. Il rischio è di finire per stare sempre a dieta ma senza vedere i risultati sulla bilancia o di perdere peso in modo eccessivo con gravi conseguenze sulla psiche e sull’organismo. In entrambi i casi si sviluppano un’alterata percezione del peso e della propria immagine corporea.

Ovviamente non tutte le persone che iniziano una dieta vanno incontro ad un disturbo alimentare, ma l’idealizzazione della magrezza porta a gravi conseguenze, soprattutto se accompagnata ad altri fattori come i cambiamenti fisici dell’adolescenza, tratti di personalità caratterizzati dal perfezionismo, ossessività, ansia, depressione e presenza di un modesto sovrappeso. Se poi viene rappresentata e promossa da donne che hanno una certa visibilità il fenomeno diventa sempre più contagioso.

Per prevenirli, sarebbe bene divulgare un’educazione alimentare fin dalla tenera età e sfatare i miti basati sul binomio bellezza – solo magrezza. E’ quindi importante sia essere consapevoli del messaggio che si riceve, ma anche di quello che si da, perché può arrivare a chiunque e non tutti gli occhi che lo osservano vengono influenzati positivamente. Ed è altresì importante chiedersi il motivo per cui bisogna essere sempre più magre per sentirci più a nostro agio. Siamo sicure che la bellezza debba corrispondere solo ad un’eccessiva magrezza? Io dico di no.

 

Apr
18
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La copertina del nuovo numero di Sposi in Sardegna

Anche quest’anno ho avuto il piacere di essere ospite con uno dei miei articoli sulla rivista Sposi in Sardegna, prodotta e diretta dalla imprenditrice e wedding planner Ilaria Nesi che ringrazio di cuore per la sua ospitalità e la fiducia.

Sposi in Sardegna da il nome sia al periodico che al sito www.sposinsardegna.it il cui tema principalmente affrontato appunto è quello del matrimonio e della sua organizzazione in tutte le sue sfaccettature. Ed io, come psicologa, ogni anno parlo di alcuni aspetti psicologici riguardanti le nozze e le coppie che si stanno preparando ad esse.

Quest’anno ho deciso di scrivere sul passaggio tra l’innamoramento e l’amore, che spesso vengono scambiati come sinonimi, e di come possa accompagnare la coppia in una nuova fase di crescita e maturazione.

Potete trovare la rivista in diversi punti vendita della Sardegna a cui ci si rivolge per organizzare le nozze, oppure direttamente sul sito ufficiale.

Di seguito, per leggere il mio articolo, potete cliccare direttamente sul link.

http://www.sposinsardegna.it/psicologia-matrimonio-il-passaggio-dall-innamoramento-all-amore-e-la-crescita-della-coppia

Buona lettura a tutti e grazie ancora ad Ilaria Nesi.

 

Apr
14
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Dopo avervi parlato qualche giorno fa del cyberbullismo, ovvero l’evoluzione tecnologica del bullismo, vi invito a leggere un articolo del 24 marzo scorso del portale di Tiscali in cui si parla del fatto che il cyberbullismo potrebbe diventare reato penale.

Recita così: “Il cyberbullismo potrebbe presto diventare un reato specifico, con pene da sei mesi a cinque anni di carcere, se commesso da un maggiorenne, mentre potrebbe condurre al sequestro dello smartphone del “bullo” se questi è un minore. E’ quanto prevedono alcuni emendamenti della presidente della Commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, sottoscritti da tutto il gruppo Dem della stessa commissione, al ddl sul cyberbullismo giunto dal Senato.”

Stanno iniziando quindi ad essere messi in prativa duri provvedimenti per chi si macchia di un reato del genere.

Per saperne di più, vi rimando direttamente all’articolo che potrete consultare integralmente cliccando qui.

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